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Jonathan Sacks,
The Dignity of Difference. How to avoid the clash of
civilizations
Continuum,
London and New York 2003[i],
216 pp.
Yuliya
Shcherbinina
“Le grandi religioni incarnano le
verità non disponibili per l’economia o politica, e rimangono salienti
anche quando tutto il resto si cambierà. Ci ricordano che la
civilizzazione sopravvive non a causa della forza ma della sua
capacità di rispondere ai deboli, non a causa della ricchezza ma della
cura dei poveri, non a causa del potere ma della preoccupazione per
gli impotenti.”
(J. Sacks, The Dignità of Difference, p.195)
L’autore è il Rabbino delle Congregazioni Giudaiche Unite del
Commonwealth, uno dei più grandi intellettuali religiosi del
nostro tempo. Sin dalle prime righe, l’opera affascina per lo stile di
scrivere e per il vasto orizzonte umano che comprende. Le riflessioni
prodotte sulla filosofia antica e moderna, sulle teorie
dell’educazione e di etica, sulla futurologia, sociobiologia e la
teoria dei giochi costruiscono una visione interessantissima per
l’avvenire del terzo millennio.
Il libro, “supplica per la tolleranza nel tempo dell’estremismo”,
–come lo definisce lo stesso autore–, cerca di rispondere ad una
domanda cruciale: possono le religioni diventare una forza della pace
piuttosto che dei conflitti? Ormai oggi nessuno nega il ruolo della
religione sulla scena della politica internazionale. Però gli
avvenimenti del settembre 2001 (e, possiamo aggiungere, del marzo
2004) convertono l’affermazione di Jonathan Swift in una domanda
dolorosa: ma veramente abbiamo abbastanza religione per odiarci ma non
abbastanza per amarci?!
J. Sacks afferma che dalla politica dell’ideologia siamo entrati
nell’era della politica dell’identità. L’identità che sempre crea un
“noi” e un “loro”. La pace richiede una profonda crisi di tale
identità: siamo capaci –ci provoca l’autore– di riconoscere
l’immagine di Dio in colui che non sembra fatto a nostra immagine, in
un straniero? La globalizzazione ha trasformato il nostro mondo in un
piccolo paese in cui tutti sono stranieri. Le nostre differenze devono
trasformarsi per noi da una minaccia di conflitto ad un invito di
sentirci arricchiti dalle diversità degli altri. Il filo rosso del
libro è una forte richiesta di fare spazio per l’altro. Infatti,
procede l’autore, la base teologica del rispetto delle differenze è
radicata non nel relativismo ma nel monoteismo biblico. È proprio
questa religione che per la prima volta ha insegnato all’essere umano
ad uscire al di là della sua polis, del suo stato, tribù o nazione per
rivolgersi all’umanità intera.
Il dialogo oggi si costruisce attorno a degli elementi in comune
mettendo da parte le differenze come se fossero cose insignificanti e
minime. Però nel nostro tempo, che secondo le parole di Freud, è
caratterizzato dal “narcisismo delle piccole differenze” c’e una
necessità vitale di sviluppare non solo la teologia del comune ma
piuttosto la teologia delle differenze.
Una delle cause dell’inclinazione dei sistemi moderni ad imporre
l’unità artificiale sulla diversità divinamente creata - che come
conseguenza ha prodotto effetti drammatici come le crociate, le
inquisizioni, la jihad ed l’olocausto- è radicata nel
pericoloso paradigma dominante in tutte le culture universaliste
(Grecia e Roma antiche, Cristianesimo del medioevo, Islam, Illuminismo
e capitalismo globale) che lui chiama lo “spirito di Platone”.
Per Platone, sostiene Sacks, la vera essenza delle cose si colloca nel
mondo delle idee e non nella concreta incarnazione del mondo dei
sensi. Questo ultimo è soltanto il posto dei conflitti, degli errori e
delle guerre. Il mondo perfetto è il mondo dove le differenze si
risolvono nell’uniformità, dove la diversità degli alberi si riunisce
nell’idea di Albero e la varietà degli uomini – nell’idea di Uomo.
