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La
guerra, fattore obsoleto di relazioni internazionali
Luigi Troiani
Per la
teoria dell’idealismo, l’essere umano, fondamentalmente buono, deve
tenere a bada voracità e arroganza degli stati: la contraddizione
troverebbe soluzione nella creazione di un’Organizzazione
internazionale in grado di tacitare e regolare la prepotenza dei
governi. Per la teoria del realismo, solo l’equilibrio tra le forze in
campo può scoraggiare dall’uso della violenza stati ed individui,
predisposti naturaliter al conflitto. Alla base dell’una e
dell’altra teoria l’identificazione dell’interesse sistemico alla
situazione di quiete: la pace è bene universalmente utile e opportuno.
Alla luce di premesse e conclusioni delle due teorie, non si resta
sorpresi che il mondo continui ad essere percorso da guerre e
violenze: il sistema internazionale né si è dato l’Organizzazione
risolutiva identificata dagli idealisti, né ha edificato sulle rovine
dell’equilibrio bipolare il nuovo equilibrio di sicurezza. Le
istituzioni multilaterali a carattere globale, a cominciare dalle
Nazioni Unite, mancano di effettività. Gli affari internazionali sono
controllati dalla sola iperpotenza emersa dagli sconvolgimenti
post-sovietici, miseria e sottosviluppo continuano ad affliggere
larghe parti della Terra, mentre i popoli appaiono incapaci di sedersi
al tavolo negoziale per fornire un nuovo assetto globale al sistema
internazionale.
In questo duro incipit di secolo ventunesimo, il pianeta conta
un numero ridotto di guerre tradizionali[i],
mentre crescono d’intensità i conflitti armati ad intermittenza o a
bassa tensione[ii],
a carattere etnico e nazionalista. Intanto fa nefasto ritorno lo
scontro armato di supposta matrice religiosa[iii],
cui fa riferimento anche una delle parti della guerra globale
tra terrorismo a radice islamica e ordine internazionale costituito,
in corso già da prima dell’undici settembre 2001[iv].
La riflessione
sulla guerra
Dagli inizi il pensiero umano riflette sul significato
della violenza collettiva, in particolare della sua forma estrema, la
guerra. La Bibbia scopre il problema della violenza fisica[v]
già nella famiglia di Adamo, quasi a far toccare con mano l’immediato
risultato del Peccato. L’assassinio di Abele da parte di Caino[vi]
è conflitto clanico, affermazione di primogenitura, supremazia del
contadino stanziale sul pastore nomade. Caino che ruota nei meandri
del mondo con il “segno” indelebile della sua colpa, è seme generatore
di ripetuta violenza e distruzione. L’incanto del Giardino, l’armonia
dell’Eden, sono infranti per sempre: l’omicidio è diventato parte
consustanziale dell’esperienza umana. Lo sciamare attraverso il
pianeta dei figli di Caino sarà marcato da sopraffazione, uccisioni,
rovina. La Bibbia è anche libro di guerre; è narrazione di brutalità e
imposizioni dei forti sui deboli, della resistenza opposta ai violenti
dai deboli. Manca però, nel Genesi, la narrazione del passaggio dalla
violenza individuale a quella collettiva, pubblica; quasi che la
violenza dello stato fosse parte dell’esperienza psichica dell’essere
umano e non “altra” da essa. Lo stato è anche il soggetto che fa la
pace, oltre che la guerra[vii].
E da allora il binomio guerra pace diventa familiare e mai abbandona
la vicenda della specie umana.
La riflessione sulla cosa pubblica, e sulla violenza dello stato, come
fatti diversi dalla semplice espressione personale di violenza,
appartiene ad epoca successiva.
Eraclito (580 – 480 a.C. circa), in tempi di aggressioni continue e
scarso controllo della “comunità internazionale”[viii]
sulla bellicosità dei capi, riconosce alla guerra valore cosmico e
funzione dominante nell’economia dell’universo, definendola “madre e
regina di tutte le cose”[ix].
Sembra la constatazione di quanto prepotenza e aggressività potessero
in un mondo ancora svincolato dalla morsa dei trattati internazionali,
consegnato quasi soltanto al rispetto o alla violazione della legge
naturale, tanto che in altro frammento il filosofo di Efeso grida come
non sempre forza e giustizia coincidano: tra “guerra e giustizia è
contrasto”[x].
Per la protocristianità “bellare semper illicitum est”, talmente
distante è la carneficina tra umani dal messaggio evangelico di amore
universale.
Sarà Agostino di Ippona a riportare la guerra dentro le categorie
della necessità immanente, riconoscendole la possibilità di inserirsi
nell’ordine provvidenziale fissato da Dio, e ipotizzando la liceità
dell’azione bellica.
Il completamento di quest’impostazione di metodo appartiene a Tommaso
d’Aquino, che elabora la dottrina della “guerra giusta”, discriminando
tra guerre lecite e illecite.
Nel giusnaturalismo secentesco la questione della guerra trova la
massima collocazione all’interno del pensiero di Huig van Groot, in
particolare con il fondamentale “De iure pacis ac belli” (1625). E’ da
Hugo Grotius e dal suo richiamo al diritto naturale, che molte teorie
sulla guerra troveranno alimento. Ampliando la lezione dell’Aquinate,
il piglio giuridico di Grotius incasella una per una le “giuste cause”
di guerra, ma sopratutto evidenzia come questa non sia che l’ultimo
strumento adottabile per trovare risposta a problemi “naturali”
irrisolti a causa dell’incapacità all’autoregolazione da parte della
società internazionale.
Figlio dello stesso secolo, Hobbes porta all’estremo il raffronto tra
società di natura e società costituita, attribuendo alla prima lo
stato di guerra permanente, alla seconda la civilizzazione e la
“pacificazione” derivate dalle leggi e regole adottate nel percorso di
uscita dallo stato di natura.
