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Novembre:
Presidente negli Usa, Commissione in Europa
Luigi
Troiani
A
novembre la democrazia americana sceglie il leader del prossimo
quadriennio: al confronto l’attuale presidente repubblicano George W.
Bush e lo sfidante democratico John Kerry. Favorito sembra il
presidente in carica, premiato dalla prerogativa di comandante in capo
dell’esercito impegnato nella “guerra al terrorismo” e dal
risvegliato nazionalismo statunitense, ma la serie di scontri
televisivi ha favorito Kerry e quindi potrebbe esserci una sorpresa.
Bisognerà vedere quanto eventuali fatti clamorosi, legati
all’andamento della campagna irachena e di quella contro il
terrorismo, potranno pesare sugli elettori all’ultimo momento.
Il confronto tra i candidati è occasione per una lettura complessiva
del momento politico statunitense: nessun presidente si sentirà mai
vincolato dalla sua piattaforma elettorale, ma gli issues
sollevati dai contendenti dicono molto su aspettative dei cittadini e
capacità delle autorità di soddisfarle.
La questione più rilevante è la “guerra” dichiarata da Bush al
terrorismo in risposta ai fatti dell’undici settembre 2001, che ha
avuto, tra gli effetti, l’invasione di Afghanistan e Iraq. Di guerra
si tratta e non di “lotta”, nel senso che mette l’uso delle forze
armate come chiave prioritaria, e apparentemente esclusiva, per la
soluzione del problema. Se l’elettorato è dichiaratamente favorevole
alla necessità di rispondere ai colpi del terrorismo, non è
altrettanto chiaro se appoggi sino in fondo l’azione del presidente in
Iraq. Da un lato sono circolati documenti che contestano alcune delle
motivazioni addotte per scatenare l’attacco all’Iraq, dall’altro le
pesanti perdite tra armati statunitensi e popolazione irachena
(polizia e militari inclusi), il caos civile religioso ed etnico
dell’Iraq, l’evidente mancanza di controllo di truppe d’occupazione e
locali su fenomeni quali azioni terroristiche e sequestri, minano
seriamente la credibilità dell’azione condotta sin qui da Bush. Kerry
è ambiguo sulla guerra irachena, ma dice con chiarezza che occorre
allargare il ventaglio delle opzioni di politica estera pescando con
generosità nelle opportunità date dal “soft power” americano:
economia, cultura, relazioni multilaterali, etc. Il candidato
democratico, di fronte a un’opinione pubblica ancora frustrata dai
fatti dell’undici settembre, è però cauto non volendo vellicare le
passioni nazionaliste e bellicose di larghe fette d’elettorato.
La seconda questione riguarda l’economia. L’attuale presidente ha
divorato l’attivo di bilancio ereditato da Clinton, creando una
voragine nei conti pubblici che sarà complicato sanare in futuro. Il
paese e le famiglie sono indebitate oltre ogni aspettativa dei
mercati, mentre la debolezza del dollaro, se aiuta la bilancia
commerciale, è segnale del calo di fiducia dei mercati. Negli anni di
Bush, la cancellazione di programmi sociali, la riduzione di imposte
sui ceti billionaire, i favori espliciti verso taluni settori
del big business hanno fatto scandalo, ma sono andati di pari
passo con un mercato del lavoro che ha saputo sempre reagire a tempo e
una curva dei consumi che, se pure non eccezionale, ha fatto meglio di
quella europea. Kerry, che si professa vicino ai sindacati e ai
blue collar, ha promesso di arricchire il welfare e modificare la
tassazione delle multinazionali. Poco per cambiare la natura del
capitalismo americano.
Sulle questioni capitali del pianeta, ambedue i candidati volano
basso. La campagna elettorale sembra non respirare il malessere che
c’è in giro: ad esempio riguardo al buco d’ozono nell’atmosfera, alla
disperazione dei paesi in sviluppo, alle guerricciole etniche e
religiose del Caucaso, dell’Asia, dell’Africa.
Se Kerry non troverà il colpo d’ala nella fase finale della campagna,
sarà Bush a guadagnarne, perché la piattezza delle ambizioni
americane, apparentemente concentrate sulla sicurezza interna, non
potranno che favorire il candidato che le rappresenta con maggiore
decisione e coerenza.
Appena pochi giorni prima del voto americano, in Europa, il 1
novembre, era prevista l’entrata in funzione la nuova Commissione dei
Venticinque. Il portoghese Jose Manuel Durao Barroso, conservatore e
democristiano ,ha incontrato le note difficoltà nell’assemblare la
nuova Commissione.
Obiettivamente, il momento europeo è complesso: lo sviluppo stagna, i
consumi sono piatti, non vi è certezza sull’approvazione della
Costituzione da parte di Parlamenti e referendum, il patto di
stabilità è platealmente violato dalle più grandi economie
dell’Unione. Non ci sono i soldi per fare le riforme, e spingere le
economie più arretrate del centro est Europa verso l’integrazione.
Purtroppo l’Unione ha perso la grande opportunità offertale dalla
trattativa intergovernativa sul trattato costituzionale. Avrebbe
potuto stimolare un dibattito effettivo all’interno dei popoli
dell’Europa sulla propria natura e sul proprio destino, motivando
scelte politiche che, al contrario, non sono state operate. La
banalizzazione della fase che ha preceduto la firma del trattato
costituzionale, spiega, tra l’altro, una parte delle assenze dalle
cabine elettorali in occasione delle elezioni europee del 12-13
giugno.
C’è un’aspettativa: che il presidente statunitense uscente dalle
elezioni di novembre e la nuova Commissione, riallaccino i rapporti di
convinta collaborazione. Lo chiede lo stato del mondo, in particolare
là dove povertà e sottosviluppo, guerra, grandi malattie, attentano
alla speranza di futuro.
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