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Il
pensiero religioso sulla guerra e la violenza politica. Mutamenti
storico-culturali
Antonio Riccio
Esiste
un “pensiero religioso” sulla guerra? O più precisamente: quale è la
concezione della guerra nel pensiero religioso? Perché indubbiamente
le grandi religioni universali di redenzione non hanno potuto, né
voluto, ignorare le questioni ed i problemi che la guerra poneva al
loro messaggio di salvezza. E spesso hanno risposto a questo problema
nei termini - per anticipare una possibile ipotesi di lettura – di una
assunzione della guerra stessa nel proprio messaggio di
salvezza. Facendo cioè della guerra uno strumento (ad un tempo
doloroso e necessario) di affermazione e di diffusione della
propria via di salvezza. Come dire? - una subordinazione della
vita umana alla più ampia missione redentrice religiosa, la cui
affermazione andava oltre le singole esistenze umane. Forse nasce da
qui l’idea della guerra santa, un paradosso che oggi offende la
sensibilità contemporanea ma che trovava ampio consenso nella
mentalità di numerose culture dell’antichità, come alcuni esempi
possono meglio chiarire.
Guerra e religioni
Per gli ebrei antichi, ricorda Max Weber[i]
Jahvè stesso era il vero e proprio capo supremo e condottiero in una
guerra federale (ghedah). Ed in questo senso “una guerra
confederale era perciò una guerra santa”[ii]
L’arca stessa di Jahvè costituiva il “santuario portatile da campo”
(idem) e, secondo la traduzione sacerdotale, Dio era ritualmente
invitato a levarsi da essa e mettersi a capo dell’esercito; dopo la
battaglia lo si invitava a riprendere il suo posto[iii].
Nota Weber che questo Dio guerriero dell’alleanza (cherem),
verrà ad assumere col tempo e lo svilupparsi del giudaismo in una
piena confessione religiosa, un “principio fanatico secondo cui il
nemico del paese doveva essere semplicemente annientato”[iv].
Un simbolo di questa ideologia guerresca è Sansone, il “guerriero
furioso” dalla “lungondeggiante capigliatura” propria degli uomini che
si consacrano alla guerra (hithnadeb) che quando è posseduto
dallo spirito di Jahvè “fa a brani leoni, incendia campi, abbatte
case, percuote a morte con qualsiasi strumento qualsiasi massa di
uomini e compie altri atti di selvaggia furia guerresca”[v].
Tuttavia, questa estremizzazione costituisce per Weber solo
un aspetto del pensiero religioso del giudaismo antico, il quale
si nutriva, insieme “del comandamento della clemenza verso i deboli e
i meteci che impronta molte parti della Sacra Scrittura”[vi].
L’atteggiamento verso la guerra mostra così, già a partire dalla
tradizione a noi più prossima, quella giudaica, il suo fatale
condizionamento storico – culturale che produce un dinamismo interno
tra i toni del fanatismo e quelli del pacificismo,
secondo le mutevoli vicende sociali e politiche del popolo che
esprimeva tale religiosità.
In questo senso dunque, Gerardus Van der Leeuw[vii],
afferma senza indugio che “l’ospitalità e la guerra sono, l’una non
meno dell’altra, attività religiose, destinate a vincere la
potenza straniera o a neutralizzarla”.
E’ interessante cogliere questa duplice possibilità,
dell’ospitalità e della guerra, dell’accoglienze e del rifiuto
dell’altro, come mezzi egualmente religiosi per vincere
la potenza straniera. Rivelano la possibilità di una scelta
sempre presente; di una risposta culturale “aperta”, che le società
possono elaborare per far fronte alle proprie tensioni e
contraddizioni storiche, interne ed esterne.
Storicamente, questa scelta è stata purtroppo una scelta in favore del
proprio particolarismo, un tratto costitutivo di ogni gruppo
locale, per il quale gli altri sono sempre stranieri;
estranei la cui presenza va combattuta, anche per (ri)affermare la
coscienza della propria identità.
