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Luigi Troiani Nessuna società può crescere ed evolvere adeguatamente, se al suo interno manca un accettabile legame di fiducia[1] tra i cittadini, e tra questi e i governanti.
Tutte le società, dalle primitive alle avanzate, si esprimono attraverso istituzioni formalizzate: l’esercizio della fiducia, i comportamenti degli attori sociali singoli o collettivi basati sulla fiducia, si esprimono attraverso istituzioni.
Qui si esamina il ruolo che la fiducia esplica all’interno delle comunità d’individui associati e in particolare degli stati. Si guarda anche al modo in cui il fattore fiducia trova o non trova realizzazione nelle istituzioni di mercato.
Il case study sono le nascenti istituzioni di mercato nei paesi di transizione.
Al fine di creare il giusto legame tra teorizzazione sulla fiducia istituzionale e case study, si ritiene opportuno premettere un chiarimento su talune questioni legate ai modelli di transizione, e alla transizione storicamente in corso nel centro-est Europa e nell’Asia centrale.
Il cammino dei pellegrini
La storia dell’uomo è interpretata come storia di un percorso composto da fasi, passaggi. La serialità dei transiti da punti dati dell’evoluzione umana ad altri punti, rappresenterebbe la trama attraverso cui leggere la vicenda degli uomini e delle loro comunità nel corso del tempo. In questo senso Giovambattista Vico, quando analizza la vicenda politica a lui contemporanea e i legami di quella con epoche precedenti, parla di “corsi e ricorsi”. Nella ciclicità della sua interpretazione della storia, appare una vicenda umana composta da cicli che si aprono e si chiudono.
Il problema è che la conoscenza storica si costruisce sempre su ciò che è accaduto: possiamo conoscere i punti d’avvio e di chiusura di un ciclo solo ex post.
Guardando alla transizione nell’Europa centro-orientale e nell’ex Urss, si ha consapevolezza di essere di fronte ad un ciclo storico di cui solo l’inizio è conosciuto[2]. S’ignora tutto sul punto d’arrivo, sui tempi necessari per raggiungerlo, sulle caratteristiche di cui sarà rivestito, pur avendosi conoscenza che la sua conformazione e qualità saranno funzione di una serie di fattori. Ad esempio della tipologia di crisi che alla transizione ha dato avvio.
Ogni transizione nasce in una situazione storica di crisi, determinata da un tempo e da uno spazio. Così collocata, la crisi è la frattura, il distacco dal punto d’equilibrio[3] pre-esistente. E’ nella crisi che trova collocazione il punto iniziale della transizione, essendo il suo punto d’arrivo lo stabilizzarsi del nuovo quadro d’equilibrio[4]. Il gioco delle crisi dell’equilibrio e dei passaggi dall’uno all’altro stato d’equilibrio, si propone come una delle frequenze caratteristiche della storia dell’uomo. Non vi è dubbio che il calo o l’assenza di fiducia nel sistema socialista da parte dei cittadini ma anche di molti dirigenti[5], abbia costituito uno dei fattori di crisi dell’ancien régime nei paesi del socialismo realizzato, e quindi l’avviarsi della transizione. Al tempo stesso appare chiaro che il progressivo strutturarsi di istituzioni di mercato in comunità socio-politiche prima caratterizzate dall’economia di comando, abbia generato, nella seconda metà dello scorso decennio, l’accelerazione della transizione verso il punto terminale.
La citazione di un precedente illustre, introduce ad altri due concetti. Il Mosè biblico ha sicuramente realizzato una transizione/transito. L’Esodo dall’Egitto alla Terra promessa non è stato una gita fuori porta, ma il lungo e doloroso passaggio dalla schiavitù di Faraone alla situazione promessa da Dio a Mosè e al suo popolo. Il transito/transizione appare, nella narrazione, come un penoso periodo di gestazione del nuovo, che sconvolge ogni assetto precedente, incide anche dolorosamente nel corpo sociale per trasformarlo e rivoluzionarlo. L’esempio spinge su due elementi irrinunciabili della transizione: la penosità del processo, il ruolo decisivo del fattore autorità/guida.
La frattura di crisi che segna la partenza della transizione, è anche avvio del ciclo di sofferenze collegate al sommovimento socio-economico e politico che la crisi comporta. All’inizio della transizione, nei paesi del socialismo realizzato gli assolutamente poveri si contavano sulla punta delle dita: meno del 4%. Dieci anni dopo sarebbero stati il 20%, concentrati soprattutto nei territori ex sovietici della periferia russa e delle repubbliche asiatiche e caucasiche. La Banca Mondiale ha scritto[6]: “The variability in growth performance across countries has intensified. Poverty and income inequality in some countries have increased to levels not foreseen earlier. In many countries, reform efforts that started in the early 1990s have been interrupted and in some cases even stalled. As a result, output recovery in some of the transition countries was sharply reversed during the second half of the 1990s”.
