Piotr Kulczycki
Introduzione
Giuseppe
Lazzati, uno tra i maggiori esponenti dell’impegno politico cristiano
in Italia, non si definì mai un filosofo, un teologo o un intellettuale
impegnato. Si giudicava, modestamente, un fedele cristiano laico, che
nella vita di ogni giorno riflette e opera come tale e in quanto tale;
ma le sue riflessioni sono state tutt’altro che banale ripetizione o
pie esortazioni[i],
esse scaturivano da una consapevolezza del ruolo che il cristiano
avrebbe dovuto assolvere come membro della “città terrena”. La sua
ricerca fu condotta non in modo astratto e concettuale ma innanzitutto
come esperienza personale, sperimentata in prima persona nella propria
vita intesa come vocazione, intesa come impegno a realizzare ciò che
Dio chiede ad ogni essere umano: fare la sua volontà. Secondo
Lazzati per espletare al meglio una funzione politica, è necessario
l’utilizzo di alcuni strumenti della realtà sociale che esigono
un’esplicita vocazione. Lazzati dichiarò sempre di non aver mai
sentito tale vocazione e pertanto di essere stato un politico per
“coprire un vuoto momentaneo e non a tempo pieno” e quindi, “suo
malgrado”[ii]. Se
volessimo riassumere la riflessione politica di Lazzati in poche parole,
potremmo dire senza distorcere troppo la realtà, che egli fu saldo
nella ricerca di una soluzione per coniugare fede e politica.
L’esperienza personale, la riflessione, la ricerca intellettuale, la
collaborazione e l’interscambio furono gli strumenti mediante i quali
tentò di realizzare il suo impegno. Ma egli non fu il solo a riflettere
sulla politica, la laicità e la secolarità nel periodo preconciliare.
Il suo pensiero si delinea all’interno di un movimento
all’avanguardia per il suo tempo. E’ doveroso, quindi, ricordare
altri nomi come: Congar, Chenu, Spiazzi, Journet e soprattutto Maritain
che segnarono quella stagione e accanto ai quali va collocata la
riflessione di Lazzati. Succedeva
nel 1949 quando in Italia le focose discussioni tra le varie correnti
politiche e ideologiche cercavano di delineare la futura forma
dell’Italia post-fascista e post-bellica, la strada da intraprendere
per ricostruire il paese ma soprattutto per risanare la società ferita.
Il pensiero di Maritain già noto, cominciò a fermentare ancor prima
della guerra nelle menti di chi era preoccupato per la propria patria. Al
congresso della Democrazia Cristiana svoltosi in quell’anno scoppiò
un vivo dibattito. A un certo punto della polemica, uno dei dirigenti
del partito - Piccioni - pose l'interrogativo: "Ma insomma, che
cosa volete voi dossettiani?" E ci fu la risposta di un giovane
dalle prime file che disse: "L'umanesimo integrale"[iii]. Anche
Lazzati, a quell’epoca faceva parte del gruppo[iv]
di giovani professori dell’Università Cattolica di Milano[v],
che sotto la guida di Giuseppe Dossetti tentavano di portare nella
coscienza dei cattolici il senso della responsabilità politica. Egli
trovò nella filosofia di Maritain un utile aggancio per fondare i suoi
riferimenti filosofici e politici, sviluppando poi un’originale e
personale riflessione politica molto vicina alle tarde opere del
filosofo francese. Lazzati però coniugando nel suo originale sistema le
varie fonti[vi]
quali le basi bibliche, patristiche, storiche e del Magistero ecclesiale
andò oltre l’idea della
“nuova cristianità” e della “societas christiana” arrivando
alla più ampia idea della nuova società politica che trova la sua
espressione nel concetto della “città dell’uomo costruita a misura
d’uomo”[vii]. Maritain
e Italia.
Quando
Maritain propone “l’ideale storico concreto di una nuova cristianità”
cioè di una società temporale improntata alla concezione cristiana,
trova in Italia già prima della seconda guerra mondiale, ma soprattutto
dopo, un terreno fertile su cui tale pensiero avrebbe dato frutti[viii]. Proprio
in Italia, infatti, dove il fascismo aveva più a lungo condizionato la
vita culturale, la speranza di una nuova cristianità ebbe particolare
risonanza. Nei meno giovani, gli uomini della cosiddetta "prima
generazione", che avevano conosciuto il prefascismo, quella
speranza riaccendeva antichi ideali; ma nella "seconda generazione
" e poi nella terza - nelle generazioni cioè che si erano formate
negli anni del fascismo e avevano vissuto il crollo dei miti del regime,
essa era destinata a diventare quasi un elemento di identità culturale,
soprattutto nelle classi dirigenti[ix].
La proposta circolò infatti nei cosiddetti gruppi intellettuali di
Azione cattolica, in particolare ad opera di Giovanni Battista Montini[x],
ed ebbe perciò particolare presa proprio negli ambienti nei quali si
formavano giovani che sarebbero stati destinati poi ad assumere notevoli
responsabilità nel periodo successivo[xi].
