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La violenza nella politica: il caso della guerra
Francesco Compagnoni
1. I 27
agosto 1928 venne firmato a Parigi da 15 rappresentanti di altrettanti
stati un trattato internazionale (in seguito chiamato Kellogg-Briand)
composto da tre soli articoli. Il terzo conteneva le norme di
applicazione, mentre i due primi articoli dicevano nel testo originale
“ARTICLE I: The High Contracting Parties solemly declare in the names of
their respective peoples that they condemn recourse to war for the
solution of international controversies, and renounce it, as an
instrument of national policy in their relations with one another.
ARTICLE II: The High Contracting Parties agree that the settlement or
solution of all disputes or conflicts of whatever nature or of whatever
origin they may be, which may arise among them, shall never be sought
except by pacific means“.
Per
l’allora Regno d’Italia firmò l’ambasciatore G. Manzoni, mentre oggi
nella Costituzione Repubblicana troviamo l’art. 11: “L’Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come
mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie all’ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le
Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a
tale scopo.”
Il testo di Parigi e quello di Roma sono il frutto (benefico) di due
grandi guerre molto diverse tra di loro seppur combattute a distanza di
soli due decenni. Nel primo caso, pur essendo già stata fondata la
Società delle Nazioni, non si fa riferimento ad essa, mentre nel secondo
il riferimento agli organismi sovranazionali è esplicito.
Il superamento delle guerre per mezzo dell’azione di un’autorità
internazionale accettata dai contendenti è stata nei sogni dei pensatori
europei degli ultimi secoli, e le due catastrofi mondiali che avevano
provocato la morte di almeno 60 milioni di persone ed infiniti dolori
erano la macabra prova della necessità storica di tale superamento.
La Società delle Nazioni e le stesse Nazioni Unite non hanno prodotto
una pace universale, ma, come dicono i politici, si sta andando nella
direzione giusta.
2. Un rimprovero abituale al Patto di Parigi è che non vi erano incluse
sanzioni contro i contravvenienti e che non erano regolati i diritti di
legittima difesa. Ad ogni modo costatiamo che le guerre non sono state
rallentate per nulla: anzi il secolo passato è forse il più sanguinoso
della storia umana. Probabilmente questo primato negativo è dipeso dallo
sviluppo inaudito delle potenzialità industriali ed organizzative degli
stati e dal conseguente sviluppo degli armamenti e della rispettive
strategie.
Ci si potrebbe però realisticamente chiedere: è possibile cambiare la
natura umana, che contiene tra le sue caratteristiche fondamentali
l’aggressività intraspecifica? Sia l’etologia umana come la psicologia
dell’età evolutiva ci insegnano che una dose di disponibilità
all’aggressione è necessaria per l’autocoscienza e la sopravvivenza
dell’individuo come anche per la strutturazione dei gruppi sociali.
Quindi la tendenza genetica di per sé è positiva e non negativa. E’ come
i denti che crescono ai bambini: a tutta prima fanno male ma poi si
rivelano indispensabili alla nutrizione!
La risposta generale è che la storia della guerra può diventare una
storia della educazione dell’aggressività collettiva umana. Come il
singolo cresce e matura in proporzione della canalizzazione dei proprio
istinti verso fini positivi per sé e per gli altri, così il fenomeno
collettivo dell’aggressività estrema, la guerra, potrà essere reso meno
dannoso se affrontato esplicitamente e progressivamente limitato.
Dopo i primi accordi di diritto internazionale umanitario della fine
dell’800, la guerra si è realmente umanizzata, almeno un po’ di più e
nella sue grandi linee. Il problema oggi è che non abbiamo più come
nella Bibbia ‘i re che a primavere escono a farsi la guerra’ (con danni
relativamente ridotti), ma abbiamo tanti interessi e tanti mezzi
violenti per difenderli.
Ne segue che dobbiamo impegnarci di più nella riduzione della guerra sia
per estensione che per conseguenze. Come oggi abbiamo apparati
internazionali di controllo della salute, l’Organizzazione Mondiale
della Sanità, così dobbiamo impegnarci collettivamente anche sulla via
della pace.
Oggi sono comunemente ammessi la guerra di legittima difesa e gli
interventi umanitari, che sotto l’egida garantista di Organizzazioni
internazionali, difendono popoli dai loro stessi governanti o comunque
da poteri interni che operano illegittimamente.
Non esistono criteri accettati e formulati di come si riconoscono tali
due situazioni che in qualche modo si configurano come forme di ‘guerra
giusta’. Una simile costatazione vale per molte norme generali sia
giuridiche che morali, eppure noi le utilizziamo continuamente e in
linea generali con efficacia.
3. Il problema storico è quello della buona fede. Quanti governanti
hanno veramente creduto nelle ragioni, oggettivamente difendibili, delle
guerre da loro scatenate ? Quanti interessi collettivi (magari di classi
sociali o politiche) sono stati ammantati da interessi dell’umanità
tutta o almeno della giustizia?
Per questo tradizionalmente le guerre vengono dichiarate solo dopo
l’approvazione dei Parlamenti che teoricamente rappresentano gli
interessi collettivi e non quelli parziali. Inoltre oggi i cittadini
hanno anche altri mezzi per farsi intendere, anche se i mezzi di
comunicazione di massa sono troppo spesso sottomessi ad interessi di
parte. Non diversamente che in passato, però. E’ rimasta famosa la
campagne di stampa prima della guerra di Libia del 1911 per convincere
l’opinione pubblica italiana delle ricchezze agricole e naturale dello
‘scatolone di sabbia’! La falsa propaganda faceva leva , astutamente,
su motivi di egoismo nazionale: una piccola guerra vale la pena per
conquistare tutto questo ben di Dio !
Non è compito di uno studioso di etica pubblica fare la Cassandra e
nemmeno il predicatore quaresimale. Anzi il contrario: l’etica e la
storia ci insegnato ad essere aperti alla speranza. Infatti oggi abbiamo
molte possibilità di controllo democratico dei processi politici e
quindi la possibilità di correggere anche le opinioni pubbliche distorte
dalla propaganda o anche dal perseguimento di interessi illegittimi.
Non è facile, ma è possibile.
Lo studio delle conseguenze della guerra, specialmente quando ci toccano
direttamente, sono buone magistrae vitae . Non per nulla i movimenti
pacifisti si sviluppano subito dopo i conflitti, e sono tanto più forti
quanto più catastrofici sono stati gli avvenimenti bellici precedenti.
Potremmo forse rilanciare in
questo campo l’antica saggezza: Non fare agli altri quello che non
vorresti fosse fatto a te.
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