Questo mondo dell’universalismo è un mondo di pace e armonia. Per
Sacks tale universalismo non è per niente migliore del tribalismo, la
regressione ad un’antica e stizzosa lealtà. Se per il tribalismo
esiste un dio per ogni nazione, per l’universalismo esiste un dio per
tutta l’umanità e perciò solo una fede, un solo credo, una sola
strada. Il tribalismo rifiuta i diritti agli outsiders.
L’universalismo li concede solo se l’outsider si converte e
viene assimilato.
L’etica biblica ci offre una visione ben diversa: la diversità –
biologica, personale, religiosa, culturale - è l’essenza del mondo.
Infatti, Bibbia si apre con i racconti su Adamo, Eva, Caino, Abele, Noé – archetipi dell’umanità – e solo in seguito prosegue raccontando
di un uomo in particolare: Abramo, insegnandoci che l’universalismo è
il primo passo sulla strada della creatività morale (Cfr. p. 51). Dio,
creatore dell’universo, fa la sua alleanza con tutta l’umanità (l’Arca
di Noe); volge poi la sua attenzione ad un popolo particolare facendo
lo spazio alle differenze. Secondo l’interpretazione del Rabbino,
Dio, facendo la sua alleanza con il popolo giudeo, non esclude la
possibilità che gli altri popoli, culture e religioni possano avere
proprie relazioni con Lui nel contesto delle leggi di Noe (Cfr. p.
55). L’unità di Dio si trova nella diversità della Sua creazione.
Perciò la dignità umana è radicata nel fatto che ognuno di noi è unico
e irrepetibile.
Per l’autore, la filosofia platonica è valida esclusivamente
nell’ambito scientifico ma perde di senso nell’ambito della
spiritualità ed dell’etica. L’etica filosofica che si basa su ciò che
abbiamo in comune: razionalità (Kant), emozioni (Hume),
massimizzazione delle conseguenze positive (Bentham), si differenzia
molto dall’etica biblica che è molto più complessa perché sottolinea
un certo dualismo: siamo particolari ed universali, gli stessi eppure
differenti.
Dopo aver visto la base filosofico–teologica della riflessione di Sacks, passiamo all’nalisi della globalizzazione, delle sue sfide, le
possibilità, le sofferenze, le resistenze e il rancore che essa porta.
Il libro ci offre sei principi morali che dovrebbero guidare il
processo di globalizzazione: controllo, contributo, compassione,
creatività, coo-perazione, conservazione (le così dette “sei c”).
Ogni principio viene rilevato rispetto alle dimensione fondamentali
della globalizzazione: la perdita della responsabilità morale,
l’economia del mercato, il concetto di tzedakah, la rivoluzione
nella tecnologia informatica, la società civile, l’ambiente naturale.
Cerchiamo di caratterizzare brevemente questi principi.
La globalizzazione è un processo molto destabilizzante: i cambiamenti
dell’ambiente oggi superano molte volte le nostre capacità interiori
di adattarci. Usando il linguaggio di William Ogburn: la cultura
materiale si trasforma molto più velocemente della cultura
non-materiale, cioè le nostre risposte mentali e culturali. Usando
un’espressione cara a Z. Bauman, da pellegrini del mondo diventiamo
dei turisti, e la società man mano assomiglia a un albergo piuttosto
che a una casa. Scompare il concetto di appartenenza, “le zone della
stabilità personale” vengono ancora diminuite con il collasso delle
istituzioni della vita sociale (Cfr. p. 70). Assistiamo ad un collasso
del linguaggio morale: “devo” si sostituisce con “voglio”, e ad un
trasferimento della responsabilità – per educazione, salute,
welfare - dalle famiglie e le comunità allo stato o mercato. Come
risultato, “siamo davanti a un massimo di insicurezza con il minimo
delle risorse per affrontarla” (p. 71). Sembra che la globalizzazione
e l’insicurezza che essa porta siano fuori del nostro controllo.
In questa situazione la religione è quasi l’unica fonte di sicurezza.