In materia, il tempo dei lumi tende a far valere la voce critica del
cosmopolitismo pacifista, dando, tra l’altro, evidenza a come gli
interessi dinastici utilizzino a proprio vantaggio la violenza
collettiva. Si esprimeranno a favore della guerra, almeno a certe
condizioni, il romanticismo e l’età della restaurazione, anche
attraverso grandi voci come Fichte ed Hegel. Quest’ultimo lesse nei
risultati dei conflitti il modo di far prevalere il “giudizio di Dio”,
attraverso il premio allo “Spirito del mondo”.
Con la società contemporanea, la riflessione sulla guerra compie un
salto di categoria, divenendo questione centrale dei rapporti tra gli
stati, e transitando nel cuore della “scienza nuova” della politica e
delle relazioni internazionali[xi].
Lo stato è divenuto detentore esclusivo della violenza legittima nella
sfera degli affari interni. Al tempo stesso l’insieme degli stati
assume la titolarità, in regime di monopolio, della violenza
collettiva internazionale e delle azioni di guerra che la
caratterizzano. Strumento privilegiato dell’esercizio della violenza
legittima interna sono le polizie, di quella esterna le forze armate.
Gli eserciti si trasformano, con le bandiere e l’inno nazionale, in
elemento identificativo degli stati nazione dei secoli XIX e XX.
Con le due esplosioni americane sul Giappone dell’agosto 1945, la
guerra e i suoi rischi subiscono un cambio di natura, presentandosi
come minaccia di estinzione per la specie umana, mentre ne viene anche
mutando la percezione all’interno di molti opinioni pubbliche.
Gli anni di Guerra fredda (1947-1989) vedono il trionfo del realismo
politico e dell’equilibrio globale tra le forze schierate nei due
campi opposti. Guerre e guerriglie di liberazione nazionale,
l’interminabile lotta palestinese per l’autodeterminazione, rilanciano
la “naturalità” del conflitto armato, con il corollario di tre
presunte sue qualità: necessità, utilità, moralità. In seguito alle
quattro guerre “nuove” del secolo ventesimo - contro la Repubblica
spagnola, il nazi-fascismo, il comunismo, le potenze coloniali - le
guerre si sono nel frattempo trasformate in accadimenti caricati di
ideologia e “moralità”: per motivare e giustificare l’enorme spreco di
vite umane che i conflitti armati moderni, a crescente contenuto
distruttivo, comportano, governanti e comandanti li presentano come
“necessari”, “utili”, “morali”. Se nell’antichità era stato “bello”
morire pro patria, adesso è bello morire “per l’idea”. Si muore
e distrugge per l’astrazione, visto che gli “interessi” in quanto
tali, quelli che nella realtà motivano sempre l’azione dello
stato/comando belligerante a qualunque titolo, e delle forze sociali
che lo sostengono, o sono inenunciabili, o mostrano scarsa attrazione
sulle opinioni pubbliche, ammaestrate dai disastri di due conflitti
mondiali e attonite di fronte al rischio nucleare.
La subitanea conclusione del sistema bipolare affida al mercato del
potere politico internazionale la creazione di un nuovo equilibrio
sistemico, mentre si aprono vuoti di potere che stimolano all’uso
della forza rivendicazioni etniche e nazionalistiche. Le guerre
balcaniche post jugoslave, quelle africane di fine millennio, si
alimentano in quel brodo di frustrazioni e ambizioni.
Ultima venuta, e siamo al corrente secolo ventunesimo, la violenza
collettiva del terrorismo internazionale, che approfitta delle maglie
larghe date dall’economia globalizzata e dalle società culturalmente
aperte.
La guerra, che sembrava alla consapevolezza dei più relitto naufragato
nel mare lontano della storia, e “bestia” comunque domabile nel
contesto post bipolare, diventa pane quotidiano delle opinioni
pubbliche, si infiltra nel quieto vivere delle popolazioni, tende a
dettare abitudini e modi di organizzazione personale e sociale, invade
il presente e il futuro dei popoli. Vi è la percezione del rischio che
società definitesi del workfare, dedite all’aratro[xii]
(sviluppo economico e sociale), debbano trasformarsi in società del
warfare, specializzate nel gladio (militarizzazione delle leggi,
espansione del castrum nella società civile, crescita di
investimenti in difesa e sicurezza).
La teoria della
guerra
Negli studi e indagini di relazioni internazionali, la
guerra è fenomeno di osservazione consueta. Il sistema internazionale[xiii],
è continuamente influenzato, modificato, trasformato, dalla guerra,
strumento specifico dei rapporti tra gli stati, e tra altri soggetti
attivi nella comunità delle nazioni. Tanto che è stato affermato come
in realtà la scienza delle relazioni internazionali si sia venuta
formando proprio al fine di rispondere al problema di come mettere
fine alla guerra e creare lo stato di pace.
In questo contesto, la definizione di guerra offerta da un classico,
Carl von Clausewitz (1780-1831) è quella di “duello ingrandito”[xiv].
Approfondendo il “concetto” dell’azione violenta che oppone stato a
stato, schiera a schiera, il nobile prussiano scrive di “un atto di
forza per ridurre l’avversario al nostro volere”[xv].
Come in un duello, la guerra è il mezzo violento che tende ad azzerare
la capacità dell’avversario di scegliere autonomamente il proprio
destino, l’espressione di una forza che è mezzo per ridurre il nemico
alla propria volontà. Non vi è animosità né ideologia in questa
visione della guerra, né l’avversario è il perfido da annichilire: una
volta disarmato, il vinto, posto alla mercé del vincitore, non è in
grado di opporre la propria all’altrui volontà. Cade ogni ragione per
perpetuare lo stato di belligeranza.
Per il padre della polemologia moderna, la guerra è anche la forma di
soluzione offerta a conflitti altrimenti irrisolvibili. Quando la
politica non trova mezzi adatti per risolvere l’opposizione radicale
delle volontà e degli interessi, affida la soluzione dei problemi alle
armi. Ciò significa che la guerra, ogni guerra, non è che un mezzo
della politica, e che è “giustificata” solo in quanto abbia la
capacità di rapportarsi al raggiungimento di un fine politico.