Durante
i primi anni della guerra, per il gruppo dei “professorini” la casa
del Prof. Padovani, divenne luogo di incontro e riflessione, anche sulla
scia di uno dei radiomessaggi di Pio XII. Il
frutto di tali riflessioni porto ben presto all’evidenza una certa
coincidenza con il pensiero maritainiano. Il gruppo valutava nella
attuale situazione politica le ragioni della crisi della cultura
europea, il ruolo dei cattolici nella società e soprattutto le
possibili vie d’uscita da tale situazione dopo la guerra. Essi,
innanzitutto, constatarono le mancanze della cultura cattolica,
l’impreparazione del mondo cattolico alla vita politica, decidendo
conseguentemente che una volta finita la guerra il gruppo non avrebbe
partecipato attivamente alla vita politica ma si sarebbe dedicato
all’azione culturale e formativa del laicato cattolico. Uno
dei punti d’incontro con il pensiero di Jacques Maritain lo ricorda
con queste parole A. Fanfani: “La conclusione dell’ampio chiarimento
venne a coincidere con la conclusione di Maritain: partiti
d’ispirazione cristiana sì, e possibilmente tutti in un paese
cristiano; partiti cosiddetti cattolici, no, nessuno: e ciò per
lasciare alla Chiesa la sua nobile funzione di madre comune, di arbitra,
di unificatrice, di ispiratrice della nostra civiltà”[xii].
Quando
l’Italia entra in guerra Lazzati continua le riflessioni nate durante
gli incontri a Milano. Riflette specialmente sul rapporto tra l’azione
cattolica (come collaborazione dei laici all’apostolato della
gerarchia della Chiesa) e l’azione politica[xiii]
dei cattolici[xiv]. La riflessione su questo
argomento prosegue poi nei campi di concentramento tedeschi, rimanendo
elemento constante del suo pensiero. Lo testimoniano due documenti: una
lettera del 06.08.1943 all’allora presidente dell’Unione Uomini di
AC di Milano, Angelo Tesori e un lungo appunto scritto durante
l’internamento[xv]. Su questa distinzione
Lazzati conformemente al pensiero maritainiano, fonda l’azione
politica “laica” del partito dei cattolici e la distingue
dall’azione apostolica. Tale distinzione rifiuterà ogni possibile
coincidenza tra realtà che appartengono a piani diversi, basandosi
sulla distinzione ma non separazione. I frutti delle sue riflessioni
Lazzati li raccoglierà nel volumetto “Il fondamento di ogni
ricostruzione” pubblicato nel 1947[xvi]. Costituente,
dossettismo e filosofia maritainiana.
Finita
la guerra tuttavia, il gruppo dovette fare i conti con una realtà che
non coincideva con le loro intenzioni e tenere conto dei limiti
culturali del mondo cattolico dell’epoca. Dopo il periodo fascista, la
mancanza di persone preparate alla vita politica, costrinse i
“professorini”, anche contro la loro volontà, a svolgere un ruolo
politico attivo in tal senso. Ma dall’altra parte è stata anche la
prima occasione di mettere in pratica le loro idee. L’attività
politica non fu per loro facile, nutriti delle teorie maritainiane si
trovarono spesso in divergenza con il partito democratico cristiano a
cui appartenevano. La loro riflessione maturata negli anni li portò a
lottare contro l’integralismo geddiano prendendo allo stesso tempo le
distanze anche dalla linea liberal-democratica promossa da De Gasperi e
dai popolari. Al
centro delle divergenze, vi era innanzitutto la distinzione dei piani
operata da Maritain, contraria a quella serie di complesse operazioni
che cercavano di riportare ad una linea di non autonomia dei cattolici
nella politica. Per
i dossettiani presenti nella costituente l’uso della filosofia
maritainiana portava a sottolineare non soltanto la necessità per i
cattolici di stare nella storia, di cimentarsi con la società moderna,
ma di starci e di operarvi con una autonomia laica, antitemporalista,
con le armi di una antropologia umana, e quindi con i rischi e con le
prove di un pluralismo di opzioni politiche dentro lo stesso mondo
cattolico. I dossettiani cercavano di evitare una chiusura
nell’autosufficienza del mondo cattolico, e meno ancora in un
clericalismo o in un temporalismo[xvii]. A
questo punto veniva però ad imporsi l’esigenza di mediare questi
principi a livello culturale in modo tale da farli divenire un programma
politico. Il concetto di persona affermato nella Costituzione Italiana
rappresenta proprio questo aspetto di mediazione culturale tra il
pensiero e l’applicazione. Esso si estrinseca in tante comunità
crescenti (famiglia, città, nazione, famiglia delle nazioni) che lo
integrano senza opprimerlo. Lo
stato nascente da queste coraggiose premesse doveva sostanzialmente
essere diverso: non più uno stato costruito sulla la società, ma
sull’individuo; uno stato assai diverso da quello di matrice
illuministico-liberale o totalitario-fascista[xviii]. Scritti di LazzatiDurante
i lavori della Costituente i dossettiani dovettero rinunciare ad
occuparsi del loro primo scopo, ovvero la formazione delle coscienze.
