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Tavola rotonda
“L’etica nella
responsabilità sociale d’impresa”
Teoria, esperienze ed una proposta:
il Comitato Nazionale per l’Etica Economica e Finanziaria
Daniele
Carelli
Il 23 aprile 2004 si è tenuta la tavola rotonda del nostro Master
“Management e responsabilità sociale d’impresa”. Per l’occasione i
nostri vicini (nonché finanziatori del Master) della Coldiretti ci
hanno invitato nella loro splendida sala Congressi di Palazzo
Rospigliosi. Non sono tanto sicuro sui requisiti che debba avere una
tavola rotonda per definirsi tale (la “nostra” non vi si avvicinava
neanche da un punto di vista geometrico), ma credo di aver individuato
due indicatori piuttosto rilevanti del successo di un incontro di
questo tipo: il pubblico rimasto per gli ultimi oratori e la velocità
di abbandono della sala alla fine dell’evento.
Il nostro ultimo oratore, l’associate partner di KPMG Antonio Candotti,
ha avuto tutto il tempo non solo di concludere il suo interessante
intervento davanti ad un pubblico pari a circa il 70% del totale, ma
anche di rispondere ad una serie di domande degli studenti. E i
pazienti uscieri della Coldiretti alle nove meno un quarto di quel
venerdì sera, hanno a stento sospinto fuori dalla sala i capannelli di
persone che si formavano intorno ai nostri oratori. Tutto questo
interesse ci gratifica enormemente degli sforzi e non può che farci
ben sperare per il futuro del corso.
Tutto era cominciato circa un mese prima dalla proposta del nostro
Professor Marzano: promuovere l’istituzione di un organo di consulenza
etica nell’ambito dell’economia e della finanza, sulla traccia del
Comitato di Bioetica che così alacremente sta lavorando in questi
anni. Un supporto a tal progetto è venuto dall’adesione del Professor
Francesco D’Agostino, attuale presidente del Comitato di Bioetica. Il
punto di partenza dell’incontro sarebbe dunque stato un parallelo tra
le questioni di etica nella scienze biomediche e quelle, così attuali,
dell’economia e della finanza. Servivano poi pareri provenienti da
punti di vista differenti sia riguardo la proposta, sia riguardo lo
stato attuale della responsabilità sociale delle imprese. Sono stati
coinvolti nell’iniziativa la Confindustria, la suddetta Coldiretti,
l’ordine dei dottori commercialisti di Roma e due aziende che hanno
fatto della responsabilità sociale d’impresa un loro punto di forza,
la compagnia assicurativa Unipol e la società di consulenza e
revisione KPMG.
Ma andiamo per ordine; all’apertura della tavola, alle cinque e trenta
in punto, Padre Compagnoni faceva una breve presentazione
(ringraziando particolarmente il Segretario della Coldiretti, Franco
Pasquali, al suo fianco per tutto il convegno) e passava subito la
mano al Professor D’Agostino, per descrivere lo stato dell’arte del
Comitato Nazionale di Bioetica.
Dopo un breve excursus storico (i comitati nazionali etici nascono
circa 25 anni fa nella Francia di Mitterand), il professore ha
raccontato il perché di tale nascita e soprattutto l’ambito in cui
vengono istituiti. In un certo periodo storico ci si è resi conto di
un vuoto tra le dimensioni tecniche e politiche della biomedicina che
portano a compiere delle scelte con ripercussioni sociali. Laddove
infatti politici e tecnici si trovano su posizioni contrapposte o
difficilmente avvicinabili, su decisioni che comportano pericoli o
rischi, l’etica interviene per valutare se accettare un rischio per un
bene generalizzabile. Non produce, precisa il professore, testi che
hanno autorità, ma pareri che hanno autorevolezza e come tali possono
indurre il legislatore a scrivere una legge o supportare un giudice
nel dirimere una controversia. Tale autorevolezza è data da una serie
di requisiti essenziali: l’indipendenza e l’imparzialità dei membri
del comitato e la diversità delle loro posizioni e del grado di
conoscenza “tecnica” delle varie questioni.
Non sempre, all’interno dei comitati, si raggiungono opinioni
condivise (le ultime scottanti questioni sono quelle del testamento
biologico e dell’eutanasia passiva) ma l’affrontare con il dibattito
le diverse problematiche ha di per sé un importante ruolo sociale.
Il Rettore a questo punto chiamava il Professor Marzano a presentare
la sua proposta alla luce della descrizione del ruolo del comitato di
Bioetica. Il professore iniziava sulla falsariga del precedente
oratore: anche il sistema economico con le sue problematiche deve
affrontare le tre dimensioni tecniche, politiche e etiche, e in più ha
la sua specifica dimensione economica. La disci-plina economica,
secondo il pro-fessore, non trova soluzioni com-plete, non ha ricette
perfette o comunque completamente endo-gene al sistema economico.
Questo è un sistema aperto che necessita dei postulati, delle
variabili esogene. L’etica viene in soccorso dell’economia proprio
nella definizione di queste variabili esterne.