La transizione senza una guida che trasmetta speranza rispetto all’obiettivo finale, non è in grado di indirizzare e finalizzare in modo adeguato il cambiamento. E se il concetto di “guida” si allarga a quello di governo democratico, di burocrazia, d’amministrazione pubblica, dei corpi istituzionalizzati che garantiscono la funzione di direzione di una certa società, si comprende l’interesse ad un ragionamento sulla fiducia e l’etica che devono collegare amministrati e amministratori, cittadini e governo, stakeholder e istituzioni di mercato, nelle condizioni attraverso cui la transizione trova espressione storica.
Il progresso della democrazia nei paesi di transizione diviene causa ed effetto dell’efficacia del sistema nel soddisfare i bisogni delle popolazioni. L’elemento fiducia si costituisce come il collante che garantisce la capacità del vecchio a transitare verso il nuovo, la capacità del nuovo a funzionare adeguatamente e a godere del consenso sociale. Se il grado di consenso diviene elevato (il che può accadere solo se si ha soddisfazione dei bisogni dei cittadini), si ha garanzia sulla tenuta del nuovo.
Più modelli di transizione
Nell’ultimo quarto del secolo XX, l’Europa ha assistito a due processi di transizione. Il primo ha avuto come protagonisti Portogallo, Spagna e Grecia, paesi del sud mediterraneo, a ritardato sviluppo socio-economico. Il secondo tutti i paesi dell’Europa centro-orientale (Peco) e quelli che, con la Russia, hanno dato vita alla Comunità degli Stati indipendenti (Csi). I due raggruppamenti, nelle rispettive transizioni, hanno effettuato percorsi per certi versi eguali. Risaltano anche molte diversità.
In quanto al punto di partenza, può osservarsi che, ambedue i gruppi di paesi erano dotati di regimi politici e amministrativi lesivi delle libertà collettive e individuali. Diversa era l’intensità della lesione. Il principio leninista della cattura del potere sociale e del profitto economico da parte di un raggruppamento sociale, la cosiddetta “avanguardia del profetariato”, il partito comunista o simile, prevedeva l’occupazione politica d’ogni interstizio dell’organizzazione sociale ed economica. L’esproprio statale del profitto economico e il sequestro delle libertà politiche e associative (culturali, religiose, economiche, sociali) da parte di una banda di se-dicenti politici rivoluzionari, portava il partito-stato all’assorbimento d’ogni espressione autonoma esterna[7]. Non casualmente Abel Aganbegjan, teorico della Perestrojka, ha accettato la definizione di “economia di comando” od “economia di caserma”[8] per quella struttura. La fenomenologia dello sfruttamento sociale e della privazione delle libertà, era ulteriormente accentuata dalla collocazione antagonistica al sistema occidentale, propria di dette società nel sistema internazionale bipolare, caratteristico degli anni 1947-1989. Il ruolo dominante del partito-tutto, padre-padrone degli assetti materiali e spirituali, imponeva unitarietà e coesione al rapporto tra società civile[9] e società del potere.
Nel sud Europa, autoritarismo politico e statalismo economico muovevano da altri presupposti. Sul piano interno esprimevano le esigenze d’autotutela di classi sociali e culturali, a legittimità endogena, non derivando da forze (ideologie, partiti, poteri) esterne alla realtà nazionale[10]. Si presentavano, di fatto, come estremizzazioni di dinamiche politiche e socio-economiche a carattere autoctono. Anche per questa ragione, la struttura autoritaria non si esprimeva in termini totalitari, accettando una qualche presenza di ceti, culture, associazionismo autonomi, tollerando o adottando istituzioni politiche e sopratutto economiche che garantivano lo sviluppo del mercato e formule di ristretto pluralismo socio-politico. Essendo il consenso e la fiducia tra ceti e classi più diffusi e trasversali che nel regime totalitario comunista, la repressione politica non aveva necessità di organizzare eccessi di violenza. L’assenza dallo stato della natura totalitaria, consentiva alla società di ricercare, nel confronto con gli apparati repressivi dello stato, forme organizzative distinte da quelle che lo stato e/o il partito unico adottavano.
A livello internazionale, inoltre, i tre paesi sud europei non erano antagonistici all’Occidente, ma anzi membri attivi della Nato e, benché a sviluppo arretrato, inseriti nei meccanismi capitalistici dell’economia internazionale. In queste condizioni, si trovavano a dover interagire in modo strutturato con gli apparati democratici dei paesi alleati, i loro sistemi di mercato, opinioni pubbliche cariche di disprezzo verso l’autoritarismo politico repressivo.
Queste diversità nelle condizioni di partenza spiegano in larga parte i percorsi delle due transizioni, ed offrono interpretazione ad alcuni traguardi che vanno apparendo nelle transizioni est europee. Motivano, ad esempio, l’assenza di elevata pena economico-sociale nelle transizioni sud europee.