Dal primato della politica sulla guerra derivano non poche
conseguenze.
Così von Clausewitz, discettando del “fine politico della guerra”,
scrive: “La legge radicale, l’intento di disarmare il nemico, di
abbatterlo, l’aveva finora come riassorbito in sé... (ma) il fine
politico - in quanto motivo determinante della guerra, - sarà la
misura, tanto per la meta da raggiungere mediante l’attività bellica,
quanto per gli sforzi necessari”. Aggiungendo per ulteriore chiarezza:
“Se dunque la meta dell’azione bellica è un equivalente del fine
politico, essa in generale s’abbasserà con questo, più esattamente,
s’abbasserà tanto più quanto più questo fine apparirà predominante:
così si spiega come possano darsi - senza contraddizione interna -
guerre di tutti i gradi di importanza e di energia, dalla guerra
d’annientamento fino alla semplice ricognizione armata.”[xvi].
Altri, non il prussiano che gli nega ragioni, s’interrogano sul legame
tra l’obiettivo di resa/debellatio dell’avversario, connaturato
alla guerra, e il principio di moderazione, imposto dall’opportunità
politica e dal dovere morale. Indagare sulla praticabilità di detto
principio, significa, nel mentre si accettano necessità e liceità
della guerra, chiedersi se debbano apporsi limiti al suo dispiegarsi.
In molti rispondono che il discorso sui limiti non ha senso, visto che
le azioni di guerra sono preordinate all’ottenimento della resa del
nemico, a prescindere da quantità e qualità della forza
impiegata. Ad maiora non manca chi osserva[xvii]
come l’esigenza sia errata negli stessi presupposti, sopratutto in
tempi che mettono a disposizione dei belligeranti una panoplia
distruttiva in grado di azzerare sul pianeta Terra[xviii]
la stessa vita.
C’è però chi osserva come, negli stessi termini clausewitziani, una
volta profilata la riduzione dell’avversario al proprio volere, il
“duello ingrandito” venga ad esaurire le sue ragioni, che l’immissione
in campo di ulteriori dosi di forza appaia inutile se non dannosa.
Inoltre, se annichilimento e conquista del nemico è parte del
disegno politico che sta dietro ad ogni guerra, detto disegno
politico non può non includere anche ciò che dopo la guerra va
fatto del e con il nemico, visto che il sistema internazionale
continua a funzionare durante e dopo l’azione bellica. A meno che, con
il Leporello del Don Giovanni mozartiano che fa capolino da sotto la
tavola, non ci si rassegni a biascicare: “Ah! padron... siam tutti
morti...”[xix]
Se l’uso della forza è un dato politico[xx],
esso è tale in quanto tende a stabilire (o ristabilire) un certo
equilibrio, un certo ordine nella famiglia degli stati. La gradazione
nell’uso della forza è appunto funzione della politicità di questa. Se
la guerra è rimedio, cura, per quanto amara, di situazioni non
altrimenti risolvibili, essa deve comunque essere graduata in funzione
dell’obiettivo politico del dopo. Detto altrimenti, se la guerra è lo
stato di natura nel quale il potere dei leader, nella peggiore delle
ipotesi per istinto di sopraffazione nella migliore per principio
d’ordine, tendono ad accovacciarsi, la pace è l’obiettivo che va
ricercato e voluto.
La guerra, in tale contesto, diventa fattore critico di sistema,
manifestazione del passaggio da un punto all’altro dell’equilibrio[xxi]
dinamico che regge il sistema dei rapporti tra gli stati, effetto
delle azioni che stati (o soggetti come movimenti di liberazione,
schiere di insorti, gruppi religiosi guerrieri, etc.) insoddisfatti
dell’equilibrio vigente realizzano in vista della tutela di propri
interessi, insoddisfatti dall’equilibrio/ordine vigente.
E’ ovvio che a difesa dell’ordine dominante si schierino gli attori
sistemici che quel certo ordine hanno costituito, o da quel certo
ordine traggono vantaggi. Altrettanto ovvio che contro detto ordine si
schierino gli attori non soddisfatti, o gli attori esclusi, o gli
attori i cui interessi non sono rappresentati adeguatamente dal
sistema internazionale così come esso è in una certa fase storica, o
coloro che trovano troppo “costoso” operare all’interno dei dati
fissati dalla situazione d’equilibrio e ricercano, attraverso la
guerra, di mutarne i rapporti di potere consolidati.
I candidati “naturali” a scatenare i conflitti bellici, i protagonisti
delle crisi violente e delle rotture armate dell’equilibrio, sono gli
attori di sistema che si ritengono fuori dagli interessi protetti
dall’equilibrio vigente o puntano alla ricomposizione di equilibri
comunque più interessanti per i loro interessi. Il che solo raramente
accade per i detentori del potere, per gli attori che reggono il punto
d’equilibrio, stati e/o forze che hanno creato l’ordine e lo
governano.
Una teoria della guerra per il XXI secolo
I fenomeni sociali vanno affrontati in via concettuale, quindi
rapportati alla realtà, ovvero ad un luogo e a un tempo. Per non
eccedere in astrazione, è indispensabile storicizzare definizioni e
giudizio sui fenomeni sottoposti ad analisi teorica. Un esercizio di
questo tipo applicato alla teoria della guerra, comporta l’immediata
percezione che la natura feroce[xxii]
del conflitto armato, sommata alle attuali capacità tecnologiche, pone
ai nostri tempi precisi interrogativi politici sulla possibilità di
considerare ancora la guerra strumento attuale di politica
internazionale.
In questa direzione va un realista come Hans
Morgenthau, e non da oggi: “While at all times the promotion of the
national interests of the United States as a power among powers has
been the main concern of American foreign policy, in an age that has
seen two world wars and has learned how to wage total war with nuclear
weapons the preservation of peace has become the prime concern of all
nations. (...) around the two concepts of power and peace. These two
concepts are central to a discussion of world politics in the final
decades of the twentieth century, when an unprecedented accumulation
of destructive power gives to the problem of peace an urgency it has
never had before”[xxiii].