Al
riguardo, Pierre Clastres[viii]
analizzando la guerra nelle sue “forme elementari”, cioè in società
“primitive” e “selvaggie”, secondo l’insegnamento di Durkheim[ix]
ha riscoperto ed evidenziato con forza nell’archeologia della
violenza questa matrice sociogenetica “originaria”, che è alla base
del conflitto intraspecifico organizzato umano.
La guerra, cioè, nelle sue forme “elementari” non appare
riconducibile (come pure molto spesso si dice e si pensa) ad una
presunta matrice biologica, etologica o comunque innatistica (lo
spirito sanguinario ed aggressivo attribuito a certe etnie). No, per
Clastres la guerra primitiva nasce dalla “struttura stessa della
società selvaggia: il suo particolarismo produce e dà senso
alla guerra”.
Per ogni gruppo locale gli altri sono sempre degli stranieri,
ma è anche e solo la figura dello straniero che conferisce ad ogni
gruppo la coscienza della propria identità: il noi
comunitario”[x].
E’ questo etnocentrismo, che fonda il vincolo sociale. Un
vincolo che viene mantenuto ed alimentato attraverso una animosità
permanente[xi]
contro gli altri, per dare esistenza, vita e continuità ad un
noi altrimenti precario, evanescente, a rischio di labilità e
di disintegrazione interna, da esorcizzare costantemente e
ri-generare proprio attraverso l’attività bellica. La cui funzione -
occulta ma primaria - diverrebbe allora quella (altamente simbolica)
di ricostituire il senso stesso dell’identità comune e del legame
sociale attraverso una costante dinamica noi-loro, cui
Francesco Remotti ha dato più recenti ed illuminanti contributi[xii].
Questa scelta etnocentrica in favore della potenza della
propria identità collettiva, ha trovato storicamente livelli di
relazione impliciti con una analoga caratteristica delle grandi
religioni mondiali, caratterizzate anch’esse, secondo Van Deer Leew,
dalla ricerca della potenza[xiii]
finalizzata peraltro ad accrescere la loro capacità redentrice.
La potenza delle grandi religioni mondiali, sarebbe
funzionalmente legata alla forza salvifica del loro messaggio.
Questa forza salvifica da dispiegare nel mondo non attiene
tuttavia alla vita (umana), la quale è data[xiv],
ma alla salvezza (spirituale), che è invece più problematica da
guadagnare e da conservare.
La distinzione non è da poco: perché la priorità della salvezza
(spirituale) sulla vita, giocherà un ruolo strategico
proprio nella concezione della guerra, il cui effetto distruttivo
umano, veniva in qualche modo subordinato all’affermazione di
un disegno di salvezza (collettiva) che paradossalmente,
trascendeva l’uomo e poteva immolare in numerevoli vite umane.
Guerra e
cristianesimo
Se la cultura ebraica antica identificava l’attività
della guerra con l’appartenenza religiosa, per cui i fedeli erano
l’esercito e Jhavè il condottiero, anche la religione cristiana mostra
- nelle sue passate esperienze storiche - una più mediata, sebbene non
meno stretta associazione tra guerra ed affermazione del disegno
divino. Un esempio ci è fornito dall’epica eroica della battaglia di
Lepanto, combattuta dalla Lega Santa contro i Turchi.
“Il cristianesimo – scrive Davis Hanson - non aveva mai visto
una così entusiastica celebrazione come quella che salutò la vittoria
di Lepanto. In tutta l’Italia e la Spagna le folle intonarono il Te
Deum Laudamus, di lode e ringraziamento a Dio. Vennero coniate
speciali monete commemorative con l’iscrizione: “Nell’anno della
grande vittoria navale per grazia di Dio contro i turchi”.
Miguel Cervantes, reduce della battaglia in cui perse tra l’altro
l’uso di una mano, immortalò Lepanto anni dopo nel suo Don
Chisciotte, scrivendo che “quei cristiani che lì perirono furono
persino più felici di quelli che ne uscirono vivi”[xv].
La maggior parte dei dipinti e delle canzoni popolari
attribuirono l’eccezionale vittoria cristiana all’intervento divino[xvi].
Questa fu l’interpretazione del come La Lega Santa fosse
riuscita in poche ore ad arrestare secoli di aggressione turca[xvii].