L’altro motivo per cui l’etica deve intervenire nelle decisioni
economiche, è la consa-pevolezza che alcuni elementi come la salute,
l’istruzione, in generale lo sviluppo umano, sono ormai considerati da
molti, elementi imprescindibili per lo sviluppo economico.
La questione che ci si pone è a questo punto è di quale tipo di etica
si debba parlare. Ogni gruppo sociale o professionale, ogni
corporazione ha una sua visione, un suo codice deontologico. Un
comitato nazionale potrebbe essere una camera di compensazione tra i
vari interessi, un luogo in cui si possano fissare dei paletti morali,
laddove non vi siano obblighi legali. Perché ciò che si fa in nome dei
principi economici può colpire e danneggiare molti uomini nel mondo,
come spesso le speculazioni sulle monete nazionali e sempre i paradisi
fiscali.
Il presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma, Arnaldo
Acquarelli, ha dato una breve panoramica delle iniziative dell’ordine
sul tema dell’etica. In particolare ha parlato dei progetti di
formazione per i commer-cialisti per assistere le imprese nella
redazione del Bilancio etico o sociale. Ma ha voluto puntua-lizzare
alcune cose: l’economia è la base dello sviluppo umano ma, e non solo
nella visione più liberista, gli obiettivi solidaristici sono lontani
da quelli aziendali. Certo è che l’evoluzione del sistema economico ha
portato le aziende a doversi ricredere su alcuni comportamenti
antisociali, che danneggiano la reputazione aziendale; né si può
prescindere dalla sostenibilità del business e dal dialogo con gli
stakeholders, importante tassello per la continuità aziendale.
In questo si inserisce il ruolo che potranno avere i commercialisti,
che in quanto “consulenti” delle aziende possono indirizzare le
imprese e le persone verso compor-tamenti più responsabili, che
possono portare ad uno sviluppo anche econo-mico. Ma l’etica deve
essere sosteni-bile economicamente per l’impresa, cioè deve essere
considerata all’interno della strategia aziendale.
Claudio Gentili, Direttore di Scuola e Formazione della
Conf-industria, a questo punto è stato chiamato in causa per parlare
del rapporto dell’imprenditoria italiana con la Corporate Social
Responsability, con particolare riguardo alla formazione. Negli ultimi
anni si da una grande attenzione al fenomeno nei corsi manageriali per
tante ragioni; c’è un motivo culturale, data la visione
anti-industriale diffusa nel Paese, che tende a demonizzare l’impresa,
quando anche Adam Smith, filosofo morale, evidenziava le differenze
tra affarista e imprenditore; c’è una situazione di fatto: l’economia
nasce in un sistema di leggi e di rapporti; e perché l’imprenditore
anche nel passato pensava alla collettività: fin dalla nascita della
partita doppia veniva addebitato l’8% a MD (Messer Dominadio) ovvero
alla bene-ficienza.
L’impresa, e questo è il concetto principale espresso dalla “voce” di
Confindustria, ha di per sé un ruolo sociale attivo importante, perché
laddove c’è sviluppo economico, c’è minor analfabetismo e minore
criminalità. Però la nostra impresa, che operando nella nostra società
ha dei freni etici importanti, si trova a spesso a competere con
economie in cui questi vincoli non ci sono. Ha raccontato dell’idea,
sorta in un precedente convegno, di finanziare i sindacati cinesi per
migliorare la situazione dell’economia e dei lavoratori qua in Europa.
Ma a parte questa stravagante idea, come si impegna, sul versante CSR,
la Confindustria? Ha una sua Carta dei valori, un codice etico e da
quest’anno un bilancio sociale. L’impegno è di accrescere la
formazione (siamo fanalini di coda in questo in Europa) e di
impegnarsi per la sostenibilità dello sviluppo economico, ovvero per
un consumo diverso e più efficiente delle risorse naturali. Ma chiede
che la Csr non diventi una regolamentazione burocratica (lacci e
lacciuoli..) e venga lasciata alla fantasia dell’imprenditore. Lo
Stato dovrebbe favorire lo scambio delle buone pratiche, dare
incentivi fiscali e eliminare l’IVA sulle donazioni.
A questo punto era il momento del padrone di casa, il Segretario
Generale della Coldiretti, Franco Pasquali. Devo ammettere che dopo
tanti interventi interessanti, mi aspettavo un discorso senza troppo
contenuto, d’altronde, pensavo, che legame ci può essere tra
coltivatori e responsabilità sociale? Sono stato smentito: la
Coldiretti è sicuramente l’organizzazione delle presenti all’incontro
che più attivamente ha sviluppato un atteggiamento positivo. Negli
ultimi anni infatti, si è trovata a fronteggiare delle problematiche
molto grandi (diossine, mucca pazza, patologie animali) che hanno
diffuso il panico nella popolazione. Si è deciso allora di attuare una
profonda innovazione che ha effettivamente rivoluzionato il settore
agricolo: non si tratta più di semplice produzione del bene agricolo,
ma di gestione e valorizzazione del territorio e dell’ambiente.