L’etologo Konrad Lorenz non è da meno, escludendo, dopo il
nucleare, la “funzionalità” della categoria della guerra nella storia
dell’uomo[xxiv].
Guerra è quella combattuta con la clava nella preistoria, con spada e
lancia nell’era del ferro, quella di cui è protagonista la prima
polvere da sparo. Guerra è il conflitto contemporaneo che ha sullo
sfondo strumenti per la distruzione di massa e missili a testata
nucleare multipla. Guerra è quella descritta da Tucidide quando
racconta le battaglie del Peloponneso, così come l’Armageddon o Mad (Mutually
Assured Destruction) disegnato dai dottor. Stranamore[xxv]
degli stati maggiori delle difese statunitense e sovietica negli anni
del confronto bipolare. Possono questi conflitti, a livello analitico
e teoretico, essere trattati nello stesso modo? I loro effetti
politici, umani, ambientali, di civiltà, sono davvero da considerarsi
tutti identici a prescindere dall’epoca storica, quindi dalle
minori o maggiori capacità di distruzione rese disponibili all’umana
specie? Detto in altro modo: può oggi e qui ragionarsi in
astratto sulla guerra, come se si stesse ragionando di un qualsiasi
confronto armato dei secoli andati?
Il ventesimo secolo ha fatto 110 milioni di morti per guerra, una
media di 1 milione 100 mila uccisi ogni anno da violenza collettiva,
più di 3.000 per ogni giorno del Novecento. È un tetto assoluto e
spaventoso nella storia umana, un lavacro che ha trovato inaugurazione
nel secondo decennio del secolo con i nove milioni di vittime della
Prima guerra mondiale.
Di fronte a questi numeri, al massacro continuo dei tremila uccisi
quotidiani (che non vede in elenco feriti, mutilati, e distruzioni di
altro genere) può avere senso discettare sulla guerra come fattore di
relazioni internazionali? Non sarà forse il caso di ridiscutere, nella
nostra epoca, il ruolo che la guerra ha rivestito nelle relazioni
internazionali?
Tanto più che la proliferazione degli stati, intervenuta nei
continenti nuovi attraverso il processo di decolonizzazione e nel
vecchio continente con la caduta dell’impero sovietico, ha fatto
crescere a dismisura il numero dei paesi indipendenti e sovrani,
rendendo obiettivamente più complesso il governo del sistema
internazionale, generando di conseguenza più numerose ragioni di
conflitto armato a cavallo delle frontiere. Le guerre internazionali
in corso nel 2004 vanno verso le 35 unità, confermando l’alta
disponibilità a confliggere della comunità degli stati nell’epoca
d’instabilità seguita alla fine del bipolare, testimoniata dalle 48
guerre registrate nel 1990, le 28 del 1996, le 31 del 1998. Si pensi
che nel 1950, in piena guerra fredda si era a sole 12 guerre
guerreggiate.
L’obiezione classica è che, a fronte di “paci ingiuste” ci sarà sempre
chi riterrà che la “guerra giusta” possa costituire la soluzione[xxvi].
Ma quale “giustizia” potrà trovarsi in guerre che non vengono più
dirette contro i leader avversi o le loro truppe, ma puntano
direttamente contro la popolazione civile; guerre che sono diventate
azioni di terrore sulle popolazioni delle città e delle campagne più
che strumento per battere l’avversario schierato in campo! Da sempre i
civili soffrono gli effetti dei colpi inferti dal nemico, ma questi
sono rimasti, sino agli anni trenta del secolo ventesimo (guerra
civile spagnola), fenomeno secondario, annesso inevitabile degli
obiettivi intrinsecamente bellici. Dallo scontro ispanico in poi,
invece, le vittime civili delle guerre, per la natura delle armi
utilizzate e i mutamenti nelle strategie delle operazioni belliche,
sono cresciute in modo incommensurabile. Se le guerre d’inizio
Novecento facevano vittime tra i civili per il 5% del totale, a fine
secolo siamo al 90%[xxvii].
Si è inoltre smarrita, dagli anni di guerra fredda in poi, la pratica
della guerra “cavalleresca”, quella regolata da leggi scritte e non,
che ad esempio prevedeva la “dichiarazione ufficiale” prima dello
scatenamento delle forze in campo. La questione è meno banale di
quanto sembri, perché le guerre non dichiarate consentono ai
confliggenti di sfuggire al corpus di regole con potestà
giuridica vincolante, fissate dal diritto internazionale sulla base
dello jus gentium o diritto naturale. E’ questa una situazione
che fa salire notevolmente il numero delle violazioni ai trattati e
alle convenzioni internazionali, mettendo nell’angolo l’azione di
soggetti come la Croce rossa internazionale e le stesse agenzie delle
Nazioni Unite. I misfatti che la Russia sta commettendo in Cecenia
costituiscono un buon esempio di dove si possa spingere l’autonomia
degli stati, non contenuta dalle regole sulla guerra fissate dalla
comunità internazionale.
Questi ed altri elementi spingono nella nostra epoca opinioni
pubbliche e comunità degli stati a porsi la questione non tanto di
come utilizzare la guerra nelle relazioni tra gli stati e i popoli,
quanto di come evitarla, come cancellarla dall’elenco degli strumenti
che la politica utilizza per dare soluzione alle crisi internazionali
e stabilire i nuovi equilibri necessitati dai mutamenti di sistema.
Nel contesto attuale, la guerra può forse essere riguardato come
strumento desueto, i cui danni certi risulterebbero superiori ai
benefici incerti, sostituibile, per queste valutazioni, da altro
strumento più efficace e meno costoso per l’umano genere. Non si
tratta di ragionare in modo astratto e utopico sulla cancellazione
dell’uso della violenza dalla storia umana, quanto di interrogarsi
sull’accantonamento di questa specifica violenza, la violenza
collettiva chiamata guerra.