Essi trovarono il modo di non rinunciarvi in modo totale seppur
assorbiti dall’impegno politico. Per rispondere a tale punto
fondamentale del loro impegno nacque
la rivista “Cronache Sociali”[xix].
Negli articoli di quel periodo essi tentarono di spiegare e propagandare
le proprie idee frutto delle riflessioni maturate nel corso degli anni. Ad
un primo sguardo i contributi che richiamavano il filosofo francese
potrebbero sembrare pochi, ma occorre innanzitutto tenere presente che
Maritain era stato una sorta di premessa di valore, data per acquisita,
per la loro idea politica in quanto le letture di Maritain facevano
parte della formazione stessa del gruppo dei dossettiani.[xx]. Una
sorta di chiarificazione dottrinale nei primi numeri della rivista, fu
operata dallo stesso Lazzati, riferendosi al fare politica da cristiani,
pensiero chiaramente in linea con la
della riflessione di Maritain. Lazzati richiama anche le
posizioni del filosofo francese di fronte al machiavellismo; tuttavia la
sua citazione non proviene da Umanesimo
Integrale, bensì da un saggio del ’42. All’interno
del quarto numero della rivista, si trova un altro articolo di Lazzati,
“Esigenze cristiane in politica”, con il quale si torna ancora ad un
discorso chiaramente maritainiano riferito alla teoria dei piani con
attenzione alla posizione del cattolico impegnato in campo politico. Seguono
articoli che hanno lo scopo di offrire delle linee interpretative del
maritainismo per permetterne la divulgazione e la presa di coscienza da
parte dei suoi lettori[xxi].
Nel 1948 (anno cruciale per la vita politica italiana), Lazzati pubblicò
(sempre sulle pagine di Cronache Sociali) l’articolo “Azione
Cattolica e azione politica”[xxii] dove già nel titolo si
riferiva chiaramente alla filosofia maritainiana. La redazione antepose
al testo dell’articolo una nota dove annunciava l’imminente
pubblicazione di un intero
quaderno che avrebbe raccolto gli scritti di eminenti studiosi
cattolici, italiani e stranieri sull’argomento. L’articolo di
Lazzati sarebbe servito come introduzione alla tematica. Bisogna
ricordare che tutto ciò accadeva durante
una sfrenata discussione preelettorale quando da molte parti i cattolici
venivano criticati per l’abuso dell’autorità spirituale. Molti
avrebbero voluto vedere i cattolici fuori dalla politica e per questo
motivo Lazzati cercò di chiarire le fondamenta e i fini del impegno dei
credenti in politica. L’esperienza
politica dei dossettiani fu di breve durata e lo stesso Lazzati ne usci
nel 1953. Lazzati però non si fermò ma cercò di continuare la sua
riflessione per un’attività politica consapevole e proficua. Negli
anni successivi molte delle tesi di Maritain furono assorbite dal
Concilio. Lo si può vedere nella Gaudium et Spes, ma anche negli altri
documenti, specialmente la dove si parla dei laici e del loro impegno
secolare. Lazzati, sulle linee del Concilio non utilizza mai
l’espressione “nuova cristianità”, ma piuttosto propone la
costruzione della città dell’uomo
a misura d’uomo. Dopo
il Concilio Lazzati non citò più Maritain anche se non abbandonò lo
studio del suo pensiero, ma si concentrò piuttosto sulle tesi del
Magistero. L’espressione
più piena della maturità della sua riflessione politica si può
ritrovare nei volumetti pubblicati poco prima della morte: La città
dell’uomo. Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura
d’uomo (1984), Laicità e impegno cristiano nelle realtà
temporali (1985), Per una nuova maturità del laicato (1986),
La preghiera del cristiano (1986). Pensare
politicamente
Lazzati
come a Maritain nei suoi scritti politici scarta il pessimismo
agostiniano, secondo il quale le realtà terrene non contano
sostanzialmente nulla, evitando una separazione tra realtà materiali e
spirituali e accoglie l’ottimismo tommasiano, che seguendo Aristotele,
non separa realtà materiali e spirituali, ritenendole parti distinte di
un’unica realtà[xxiii]. Lazzati
definisce la politica scrivendo: “E’ l’azione che mira a costruire
e sviluppare nel migliore modo possibile, cioè nel modo più
corrispondente alle esigenze della persona umana, la vita associata
degli uomini nell’ambito dello Stato e della comunità
internazionale”[xxiv].