Il suo potere è nella capacità di localizzare la fonte delle azioni
dentro di noi. Essa restituisce a noi la dignità di protagonisti e il
senso di responsabilità. La fede trasforma la nostra vita da una
catena di inevitabile determinismo del mercato, della moda o del genoma, ad una catena di azioni proprie guidate dalla nostra
tradizione e dai nostri valori. Il potere delle grandi religioni
consiste non solo nella capacità di offrire una visione del bene.
Questo ci danno anche diversi sistemi filosofici. Le tradizioni
religiose ci offrono qualcosa in più: la visione del bene incarnata
nella vita delle comunità reali con le loro storie, i loro riti e le
loro preghiere.
Il secondo punto d’analisi di J. Sacks è la dimensione morale del
mercato nell’era globale. L’autore è convinto che il mercato è
efficiente nel creare la ricchezza ma non nel distribuirla. L’idea di
scambio che è il cuore dell’economia di mercato incarna il principio
della dignità delle differenze: attraverso lo scambio le differenze
diventano benedizione. Però il mercato diventa inaccettabile quando
serve non a sostegno della comunità ma al suo indebolimento attraverso
la rottura dei legami di solidarietà e il crescente divario tra i
ricchi e poveri. Proprio per la sua incapacità di far nascere
naturalmente la distribuzione equa, il mercato ha bisogno di un
orientamento, di un indirizzo. Tale indirizzo Sacks lo trova nel
concetto ebraico di tzedakah che unisce in una parola due
principi: la giustizia e la carità. Tzedakah non permette che
esistano delle persone senza i beni necessari e obbliga coloro che
sono avvantaggiati di condividere il surplus. Non è un atto opzionale
che lo riduce alla carità. È un obbligo di legge. L’atto più grande
del tzedakah però è ciò che permette all’altro individuo di
diventare indipendente che ci fa venire in mente l’idea di Sen sullo
“sviluppo come libertà”. L’equità finale nella concezione giudaica non
è semplicemente equa distribuzione delle risorse o delle opportunità.
È l’equa dignità, kavod habriyot, di ogni membro della società.
Questi punti sono determinanti per produrre delle valutazioni
sull’era contemporanea. D’altronde, quando parliamo di globalizzazione
facciamo soprattutto riferimento alla rivoluzione tecnologica,
soprattutto nel settore dell’informazione e della comunicazione. Le
nuove tecnologie anzitutto sono chiamate realizzare la
democratizzazione della dignità umana rendendo accessibile a tutti
l’educazione, per sviluppare non solo la capacità di scrivere e
leggere ma acquistare anche una certa padronanza per saper applicare
le informazioni acquisite. Questo spiega la posizione dell’autore che
afferma che il miglior modo di esercitare tzedakah al livello
internazionale è investite nell’educazione nei paesi in via di
sviluppo.
Una delle più interessanti parti del libro è dedicata alle c.d.
“relazioni di alleanza”. Nella metà del secolo XX, ci racconta J.
Sacks, il mondo ha visto la nascita della teoria dei giochi e una
delle sue più famose applicazioni “il Dilemma del Prigioniero” che
sfidava la supposizione di Smith sulla “mano invisibile” del mercato
che trasforma i comportamenti egoistici degli attori in benefici
mutui. Il dilemma è stato spiegato qualche anno dopo: si è verificato
il ruolo fondamentale della fiducia reciproca come punto di partenza
per acquisire una abitudine alla cooperazione chiamata, appunto, oggi
“capitale sociale”. Per farlo crescere oggi occorre la “rianimazione”
delle relazioni dell’alleanza che si contrappongono alle moderne
relazioni del contratto (covenant vs. contractual relationships).
Le relazioni dell’alleanza (tra Dio e umanità, tra donna e uomo nel
matrimonio, tra i membri di una comunità o tra i cittadini di una
società) sono un legame non d’interesse o di vantaggio ma di
appartenenza dove si sviluppa la grammatica della reciprocità e dove
nasce la fiducia (Cfr. p. 151). Le alleanze sono più fondamentali e
precedono i contratti: alleanze sociali creano società, i contratti
sociali creano stati (Cfr. p. 205).
