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Jim Collins,
Good to Great:
Why Some Companies Make the Leap... and Others Don’t[1]
Harper Business. New York 2001, 300 pp.
Elena Balvočiutė
Buono è
il nemico dell’eccellente” – così il ricercatore statunitense Jim
Collins, esperto
delle imprese eccellenti, comincia il suo recente libro “Good to Great”
(“da buono ad eccellente”). La domanda principale che si pone l’autore
insieme al suo gruppo di ricerca è se e come una buona impresa può
diventare una impresa eccellente. Il libro è degno di nota perché
avendo una base scientifica rigorosa ci illustra delle scoperte
sorprendenti applicabili non solo nell’organizzazione di un’azienda ma
anche, come afferma l’autore, nell’organizzazione d’ogni attività
umana[2].
Il
processo di ricerca
Partendo da un tale
interrogativo, il gruppo di ricerca di Jim Collins ha cominciato uno
studio lungo cinque anni volto all’analisi di quelle imprese che
mostravano caratteristiche di eccellenza.
Il primo passo è stato
l’individuazione delle imprese eccellenti. Tali aziende dovevano
soddisfare le seguenti condizioni storiche: avere avuto un rendimento
pari a quello del mercato azionario per un periodo di 15 anni; quindi
dopo un certo momento, chiamato di transizione, mostrare un
rendimento per i 15 anni successivi, almeno tre volte superiore al
livello di mercato. Dalla lista iniziale delle 1435 maggiori public
companies statunitensi, solo 11 imprese corrispondevano ai criteri
indicati. Sorprende che le imprese elette da Jim Collins fossero
imprese poco conosciute in precedenza – Abbott, Circuit City, Fannie
Mae, Gillette, Kimberly-Clark, Kroger, Nucor, Philip Morris, Pitney
Bowes, Walgreens e Wells Fargo.
Il
secondo passo nella ricerca consisteva nell’individuare le imprese di
confronto. Sono stati individuate 17 imprese, classificabili in due
categorie: 11 imprese, definite di comparazione diretta, ovvero
appartenenti allo stesso settore delle 11 imprese eccellenti, con
uguali opportunità e risorse simili nel momento di transizione, che
non hanno effettuato il salto da buone ad eccellenti; 6 imprese,
definite di comparazione non sostenuta, ovvero che hanno fatto
il salto verso l’eccellenza ma non sono riuscite a mantenere tale
traiettoria.
Durante
lo studio approfondito di queste 28 imprese sono stati esaminati quasi
6000 articoli, trascritte più di 2000 pagine di interviste effettuate
e creati 384 milioni di bytes d’informazione. Successivamente, i dati
ottenuti sono stati discussi dal gruppo di ricerca in dibattiti
settimanali. L’autore rileva che tutti i concetti sviluppati in questo
libro sono deduzioni empiriche sviluppate direttamente dai dati
raccolti. “Non abbiamo cominciato questo progetto con una teoria da
esaminare o dimostrare. Abbiamo cercato di costruire una teoria (...)
direttamente dall’evidenza.”[3]
Le scoperte di Jim Collins:
sei passi verso l’impresa eccellente
Le scoperte di Jim
Collins apparentemente demoliscono tante assunzioni comuni su che cosa
potrebbe rendere un’impresa eccellente. I passaggi dal buono
all’eccellente non sono stati causati dai dirigenti chiamati
dall’esterno per salvare le imprese, né dalle nuove tecnologie, né
dalle iniziative rivoluzionarie di cambiamento, né dai dirigenti ben
pagati, né dalla ristrutturazione aziendale. Il risultato finale dello
studio ha messo in luce 6 passaggi fondamentali per l’eccellenza. Il
100% delle imprese “Good to Great” (in seguito GtG) e solo il 30%
delle imprese di confronto, hanno seguito un tale percorso negli anni
sotto analisi. Secondo i risultati sono dunque i seguenti 6 passi che
un’impresa buona deve fare se vuole diventare un’impresa eccellente:
1.
Direzione Livello 5. La direzione del Livello 5 si trova
sulla cima della piramide di Jim Collins dei livelli direzionali.