Nel sud Europa la transizione ha espresso un percorso rettilineo, che in pochi anni ha prodotto: pluralismo politico e sociale, installazione e funzionamento delle istituzioni democratiche, accettazione delle regole dell’economia di mercato, adesione alla Comunità europea. I regimi autoritari che, pur con tratti diversi, caratterizzavano la regione, cessarono tra il 1974 e il 1975. Al primo gennaio 1981 la Grecia, al primo gennaio 1986 Spagna e Portogallo, divennero membri della Comunità europea. Basterebbe il confronto sull’intervallo trascorso tra fine dei regimi non democratici e adesione alla Comunità per i paesi sud europei (6 anni per la Grecia, 9 per la Spagna, 11 per il Portogallo attardato dal legato coloniale) e per i Peco (a 12 anni dall’inizio della transizione, ancora nessun’adesione), ad evidenziare quanto diverso sia il percorso di transizione nelle due realtà.
Una differenziazione dei percorsi che appare anche più evidente, se si fa qualche distinzione all’interno del complesso dei membri Peco e Cis.
Un bilancio[11] a dieci anni di distanza dall’inizio della transizione, mostra le seguenti situazioni: · i PIL dei Paesi dell’Europa centrale e sud orientale con i Baltici (Csb), superato lo shock recessivo della transizione, sono tornati nel 1998 ai livelli 1990, e nel 2000 sono avanzati di un ulteriore 6%; · nell’area Csi il PIL del 2000 toccava il 63% del livello 1990.
Guardando ai due paesi più popolosi dei rispettivi gruppi, la Polonia nel decennio 1990-’99 ha incrementato il PIL del 40%, mentre la Russia l’ha visto discendere della stessa percentuale. A sud ed est di quella che fu l’Urss, s’incontrano le situazioni peggiori. In Tajikistan vive in assoluta povertà[12] il 68% della popolazione; nella repubblica Kyrghisa il 50%, in Armenia il 40%, mentre nei Peco il fenomeno è stato praticamente sradicato. Il potere d’acquisto (Ppp), alla fine del primo decennio di transizione, si presenta piuttosto differenziato, tra i due estremi Us$ 2.100 in Moldova e 16.050 in Slovenia.
Vale l’affermazione: la transizione è un processo la cui lunghezza e qualità sono funzioni delle caratteristiche del punto di partenza, e nulla di certo può essere presupposto sul punto d’arrivo. L’affermazione riveste una certa rilevanza nel discorso sulle istituzioni di mercato e il loro rapporto con la rappresentanza degli interessi.
Gli interessi hanno trovato, in regime autoritario o totalitario, composizione univoca, fissata dalle scelte del partito di governo. In regime di transizione iniziano ad essere “trattati” in rapporto alle regole del nascente sistema di tipo liberale, basato sulla rappresentanza autonoma degli interessi, sullo scontro/incontro tra interessi diversi, sulla loro ricomposizione all’interno dell’interesse generale o bene comune. L’interesse generale, ma la stessa tutela, rappresentazione e soddisfazione degli interessi particolari, non possono attendersi solide e collaudate istituzioni all’interno del processo di transizione. Le istituzioni, di mercato e non, sono in formazione e per certi versi in sperimentazione, nel corso della transizione. Risentono inevitabilmente delle regole formali e comportamentali vigenti nel regime precedente. Anche quando avessero ottenuto riconoscimenti formali di tipo innovato (ad esempio attraverso la Costituzione democratica, leggi approvate dal parlamento liberamente eletto, etc.) difetterebbero del consolidamento necessario per un buon funzionamento.
Così, nelle situazioni che la transizione offre al mercato, ovvero nel vuoto che spesso caratterizza la transizione rispetto alle esigenze istituzionali dell’economia di mercato, gli interessi e gli attori che ne hanno rappresentanza (finanza, Borse, Camere di commercio, associazioni imprenditoriali, sindacati, grandi imprese, etc.) sono in molti casi spinti, dalla situazione obiettiva del rapporto società-politica[13], a ricercare autonomamente la propria soddisfazione. Procedendo in detto modo, vanno a zavorrare tempi e modi della transizione, lesionando la capacità della politica e delle istituzioni a sviluppare le condizioni per il consolidamento delle necessarie istituzioni di mercato. Uno dei risultati è che tempi e qualità del punto d’arrivo della transizione sono messi a rischio, perché il mercato mostra di non attribuire alla politica la capacità di dare soluzione ai suoi problemi. Manca la fiducia nella potenza della politica, nella sua possibilità (o volontà, che è lo stesso sotto il profilo pratico) di regolare e governare il mercato.
C’è l’altra eventualità, non meno preoccupante: che il mercato voglia non essere regolato, e cerchi di influenzare in questo senso la politica. Qui non è la “fiducia” nella capacità della politica a difettare, anzi la “fiducia” si spinge sino all’alleanza e alla connivenza. Peccato che, così facendo, si vada a comportamenti contrari ai principi dell’etica e, molto spesso, alle norme positive della legge. Se tali comportamenti divengono generalizzati, il ritardo della transizione si appesantisce, le regole dell’economia di mercato e del liberalismo politico non trovano l’ambiente per esprimersi.
Alcune lezioni dalla transizione Peco e Csi
Sul rapporto tra economia socialista e scarsità si sono espressi molti economisti riformisti, già negli anni del regime comunista. Tra le analisi più intelligenti, quelle della scuola ungherese. Janos Kornai, nel classico “Economics of Shortage” scriveva nel 1980: “La penuria spesso contribuisce a creare surplus innecessari, a causa dell’accaparramento e dei frequenti colli di bottiglia che lasciano sottoutilizzati i fattori complementari della produzione”.