Il fine della politica è il “bene comune” dei cittadini, la
necessità della politica è determinata in primo luogo dalla sua
“necessità naturale” in quanto essa mira al “bene comune” -
fine ultimo della realtà umana. Lazzati vede dunque la politica
“come costruzione della città dell’uomo” e come “la più
alta attività umana: quella che dovrebbe realizzare quel bene comune
che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile
di ogni persona; questa è – dice Lazzati – la politica in se
stessa. E non solo – aggiunge – è la più alta attività umana, ma
è anche la più difficile, perché in essa convergono campi diversi che
riguardano la persona umana in tutti i suoi aspetti, per cui ogni
problema va risolto secondo la tecnica propria di quel problema, ma
naturalmente dentro la visione globale d’insieme”[xxv]. Secondo
Lazzati il termine “costruire” “esprime un’azione, un’attività”
ciò vuol dire che, per una politica intesa come scienza e arte della
costruzione e gestione della “città dell’uomo a misura d’uomo”,
è indispensabile un chiaro progetto politico che impedisca alla più
alta delle azioni umane di cadere in uno sterile pragmatismo, perché
priva di una prospettiva ideologica. Nel
cittadino e soprattutto in quello cristiano è insito un impegno in tal
senso. Dire cristiano è dunque dire un uomo che è membro di una
“polis eterna” ed è membro di una “polis temporale”, autonoma
nel fine di conseguire il “bene comune” dei suoi cittadini. In
questa ottica per lui era chiaro che i costruttori erano, sono e saranno
non certo i politici di professione, ma i cittadini tutti, con in cima
ai loro interessi l'ideale del bene comune. Non c'è dunque spazio per
nessun decisionismo, per nessun autoritarismo, per nessun partitismo. La
Repubblica è veramente la cosa di tutti e nessuno deve sentirsi
autorizzato a non prendervi parte. La politica non è affatto il potere
o l'arte di governare, ma è essenzialmente la costruzione comune della
casa di tutti. Solo così l'uomo si realizza in pienezza e la politica
ritrova la sua originaria destinazione. Per
Lazzati il centro della polis non è lo Stato così come lo Stato non
coincide con la città dell’uomo. Il centro della polis è l’uomo e
la sua azione si esplica all’interno della vita dello Stato, intesa
come quella serie di regolamentazioni, opere ed azioni che gli
consentono il vivere in comunità con la tendenza ad ottenere il meglio
per ogni singolo senza discrepanze e divisione tra gli individui. Per
Lazzati è fondamentale questo primato che l’uomo deve avere
nell’ambito della polis, poiché la politica organizza “tutto
l’umano” ed umano deve essere il suo fine, solo così, sul piano
naturale, ogni altra attività è inferiore alla politica che tutte le
investe, per realizzare quella società, che è al servizio della
persona e stimola lo sviluppo integrale di tutte le sue potenzialità. Laicità
della politica.
Lazzati
vede la politica come un elemento fondamentale della vita dell’uomo.
Essa si rende necessaria in quanto permette di amministrare e regolare
quell’insieme di atti che occorrono per la sopravvivenza di una
comunità. Poiché essa tratta e si occupa delle cose terrene e della
vita materiale dell’uomo, va inquadrata nella sua laicità. Sulla
scia della distinzione ma non separazione dei piani di Maritain, per il
professore milanese la politica è strutturata per la vita dell’uomo
sulla terra e non può essere messa direttamente in relazione con il
divino. Tuttavia se si tiene conto che ogni realtà è posta sotto
l’unica signoria di Dio, appare evidente al credente che l’agire
politico, seppur non desumibile direttamente dalla rivelazione, rientra
nei suoi piani, ma deve essere espletato dagli uomini senza ricorrere al
divino in modo diretto, ma solo secondo la propria coscienza
rapportandosi a Lui. Lazzati
ricupera anche la distinzione maritainiana tra azione cattolica e azione
apostolica che considera la politica un’attività “laica”. Il
credente è indotto a praticarla non “in quanto credente”, come
avviene per l’impegno evangelizzatore, ma “perché credente”,
ossia come uomo fra gli uomini, anche se animato e motivato dalla fede,
che però non gli garantisce nessuna competenza specifica, ma solo una
spinta, una motivazione in più verso il “bene comune”: precisamente
quella di essere coerente con il compito assegnato da Dio all’uomo di
portare a compimento il suo piano e la sua economia di creazione e di
redenzione. È un compito che l’uomo realizza ordinando le realtà
terrene secondo Dio. Vale a dire, costruendo con la politica una società
a misura d’uomo, facendola divenire materia del regno di Dio. Per
questo motivo la politica è una realtà “laica” e così diventa un
compito peculiare di coloro che per natura, vocazione e missione, sono
chiamati a cercare il regno di Dio trattando le realtà terrene,
“laiche”, ordinandole secondo il piano del Creatore e del Redentore.