Davis Hanson attribuisce invece più praticamente “la tragica fine di
migliaia di ottomani al largo dell’Etolia” al ben più secolare sistema
cristiano del capitalismo di mercato “che produsse una profusione di
galeazze, archibugi, cannoni, reti di abbordaggio e galee…[xviii],
mentre viceversa l’innovazione tecnologica e militare, spinta dal
movente economico e dell’economia di mercato, mancò all’Islam,
decretandone la sconfitta militare. L’analisi risulta interessante
perché mostra come la differenza religiosa possa giocare un ruolo
determinante nell’influenzare la stessa vittoria o sconfitta bellica
(“Dio è con noi” diceva Cromwell, aggiungendo accortamente, con
classico pragmatismo inglese: “ma tenete asciutte le polveri”).
Questo primo scenario di guerra tra grandi civiltà portatrici di
distinti messaggi di salvezza, ci consente di aprire il discorso
difficile della “Guerra santa”, un tema comune ad
Islam e Cristianità.
Per l’Islam, altra grande religione di redenzione, la guerra santa (jihad)
costituisce addirittura un capisaldo della sua dottrina di salvezza,
peraltro largamente frainteso e conosciuto più per la sua vulgata
popolare che per la sua originaria e più complessa matrice
culturale.
In estrema sintesi possiamo tradurre il concetto di jihad come
scopo e ragione dell’esistenza, ovvero come perfettibilità morale, da
perseguire attivamente mediante una costante ed attiva guerra o
lotta morale contro il principio del male; che è in
noi non meno che fuori di noi. Quindi contro l’egocentrismo e contro
le forze che operano nella storia.
Inscritta in un’etica di potenze contrapposte, che ambiscono
all’anima umana, la concezione religiosa coranica postula un dualismo
di fondo per certi versi assai simile a quello della christianitas
delle Crociate. Operare e lottare contro le forze malvagie (Iblis
è il corrispettivo demoniaco islamico), è quindi il senso originario
della jihad come delle Crociate, come sforzo per migliorarsi,
come una sorta di ascesi intramondana, per usare un termine weberiano.[xix]
E tuttavia, la jihad è stata, ed è ancora oggi brutalmente
intesa come “guerra perenne contro gli infedeli”, e come tale
praticata; spesso al servizio di mire espansionistiche politiche, o
come giustificazione di economie predatorie. Anche dall’influsso di
questa concezione musulmana di jihad verrà a svilupparsi, a
partire dalle secolari guerre di liberazione delle popolazioni
iberiche contro la dominazione araba, l’ideale etico-religioso
cristiano della Crociata.
Concetto antitetico al primitivo o originario pacifismo
cristiano, il bellum sacrum[xx]
troverà espressione nel pensiero ufficiale della Chiesa a partire dal
IX secolo, con Papa Giovanni VIII che proclamò la santità della lotta
contro i saraceni combattuta nell’Italia meridionale. Aveva inizio
idealmente un ‘complesso storico-mitico’ come Alphonse Dupront chiama
il fenomeno delle Crociate[xxi]
tipico dell’Occidente, che durerà per circa dodici secoli e che ha
costituito, come acutamente rileva l’autore, “una realtà millenaria
dalla quale l’Occidente non è ancora liberato…”[xxii].
La “guerra santa” dell’Occidente cristiano avrà il carattere di un
impegno totale; un fenomeno plurisecolare[xxiii]
che, secondo il nostro autore, esprimerebbe i bisogni di un mondo, di
un’epoca.
Questa “guerra santa”, spiega l’Autore, non è tuttavia la
sacralizzazione della guerra. Chi la vive, infatti, non la
percepisce come un mero fatto bellico, bensì come un fenomeno “totale
ed originario”, un evento coinvolgente e costitutivo dell’intera vita
e di un’intera epoca. Qualcosa che attiene alla stessa concezione del
mondo, e che quindi ha il carattere assoluto di una realtà[xxiv]
inevitabile e necessaria.
In queste mobilitazioni religiose e guerresche trovava
formulazione e significato culturale “forte” la dimensione collettiva
ed identitaria, della christianitas, comunità sovranazionale
portatrice di un messaggio salvifico da affermare in questo
mondo, sebbene non per questo mondo, come scrive Max Weber[xxv].