L’abolizione del mercato e dei suoi soggetti, a cominciare dall’impresa privata, aveva generato nei paesi del socialismo realizzato due distorsioni: · l’intreccio tra domanda e offerta pubbliche modulato dal piano, non dagli effettivi bisogni sociali e politici, · l’offerta pubblica ai privati regolata non dalla domanda di beni privati e sociali proveniente dai cittadini ma dall’arbitrarietà previsionale del piano.
L’interprete della volontà generale, il partito stato, era previdente e provvidente, fungendo da grande allocatore di priorità, risorse, valori; come motore delle teleologie verso cui motivare la penosa laboriosità dei singoli e delle poche organizzazioni sociali di cui permetteva/imponeva l’esistenza.
Rigidità, immodificabilità, ostruzioni strutturate nel rapporto tra domanda e offerta pubblica caratterizzavano quel sistema, ma soprattutto l’incapacità della domanda effettiva, specie quella degli individui e delle famiglie, o delle forme d’economia privata, di farsi sentire dall’offerta pubblica, per l’inesistenza delle istituzioni di mercato che avrebbero dovuto dare supporto alla domanda. La coesione del sistema economico veniva dettata, nella produzione come nella distribuzione, dal piano che organizzava insieme il massimo di penuria e il massimo di spreco[14]. Né il gioco della domanda e dell’offerta, né i bisogni, trovavano il modo di esistere come categoria economica “a sé stante”.
In un ambiente socio-economico siffatto, i paesi del socialismo realizzato non vivevano soltanto la scarsità di beni materiali (in particolare beni di consumo), ma di beni istituzionali e di capitale sociale[15]. Mancavano istituzioni capaci di dare rappresentanza autonoma agli interessi e alle esigenze del mercato; difettavano uomini e donne liberamente disponibili a co-operare tra loro per il bene comune. Il partito-stato assorbiva in sé il sociale e l’economico. Un esempio per tutti, dal paese che, probabilmente aveva, prima dello stato socialista, la più avanzata tradizio-ne istituzionale e associazionistica, l’Ungheria. In un censi-mento del 1937 risultava detenere 16.747 associazioni indipendenti; lo stalinismo le avrebbe ridotte a 225.
La realtà della transizione può essere analizzata come quella di tre mercati (economia, politica, sociale) in fuga dalla scarsità, e del rapporto tra le istituzioni dei tre mercati e i principi etici. Conside-rando la negazione dell’econo-mia[16] e la sterilizzazione delle istituzioni preposte al funziona-mento del mercato caratteristiche dei sistemi socialisti classici, si potrà affer-mare che, con la rimozione della scarsità strutturale viene a conclusione il processo d’avvicinamento alla fase nuova e il superamento della “crisi”. Dal piano si sarà transitati al mercato, anzi ai mercati: quelli della politica, del sociale, dell’economia[17].
Avendo la scarsità origine nella “politica”, è corretto attendersi che la fine della scarsità potrà essere generata esclusivamente dal cambiamento della politica. Il consenso al nuovo e la fiducia tra cittadini e tra questi e i gruppi dirigenti, indispensabili per la stabilizzazione delle società post comuniste, potranno trovare soddisfazione solo se e quando la politica, di concerto con l’economia, saranno in grado di costruire la società senza scarsità[18].
Nelle Repubbliche già sovietiche e nei Peco, i percorsi di fuga dalla scarsità stanno seguendo itinerari diversi[19], pur con taluni fattori comuni di mutamento. La terribile crisi dell’inizio della transizione, ad esempio, ha mostrato in tutti i paesi il peggioramento dei mercati economico e sociale, ma il contestuale miglioramento di quello politico. La popolazione si è trovata a soffrire maggiore malessere economico e sociale, ma ha goduto una migliore situazione sotto il profilo delle libertà politiche e umane. E’ stato così sin dai primi timidi segnali gorbachoviani di cambiamento: la glasnost ha funzionato meglio della Perestrojka[20].
All’affermazione va aggiunto un dettaglio che, ancora una volta, evidenzia le differenziazioni nazionali all’interno del comune quadro di transizione. Già nel biennio iniziale dello scorso decennio, il periodo probabilmente più difficile per i paesi di transizione sotto il profilo economico-sociale, è apparso chiaro che mentre per Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia (poi Repubblica ceca e Slovacchia) e i territori della ex Repubblica democratica di Germania, lo shock socio-econo-mico veniva dalle misure di stabilizzazione e dagli sforzi per accelerare il cambiamento, per i territori sovietici, Bulgaria e Romania il deterioramento della situazione rifletteva “il collasso del controllo centrale e il fallimento nel mettere in moto un programma di effettive riforme”[21].