E’ già accaduto a livello regionale delle relazioni internazionali,
che il negoziato istituzionalizzato abbia sostituito la guerra,
risultando strumento più efficace e meno dispendioso per la soluzione
delle controversie: si guardi all’esperienza dell’Unione europea, Ue,
nel mezzo secolo che separa dai suoi inizi. Cos’altro è l’Ue se non un
negoziato permanente che ha sostituito alla pratica bellica di
millenni di guerre intestine europee, il negoziato istituzionalizzato
e organi comuni di governo delle crisi?[xxviii]
Guardarsi intorno e constatare che della guerra sembra non riusciamo a
fare a meno neppure nel nostro secolo, apertosi tra decine di
conflitti armati a livello locale e il grande scontro globale che va
sotto il nome di “guerra al terrorismo”, non significa dare ragione a
chi rifiuta il metodo del negoziato, che al contrario continua a
trovare adesioni crescenti[xxix].
Perché le guerre contemporanee non stanno mostrando capacità di
soluzioni: le crisi che le hanno generate restano aperte, e richiamano
nuovi conflitti, nuove morti e distruzioni. Così in Kosovo, in Iraq,
in Cecenia; così in Palestina e Israele; così nel combattimento di
tutti contro tutti generato dal terrorismo di matrice islamica.
La risposta alle crisi è probabilmente affare più complesso della
sola risposta militare, richiedendo capacità di intervento che
utilizzino anche la vasta gamma delle soluzioni politiche,
culturali, economiche, messe a disposizioni dalla storia delle
relazioni internazionali.
Occorre, probabilmente, riprendere alcune delle lezioni che ci vengono
dai classici, ad esempio rispetto all’opportunità di dare soluzione
definitiva all’anarchia in cui versa il sistema internazionale,
al bisogno che questo sia regolato da legge e ordine.
E’ certo che minore sarà l’anarchia sistemica, maggiori saranno le
opportunità per limitare la guerra e organizzare la pace. Chi vieta
che il concetto di sicurezza, oggi interpretato sopratutto in chiave
di capacità a difesa e offesa dei singoli stati sovrani o di loro
ristrette alleanze, non possa transitare nella sfera collettiva, dove
sicurezza significhi attribuzione sistemica dei compiti di
repressione o prevenzione della violenza ingiusta, di contenimento
della sopraffazione del violento sul più debole? Non è questo ciò che
già accade nel foro interno, quanto la polizia reprime il crimine, e
un giudice, applica i principi di law and order?
Il modello di interdipendenza cooperativa
Nella ricerca di sicurezza gli stati e la comunità internazionale
utilizzano quattro strumenti: il bilanciamento dei poteri, la
diplomazia, il diritto internazionale, la guerra.
Nel contesto politico e giuridico qui proposto, l’amministrazione
della violenza collettiva o guerra resterebbe modalità residuale per
lo stabilimento/ristabilimento dell’ordine, rispetto alle altre tre
modalità di regolamento di conflitti.
Condizione imprescindibile per un modello siffatto, è che tenda ad
essere istituzionalizzato il concetto di interdipendenza tra gli
stati, ovvero che si avviino strumentazioni effettive di
interdipendenza cooperativa sistemica nella comunità
internazionale. L’interdipendenza economica, politica e di sicurezza,
verrebbe ad accrescere le ragioni della pace.
Si tratterebbe di dare corso alla convinzione che il primato della
politica, affermato da Clausewitz e apparentemente di universale
consenso, debba essere accresciuto, alla luce delle lezioni della
storia contemporanea, di un limite e di un qualificativo. Il limite è
dato dagli effetti potenziali della forza, in specie sotto il profilo
della capacità di distruzione di massa. Il qualificativo dalla
necessità che il principio della politica divenga principio della
politica legittima e condivisa (quindi non imposta da potenza
esterna alla sovranità statuale).
Della capacità distruttiva della forza nell’epoca contemporanea si è
detto. Merita ulteriore approfondimento la questione riguardante le
modalità per l’esercizio del power.
Si parta dalla seguente considerazione: “Gli stati restano fortemente
attaccati al concetto di sovranità e indipendenza. In questo si
comportano non diversamente, si passi il paragone, dalla famiglia
patriarcale storica dove il potere paterno imperava senza tema di
smentite, attendendo di essere spazzato via dalle innovazioni del
pensiero e del costume del secolo ventesimo. Dove porterà gli stati
questa convinzione pervicace sulla virtù del proprio incontrollato
potere, nonostante tutti i disastri mostrati dall’anarchia
internazionale?”[xxx].
Ciò detto, difficile sostenere la tesi che all’anarchia si possa
rispondere imponendo ordine, perché l’imposizione genera
resistenza e quindi nuovo disordine. Occorre, al contrario, creare le
condizioni perché le modalità di superamento dell’anarchia, quindi
della cessione di quote di singole sovranità all’autorità comune,
siano condivise e ritenute convenienti dagli stati sovrani.
Solo la libera condivisione può attribuire legittimità ed
effettuabilità al modello d’interdipendenza cooperativa. Inoltre un
modello siffatto, se si vuole che non resti sospeso nel campionario
dei buoni sentimenti ma diventi proposta di effettiva organizzazione
politica, ha bisogno della paternità di una o più potenze garanti,
sufficientemente forti da assumersi la responsabilità del suo
funzionamento, anche attraverso l’uso della forza legittima e
condivisa. E’ per questo che ogni esercizio imperiale del potere rende
inapplicabile il modello, mentre al suo sviluppo risulta
indispensabile l’esercizio dell’egemonia[xxxi],
senza il cui enforcement il modello non potrebbe essere
costituito né esercitato.