Costoro sono quelli che la Chiesa definisce fedeli laici cristiani. In
questo senso la politica, vista come un’attività umana, diventa per i
laici cristiani un luogo teologico, modalità essenziale per
santificarsi, via per la quale si raggiunge l’obiettivo comune a ogni
vocazione. Il cristiano recupera la riserva escatologica e così la
politica non è tutto, non è un fine, è un mezzo privilegiato, affinché
il regno di Dio cresca e si dilati nella storia[xxvi]. Mediazione
culturale
L’agire
politico per tutti deve far ricorso all’intelligenza e alla ragione,
chiamate a individuare e a guidare ciò che è necessario per conseguire
il bene comune. Chiede, dunque, una ricerca permanente a cui tutti,
credenti o no, possono e devono dare il proprio contributo. Per il
credente, in questo caso, la rivelazione e la fede danno una motivazione
in più in questa ricerca e li stimolano a tradurre i loro pensieri e il
loro credo in azione politica, senza per questo renderli né più
intelligenti, né più ragionevoli, né più capaci. Per
Lazzati ciò sarà possibile farlo attraverso uno sforzo di mediazione,
con cui egli dà un supplemento d'anima all'attività politica
dell'uomo. E questo lo fa con una traduzione laica dei suoi principi,
senza per questo imporre le sue scelte in nome della fede, ma pur sempre
convinto che quel valore risponde alle esigenze profonde dell'uomo. Lazzati
da questo punto di vista è magistrale: “Mediare significa far
incontrare, congiungere, tenere insieme due realtà di per sé diverse;
mediare dunque non è menomare la propria identità cristiana, significa
invece collocare la propria identità spirituale nel momento storico,
trovando e realizzando i valori temporali possibili in quel
momento e in quel luogo, ma in vista di una loro maturazione
escatologica”[xxvii]. Per questa opera di
mediazione al cristiano occorreranno due virtù essenziali: la prudenza
(che è la virtù di chi dispone bene ciò che va fatto in ordine ad una
fine buono) e il dialogo. Mediare
dunque è cercare il punto di inserimento della propria identità
cristiana in una determinata situazione socioculturale confrontandosi
con altre presenze culturali. Unico
strumento possibile per la mediazione ovviamente è il dialogo, ma un
dialogo che non ponga esclusioni di sorta: né verso coloro che hanno il
culto di alti valori umani, benché non ne riconoscono ancora la
sorgente, né verso coloro che si oppongono alla chiesa e la
perseguitano in diverse maniere. Meditazione
L’esercitare
la politica significa collaborare alla costruzione della città celeste,
in una maniera particolarmente significativa ed incisiva. Infatti creare
giustizia, costruire pace, dare vita a condizioni ideali per la
costruzione della persona umana è una missione importante dal punto di
vista del credente che opera nella realtà del suo tempo; il lavoro del
politico non sarà gettato via da Dio, ma esso rientra nella missione
che Egli dà ad ogni essere umano: quella di costruire il Regno di Dio
in terra; di prendersi cura del pianeta che Egli ci ha dato. Alla
luce della fede, la politica nel suo fine ultimo, non può che essere
una forma di contemplazione tra le più profonde, e un impegno tra i più
meritevoli. Il cristiano in politica porrà il suo impegno nella
mediazione, non già tra le diverse opinioni umane, ma anche e
soprattutto tra il piano temporale e quello spirituale. Possiamo
dire che le proposte di Jacques Maritain e Giuseppe Lazzati hanno in
comune il riconoscimento di un primato: quello dello spirituale, della
contemplazione[xxviii].
Su questo pilastro si regge tutto il discorso filosofico e l’impegno
politico dei due intellettuali che, proprio per questa loro impostazione
collegata al tomismo, hanno saputo essere degli strenui difensori della
libertà, della democrazia e dei “mezzi poveri”. E sta anche in
queste scelte la piena affinità tra il pensatore francese e quello
italiano. A
questo proposito vorremmo fare una precisazione, cioè sottolineare un
aspetto che riguarda la personalità complessiva sia di Maritain che di
Lazzati: si tratta di un carattere che ancora una volta dimostra come al
di là di precisi e specifici riscontri di influsso tra i due pensatori,
vi sia una somiglianza culturale ed esistenziale di notevole
significato. Intendiamo riferirci alla solitudine che ha contraddistinto
Maritain e Lazzati[xxix],
che non significa
affatto chiusura al dialogo o alla collaborazione, bensì primato
dell’Assoluto, fedeltà alla propria interiorità, solitudine insomma,
che è la radice stessa della loro “contemplazione per le strade”. Attualità
del pensiero di Lazzati.
Anche
in questa piccola comparazione tra le idee di questi due intellettuali
possiamo notare come le loro posizioni coincidano, e non è un caso,
poiché sovente Lazzati richiama esplicitamente il pensiero di Maritain.