Abbiamo già menzionato che il mercato è una cosa che riguarda i prezzi
non i valori e perciò deve essere guidato dalle virtù. Però non è
capace di produrle. Solo le relazioni d’alleanza possono guidare la
comunità politica ed economica nella ricerca del bene comune. Come
giustamente nota l’autore, “Se la cooperazione senza concorrenza è
zoppa, allora la concorrenza senza cooperazione è cieca”.
Uno dei pericoli più grandi dell’economia globale è il suo impatto
negativo sull’ambiente. Secondo Sacks la costruzione dell’etica
ambientale in termini esclusivamente secolari risulta essere molto
difficile: su che base abbiamo obblighi verso la natura, se essa non
ha obblighi verso di noi, cioè sta fuori del contratto e della
reciprocità? Perché la tutela della biodiversità prevale sul guadagno
immediato della generazione presente? Che cosa ci fa rinunciare al
consumismo? In questa situazione la Bibbia è la fonte della coscienza
ecologica che già nei primi capitoli di Genesi ci da due parole
chiavi: le’ovdah “servire” e leshomrah “custodire”. Ecco
in breve la migliore descrizione della responsabilità dell’uomo verso
la natura.
Queste sei C - controllo, contributo, creatività, cooperazione,
compassione, conservazione – ci portano alla settima grande C -
Covenant, la nuova globale alleanza della solidarietà umana.
Secondo le valutazioni di Sacks, oggi più che mai abbiamo bisogno non
di un contratto sociale globale ma di “un’alleanza che incornicia la
visione condivisa del futuro dell’umanità” (p. 202). L’alleanza come
un tentativo di creare partnership senza dominio o
sottomissione che si differenzia dal contratto in tre aspetti
fondamentali: essa non è limitata alle condizioni e circostanze
specifici, è aperta e durevole, non è basata sull’idea di due
individui che perseguono i propri interessi. È un “noi” che dà
identità a un “io”.
Essendo non ontologiche ma relazionali le alleanze non sono esclusive,
sono pluralistiche, non sono universali, ma assolute. La loro natura
intergenerazionale estende gli orizzonti dei valori, delle storie, e
delle esperienze vissute da una generazione all’altra.
L’alleanza della speranza di cui il nostro mondo disperatamente ha
bisogno, non consiste in un semplice ottimismo, in una credenza
condivisa che le cose si cambieranno in bene. Essa sottolinea che la
fonte dei cambiamenti è dentro di noi, siamo noi chiamati ad essere
protagonisti di un avvenire più giusto e più pacifico.
Durante gli ultimi 8 anni la comunità intellettuale e politica ha
speso troppe forze scrivendo e discutendo sul famoso avvertimento di Huntington sullo “scontro delle civilizzazioni”. Leggere un libro che
ci parla della religione come la forza per la soluzione dello
“scontro” è senz’altro molto confortante. Il libro troverà una grande
risonanza nel lettore cristiano: i concetti socio-antropologici di J.
Sacks si integrano facilmente nella moderna visione cristiana (si
pensi, per esempio, alla somiglianza tra il concetto di tzedakah
e la nozione di giustizia sociale nata all’interno della Chiesa
Cattolica).
Davanti all’impotenza della politica moderna di raggiungere la pace ed
armonia tra i popoli, la religione come prima esperienza umana del
fenomeno globale diventa la fonte delle risposte adeguate alle sfide
del nostro tempo. Laddove la politica “muove le figure sulla
scacchiera, la religione cambia le vite” (p. 7).
Il libro ci invita a fomentare il nemico della violenza, cioè la
conversazione, il dialogo che è un saper apprezzare le nostre
differenze senza relativismo, è un condividere le nostre paure e
vulnerabilità per riscoprire insieme la speranza. La speranza che sarà
alla base della nuova alleanza globale.
Nota
[i]
È l’ultima edizione rivista con una prefazione nuova. Rabbi J.
Sacks è stato criticato molto dai suoi colleghi ortodossi per il
suo pluralismo religioso. Nonostante le critiche subite il libro
nel primo anno della sua uscita (2002) è stato ristampato per ben
2 volte.
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