Si può obiettare che il modello dell’interdipendenza cooperativa sia
stato già proposto al tavolo delle trattative successive alla Prima
guerra mondiale dal presidente statunitense Woodrow Wilson, campione
della teoria liberale, e che sia naufragato miseramente nella crisi
della League of Nations, della guerra di Spagna, dei totalitarismi
nazi-fascisti e comunisti. Resta da capire cosa avrebbe potuto essere
quel sistema se, contrariamente a quanto accadde, il Senato di
Washington avesse ratificato l’impegno assunto dal presidente. A parte
quest’interrogativo, è certo che per la prima volta nella storia umana
si ebbe al tavolo di Versailles il tentativo di far transitare la
questione della pace e della guerra dal piano individualistico o
morale o del singolo stato, al piano delle relazioni internazionali e
dei rapporti tra stati. Così come per la prima volta si ricercò un
modello scientifico, codificato, che dotasse il mondo di un
riferimento per azioni in favore della pace e contro la guerra.
E comunque il modello del “l’interdipendenza cooperativa”, non intende
recuperare quella lezione, il cui bilancio è negativo, ma piuttosto,
come accennato, portare alle conseguenze estreme l’esperienza del
regionalismo cooperativo, la cui pratica risulta di forte interesse
rispetto alla soluzione pacifica delle controversie, visto che tiene
conto, facendo tesoro della lezione del realismo, degli interessi
degli stati a cominciare dal loro spasmodico bisogno di sicurezza,
dalla loro necessità di porsi in equilibrio rispetto agli altri stati
concorrenti. In questo si è in compagnia del neo-realismo di Waltz,
che pur non potendo tenere conto[xxxii]
della lezione dell’Unione europea, evidenzia come l’anarchia del
sistema internazionale possa essere curata solo attribuendo autorità
internazionale a un soggetto esterno alle singole sovranità degli
stati.
Il limite della teoria realista, ma anche della teoria liberale, sta
nell’incapacità a distinguere tra natura dello stato (degli stati) e
della società internazionale. Il sistema internazionale non è semplice
giustapposizione, sommatoria degli interessi nazionali,
confronto-scontro tra questi, ma soggettività sistemica autonoma,
proprio come un tutto non è soltanto la sommatoria delle parti.
L’interdipendenza cooperativa fonda le sue ragioni sul riconoscimento
dell’autonoma specificità del sistema internazionale, basato non
soltanto sugli stati ma su altri rapporti espressi dal consorzio
dell’umana natura, irriducibile alla sola soggettività statuale. Si
pensi alla soggettività delle Ong, delle religioni, dei fattori
culturali. Si pensi alla soggettività di tutti gli attori non
riconducibili a specificità statali, come le comunità nazionali non
riconosciute in stato, gli apolidi, e così via.
Agostino e Niebuhr affermano che la guerra nasce nell’uomo. Richard
Cobden[xxxiii]
e Wilson attribuiscono responsabilità al potere autocratico, come Marx
a quello plutocratico. Rousseau, e altri dopo di lui, mettono alla
radice della guerra la mancanza di governo nella comunità degli
stati, la situazione di anarchia del sistema internazionale.
L’interdipendenza cooperativa, il modello di governo condiviso e
democratico può ridurre il tasso di anarchia sino ad azzerarlo,
contribuendo a rendere la guerra fattore obsoleto di relazioni
internazionali.
In attesa che ciò accada, valgano le parole del Concilio: “La guerra
non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché
esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità
internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta
esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si
potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. ... Ma
una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei
popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre
nazioni.[xxxiv]
Note
[i]
Per guerra (gr. πόλεμος, lat. Bellum, ted. Krieg,
ingl. War) tradizionale s’intende il conflitto armato
combattuto tra stati sovrani, per lo più in base a regole e
comportamenti pubblicistici propri degli stati. Una forma spuria
di guerra tradizionale è la guerra civile, che avviene tra fazioni
interne a uno stesso stato.
[ii]
Si includono in quest’espressione i conflitti che non comportino
lo schema classico di confronto armato tra stati, quali
insurrezioni guidate da fronti di liberazione nazionali, rivolte
contro l’ordine costituito guidate da capi religiosi, etnici,
clanici etc. Sono fenomeni di violenza collettiva e organizzata
che non assumono le dimensioni politiche e giuridiche proprie
della guerra, pur documentando effetti in termini di violazione di
diritti dell’uomo e di distruzione talvolta superiori alla guerra
classica.
[iii]
Una delle cause ricorrenti dei conflitti sta nell’affermazione
della diversità rispetto all’avversario; una delle diversità più
frequentemente richiamate dai soggetti collettivi che si
confrontano in conflitto è quella religiosa. Il che non autorizza
all’uso dell’espressione “guerra religiosa”, dato che di religioso
in conflitti di questa fatta non c’è proprio nulla, anche quando
nei proclami di chi guida le azioni belliche corre il richiamo al
“Libro”. Almeno da Cristo in poi sulla separazione tra la sfera di
Cesare e quella di Dio non dovrebbero esservi esitazioni. Gesù non
è Messia guerriero e politico, è liberatore dello spirito, ordina
di rinfoderare la spada a chi lo difende nel Getsèmani (Matteo,
26, 51-52), separa nettamente il “regno del mondo” dal “regno di
Dio”.
[iv]
Restano in pochi a dubitare che da parte di settori islamici sia
in atto, da circa un decennio, l’organizzazione e il fomento,
attraverso il sostegno ideale e finanziario, di atti di guerra
contro l’ordine internazionale seguito alla fine del sistema
bipolare, garantito dagli Stati Uniti d’America. Dette azioni
hanno espresso l’acme con gli avvenimenti dell’11.09.2001, e
sviluppi ulteriori attraverso attentati come quelli di Istanbul
nel novembre 2003 e Madrid nel marzo 2004. La difficoltà degli
alleati a catturare il vertice di Al Qaeda, lo scadimento dei
rapporti tra governo israeliano e Autorità palestinese, le
difficoltà della coalizione d’occupazione nella gestione dell’Iraq
post Saddam, contribuiscono a peggiorare la capacità della
comunità internazionale a ricercare, anche attraverso le Nazioni
Unite, risposta adeguata alla minaccia.