Per entrambi le acquisizioni dei tempi moderni necessitano e si
integrano con i valori (storicamente portati alla luce dal
cristianesimo) che l’età moderna non ha saputo ancora attuare in modo
soddisfacente: i diritti umani, l’esigenza di giustizia, la
composizione del conflitto tra Stato e società civile. Le
proposte di Lazzati e di Maritain muovono in ogni caso da uno stesso
riconoscimento di cui attualmente si va avvertendo sempre più
l’importanza: il primato dello spirituale che non è fuga o
ghetto, dismisura o chiusura, bensì trasformazione del mondo,
promozione umana senza prassismi né integralismi. Sul primato dello
spirituale si regge tutto l’impianto filosofico e l’impegno politico
di Maritain e di Lazzati. In questa loro impostazione, che affonda le
radici nel Vangelo e si struttura con la mediazione del tomismo, sta la
più profonda affinità tra il pensatore francese e quello italiano, al
di là di più particolari influssi e coincidenze. Erroneamente
tali posizioni possono essere considerate anti-moderne. Anzi, esse
meglio si definiscono come post-moderne, in quanto sia Lazzati che
Maritain considerano le conquiste moderne, quali l’autonomia delle
realtà terrene, il valore della razionalità, l’organizzazione della
società politica nella forma dello Stato laico, come elementi
validissimi e tuttavia non sufficienti per la realizzazione delle
esigenze della natura umana. Il
rapporto fede-politica in Lazzati si configura come sintesi sapienziale
che mantiene i due termini in equilibrio rispettandone la specificità:
senza prevalere l’uno sull’altro e senza confondere l’uno con
l’altro. I due termini sono posti in relazione vitale proprio perché
né confusi né separati. La sua sintesi non si cristallizza in forma
ideologica; anzi, la sintesi lazzatiana si configura come
un’anti-ideologia. Essa si fonda, da un lato, su aspetti non
contingenti che ne costituiscono la struttura, e dall’altro su aspetti
contingenti destinati, per loro natura, a mutare. Così questa sintesi
è un processo sempre da rifare. Per tale dinamismo intrinseco, i
cristiani sono chiamati permanentemente a confrontarsi con la storia
operando un discernimento critico che consenta – come ripeteva Lazzati
citando sant’Ambrogio – di “cercare sempre cose nuove, conservando
il meglio di quelle antiche”. La sintesi lazzatiana presenta una
caratteristica strutturale: è un processo in evoluzione. Nell’ambito
di una realtà sociale sempre più attenta alla valorizzazione dei
privati, del mercato, dell’interesse particolare del singolo (quindi
dell’individualismo, dell’egoismo), trova ancora attualità il
pensiero lazzatiano per la costruzione di una “società politica”,
cioè fatta da cittadini che collaborano alla realizzazione di un fine
comune, delle istituzioni pubbliche, che non sono solo quelle statali,
ma anche quelle locali, poiché tutti questi sono luoghi istituzionali
in cui la gente dovrebbe operare, non in vista dell’interesse
“proprio”, ma del bene comune. Gettare le basi per la costruzione di
questo tipo di società, previene la corruzione degli interessi
personali. Bisogna
a questo punto specificare che il concetto lazzatiano di “costruire la
città dell’uomo a misura d’uomo” non risolverà i problemi del
mondo politico come corruzione, disonestà, disimpegno, ecc. E'
necessario invece scendere fino alle origini del male e curarlo dalle
radici (che significa costruire a misura d’uomo) senza facili
semplificazioni come quelle operate da chi tende ad eliminare del tutto
il polo morale della politica, riducendola solamente ad un problema di
carattere tecnico, e dimenticando ogni riferimento al mondo degli ideali
e dei valori. Approfondendo
il concetto di “città dell’uomo” in Lazzati, nell’ottica
aristotelica e tommasiana, la società politica è costituita
dall’insieme di tutti coloro che collaborano alla realizzazione di uno
stesso fine (il bene comune) e il muoversi in essa è per l’uomo
facente parte della sua stessa natura. Si deve allora concludere che le
istituzioni che la compongono appartengono a tutti coloro che ne fanno
parte; ovvero a tutti i cittadini, a prescindere della loro fede,
ideologia, convinzioni politiche etc. Nella
società di oggi sempre più multietnica il concetto di “città
dell’uomo”, anche nelle diverse varietà di forme, trova forse
ancora una maggiore attualità, perché capace di convogliare le diverse
identità culturali, religiose, sull’unico possibile terreno comune.