Tutti i dirigenti (di Livello 5 appunto) delle imprese GtG
(10/11 dei quali erano insiders) hanno evidenziato due qualità
principali: volontà professionale e umiltà personale.
Erano sicuramente ambiziosi, però in primo luogo per l’impresa e non
per sé stessi; hanno dimostrato una ferma risoluzione a produrre
risultati per un’impresa durevole. Quando avevano successo, davano il
merito agli altri, alla fortuna e alle opportunità del momento; quando
fallivano, si assumevano tutta la responsabilità. “Loro [erano] più
come Lincoln e Socrate che come Patton o Cesare”.[4]
Tale assunzione contrasta sostanzialmente i miti comuni sui grandi
managers.
2.
Prima chi ... poi che cosa. Si pensa che l’inizio del passaggio
verso l’eccellenza è quando i livelli direzionali più alti creano una
nuova visione, escogitano nuove strategie e dopo assumono le persone
conformi a tutto questo. Il comportamento dei dirigenti delle imprese
GtG dimostra il contrario. Prima hanno creato un gruppo di lavoro
valido, anche sbarazzandosi degli elementi che non ritenevano adatti,
e piazzando le persone giuste al posto giusto (right). Solo
allora e tutti insieme, decidevano dove andare e come, individuando,
strada facendo, il percorso migliore dell’eccellenza.
Il
primato delle persone sulla visione rivela, secondo i ricercatori, che
i dirigenti delle imprese GtG hanno individuato tre punti
fondamentali. Primo, quando si comincia con chi invece di
che cosa, ci si adatta più facilmente al mondo che cambia;
secondo, se si hanno le persone giuste, il problema di motivazione e
controllo dei lavoratori in pratica sparisce; terzo, se si hanno le
persone sbagliate, non basta un buon management: non si avrà comunque
una impresa eccellente.
3.
Affrontare i fatti spiacevoli, ma non perdere mai la fede. Così
come la figura del direttore umile, come anche l’assunzione di
lavoratori prima della definizione della visione d’impresa, anche il
terzo concetto ha qualcosa di paradossale. Jim Collins lo sintetizza
così: “Mantenete la fede assoluta che voi potete vincere e alla fine
prevarrete. E nello stesso tempo affrontate i fatti più
spiacevoli della vostra realtà attuale, qualunque essi siano”.[5]
La
differenza essenziale tra le imprese GtG e le altre consisteva non
nella quantità di informazioni, ma nel modo con cui venivano trattate
le informazioni sugli eventi negativi per l’impresa. I dirigenti GtG
non accusavano nessuno in presenza di fallimenti, ma creavano
un’atmosfera di dialogo dove poteva essere colta la verità e dove
tutti (dirigenti inclusi) avevano l’opportunità d’imparare e
perfezionare la visione d’impresa. Per loro era più importante non la
quantità delle informazioni, ma le informazioni che non si potevano
ignorare.
4.
Il Concetto del Riccio. Il Concetto del Riccio appare come
il passaggio individuato da Collins, più strano ma anche più
importante sotto tanti aspetti.
L’idea
del riccio viene dalla favola di Isaiah Berlin “Il riccio e la volpe”.
“La volpe sa tante cose ma il riccio sa una cosa grande.”[6]
Il riccio mostra una concentrazione continua su ciò che è essenziale,
mentre invece la volpe ha tanti fini e vede il mondo in tutta la sua
complessità non riuscendo ad arrivare ad una visione unificante e
dunque agli obiettivi. Per un’impresa GtG gli elementi per raggiungere
questa concentrazione sono tre: 1) l’attività che svolge, li
appassiona profondamente; 2) in questa attività sanno di poter essere
i migliori nel mondo e 3) sanno cogliere i fattori economici della
loro industria.
Il
punto di transizione verso il progresso si verifica nel momento in cui
l’impresa GtG elabora il suo unico Concetto del Riccio che
diventa per i suoi membri il concetto guida per le decisioni: “Le
imprese GtG con tutti i loro sforzi seguivano un mantra semplice: ‘Non
faremo niente che non corrisponde al nostro Concetto del Riccio.’”[7]
Sembra che la chiave della porta dal buono verso l’eccellente, è
l’elaborazione e la fanatica adesione al Concetto del Riccio,
unico per ogni impresa.