[v]
Vi era stata violenza (e che violenza!) anche nell’azione del
serpente, ma aveva avuto natura meramente psichica. E’ una
violenza che non riguarda l’analisi qui condotta, vincolata al
riferimento esclusivo alla violenza collettiva che si esprime
attraverso l’uso di armi. Per questo non si terrà conto delle
cosiddette guerre “economiche”, “culturali”, etc.
[vii]
Un trattato di pace in testo cuneiforme, ritrovato ad Ebla, è
datato 2300 a.C. Il primo trattato di pace scritto di cui si abbia
testimonianza, si riferisce a un conflitto del 1285 a.C.: si
combatte la battaglia di Qadesh, tra ittiti ed egizi, ed è la fine
d’innumerevoli anni di guerre tra le parti. Verso il 1280 a.C. si
firma il più antico trattato di pace di cui resti traccia: alla
base ci sono relazioni diplomatiche, scambi di delegati e missive,
ecc., con tavolette in accadico reperite a Amarna e Ugarit.
[viii]
L’espressione identifica l’insieme delle azioni degli stati e
degli altri soggetti di relazioni internazionali, fuori da
quelle inerenti la loro attività interna. La comunità, o sistema,
internazionale diventa fatto sempre più attivo e complesso, via
via che si sviluppano ruolo e funzioni degli stati sovrani
moderni, ma non può escludersi l’operatività del concetto già in
epoca arcaica, vista la lunga serie di trattati e accordi
“internazionali” documentati presso le popolazioni antiche.
[ix]
In Abbagnano N., Dizionario di Filosofia, Utet, 1971, p.
446, che richiama ai Frammenti 53, Diels.
[x]
Abbagnano, ib. Fr. 80, Diels.
[xi]
Non è che la filosofia abbia smesso di riflettere sul corso della
cosa pubblica. E’ che il Novecento elabora forme “scientifiche” di
approccio alla complessa attività umana della “politica”. A
livello interno questa nuova scienza adotta il nome di
politologia. A livello esterno il nome di Relazioni internazionali
o International Politics. La prima cattedra di Relazioni
Internazionali della quale si abbia notizia viene aperta nel 1919
a Aberystwyth, University College del Galles, grazie
all’iniziativa dello statunitense A. Carnegie. Le lezioni sono
tenute da A. Zimmern, studioso di storia greca antica, che avrebbe
poi prestato la sua opera nella nascente Società delle Nazioni. La
guerra è talmente questione centrale della nuova scienza, che le
Relazioni internazionali sono state anche definite Scienza della
pace e della guerra.
[xii]
E’ un processo contrario a quello descritto nel Libro: “Con le
loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun
popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si
eserciteranno più per la guerra” (Is 2, 4). Nell’antichità
classica, la figura retorica dell’aratro e del gladio,
descrivevano l’opzione politica posta alla base del processo di
fusione: in società fondamentalmente agricole, dalla colata si
batteva in epoca di pace il ferro per l’aratro, in epoca di guerra
il ferro per spade e lance in difesa della propria terra o per la
conquista di terra altrui. In termini moderni, potremmo dire che,
a seconda che i tempi siano di pace o di guerra, il bilancio
pubblico destinerà più o meno risorse alla difesa/sicurezza. C’è
dell’altro: quando una società civile si trova confrontata ai
rischi di guerra, tende a mutare comportamenti e cultura, leggi,
regole di comportamento. Cambia, ad esempio, la percezione dello
“straniero”. Un esempio: quando, nel corso del conflitto mondiale,
gli Usa combattono le tre nazioni nazi-fasciste, procedono ad
arresti selettivi nei confronti di statunitensi di origini
giapponese, tedesca, italiana, arrivando ad internarli in appositi
campi di concentramento.
[xiii]
Può qui essere definito come il complesso dei rapporti
interstatuali, e non solo, che stabilisce relazioni di dipendenza
reciproca tra gli stati e gli altri soggetti di azione
internazionale, ai fini della sopravvivenza della specie umana.
[xiv]
von Clausewitz C., Pensieri sulla guerra, Sansoni, 1943, p.
5.
[xv]
von Clausewitz, ib. p. 5.
[xvi]
von Clausewitz, ib. p. 16.
[xvii]
Ad esempio Michael Walzer, discutendo la difficoltà, se non
l’impossibilità di verificare se e quando azioni di guerra siano
“superflue” e “inutilmente dannose”, ovvero quanta utilità e/o
proporzionalità sia verificabile, afferma: “Ogni storia militare è
una storia di violenza e distruzione al di fuori di qualsiasi
riferimento alle necessità del combattimento: massacri su entrambi
i fronti, battaglie mal pianificate e dispendiose che sono poco
meno che massacri.” Walzer M., Guerre giuste e ingiuste,
Liguori, 1990, p. 177.
[xviii]
Scrive Luigi Bonanate, a conclusione di La Guerra, Laterza,
1998, p. 131: “... da pochissimi anni il mondo sembra diventato
tutt’uno; ogni terra è stato e ha rapporti con quasi ogni altro
sul pianeta; prima ancora, aveva iniziato a prendere piede e a
svilupparsi una cultura diffusa della pace, indotta inizialmente
dal timore della guerra nucleare, e poi trasformata in precoci
elementi di una vera e propria opinione pubblica internazionale
pacifica, che ha ormai dato mille prove della sua consistenza, sia
negli studi sia nella vita politica e sociale. Nulla di simile si
era mai visto prima nella storia”. E comunque il rifiuto della
guerra come strumento “errato” di soluzione al confliggere delle
volontà collettive, non appartiene soltanto ai nostri tempi.
Grotius, affrontando la difficoltà intrinseca al belligerante di
rispettare le leggi di guerra e “proporzionare” crudeltà e
distruzioni, scrive: “Antigonus senex irrisit hominem qui sibi
urbes alienas oppugnanti commentarium de iustitia adferebat.