Né casualmente, nei paesi Csi, in Bulgaria e Romania, nelle Repubbliche che facevano parte dell’antica Iugoslavia ad eccezione della Slovenia, è apparsa più grave, nel corso della transizione, la questione della fiducia tra operatori del mercato, e tra questi e le autorità che avrebbero dovuto provvedere a far funzionare l’infrastrutturazione istituzionale. In particolare in Russia e in altre repubbliche post sovietiche è stato subito chiaro che al preoccupante quadro economico si dovessero sommare le tensioni del sociale, l’odio razziale ed etnico, la corruzione e l’occupazione di pezzi dello stato da parte di gruppi economici criminogeni. E’ stata in particolare la Russia, con paesi come l’Ucraina e la Romania, a mostrare quanto conti la penuria dell’infrastruttura sociale e culturale, con la collegata assenza o scarsezza di fiducia.
E’ stato in Russia, Bielorussia, Ucraina che l’ostruzione dei canali di comunicazione nei mercati politico e sociale, ha fatto rischiare l’ingovernabilità della crisi e l’anomia. Una situazione che, nelle inadempienze del potere politico verso l’edificazione del mercato, della sicurezza interna e quindi delle condizioni per costituire la fiducia degli operatori, si sarebbe risolta, alla fine dello scorso decennio, con il massiccio riappropriarsi da parte della politica dell’economia e del sociale, nel nome degli interessi della tradizione nazionale e dell’equilibrio economico. Il senso della presidenza Putin può essere letto in questa chiave.
Per i Peco più avanzati sul sentiero della transizione (in particolare Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Estonia, Slovenia), la politica, il sociale e l’economico, hanno invece teso a separarsi subito. Ciascuno dei tre mercati ha assunto sue autonome forme d’espressione. Il mercato della politica è rientrato nei ranghi, restituendo al sociale e all’economia spazio d’agibilità. Elementi portanti, della restituzione di ruolo all’economia, sono risultati: la privatizza-zione delle imprese statali, il decentramento produttivo, l’affermazione del diritto di proprietà privata e di libera intrapresa economica.
La trasformazione contrattuale
Guardando ai paesi che facevano parte dell’Unione sovietica, è stato scritto: “L’originalità storica del mutamento ad est sta nel tentare una trasformazione contrattuale”[22]. La frase può valere per tutte le situazioni di transizione. Paesi che avevano provato, la Russia dopo la prima guerra mondiale, gli altri dopo la seconda, a realizzare il mutamento attraverso la rivoluzione e la violenza, sono richiesti dalla storia, all’inizio degli anni ’90, di adire al cambiamento attraverso il confronto e il consenso. Una contrattualità chiamata a fornire la base su cui costruire, oltre la crescita economica, quella sociale e politica che, per la realizzazione, esige l’ampliamento della base del consenso, e la fiducia tra le parti che entrano in contratto.
Alla metà dello scorso decennio, al quinto anno della transizione, la Banca mondiale evidenziò[23] gli elementi indispensabili a garantire il consenso alla transizione, sintetizzandoli nel parto di tre “decisive and sustained reforms”:
· social policies designed to protect the most vulnerables groups until growth takes hold, · institutions in support of markets, · investing in people.
Sembra di poter intervenire ulteriormente nell’elenco delle riforme, manifestando le seguenti esigenze ai fini della transizione basata sulla trasformazione contrattuale:
· rigetto della visione burocratica della società, · adozione di istituzioni democratiche, · tutela della libera espressione del corpo sociale, nella dialettica degli interessi per ogni ceto e gruppo, · garanzia di equità tra i vari ceti, · protezione dei meno favoriti attraverso il welfare e livelli salariali adeguati · opzione per l’adesione all’Unione europea.
La struttura burocratica dell’epoca socialista non ha bisogno di essere illustrata, tanto era propria di quel sistema. Sotto il profilo dell’economia si trattava di un’organizzazione “a centro”. Disarticolare la burocrazia di governo è stata una delle funzioni più salutari della transizione, non ovunque portata a termine. Una struttura dell’economia organizzata “a rete”, è quella che potrebbe sostituire la vecchia struttura burocratizzata. Si tratterebbe di una “struttura articolata di istituzioni atta ad un’efficiente regolazione sociale del comportamento degli operatori economici”[24], che darebbe finalmente voce alle energie del sociale e dell’economia dal basso, creando, ad esempio, un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese piccole e medie (PMI).
Sulla rilevanza delle PMI come fattore di ampliamento della base economica, della fiducia tra istituzioni e cittadini, della creazione di condizioni per un’ampia e articolata rappresentanza degli interessi, non s’insisterà mai a sufficienza. La Bers, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che in genere finanzia grandi imprese avendo fissato una soglia d’investimento piuttosto alta per i suoi prestiti, osservava recentemente che il rapporto tra crescita delle PMI e democrazia è strettissimo[25]. Il suo presidente, Jean Lemierre, ha dichiarato: “When you can open a small business and succeed, it really says something good about the country”[26].