5.
Cultura della Disciplina. Tale cultura si costruisce, secondo i
ricercatori, trovando le persone disciplinate che agiscono con libertà
e responsabilità all’interno di una struttura dei valori, stabiliti
dal Concetto del Riccio. Di conseguenza, non si devono più
dirigere le persone, ma il sistema dei valori. Così i dirigenti del
Livello 5 dopo aver creato una cultura della disciplina durevole,
non avevano più bisogno di disciplinare l’organizzazione
personalmente, come i leaders delle imprese di confronto.
Una
delle scoperte inaspettate sulla cultura della disciplina era che è
più importante creare una lista delle cose che bisogna smettere di
fare, piuttosto che una lista delle cose da fare.
6.
Acceleratori tecnologici. Lo studio di Jim Collins nega l’idea che
il fattore tecnologico giochi un ruolo fondamentale per l’andamento
delle imprese. “Certo, la tecnologia è importante (...). Però la
tecnologia come tale non è mai la causa primaria né d’eccellenza, né
di declino.”[8]
La tecnologia, se usata bene (in concordanza con il Concetto del
Riccio) diventa un acceleratore, non un creatore, di momentum,
della transizione.
L’analisi del
fattore tecnologico ha rivelato ancora una essenziale differenza tra
le imprese GtG e le imprese di comparazione. Nessuna delle imprese GtG
ha definito la propria strategia in termini reattivi; non avevano
alcuna strategia competitiva, ma seguivano lo standard assoluto
dell’eccellenza.
Tutti i passi
sopraelencati se fatti con comprensione, consistenza e coerenza,
dovrebbero avviare, secondo Jim Collins, un andamento simile a quello
di un volano. È difficile muoverlo all’inizio, però dopo tante
piccolissime spinte, date con regolarità nella stessa direzione, il
volano comincia muoversi sempre più velocemente e senza sforzi
aggiuntivi.
Considerazioni finali
Tutto
il libro è dedicato all’insegnare le scoperte sulle imprese GtG. Per
questo è scritto in una forma molto accattivante, divertente,
illustrato con grafici chiari facilmente memorizzabili. Alla fine
d’ogni capitolo troviamo come ulteriore aiuto a non dimenticare le
idee centrali, un riassunto del capitolo con una lista delle scoperte
inattese. Le storie sui casi particolari ed i dialoghi animano il
testo e rendono la lettura molto facile.
Nell’Epilogo dell’opera troviamo le risposte alle domande frequenti, i
quali possono fornire alcuni argomenti per una discussione o puntare
sui problemi presenti nel quadro teorico costruito da Jim Collins e il
suo gruppo di ricerca, per esempio, relatività dei valori, il precetto
discutibile a licenziare le persone solo perché sembrano non adeguate
alla visione dell’impresa, il fatto di estendere a tutto il mondo la
validità di risultati di una ricerca limitata agli USA e a un dato
periodo di tempo, ecc.
Il
libro, nonostante i problemi menzionati, introduce nel campo delle
teorie sull’organizzazione, specialmente in quelle sulle risorse
umane, tante idee nuove e approfondimenti importanti, derivati da una
ricerca scientifica. Le scoperte di Jim Collins, che capovolgono tante
assunzioni comuni sui ruoli dei diversi fattori oganizzativi
dell’azienda, meritano l’attenzione non solo dei dirigenti delle
imprese ma anche di tutte le persone responsabili di qualunque
organizzazione umana.
Note
[1]
trad. it. “ Buona verso eccezionale: perché alcune imprese fanno
il salto… e le altre non lo fanno”
[2]
Jim Collins (2001), Good to Great, Harper Business, New
York, p. 5
[6]
Isaiah Berlin (1993), “The Hedgehog and the Fox”, Elephant
Paperbacks, Chicago in Jim Collins (2001), Good to Great,
Harper Business, New York, p. 90
[7]
Jim Collins (2001), Good to Great, Harper Business, New
York, p. 134
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