Et Marius negabat prae armorum strepitu leges a se
posse exaudiri. Ipse ille oris tam verecundi Pompeius, ausus est
dicere : Armatus leges ut cogitem? In Christianis
scriptoribus plurima eius sensus occurrunt ; pro multis unum
Tertulliani sufficiat. Dolus, asperitas, iniustitia, propria
negotia praeliorum”. De Iure Belli ac Pacis,, in Grotius H., I
fondamenti del diritto, Editoriale scientifica, pp. 368-369. E
Michel de Montaigne (1553-1592): “Quanto alla guerra, che è la più
grande e pomposa delle azioni umane, mi piacerebbe sapere se
vogliamo servircene come prova di qualche nostra prerogativa o, al
contrario, come testimonianza della nostra debolezza e
imperfezione; poiché invero sembra che la scienza di distruggerci
e ucciderci a vicenda, di rovinare e perdere la nostra stessa
specie, non abbia molto di che farsi desiderare dalle bestie che
non la posseggono” (Saggi, Adelphi, 1992, II, XII, p. 614).
[xix]
Da Ponte L., Don Giovanni, Ricordi, 1980, p. 90.
[xx]
In alternativa è un dato esclusivamente criminale e come tale va
perseguito dai tribunali, a cominciare dal Tribunale penale
internazionale.
[xxi]
Il concetto di equilibrio viene ripreso dalla scienza economica e,
proprio come in economia, risulta sempre instabile e dinamico.
“The concept of ‘equilibrium’ as a synonym for
‘balance’ is commonly employed in many sciences – physics,
biology, economics, sociology, and political science. It signifies
stability within a system composed of a number of autonomous
forces. Whenever the equilibrium is disturbed either by an outside
force or by a change in one or the other elements composing the
system, the system shows a tendency to re-establish either the
original or a new equilibrium”. Morgenthau Hans J., Politics
among Nations, Alfred A. Knopf, Inc., ed. 1985, pp. 187-188.
[xxii]
“... è la violenza l’elemento di scandalo della guerra; è nella
violenza che l’uomo si riconosce, ma è anche in rapporto a essa
che egli sente quanto sia necessario cambiar indole”. Cardini F.,
Quella antica festa crudele, Arnoldo Mondadori, 1997, p.
441.
[xxiii]
Morgenthau H. J., cit. p. 27
[xxiv]
“Konrad Lorenz ha visto nelle armi nucleari una discriminazione
assoluta rispetto alla funzionalità della guerra come forma di
rapporto umano: quindi un fattore destabilizzante che ha
radicalmente modificato il fenomeno guerra rendendolo non più
funzionale (e quindi privo di eticità) nel mondo nel quale
attualmente viviamo”. Cardini F., cit., p. 441.
[xxv]
Nel film di Stanley Kubrick, Dr. Strangelove or How I Learned
to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964.
[xxvi]
“E’ noto a tutti che esiste una teoria teologico-giuridica della
‘guerra giusta’: ciò ha scandalizzato e ha fatto discutere. Per
sciogliere i malintesi relativi a essa (o, se si vuole, per
scandalizzare fino in fondo), si deve ricordare che essa non
potrebbe stare in piedi se non partisse dal presupposto che la
pace non è giusta in quanto tale, che essa deve a sua volta
rassegnarsi a esser considerata un valore relativo, e che insomma
esiste anche una dimensione di ‘pace ingiusta’ “. Cardini F., cit.
p. 5.
[xxvii]
Fonte, United Nations Development Program, Undp, 1998.
[xxviii]
“Se è vero che il modello di cooperazione economica a carattere
regionale non dispone di strumenti diretti di difesa e di
sicurezza, esso però innesca moduli tali di cooperazione
intergovernativa esplicitamente o implicitamente politica, che
finisce per contribuire abbastanza distintamente alla
conformazione di un ambiente cooperativo a carattere
globale, evidentemente inclusivo degli aspetti di sicurezza. ...
Il caso più autorevole, attraverso il quale esaminare la relazione
tra regionalismo economico e sicurezza, resta l’Unione europea.
... E’ certo che benché gli stati rimangano la pietra angolare
del sistema internazionale, benché senza gli stati nessuna
soluzione durevole ed efficace sia possibile reperire per i
problemi dello sviluppo economico e dell’equilibrio di sicurezza,
occorra con più convinzione esplorare come gli strumenti del
regionalismo e dell’universalismo possano dare un contributo
efficace al raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo
economico e della pace”. Troiani L., Regionalismi economici e
sicurezza, F. Angeli, 2000, rispettivamente pp. 165, 167,
181-182
[xxix]
Già Giovanni XXIII notava: “Si diffonde sempre più tra gli esseri
umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli
non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece
attraverso il negoziato”, Pacem in Terris, 126.
[xxx]
Troiani L., cit., pp. 179-180.
[xxxi]
Spiega bene Michael Walzer: “L’egemonia è qualcosa di differente
dall’impero... la nozione di impero comporta l’esistenza di
strutture di controllo e dominio, di continuità ... L’egemonia
implica che qualcuno deve rendere conto al gruppo sul quale
esercita la propria egemonia, ovvero implica una sorta di
equilibrio basato sul fatto che il più forte accetti di compiere
dei sacrifici di natura collettiva. Questa è una definizione di
supremazia che non implica dominio, una definizione di leadership
che non è imperialismo.” Walzer M., La libertà e i suoi nemici,
Laterza, 2003, citato in Corriere della Sera, 4 ottobre 2003.
Walzer deduce da dette premesse che gli Stati Uniti possono essere
un potere egemonico, non un potere imperiale.
[xxxii]
Waltz K. N., Man, The State and War, a Theoretical Analysis,
Columbia Un. Press, 1959. La Comunità economica europea è
fondata nel 1957.
[xxxiii]
Uomo politico inglese (1804-1865), liberista, contrario ai dazi
doganali sulle importazioni del grano.
[xxxiv]
Costituzione “Gaudium et Spes”, 79, I documenti del Concilio
Vaticano II, Edizioni Paoline, 1983, p. 272
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