Si è passati da un approccio chiuso e corporativista, all’apertura
verso gli altri settori e alla ricerca di alleati: il primo è
diventato il consumatore, il cui associazionismo era (ed è) ancora
allo stato pioneristico e si è sentito il bisogno di aiutarlo nel
processo di crescita alla luce di obiettivi comuni come la sicurezza
alimentare.
Una delle proposte più importanti, ora discussa in sede legale è
quella delle etichettature trasparenti; non tutti sono d’accordo,
soprattutto l’industria, ma l’obiettivo è quello di valorizzare il
territorio. Ed è su questo campo (il territorio come patrimonio) che
tra l’altro si vuole giungere a delle conclusioni condivise al Wto,
sulla grave questione del sovvenzionamento all’agricoltura nelle
economie ricche.
Le parole d’ordine sono concertazione e responsabilizzazione della
rappresentanza delle imprese e delle parti sociali, per trovare ambi
spazi di condivisione e alimentare il circolo virtuoso.
La Coldiretti ha una Carta Statutaria che pone come principi lo
sviluppo sostenibile, la trasparenza, il benessere dei lavoratori e
anche degli animali; tale documento contiene un codice di
comportamento e una carta etica per gli associati che prevede
espulsioni per i soci che si comportano fuori regolamento (per esempio
per l’uso di estrogeni); a dirsi è una cosa che sembra normale ma nel
passato la sola filosofia era quella di avere il maggior numero di
soci possibile, per accrescere il potere contrattuale.
La questione degli OGM è delicatissima, ma si è voluto prendere una
decisione radicale e forte; per ora lo sviluppo di organismi
geneti-camente modificati non è considerato sicuro (si continuerà a
studiare la faccenda) ed è comunque contrario al modello di sviluppo
della valorizza-zione del territorio. Per cui si è arrivati a dire no
agli OGM; ma questo è stato fatto attivamente, anche abbattendo
produzioni.
Nel 2006 verrà redatto un bilancio sociale, mentre già oggi i bilanci
della Coldiretti sono certificati esternamente: non c’è nessun obbligo
in proposito ma come attore sociale sente il bisogno di mostrare a
collettività e associati entrate e uscite. Una trasparenza che
vorremmo vedere in tutte le associazioni di categoria. E un
atteggiamento di responsabilità veramente apprezzabile.
E’ stato a questo punto il turno delle aziende. Franco Malagrinò
responsabile del Bilancio Sociale di UNIPOL, ha presentato alcuni
lucidi sulla sua azienda che da undici anni pubblica il Bilancio
Sociale. Il motivo di tale “precocità”, è dovuto alla natura
dell’azienda, di cultura coopera-tivistica. Il ruolo di tale documento
si è evoluto negli anni da semplice strumento di comunicazione a
esplicitazione del dialogo con (e tra) gli stakeholders. Proprio il
discorso sugli stakeholders è stato il punto centrale della
presentazione, con panel organizzati in gruppi, ognuno dedicato ad
argomenti clou del rapporto per elaborare progetti.
Il dottor Malagrinò parla del bilancio sociale come risultato di molte
variabili (soprattutto umane) e come rielaborazioni dei modelli; è
molto critico sul fatto che vengano spesso applicati sistemi di
valutazione con taluni indicatori poco irrilevanti (tipo i consumi
energetici per banche e assicurazioni), mentre altri importanti
parametri non vengono richiesti (sulla corporate governance ad
esempio).
Antonio Candotti, Associate Partner di KPMG, fa parte del
network Sean. La sua presentazione si è occupata dell’approccio
utilizzato da Sean nei confronti delle aziende che richiedono una
consulenza “per responsabilizzarsi socialmente”. Il sistema si chiama
PROGRESS ed è un approccio integrato volto allo sviluppo sostenibile.
Sean richiede come prerequisito, l’adozione da parte delle aziende di
una carta dei valori i cui
cardini sono la centralità della
persona e la valorizzazione delle risorse umane, il rispetto e la
tutela dell’ambiente, la correttezza e la trasparenza dei sistemi di
gestione nei riguardi delle componenti interne ed esterne all'impresa,
l'impegno costante nella
ricerca e nello sviluppo senza tuttavia dimenticare
l’efficienza, l'efficacia e l'economicità dei sistemi gestionali per
accrescere costantemente i livelli di redditività e di compe-titività
dell'impresa. Perché la gestione strategica di un’azienda che tenga
conto proattivamente di questi valori, porta a dei vantaggi economici
rilevanti per l’azienda stessa quali ad esempio la riduzione
e gestione dei rischi e di alcuni costi, una
migliore immagine sul mercato e una buona reputazione verso gli
stakeholders (pensiamo a quelli pubblici), maggiori opportunità
di mercato.
Essere responsabili
conviene, alla collet-tività come all’impresa: riusciremo a farlo
capire a imprenditori, managers e amministratori pubblici?
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