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Peter L. Berger,
Homo ridens. La dimensione comica
dell’esperienza umana,
il Mulino, Bologna 1999, 309 pp.
Romanas
Kazakevičius
Il
libro di Peter L. Berger presenta una vasta riflessione sul fenomeno
del comico. Si tratta di una riflessione, come ci tiene a
sottolineare lo stesso autore, il quale è noto soprattutto per il suoi
rilevanti studi sulla sociologia della religione. Egli riconosce che
la sua opera non rientra nell’ambito di una specifica disciplina ed è
piuttosto filosofica nel suo scopo, nonostante che gli argomenti sono
presi dai vari campi, come la sociologia o la critica letteraria.
Dietro l’apparente simpatia che suscita il titolo della sua ricerca,
il lavoro di Berger è in realtà assai approfondito e richiede nel
lettore una buona dimestichezza di alcuni argomenti filosofici e
sociologici.
La tesi principale del libro è così formulata (la numerazione è
eseguita dall’estensore di questa recensione):
(1)L’umorismo è una costante antropologica ed è (2)
storicamente relativo (…) (3) c’è qualcosa che si pensa che il
senso umoristico debba percepire: è, esattamente, il comico (…) il
comico viene esperito come qualcosa di incongruo. (4) Esso poi
evoca un mondo distinto, diverso da quello della realtà
ordinaria, e che opera secondo regole differenti (…) (5) infine (il
comico) è una promessa di redenzione. La fede religiosa è l’intuizione
che la promessa sarà mantenuta. (p. 9)
È
opportuno cominciare dal secondo punto. È un dato che in ogni cultura
conosciuta si osserva il fenomeno del comico. Se l’esperienza comica è
universale, le sue manifestazioni variano nel tempo e nello spazio.
Una barzelletta europea può non far ridere un giapponese, così come
una storiella divertente presa da un classico latino potrebbe lasciare
indifferente un italiano di oggi.
Per conoscere come cambia la dimensione comica socialmente e
storicamente, Berger produce una interessante analogia con il campo di
studi di sociologia delle religioni (a lui più noto). Berger prova ad
adattare l’idea di Thomas Luckmann sulla distinzione tra religione
istituzionalmente diffusa e istituzionalmente specifica alla questione
della comicità. In molti casi, la religione non è specificata e
confinata istituzionalmente, ma è presente nelle istituzioni sociali:
in quelle famigliari, politiche, economiche. Da qui la famosa
conclusione di Luckmann secondo la quale la crisi oppure la sparizione
delle istituzioni religiose non significano automaticamente la
sparizione della religione. Per via analogica, nel tempo e nello
spazio nascono e muoiono le istituzioni e le forme del comico, ma il
fenomeno stesso si conserva nella sua compresenza con i significati
culturali più profondi.
Questo risultato sembra evidente e ci aiuta a riflettere sul primo
punto della sua tesi. La dimensione comica, nella sua manifestazione
universale, è una costante antropologica, è caratteristica della
condizione umana in quanto tale, si potrebbe dire che è un tratto
distintivo della natura dell’uomo[i].
In questo senso, il comico è un fenomeno “eterno”, cioè nato con
l’uomo stesso e cesserà esistere insieme con la fine dell’uomo; non è
riconducibile ad una situazione storica, sociale, al di là di ogni
relativismo culturale. Berger rafforza la sua proposizione dicendo che
l’umorismo è una manifestazione della facoltà cognitiva o intellettiva
dell’uomo. Cioè, il comico è “un tipo di percezione, di un
genere esclusivamente umano” (p. 38). Ma dire ciò significa affermare
che la comicità non si trova solo all’interno del soggetto, ma ha uno
statuto oggettivo. Berger si serve di una utile distinzione tra le
proprietà di certe realtà umane e la facoltà di percepire
quelle proprietà. Dunque, la facoltà di percepire il comico non si
identifica con la realtà stessa della comicità, il comico è qualcosa
di oggettivamente esterno e non solo un’esperienza
soggettiva condizionata dalla relatività delle circostanze storiche e
sociologiche, non si confonde con le sue basi (soggettive)
fisiologiche, le funzioni socio-psicologiche, con i suoi contenuti e
le forme. In questo, siamo già entrati nel terzo punto della tesi.
Penso che possiamo concordare con il procedimento fatto dall’autore
fino ad ora, basta pensare alle opere comiche, ironiche, satiriche
nelle quali la comicità si presenta come uno smascheramento, come uno
sguardo più profondo sulla natura delle cose; dunque, è senza dubbio
una manifestazione di intelligenza, di una visione, di una percezione.
Ma di che tipo di percezione stiamo parlando? Berger riprende la
validità del concetto di incongruità, tipico della cultura
letteraria della fine del XVIII secolo. Il riso è la risposta alla
percezione di qualcosa di incongruo[ii].
In ogni barzelletta l’elemento divertente può essere ridotto in una
incongruità: tra desiderio e capacità, sforzo e risultato, ordine e
disordine, in breve, qualcosa contraddittorio, capovolgimento della
realtà quotidiana. Henri Bergson, citato dall’autore, precisa che
l’incongruo del comico è quello che esiste fra mente e corpo, o tra
organismo vivente e mondo materiale. Questa incongruità può essere
individuata pure in un altro livello: quella fra perfezione e
imperfezione, finito ed infinito, eterno e temporale. Ovvero,
ricordando le parole di Pascal, l’uomo è metà strada fra il nulla e
l’infinito. In questo modo il comico può essere percepito non più come
una raccolta delle barzellette banali, ma come una incongruità
antropologica (Bergson) e ontologica, cosmica addirittura (Pascal).