Ai fini di un simile risultato, lo smantellamento burocratico deve essere autentico. Non può, ad esempio, mascherarsi, facendo cambiare casacca ai propri attori e mantenendoli nei posti di comando. Ciò è accaduto in molti paesi di transizione, ad esempio utilizzando le privatizzazioni. Strutture di interi settori sono state consegnate ai vecchi esponenti di partito o ad esponenti della vecchia classe burocratica dirigente. Chi doveva smantellare il vecchio, ha utilizzato le sue prerogative per appropriarsi del nuovo. In parallelo a quanto evidenziato in fatto di crescita del Gnp, questi fenomeni si sono registrati sopratutto nel contesto Csi, a conferma che lo scarso sviluppo ha sempre a che vedere con la scarsa rispondenza di gruppi dirigenti ai doveri della responsabilità sociale e dell’equità economica.
L’opacità dei processi d’innovazione della struttura ha fatto il paio con la fatica con cui la democrazia liberale ha tentato di affermarsi. Il risultato ha ingene-rato scarsa fiducia della popola-zione e dei ceti intermedi verso i meccanismi democratici, e un ritardo nell’avvio delle riforme istituzionali. Si pensi a come taluni comportamenti della finanza hanno creato sfiducia nella popola-zione. Ad esempio quando lo stato, come in Russia e Ucraina, ha bloccato i depositi bancari; o quando la successione di crolli delle cosiddette “piramidi finanziarie, come in Albania e ancora Ucraina, ha significato la rovina di migliaia e migliaia di famiglie e piccole aziende familiari.
L’allora vice ministro responsabile delle privatizzazioni cecoslovacche, Dusan Triska, era stato buon profeta: “Anche se avrai successo nel trasformare l’economia, i vincitori potranno essere la stessa gente che ha vinto nel vecchio sistema... E’ necessario che siamo ciechi di fronte a quest’ingiustizia”[27]. Ciò ha contribuito, tra l’altro, ad innalzare i costi economici della transizione, oltre a scoraggiare parte della popolazione dall’assumere un ruolo attivo nei processi in corso. Si pensi, per fare un esempio, a come i funzionari di partito che dirigevano imprese statali, una volta divenuti “imprenditori privatizzati” abbiano scelto di non restituire i crediti alle banche o di non effettuare pagamenti sulle forniture, contando sul fatto che istituzioni pubbliche amiche (o complici?) avrebbero presto cancellato il debito. Si noti che quest’atteggiamento è stato così diffuso, da autorizzare ad interpretarlo come azione in autotutela di un ceto corporativo contro il nuovo e le regole di mercato.
La qualità raggiunta nell’adozione d’istituzioni democratiche autentiche, è stata quindi funzione anche delle modalità con cui le riforme economiche sono venute in attuazione. Altrettanto può dirsi della tutela della libera espressione del corpo sociale e dell’accettazione della dialettica degli interessi per ogni gruppo e classe.
E’ stato vero anche il contrario. Dove il potere politico si è andando concentrando in poche mani e non è transitato dalla vecchia oligarchia verso i nuovi ceti democratici, si è avuto un abbattimento della fiducia dei cittadini verso il processo di transizione. In questo quadro, è risultata la scarsa capacità delle istituzioni a garantire le istituzioni e le leggi necessarie al funzionamento dell’economia di mercato. Compro-tamenti come la corruzione, il privilegio, a volte guerra e lotte civili su base etnica, hanno scosso dalle fondamenta l’opportunità di passare gradualmente alle istituzioni di mercato e alla partecipazione della gente al nuovo regime economico.
I dati sostengono che anche in ciò i Csb hanno fatto meglio dei paesi Csi e del sud est europeo. Mentre la vita democratica ha trovato modo di realizzarsi nella totalità dei Csb, le libertà civili e la competizione democratica subiscono tuttora limitazioni in paesi Csi e del sud est europeo. Situazioni limite in queste aree hanno, tra l’altro, richiesto l’intervento della comunità internazionale, sia con interventi di peace enforcement o peace keeping[28], sia con azioni politiche a tutela di diritti umani o dei diritti dell’opposizione[29]
In quanto alla garanzia d’equità tra i vari ceti e alla protezione dei meno favoriti attraverso il welfare e livelli salariali adeguati, queste sono state rese difficili dagli shock socio-economici generati dalla transizione. Si pensi a come l’iperinflazione, nei primi anni, ha tranciato rendite e pensioni, a come la curva ascensionale dei prezzi ha penalizzato i percettori di reddito fisso, a come, specie nel gruppo Csi, le istituzioni della salute pubblica (ospedali, nosocomi, etc.) abbiano collassato senza rimedio. Lo spaventoso accorciarsi della speranza di vita documentato in Russia è testimonianza di questi fenomeni. Si tenga presente che, per la salute, la Germania spende l’8% del suo PIL, la Croazia il 7,8, la Lituania (come Svezia e Francia) il 7%, ma la Russia è appena sopra il 4%, la Polonia è al 4 come Ungheria e Ucraina, quindi 12 paesi di transizione si attestano tra il 4 e l’1%[30].
