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Luigino Bruni e Stefano Zamagni
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Anna Cecilia Martiarena
Quanto attuale risulta oggi parlare della
crisi dello “Stato del benessere” e della sua riforma! Il
deterioramento del Welfare State si traduce in una crisi della
solidarietà, causata in gran parte dalla divisione fra economia e
protezione sociale; una crisi dell’etica, tramutatasi in un’etica
individualistica; una crisi valoriale, strutturale, funzionale,
distributiva. Infine una crisi di uno Stato che è diventato
particolaristico, assistenzalistico, clientelistico e la cui
conseguenza è una crisi di fiducia e una situazione di tante
disuguaglianze sociali. Zamagni ci dice a riguardo: “la radice della
crisi del modello statalista non è tanto (e comunque non solo) di
natura fiscale, piuttosto, essa è causata dalla incapacità di quel
modello di coniugare, in modo armonico, equità e libertà.” Bisogna
quindi ripensare lo Stato sociale affinchè
diventi sempre più un’istituzione
sussidiaria di servizio alla società civile, principale obiettivo del
welfare.
In questo contesto è possibile una
rivalorizzazione della società civile? Quale benessere è perseguito?
Come realizzare una società del benessere?
Con queste domande s’introduce il tema centrale dei due libri:
l’economia civile. Questa vede il mercato come spazio dove
s’esercitano le virtù civili, tali come reciprocità, fiducia,
fraternità. Questa è una concezione che dà importanza tanto allo
Stato, quanto al mercato ed alla società civile, mettendo quest’ultima
al primo posto. Pone la persona al centro della società e
dell’economia. Il tema dell’economia civile non nasce come risposta a
questa crisi del Welfare State. In realtà, ci dicono Zamagni e Bruni,
si afferma all’epoca dell’Umanesimo Civile, nella quale si dà un
grande rilievo alla dimensione relazionale dell’essere umano,
percepito fin dal medioevo. E’ vero, però, che il tema dell’economia
civile, sebbene non nasca in questi ultimi anni, si riprenda con
forza, come risposta alla crisi del Welfare State e alla crisi della
economia di mercato di oggi, guidata soltanto da una pura logica del
profitto autoreferenziale.
Secondo Stefano Zamagni e Luigino Bruni i
principi dell’ordine sociale sono: lo scambio di equivalente, la
redistribuzione e la reciprocità. Questo tema si presenta nel libro
“Economia Civile”, un libro che guarda all’oggi da una prospettiva
antica, per trovare risposte alle nuove domande di questo passaggio
d’epoca.
Il principio dello scambio di equivalente, nasce con l’economia di
mercato: l’equivalente di valore è il prezzo di mercato. Allora,
un’economia che si basa sul principio dello scambio di equivalente è
un’economia che opera efficientemente. Si può, quindi, affermare che
il fine di questo principio è l’efficienza.
Non basta che un sistema economico sia efficiente nella produzione del
reddito; deve anche trovare il modo di ridistribuirlo equamente tra
coloro che hanno contribuito a generarlo. Il principio di
redistribuzione ci assicura che la ricchezza venga ridistribuita. Il
fine è, dunque, l’equità: dare a tutti cittadini la possibilità di
poter partecipare al gioco economico. Così l’equità è un valore che
viene garantito dalla redistribuzione.
Il principio di reciprocità ha diversi elementi; tra loro vi sono la
gratuità e le aspettative di imitazione dell’atto di gratuità. Nella
relazione di reciprocità quello che conta è la relazione. Lo scopo di
questo principio è la fraternità. La reciprocità cerca, da un lato, il
consolidamento del nesso sociale e cioè la fiducia generalizzata senza
la quale non solo i mercati ma neanche la stessa società potrebbe
esistere; dall’altro, la libertà in senso positivo, cioè la
possibilità per ciascun soggetto di realizzare il proprio piano di
vita e dunque la possibilità di essere felici. La reciprocità, quindi,
è il principio che traduce in atto lo spirito di fraternità.
Ora vediamo i diversi modelli di ordine sociale che sono presentati
dagli autori, secondo i principi sopra esposti:
a) Modello di Welfare State. Questo modello si basa sul principio
dello scambio di equivalente e sul principio di redistribuzione, cioè
sul mercato e sullo Stato. Il terzo principio è dimenticato e tutto
ciò che non è nè mercato nè Stato, è il terzo settore. Questo modello
non consente lo sviluppo della fraternità.
b) Modello Neoliberista. Questo modello si appoggia sul principio
dello scambio di equivalente e sul principio di reciprocità, cioè sul
mercato e sulle organizzazioni Non Profit. Lo Stato è minimalista in
questo modello. Quindi, l’equità non è assolutamente garantita.