Il comico dunque stravolge il mondo della vita quotidiana, il mondo
vitale, consentendo all’attore sociale coinvolto il trasferimento
percettivo verso una realtà “altra”. Il passaggio teorico, ovviamente,
è alla fenomenologia di Alfred Schütz. Schütz, studiando ciò che
l’essere umano sperimenta come la realtà, distingue fra la realtà
della vita ordinaria, quotidiana, definita “realtà dominante”, e
quelle enclavi, presenti all’interno di tale realtà, da lui denominate
“sfere limitate di significato”. In questo inquadramento il comico
sarebbe una delle sfere limitate di significato, accanto alle altre
sfere come il sogno, l’intensiva esperienza estetica, religiosa,
sessuale, ecc. Le proprietà generali di queste sfere sono il carattere
effimero, la relativizzazione del tempo e dello spazio, del rapporto
con se stesso, con gli altri, con il mondo materiale. Si distaccano
dunque dalla realtà quotidiana, minacciandola. Ma la realtà dominante
è tale proprio perché riesce subito a riproiettare all’interno di sé
la persona, immersa per qualche tempo in una di queste sub-realtà,
presentandosi come quella reale e seria, mentre le altre sono mostrati
come una specie di illusione – sogno, scherzo, estasi estetico.
Tuttavia alcune manifestazioni ed esperienze del comico sono tanto
potenti che riescano creare un intero contro-mondo, un mondo dove
tutto si fa “al contrario”, certo, per un breve periodo del tempo – si
pensa ai carnevali, versioni moderni della Follia Medievale. Quando il
comico diventa un contro-mondo, da punto di vista “serio” della realtà
quotidiana viene valutato come una “pazzia”. A questo punto già
abbiamo considerato il quarto punto della tesi e possiamo passare al
quinto, che tratta l’intimità fra il comico e il religioso. L’autore
elabora con audacia il proprio pensiero quando afferma che: “infine
(il comico) è una promessa di redenzione. La fede religiosa è
l’intuizione che la promessa sarà mantenuta”.
Berger continua nell’analogia fra religioso e comico. Entrambe sono
delle sub-realtà, rispetto alla realtà quotidiana e hanno
caratteristiche comuni. Per esempio, l’esperienza comica è
un’esperienza liberatrice, indolore, priva di sofferenza; in genere
ci aiuta per un attimo sfuggire alle condizioni penosi di questo
mondo. Ma questi aspetti sono presenti pure nell’ottica religiosa: la
promessa di redenzione religiosa rimanda sempre a un mondo liberato
dalla sofferenza. Almeno alcune manifestazioni del comico fanno
pensare che quest’altra realtà abbia virtù redentrici non temporanee,
e rimandano invece a significati affini a quello religioso.
L’incongruità della quale si costituisce la dimensione comica è tipica
anche dell’esperienza religiosa – Berger ha soprattutto in mente
l’orizzonte ebraico-cristiano. San Paolo dice che la saggezza
cristiana è la stoltezza per i pagani e crede in Gesù umiliato negli
occhi di tutti come in Christus Victor della mattinata di Pasqua. Un
credente vive la sua fede come un contro-mondo e per lui quel mondo è
più reale di “questo” mondo.
È possibile dunque vivere l’umorismo nella prospettiva laica e nella
prospettiva religiosa, ma il passaggio dall’una all’altra richiede
un atto di fede[iii]
che è una sorta di salto. In assenza della fede la follia sacra
diventa un destino tragico, una vera follia, mentre all’interno
della fede acquisisce un altro valore. Berger lascia da parte il
perché di questo salto, e sottolinea che una volta fatto questo
salto, si verifica un rovesciamento epistemologico, una percezione del
mondo del tutto diversa da quella ordinaria. Grazie a questo
rovesciamento la comicità assume i nuovi significati. Ciò che era
un’illusione (del comico) può essere letto come segnale, come
“promessa” di un altro modo infinitamente più reale di questo
mondo. Berger cita un noto teologo protestante americano, uno dei
pochi che hanno scritto sulla comicità, Reinhold Niebuhr:
Il riso (l’umorismo) è la reazione alle incongruità immediate e a
quelle che non ci colpiscano in maniera decisiva. La fede è l’unica
possibile reazione alle incongruità essenziali dell’esistenza che
costituiscano una minaccia al significato intimo della vita… La fede è
il trionfo finale sull’incongruo…
Recepito nella
fede, il comico diventa una grande consolazione e un testimone della
redenzione a venire.
L’atto
di fede quindi è un fattore cruciale per Berger nel collegamento del
comico con il religioso. Senza la fede, come ha la piena
consapevolezza l’autore, tutto ciò che era detto sopra, non è niente
altro che una falsa coscienza, un’illusione. Come la religione stessa:
all’interno dei parametri delle scienze empiriche dell’uomo
venne validamente percepita come la proiezione delle realtà umane
(nelle versioni di Marx, Freud, Nietzsche). Ma per un credente l’uomo
è il proiettore perché in sostanza è lui stesso ad essere
proiettato. Le discipline empiriche cercano le proiezioni materiali
nello spirituale, mentre un teologo, viceversa, cercherà gli indizi
spirituali nel materiale. L’angolo della prospettiva è dato
dall’assenza o presenza di fede e quella non è provabile. Ed
entrambe prospettive sono legittime. L’uomo, per parte sua, può
solo scegliere di credere o non, giacché la questione non può
trovare soluzione dal punto di vista razionale e cognitivo.
Note
[i]
Anche se Berger come un buon sociologo non impegna il termine di
“natura”.
[ii]
Che non è proporzionato né conveniente, incoerente, manca di
coerenza logica, di collegamenti logici, contraddittorio. Vedi in
Miro Dogliotti e Luigi Rosiello (a cura di), Vocabolario della
lingua italiana, lo Zingarelli, Milano.
[iii]
Corsivo fatto da me.
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