Una nuova classe di ricchi speculativi è cresciuta sulle ceneri dei vecchi gruppi dirigenti di partito, profittando delle privatizzazioni e delle posizioni di rendita politica e dirigente che godevano nell’ancien régime comunista. Il coefficiente di Gini applicato ai paesi in esame, illustra come la transizione abbia sinora accresciuto il tasso di diseguaglianza. Nei Csb il coefficiente è transitato da 0,23 a 0,33, nel gruppo Csi da 0,28 a 0,46. Si ripete la situazione che vede il gruppo Csi con più problemi di quello Csb, ma ambedue i gruppi documentano come l’equità non abbia trovato tuttora formule per essere garantita. La tabella 1 dà il dettaglio della situazione:
Tabella 1 Variazioni d’eguaglianza durante la transizione
Fonte: Banca mondiale, 2000. Lo stato in transizione, si trova così a dover affrontare problemi sociali enormi: a fronte, non dispone di sufficienti ingressi fiscali, sia per la pochezza della base impositiva, sia per l’inadeguatezza del sistema fiscale a collegarsi con i percettori di reddito.
L’intervento dello stato, a tutela dei più sfavoriti e a garanzia di un minimo di equità, è inevitabile ai fini del consenso e della “fiducia” dei cittadini, ma diventa, di fatto, un fattore inflazionistico, sollevando un ulteriore interro-gativo. Lo stato, che deve preoccuparsi di creare consenso e fiducia nel suo “nuovo” ruolo può distribuire risorse ai meno abbienti, o deve usare “fermezza” e “rigore” nell’uso del bilancio pubblico per salvaguardare nel medio periodo i fondamentali del sistema economico nazionale?
La questione è venuta fuori in tutta la sua rilevanza, nel dibattito sul Discorso alla nazione che Putin ha rivolto alla Russia lo scorso mese. Con almeno il 30% della popolazione sotto il livello della povertà, sussidi ai consumi alimen-tari e assistenza sanitaria gratuita almeno per i bambini sono i provvedimenti che Putin intende offrire alla popolazione, contro l’avviso dei suoi consiglieri econo-mici liberali e delle ricette del Fondo monetario internazionale. Al tempo stesso il Presidente sembra consapevole che il vero modo di assistere la crescita di reddito della popolazione, stia nel dare efficienza alla burocrazia, abbassare l’imposizione sulle imprese nascenti o di piccole dimensioni, garantire l’infrastrutturazione minima di servizio necessaria.
In detto contesto la scelta d’ingresso nell’Unione europea, diventa la modalità più evidente di cesura con il passato, data la disponibilità comunitaria ad imporre regole forti ed “eque”, e ad offrire Fondi strutturali correttivi degli squilibri. Per questo le forze che vogliono deviare il percorso di transizione dal suo previsto punto d’arrivo, l’edificazione di istituzioni economiche che garantiscano l’economia di mercato e di istituzioni politiche che garantiscano la democrazia pluralista, scelgono come ultima opportunità di conservazione l’opposizione all’Ue. Ciò sta, ad esempio, accadendo, in Polonia, attraverso l’eterogenea azione della Lpr, Lega della famiglie polacche, o del movimento “Autodifesa”.
Cercando la fiducia istituzionale
Sulle modalità di realizzazione della transizione, il fattore umano ha la parola decisiva. La transizione non è processo che riguardi soltanto l’economia, anche se questa vi gioca una parte di tutto rilievo. Non è neppure un processo meccanicistico, funzione di movimenti anonimi e anomici. Essa è, al contrario, funzione di comporta-menti umani, degli eventi che questi, a diverso livello, realizzano. In ciò, può condividersi quanto afferma uno studioso dagli Stati Uniti: “But economics is not what it appears to be either; it is grounded in social life and cannot be understood separately from the larger question of how modern societies organize themselves”[31].
Qualsiasi società evolve solo se dispone di fattori umani come diffuso livello d’istruzione, sufficiente coesione sociale, gruppi dirigenti adeguati alle sfide. Affermazione che acquista una valenza specifica nella realtà di transizione qui considerata, visto che decenni di ripetute repressioni politiche hanno avuto, tra gli altri effetti, quello di disseminare di conflitti interni le comunità dominate dai governi comunisti, cancellare per la stragrande parte della popolazione scolare studi liberi in materie filosofiche umanis-tiche sociali politiche storiche, condizionare gli studi scientifici sotto il profilo dell’aggiornamento tecnico e tecnologico e del confronto con le comunità scientifiche d’altri paesi. Per quanto riguarda i ceti dirigenti, basti richiamare che la selezione delle élite avveniva su base di fidelizzazione all’ideologia e al partito dominanti, portando a schiacciare al basso la qualità dei cicli riproduttivi dei gruppi dirigenti, anche attraverso l’eliminazione fisica ripetuta di ceti e categorie professionali.
Una società evolve sopratutto se ha, al suo interno, un adeguato livello di fiducia diffusa: questa diviene la linfa che rende vivo e fecondo il capitale sociale di una nazione. Al di sotto della soglia critica di capitale sociale e fiducia, non si costruiscono né democrazia né mercato.
Si è qui fatto cenno alla penuria in politica economia e cultura, alla cancellazione dell’econo-mia e delle libertà: la deliberata asfissia del principio di fiducia è alla base della penuria. D’altronde, come può immaginarsi lo sviluppo di fiducia nel corpo sociale, in assenza di società civile? E’ l’assenza dell’autonomia della società civile a spiegare la difficoltà di far crescere, nella transizione dei Csb e Csi, solide economie di mercato e stabili sistemi democratici[32].