Solo in questa cornice si può “capire” persino l’aspetto più
perturbante delle Crociate, il massacro. Qui si tratta, dice
infatti Dupront, di realizzare “l’ordine del mondo”[xxvi].
Che si compie attraverso una “disumanità religiosa”. Nella
Gerusalemme ormai conquistata, i crociati massacrano i saraceni di
entrambi i sessi, rifugiati sul tetto del Tempio, destando la collera
dello stesso Tancredi che aveva posto gli sventurati sotto la
protezione della sua bandiera. Anche qui si ripete la sofferta
distinzione tra anime opposte e conviventi di un fenomeno. Quella
caritatevole e pacifica (se cos’ì possiamo dire), rappresentata da
Tancredi, e quella violenta e disumana, che prevarrà.
Sangue a fiotti, cadaveri che si ammucchiano, che si ammassano
nelle strade di Gerusalemme in cataste alte come case, rendono assai
efficacemente la coerenza radicale della guerra santa, epurata
di ogni emotività, consegnata alla realizzazione del disegno,
in eterno, perseguito con impassibile e disumana ferocia. La grandezza
stessa della vittoria implica il massacro inenarrabile, necessario per
placare l’ansia collettiva di una salvezza mai garantita, che
attanagliava la cristianità dell’epoca[xxvii].
Solo quando sopraggiunge l’umanissima nausea, l’orrore del sangue,
del massacro, allora, scrive Dupront, si apre un’altra strada e quel
complesso evento epocale che sembrava assoluto ed inevitabile,
necessario e fatale, si scioglie in un orizzonte storico più ampio di
lui[xxviii].
Se pensiamo all’orrore che solo oggi sorge dalle coscienze
religiose di ogni confessione di fronte a questa evocazione, possiamo
forse cominciare a capire quale rivoluzione antropologica si stia
delineando nella coscienza religiosa contemporanea. Da un lato infatti
si sta conducendo una “domesticazione” della guerra, una tendenza ad
occultare, distanziare, “eufemizzare” le manifestazioni belliche. Dall’altro, si cercano nuove e diverse “giustificazioni etiche” da
dare alla guerra, laddove questa non può più contare su link
religiosi.
“Da parecchi secoli almeno – scrive Dupront al riguardo, con
straordinaria attualità - la guerra giusta ha tentato di
“civilizzare” la “guerra santa”, e per le guerre ordinarie ci è
riuscita; ma per quelle “grandi” o per quelle che mettono in
discussione un ordine di vita o il possesso dell’universo,
la sacralità della guerra santa resta, sia pure a brandelli,
l’esaltazione suprema, quella che non ha più bisogno di giustizia.”[xxix].
L’ultimo e più attuale esempio di “guerra giusta” in questo senso
sarebbe – per assumere il punto di vista dell’autore - quella
combattuta dagli USA ed i suoi alleati contro l’Iraq di Saddam Hussein,
mentre quella “totale” contro il terrorismo, “dovunque sia”, pure
teorizzata dalla dottrina americana della “guerra preventiva”, sarebbe
senz’altro una “guerra santa”, né più né meno di quella fomentata ed
agitata da esponenti fanatici dell’integralismo islamico (da Al Qaeda
a frange diverse dell’islamismo estremistico).
Il rifiuto
religioso della guerra
Contro queste due concezioni ideologiche della guerra,
come contro ogni guerra, si è venuto sviluppando un pensiero di
radicale rifiuto religioso che nel cristianesimo, ad esempio,
trova un’immagine forte nella metafora (giornalistica) di Giovanni
Paolo II come “Guerriero della Pace”.
In questo provocatorio termine si cela una trasformazione culturale
molto importante. L’idea di una radicale presa di distanza della
Chiesa cattolica dalla guerra, espressa in una sorta di “guerra alla
guerra”.
Si afferma infatti su altre e più consolidate interpretazioni, una
percezione religiosa della guerra come negazione della vita. E’
una esperienza emotiva e cognitiva nuova, sentita e diffusa, capace di
mobilitare attivamente le coscienze di tutti gli attori sociali,
persino dei non credenti, contro i disegni di dominio o di
affermazione sociale sottesi ad ogni conflitto organizzato.