Inoltre essendo una sorta di conservatorismo compassionevole, nemmeno
la fraternità può dirsi pienamente realizzata.
c) Comunitarismo. In questo modello, lo Stato limita il mercato
considerandolo un “male necessario” e assurge ad un ruolo preminente
nella vita economica. L’equità, attraverso una completa
redistribuzione, è dunque ampiamente garantita, non l’efficienza.
La cosa importante, che ribadiscono Zamagni e Bruni, è che nessuno di
questi modelli va bene, perchè ognuno esclude almeno uno dei tre
principi. Allora, i tre modelli sono parziali. Non sbagliati, ma
parziali. Anche Dahrendorf coglie questo punto quando scrive: “La
democrazia e l’economia di mercato non bastano. La libertà ha bisogno
di un terzo pilastro per essere salvaguardata: la società civile.”
L’idea dell’economia civile è che tutti e tre i principi
possano convivere. Le società si sviluppano in modo armonioso se si
salva questa struttura “triadica”. La sfida di oggi è come organizzare
la società e l’economia secondo tutti e tre i principi, perché finora,
nelle nostre società contemporanee, mai si è riusciti a dare vita ad
un ordine sociale in cui tutti e tre i principi potessero stare
assieme. Lo Stato ha un ruolo importante, ma l’ultima parola deve
averla sempre la società civile. In questa linea, prima viene la
società civile, dopo lo Stato. C’è la necessità di far ricorso alla
società civile organizzata, per trovare in essa quegli spazi di azione
in cui la relazione con l’altro è l’elemento centrale dello starbene
assieme. La prospettiva dell’economia
civile, pur accogliendo la struttura triadica sopra detta, considera,
come principio fondativo e primitivo, la reciprocità. Lo scambio è
etico e civile, se è conforme a questo principio. Questa linea,
espressa da Zamagni e Bruni, ha una forte continuità con la tradizione
che vede nella reciprocità le fondamenta della società stessa. La
concezione dell’economia civile
attribuisce alle organizzazioni
della società civile, il compito primario di generare reti di
reciprocità solidale e di veicolare quei valori capaci di alzare il
livello della qualità della vita.
Secondo le valutazioni di Zamagni e Bruni,
soltanto quando le organizzazioni della società civile sono
indipendenti, siamo nel miglior modello. Questo è uno degli elementi
del modello civile del welfare, di cui parlano gli autori nel testo
comune. A tali organizzazioni va riconosciuta una soggettività, non
solamente giuridica ma anche economica. Ci vuole l’autonomia e pure
l’indipendenza economico-finanziaria, cioè la capacità di realizzare i
propri programmi o i propri obiettivi senza dover dipendere, in modo
diretto e condizionante, nè dall’ente pubblico nè dalle imprese.
Ma come fare per essere indipendenti?.. A questo punto, affermano
Zamagni e Bruni, ci sono due vie per raggiungere quest’obiettivo:
o attraverso i mercati di qualità sociale, dove la relazionalità ha il
primato, oppure modificando la struttura del meccanismo delle
donazioni a favore dei soggetti del terzo settore. Nei mercati di
qualità sociale, intervengono imprenditori sociali e civili che fanno
della loro interazione con i portatori di bisogni il perno del
processo di aiuto; possiamo dire che il suo funzionamento è diverso da
quello dei mercati dei beni privati. Allora, aggiungono Zamagni e
Bruni, che in buona sostanza, l’idea alla base del mercato di qualità
sociale è che sia possibile inserire la dimensione sociale dentro
il mercato. E' in ciò l'idea di un welfare sussidiario che si serve
dei meccanismi di mercato, come strumento per rafforzare il vincolo
sociale e, nel quale, lo Stato diviene promotore della società civile
organizzata, incentivando tutte quelle forme di azione collettiva che
hanno effetti pubblici. La seconda proposta è quella di mettere in
gioco i cittadini e le loro organizzazioni, trasformando il meccanismo
donativo da bipolare (da donatore a ricevente), in tripolare, ovvero
istituzionalizzando il ruolo delle organizzazioni del terzo settore.