Le società ad elevata fiducia sono tali perché capaci di esprimere un’infinita messe di soggetti autonomi, attraverso liberi processi dal basso verso l’alto, che dalla fiducia negli altri traggono sostegno e disponibilità per realizzarsi. La fiducia funziona come collante dell’aggregazione tra individui, e motivazione del rapporto tra questi e i loro dirigenti[33]. Il regime di pluralismo sociale politico fornisce la garanzia che detto processo possa aver luogo. L’esistenza del pluralismo, quindi di partiti politici e di associazioni d’interesse, consente alla società di dotarsi di una funzione di intermediazione tra cittadini e stato, tra Corporate Economy e i tanti piccoli protagonisti del mercato. Senza corpi intermedi, la pretesa dello stato-tutto non sconta limiti né inibizioni. Lo stato diventa dominatore ed unico giocatore, a fronte di una miriade atomistica di individui sottomessi[34].
Si è visto il paradosso di una filosofia, quella marxiana, che identifica nell’economia la fondazione dello stato, generando nella storia stati in cui la politica sovverte le regole dell’economia e le “cancella”. Qui s’assiste a un secondo paradosso: mentre la dottrina marxista-leninista pretende di dare vita all’uomo “nuovo”, molecola d’un gran movimento di massa che superi i confini nazionali e divenga universale, genera nella storia uomini egoisti, privi di fiducia nel prossimo, sospettosi e invidiosi, votati alla delazione, adattati a vivere in sé e per sé, quintessenza dell’egoismo individuale e sociale[35]. Sono stati fatti studi in Israele, sulle varie comunità d’immigrazione ebraica: quelle prove-nienti dal centro Europa risultano le meno coinvolte negli affari comunitari, le più egoiste, le meno votate alla solidarietà e alla fiducia.
Occorrerà tempo perché questi dati culturali si trasformino: “la cultura è materia di abitudine etiche, e cambia molto lentamente, molto più lentamente delle idee”[36]. Aver fatto cadere il muro di Berlino, aver sostituito costituzioni e gruppi dirigenti, non significa aver rimosso i blocchi presenti nel cammino delle società Peco e Csi verso un assetto sociale più ricco di fiducia istituzionale. Il comunismo ha creato abitudini morali, comportamenti sociali, attese e diffidenze nel rapporto con le istituzioni pubbliche, che non pretendono lo stato di fiducia. Le nuove istituzioni di mercato soffrono i deficit morali e culturali ereditati dai decenni d’assenza del mercato e delle sue istituzioni.
Ci si chiede come possa costruirsi un sano capitalismo nei paesi di transizione, e come istituzioni di mercato possano assis-tere e garantire detta costruzione. Se si concorda sul fatto che solo un alto tasso di fiducia consenta alle società di esprimersi in modo ottimale, di essere creative, collabo-rative, dotando il sociale di proprie rappresentanze, gruppi, associa-zioni, espressioni di interesse; se si concorda sul fatto che il retroterra culturale di ogni nazione risulti decisivo rispetto ad estensione e qualificazione di detti fenomeni; deve ammettersi che il cammino nei Peco, e specialmente nei Csi, verso una società fondata sul mercato e le sue rappresentanze istituzionali, non possa che essere accidentato.
Ai Peco e ai Csi che cercano istituzioni di mercato basate sulla fiducia e sull’organizzazione dell’intermediazione istituzionalizzata tra citta-dini/corpo sociale e stato/autorità, può richiamarsi che il problema della fiducia è antico quanto il mondo e che l’esperienza di assenza o carenza di fiducia non appartiene soltanto ai paesi della transizione centro ed est europea.
Nell’esempio del transito degli ebrei verso la Terra promessa, la varianza di fiducia tra Mosè e il suo popolo è continua, e così il rapporto tra popolo e Dio, sino all’episodio del culto dell’idolo. Episodio che, tra l’altro, bene illustra l’effetto calo di fiducia che le sofferenze legate alla transizione comportano sulla psicologia collettiva.
Tocqueville, ragionando della Francia, paese storicamente caratterizzato da centralismo statalista, nel sottolinearne ripetutamente l’assenza di organizzazioni comunitarie tra famiglia e stato scrive: “When the Revolution started, it would have been impossibile to find, in most parts of France, even ten men used to acting in concert and defending their interests without appealing to the central power for aid”[37]. Una cultura civica che illustra le radici su cui sarebbe nata, nella seconda metà del secolo XX, l’ircocervo politico ed economico della Cinquième, con poteri attribuiti ad un vertice centralizzatore assenti in ogni altro sistema politico, incluso quello statunitense dove i poteri presidenziali sono temperati dal federalismo e dal senato degli stati.
Problemi non dissimili appaiono nei paesi a controllo etnico cinese dove, a differenza dei paesi a cultura nipponica con fondamento comunitario e fiduciario, vige la tradizione del dispotismo asiatico di tipo idraulico a-comunitario e a-morale, ben illustrato in un ponderoso studio dal Wittfogel[38].
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