Questa elaborazione, nell’ambito della religione cattolica ad esempio,
è percepibile come un lungo cammino nella via della pace, che
progressivamente si è emancipato da pressanti condizionamenti sociali
e culturali, peraltro documentato nel magistero sociale della Chiesa
(1891-1991)[xxx].
A partire da numerose encicliche, infatti, l’opera dei pontefici
cattolici, da Leone XIII in poi,[xxxi]
si è ripetutamente impegnata a formulare direttive di azione in campo
sociale a “segno e salvaguardia del carattere trascendente della
persona umana”[xxxii],
per ricordare “il bene ultimo, la giustizia umana, la pace vera” (Gaudium
et Spes, n. 76).
Nella Populorum Progressio, enciclica di Paolo VI,
riemerge ad esempio una metafora forte della sacralità della vita,
presente nelle stesse aspirazioni ed esigenze dell’uomo, di ciascun
uomo “immagine di Dio” e perciò portatore di inalienabili
diritti e doveri. Sono segni di una riflessione sempre presente nel
magistero della Chiesa cattolica ma che sembra crescere di ora in ora
con straordinaria intensità.
Se ne può cogliere lo spirito profetico già dai discorsi per la
Giornata mondiale della Pace[xxxiii]
scorrendo i titoli di questi discorsi.
Papa
Paolo VI, fin dal 1968 parlava di “promuovere la pace” (Per la
promozione della pace), ed individuava la via di questa promozione
nel rispetto dei diritti dell’uomo[xxxiv].
Ne mostrava il carattere culturale, di attiva creazione umana[xxxv];
ne ribadiva il legame con il primitivo messaggio cristiano, troppo
spesso dimenticato[xxxvi].
Ne svelava il nemico segreto, l’ingiustizia sociale[xxxvii],
ne ribadiva la possibilità, in un momento storico che faceva
disperare di ritrovare una coesione anche solo interna[xxxviii]
Ne indicava la responsabilità personale, alla quale tutti siamo
chiamati[xxxix].
Ed infine, forse più esplicitamente, ampliava e riconduceva il
problema della pace a quello della vita[xl].
Giovanni Paolo II riprenderà questi temi con una elaborazione
ancora più serrata e radicale.
La pace diviene fonte di metafore che richiamano a sempre più
forti assunzioni di responsabilità, verso Dio[xli];
ma anche verso sé stessi, come un impegno al cambiamento anche
personale[xlii]
Soprattutto, ricercandone i legami con la difesa della vita
nelle sue manifestazioni più “deboli”[xliii],
sino a rivendicare infine la natura profondamente ed
autenticamente religiosa della pace
[xliv].
La lettura di questi temi mostra anche i “fuochi” culturali
della lotta alla guerra. Di epoca in epoca, di momento in momento,
cambia infatti la metafora della pace, il cui raggiungimento richiede
strategie, forme e vie in sintonia col mutato contesto culturale.
Non a caso infatti il prossimo messaggio che il Pontefice proporrà per
la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2004, sarà dedicato a “Il
diritto internazionale, una via per la pace”. Il tema richiama le
responsabilità di tutte le società politiche (sia per le loro azioni
che per le loro omissioni) circa gli esiti ancora più drammatici che
il conflitto in corso potrebbe sortire.
Credo che sia possibile individuare in questo pur sintetica,
limitatissima rassegna un percorso riflessivo che la Chiesa cattolica
ha elaborato passando per la umana fatica di promuovere e creare,
costruire e responsabilizzare gli uomini, verso la pace, fino
ad indicare vie di più schietto impegno sociale quale il rispetto
di minoranze sociali, delle coscienze individuali, per
giungere a più universali impegni alla difesa della vita di
per sé, come valore religioso, che con Giovanni Paolo II diventa
la nuova via religiosa per la pace.