A questo punto possiamo dire che, le parole
chiave dell’economia civile sono la fiducia, la reciprocità e la
felicità. Si riscontra da più parti come la fiducia sia la vera
precondizione dello sviluppo economico. Nonostante questo, la
socialità basata sulla reciprocità deve essere considerata la parola
chiave di tutto l’impianto antropologico e sociale dell’economia
civile. Per ultimo si inserisce la nuova riflessione attorno al tema
della felicità, che sulla scia di Aristotele, viene vista come frutto
delle virtù civiche, e quindi è una realtà intrinsecamente sociale.
Non c’è dunque felicità disgiunta dalla vita civile. Questo tema è
approfondito nel libro di Luigino Bruni: “L’economia, la felicità e
gli altri”, che affronta la storia della felicità nell’economia ed i
suoi paradossi.
E’ ormai, ampiamente ammesso che lo star bene delle persone è
associato non solamente ai bisogni materiali, ma anche ai bisogni
relazionali, e di conseguenza alla loro capacità di entrare in
relazione in modo genuino con gli altri. Partecipare alla vita civile
è fonte di felicità. La nostra felicità o infelicità, sottolinea
Bruni, dipende forse dai beni materiali ma, soprattutto, dipende dalla
qualità dei rapporti che riusciamo a costruire con le persone che ci
stanno attorno. Secondo l’autore, la felicità è legata più di quanto
pensiamo ai beni relazionali, alla libertà degli altri, e per questo è
fragile, ma è ad ogni modo la sola strada per una vita buona. E qui si
annida un paradosso, perché la stessa infelicità è frutto dei rapporti
interpersonali.
L’essere umano per realizzarsi ha bisogno di reciprocità e per
conseguirla deve fare il salto della gratuità e così può raggiungere
la sua felicità. Se il mercato, l’attività economica, dà spazio al suo
interno a dimensioni più qualitative e intrinseche, come la gratuità e
la reciprocità, possiamo non avere paura del mercato e dei suoi
fallimenti; anzi, esso stesso può diventare un luogo di incontri
civili e civilizzanti, un luogo di socialità e di reciprocità, e
quindi un luogo di felicità. L’economia si trasforma in
benessere quando è inserita all’interno di rapporti umani profondi,
generosi e aperti. In sintesi, nell’economia civile la vita sociale è
vista come il luogo in cui la felicità può essere raggiunta
pienamente.
Concludendo, possiamo dire che il percorso fatto in queste
pagine ci porta a dire che l’idea della felicità è molto più vicina di
quanto pensiamo di solito. Sebbene certi sono i suoi paradossi, è
anche vero che alla base stessa della felicità vi è la relazionalitá,
la reciprocità, la gratuità, la felicità degli altri. Sapendo pure che
il mercato, come luogo di reciprocità, può diventare luogo di
felicità, cosa fare per raggiungere questo fine? Probabilmente la
risposta è quella che ci dà l’economia civile, una proposta che deve
essere messa in luce per tanta gente che non la conosce ancora.
La domanda che sorge a questo punto è la seguente: in quale modo la
prospettiva dell’economia civile rappresenta una via credibile per
dare soluzione ai problemi sopra esposti e anche una via credibile che
conduca alla felicità? Questa è una domanda che si pongono Zamagni e
Bruni. Sembra molto interessante questo punto e degno di essere più
ampiamente sviluppato in una ricerca. Ci domandiamo infine se è
possibile umanizzare l’economia, su cui insiste da sempre la Dottrina
Sociale della Chiesa. Questi autori ci dicono che la condizione che va
soddisfatta per avere una risposta positiva è che possa affermarsi
all’interno del mercato (e non già al di fuori o accanto ad esso), uno
spazio economico formato da soggetti, il cui agire economico faccia
riferimento ad un preciso insieme di valori. Poichè la partecipazione
alle attività di tale spazio non può essere separata dalla cultura che
ne è all’origine, essa rientra in quel principio di comportamento
economico che abbiamo chiamato reciprocità.
E’ senza dubbio impresa ardua porre in
essere questa proposta dell’economia civile. Ma, come in tutte le
imprese umane, ci sono difficoltà, soprattutto quando l’obiettivo è
così importante e prezioso. Per questo, dobbiamo continuare a
sforzarci per rendere l’economia più umana e per superare la crisi
odierna. Trasformiamo questo momento di crisi in un’opportunità per
rendere il mercato un luogo d’umanizzazione, che edifichi le virtù
civili.
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