Il motivo è semplice: esso viene esercitato da ciascuno all’interno
della propria cultura e della propria fede, ma allo stesso tempo
permette il dialogo, il capirsi reciprocamente così da poter
collaborare insieme ad un’opera comune, o meglio all’“opera
comune”. Analizzando
le categorie elaborate da Maritain e riprese all’interno dello stesso
Concilio Vaticano II, bisogna tener presente che esse sono riferite ad
un contesto storico ormai cambiato. In Italia e non solo, le condizioni
sono molto diverse rispetto ai tempi delle prime riflessioni di Maritain
(periodo della formazione di Lazzati); si è giunti quasi ad una totale
indifferenza nei confronti dell’annuncio cristiano, ma, nonostante ciò
, il discorso sulla “città dell’uomo”, conserva immutata la sua
validità. Per
concludere, possiamo affermare che un confronto tra Lazzati e Maritain
risulta non solo legittimo per i numerosi punti di contatto esistenti
tra i due intellettuali sul piano culturale e religioso, filosofico e
politico, ecclesiale ed esistenziale, ma risulta anche fecondo per le
riflessioni che sollecita su alcuni problemi oggi particolarmente
sentiti, come quelli del valore della persona umana, della laicità e
dell’evangelismo, del pluralismo e della collaborazione, della moralità
politica e della mediazione culturale, dei piccoli gruppi e dei “mezzi
poveri”. Tale confronto ha una dimensione ampia; non si limita ad un
periodo o ad un problema, ma coinvolge l’insieme della personalità,
dell’impegno delle scelte e del pensiero dei due intellettuali. In
questo senso si può dire che, al di là di specifiche influenze di
Maritain su Lazzati, risulta più adeguato parlare di consonanze e
affinità, che permettono di affermare come sia comune ad alcune
personalità cattoliche in generale (e ai nostri due autori in
particolare) un certo tipo di visione e di prospettiva. [ii] Lazzati spesso sottolineava questo aspetto di non essere entrato in politica volontariamente. Questo “suo malgrado” ricorre spesso nei suoi pronunciamenti. Si può vedere per esempio l’intervista concessa a Enzo Magì in “Europa” del 3 settembre 1984 n. 44, ed anche in AA. VV. Dossier Lazzati 12, AVE, Roma 1997 p. 64. [iii]
Giancarlo Galeazzi (a cura), Il pensiero politico di Jacques
Maritain. Editrice Massimo, Milano 1978, p. 199. [iv] Per ulteriori informazioni sull’attività politica di Giuseppe Lazzati: AA. VV. in Dossier Lazzati 12, Lazzati, Dossetti, il dossettismo. AVE Roma, 1997; Bonari Biagio, Giuseppe Lazzati: La politica per l’uomo. Editrice Esperienze, Fossano 1997; Montonti Angelo, Il testamento del capitano. L’avventura cristiana di Giuseppe Lazzati. Edizioni Paoline, Milano, 1991. [v] Per questo motivo soprannominati anche i “professorini” ma anche i “dossettiani” dal nome del leader del gruppo – Giuseppe Dossetti. [vi] Pietro Melloni, Le fonti della sua spiritualità, in Oberti Armando (a cura), Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo. AVE, Roma, 1996 pp.61-65. [vii] Lazzati utilizzerà poi questo concetto come titolo del suo manifesto politico intitolato proprio La città dell’uomo. Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura d’uomo, pubblicato da AVE nel 1984. [viii] Bibliografia sul periodo: G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti. 1945-1954, Vallechi, Firenze 1974; G. Campanini, Fede e politica, in AA. VV., Novecento minore. Intelettuali e società in Italia, a. c. di Invitto, Messapica, Lecce 1977 pp. 179-225; L. Elia, Maritain e la rinascita della democrazia, in AA. VV., Jacques Maritain e la società contemporanea, a.c R. Papini, Massimo, Milano 1978. pp. 220-234.; ID. L’idea europea nella cultura personalista: il contributo di J. Maritain, in AA. VV., L’apporto del personalismo alla costruzione dell’Europa a.c. R. Papini, Massimo, Milano 1981. [ix] Per ampi riferimenti, sia consentito rinviare alle tesi esposte in G. Campanini, Cristianesimo e democrazia – Studi sul pensiero politico cattolico del ‘900, Morcelliana, Brescia 1980, spec. Cap. VIII Cristianesimo e democrazia in Italia (1939-1959), pp. 139 e ss; inoltre AA.VV., Chiesa cattolica e fascismo nell’Italia settentrionale durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), Vita e Pensiero, Milano, 1978, nonché, per un’analisi più specificante riferita agli ambiti intellettuali, R. Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna, 1979. In generale, ma con valutazioni talvolta discutibili e non sempre condivisibili, C. Brezzi, Il cattolicesimo politico in Italia nel ‘900, Teti, Milano, 1979. Anche: G.B. Naitza, G. Pisu, I cattolici e la vita pubblica in Italia. La Nuova Italia, Firenze, 1977, pp.114-116. [x] Umanesimo integrale di Maritain, pubblicato per la prima volta nel 1936, a causa dell’ostracismo fascista, è stato tradotto in Italia soltanto nel 1946, ma già prima di allora circolava negli ambienti intellettuali, soprattutto per il tramite del futuro Paolo VI che fu il primo traduttore di Tre riformatori opera scritta nel 1925, e pubblicata per la prima volta in Italia da Morcelliana a Brescia nel 1928. Per ulteriori elementi sull’influenza di Maritain sulla cultura italiana: G. Campanini, Fede Politica, Morcelliana, Brescia, 1977 pp. 59 e ss (La sinistra cattolica, Maritain e Mounier) e il successivo studio dell’autore su Jacques Maritain nella cultura del movimento cattolico italiano, in “Civitas”, 1981 n. 10. Non va tuttavia dimenticato, che Maritain, anche se soprattutto il Maritain filosofo e studioso di estetica, fu uno dei punti di riferimento della cultura “fiorentina” degli anni ’30 e fu largamente noto negli ambienti del “Frontespizio” ai quali per un certo periodo La Pira fu in qualche modo vicino. Giorgio La Pira fu uno dei membri di punta del gruppo dei dossettiani. [xi]
Pietro Scoppola, La
"nuova cristianità" perduta. Edizioni Studium, Roma
1986. p. 12. [xii] A. Fanfani, Partiti di ispirazione cristiana e chiesa cattolica, “Humanitas” I, 1946, p. 382. [xiii] Gli scritti politici sono stati raccolti in due volumi: Lazzati Giuseppe, Pensare politicamente, vol. I: Il tempo dell’azione politica – Dal centrismo al centrosinistra, AVE, Roma 1988; e Pensare politicamente, vol II: Da cristiani nella società e nello Stato, AVE, Roma 1988. [xiv] Come abbiamo visto questi argomenti erano già presenti nelle riflessioni che il gruppo di professorini faceva a casa di prof. Padovani durante i primi anni della guerra. [xv] Il testo viene riportato integralmente in: Marilena Dorini, Giuseppe Lazzati: gli anni del lager (1943-1945) pp. 175-185. [xvi] G. Lazzati, Il fondamento di ogni ricostruzione, Milano 1947. [xvii] Vedere AA. VV. L’apporto del personalismo alla costruzione dell’Europa, Massimo Milano, 1981, specie alle pp. 146 e ss. [xviii] P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana. Il Mulino, Bologna 1979. [xix] Per maggiori informazioni si può vedere Marcella Glisenti, Leopoldo Elia, Cronache sociali 1947-1951, Luciano Editore, Roma 1962. [xx] G. Galeazzi (a cura) Il pensiero politico di Jacques Maritain, Editrice Massimo, Milano 1978 pp.195-202. [xxi] A. Ardigò, Jacques Maritain e “Cronache sociali” in Giancarlo Galeazzi (a cura), Il pensiero politico di Jacques Maritain. Editrice Massimo Milano 1978 p. 199 pp. 195- 202 e 247- 252. [xxii] Ora anche in G. Lazzati Pensare politicamente I, op. cit. pp 69-81. [xxiii] Armando Oberti, Lazzati. Tappe e tracce di una vita. AVE, Roma, 2000, p. 275. [xxiv] Giuseppe Lazzati, Pensare politicamente I op. cit. pp 81-88. [xxv] Armando Oberti, Lazzati.Tappe e tracce di una vita. Op. cit. pp. 275-282. [xxvi] A. Oberti Lazzati. Tappe e tracce di una vita. AVE Roma 2000 p.277. [xxvii] G. Lazzati, Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali, AVE, Roma, 1985, p. 123. [xxviii] Si può vedere:. J. Maritain Primato dello Spirituale, tr. It., Logos, Roma 1980; nonché tre antologie: Azione e contemplazione. A c., di G. Barra, Borla, Torino 1962; Contemplazione e Spiritualità, a c., di G. Galeazzi, A.V.E., Roma 1977; Contemplazione evangelica e storia, a c. di V. Possenti, Gribaudi, Torino 1981; cf. inoltre G. Galeazzi Maritain et la contemplation, in “Notes et documents”, 1977, n.8); G. Lazzati La preghiera del cristiano AVE, Roma 1986. B. Baroffio, Giuseppe Lazzati: uomo di preghiera, in La Scala XLI 1987 pp. 29-32. A. Oberti, Giuseppe Lazzati, un intimo di Dio, in Nuova Responsabilità 18/1987. [xxix] Sulla “solitudine” di Maritain, cf. E. Borne, Maritain nella vita culturale francese: influenza e resistenza, in AA.VV., J. Maritain e la società…cit.; O. Lacombe, Jacques Maritain e la sua generazione, in AA.VV., J.Maritain. Vertità, ideologia e educazione, cit. per Lazzati: P. Vanzan, Il mondo, la Chiesa e il Regno di Dio nella vita e nell’opera di uno “starez” occidentale, in A. Oberti (a cura), Giuseppe Lazzati: vivere da laico, Roma 1986, pp. 11-89. |