Sembra oggi più chiaro, rispetto a molti altri tormentati periodi
storici, che la salvezza, non si possa imporre con la violenza, con le
campagne militari. In una delle ultime udienze generali del mercoledì
(26 novembre 2003), Papa Wojtyla ha ancora una volta replicato il suo
pensiero sulla guerra proprio in un momento in cui la cultura che
domina la scena internazione sembra proporre sempre più la logica
delle armi per combattere ciò che (con termine religioso) gli Stati
Uniti chiamano “Il Male” del terzo millennio.
Come riporta un cronista, nel negare l’utilità del militarismo , della
violenza, del male da contrapporre al male, Papa Wojtyla nella lettura
della Bibbia prende distanza dal “Dio degli eserciti” biblico,
commentando il salmo 109 intitolato “Il Messia, re e sacerdote”, dove
si parla di forze ostili neutralizzate dalla “conquista vittoriosa” di
Dio.
Al di là della immediata lettura storica, forse corrispondente a
situazioni politiche che si registravano nel passaggio dei poteri da
un re ad un altro, Giovanni Paolo II sembra far rilevare che il testo
è anche una potente metafora che rimanda ad un più generale contrasto
tra il progetto di Dio (il Re) e quello degli uomini che vogliono
affermare “il loro potere prevaricatore”. In questo scontro tra
bene e male che si svolge all’interno delle vicende storiche umane,
Dio si manifesta sempre, sottolinea il Pontefice. Ma mai
con le stesse armi del male. Non a caso, rileva acutamente il cronista
di questo articolo[xlv]
Giovanni Paolo II, citando un antico commentatore del salmo 109 (San
Massimo da Torino, iv-v secolo), recupera l’immagine del Cristo
seduto alla destra del padre, dove staranno le pecore,
mentre a sinistra siederanno i capri. La metafora ci
dice che l’agnello, il non violento, colui che giunge sino a
lasciarsi immolare per la salvezza degli uomini, è colui che segue il
disegno di Dio, rifiutando persino il disegno sociale umano. Ci indica
una strada non equivoca, esplicita, diretta.
Nel recupero di questo messaggio “elementare”, eppure tante
volte censurato, trasfigurato, rinnegato, per certi aspetti oggi
eroico, in un’epoca così potentemente dominata da sentimenti
collettivi di vendetta, Wojtyla ha levato una voce profetica, gridando
la verità religiosa della pace come affermazione di un principio
originario del cristianesimo e delle grandi religioni
universali di salvezza, che i grandi processi storico-culturali
dell’Occidente avevano subordinato al primato dell’affermazione di una
società (cristiana, islamica, ecc.) e della sua missione
di salvezza universale.
In questa scelta esemplare, potrebbe riassumersi il passaggio da
una religione della salvezza ad una religione della vita.
In questo passaggio delle grandi religioni universali di redenzione da
“vie di salvezza” a religioni dell’assoluta ed universale sacralità
della vita, sta infatti una delle più rilevanti trasformazioni
antropologiche della religione oggi.
Bibliografia
Pierre Clastres, Guerra e società primitive, ed altri
scritti di antropologia politica, La Salamandra Edit., Milano, 1982.
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Newton Compton, Roma, 1972.
Alphonse Dupront, Il sacro. Crociate
e pellegrinaggi. Linguaggi ed immagini, Bollati Boringhieri,
Torino, 1993.
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Francesco Remotti, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 1996.
R. Russo, Atlante della storia dell’Islam, storie e dottrine,
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1992.
Giorgio Campanili, Alessandro Colombo, Vittorio Ugga (a cura di),
Quaderno n. 1, novembre 1993 - Università Cattolica del Sacro Cuore -
Centro di ricerche per lo studio della dottrina sociale della Chiesa,
1995, Milano.
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1992.
Mimmo De Cillis, “Dal papa un’udienza contro la guerra. Wojtyla,:
il bene non s’impone con la violenza e con le campagne militari”
in: Il Manifesto, 27/11/2003, p. 12 Cultura.
Dizionario Enciclopedico Italiano Treccani, Roma,
1970, vol. III, Crociata.
Note
[i]M.
Weber, Sociologia della religione. L’antico giudaismo,
Newton Compton, Roma, 1980, p. 107.
[ii]
M. Weber , cit., p. 107.
[iii]
M. Weber , cit.idem.
[iv]
M. Weber , op. cit., p. 110.
[v]
M. Weber , cit., p. 111.
[vi]
M. Weber , cit., p. 110.
[vii]
G. Van der Leeuw, Fenomenologia della religione, (1956),
Boringhieri, Torino, 1992, p. 25.
[viii]
P. Clastres, Guerra e società primitive, ed altri scritti
di antropologia politica, La Salamandra Edit., Milano, 1982.
[ix]
E. Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa,
Newton Compton, Roma, 1972.
[x]
P. Clastres, op. cit., p. 167.
[xi]
P. Clastres, op. cit., p. 168.
[xii]
F. Remotti, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 1996.
[xiii]
G. Van der Leeuw , op. cit., p. 536.
[xiv]
G. Van der Leeuw , op. cit., p. 538.
[xv]
V. D. Hanson, Massacri e Cultura. Le battaglie che hanno
portato la civiltà occidentale a dominare il mondo, Garzanti,
2002, p. 299.
[xvi]
V. D. Hanson, op. cit., p. 300.
[xviii]
V. D. Hanson, op. cit., pp. 320-325.
[xix]
R. Russo, Atlante della storia dell’Islam, storie e dottrine,
Demetra/Giunti, Firenze, 2001, pp. 61-63.
[xx]
Dizionario Enciclopedico Italiano Treccani, Roma,
1970, vol. III, Crociata, p. 660.
[xxi]
A. Dupront , Il sacro. Crociate e
pellegrinaggi. Linguaggi ed immagini. Bollati Boringhieri,
Torino, 1993, p. 277.
[xxii]
A. Dupront, cit., p. 277.
[xxiii]
A. Dupront, op. cit., p. 278.
[xxiv]
A. Dupront, op. cit., p. 279.
[xxv]
M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo,
Sansoni Ed., Firenze, 1977.
[xxvi]
A. Dupront, op. cit., p. 293.
[xxvii]
A. Dupront, op. cit., p. 294.
[xxix]
Alphonse Dupront, op. cit., p. 277.
[xxx]
G. Campanili, A. Colombo, V. Ugga (a cura di), Quaderno n. 1,
novembre 1993 - università cattolica del sacro cuore - centro di
ricerche per lo studio della dottrina sociale della chiesa,
1995, Milano.
[xxxi]
G. Campanili, A. Colombo, V. Ugga (a cura di), op. cit., p. IV.
[xxxii]
G. Campanili, A. Colombo, V. Ugga (a cura di), op. cit., pp.
IV, V.
[xxxiii]
in: “I Papi per la pace” 25 messaggi di Paolo VI, e
Giovanni Paolo II per la celebrazione della giornata mondiale
della pace. I gennaio 1968-1 gennaio 1992- Libreria Editrice
Vaticana, Roma, 1992, p. 272.
[xxxiv]
Paolo VI, 1969, La promozione dei diritti dell’uomo, via
verso la pace.
[xxxv]
Paolo VI, 1970, La pace non si gode ma si crea.
[xxxvi]
Paolo VI, 1971, Ogni uomo è mio fratello.
[xxxvii]
Paolo VI, 1972, Se vuoi la pace, lavora per la giustizia.
[xxxviii]
Paolo VI, 1973, La pace è possibile.
[xxxix]
Paolo VI, 1974, La pace dipende anche da te.
[xl]
Paolo VI, Se vuoi la pace difendi la vita, 1977.
[xli]
Giovanni Paolo II, 1982, La pace, dono di Dio affidato agli
uomini.
[xlii]
Giovanni Paolo II, 1984, La pace nasce da un cuore nuovo.
[xliii]
Giovanni Paolo II, 1989, Per costruire la pace, rispettare le
minoranze; 1991, Se vuoi la pace rispetta la coscienza di
ogni uomo.
[xliv]
Giovanni Paolo II, 1992, La religione via alla pace.
[xlv]
Mimmo De Cillis, Il Manifesto, 27/11/2003, p. 12 Cultura,
“Dal papa un’udienza contro la guerra. Wojtyla: il bene non
s’impone con la violenza e con le campagne militari”.
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