|
Scarica
l'articolo in PDF
Nuovi modelli organizzativi per la gestione ambientale
Stefano
Gomes
Introduzione
Gli anni
che seguono la fine del secondo conflitto mondiale sono ricordati
nella storia come un’epoca di relativa stabilità politica e di pace,
per aver favorito lo sviluppo dell’impresa civile ed il benessere dei
Paesi occidentali.
In quel periodo lo scopo principale perseguito dall’impresa era la
produzione di cose utili in quantità rilevanti e a basso prezzo;
un’azienda pianificava il passaggio di produzione da un bene ad un
altro per assicurarsi la maggiore fetta di mercato ed il relativo
guadagno.
A partire dagli anni ‘60[1]
iniziarono a giungere i primi segnali di denuncia dei danni che
avrebbe causato l’industrializzazione.
Si dovette attendere un decennio quando, nel 1972, si riunì a
Roma il primo foro internazionale sui temi ambientali, il Club di
Roma; si iniziò a parlare di impatto ambientale in termini
scientifici, gettando le basi teoriche dello sviluppo sostenibile. Il
documento finale fu reso noto con un titolo emblematico, che
racchiudeva il senso di consapevolezza e di preoccupazione emerso dal
dibattito: I limiti dello sviluppo. Gli esperti giunsero alla
conclusione finale che, nonostante le quantità delle risorse fossero
rilevanti, la produzione dei beni non poteva essere proiettata
all’infinito, sostenuta da un consumo illimitato.
Dal 1972 ad oggi, si sono succeduti incontri internazionali che hanno
profondamente influito sulle politiche nazionali, e dell’Unione
Europea in particolare, per la tutela ambientale sviluppando strumenti
normativi e di programmazione sempre più attenti ed incisivi.
Anche l’industria, seppur lentamente, ha risposto positivamente alle
nuove istanze investendo nel campo dell’innovazione tecnologica a
basso impatto ambientale, aderendo agli accordi volontari e, solo
recentemente, redigendo i bilanci ambientali e sociali.
Le questioni ambientali non hanno interessato unicamente la revisione
di nuovi metodi e nuovi processi produttivi; queste hanno inciso anche
a livello organizzativo, con la creazione di nuove figure
professionali, come il manager per lo sviluppo sostenibile, chiamate a
dialogare sia all’interno dell’azienda, sia esternamente, con gli
stakeholders.
Nonostante la sensibilità dimostrata e l’impegno sino ad oggi
perseguito dalle diverse organizzazioni sociali, istituzionali e non,
giungono sporadici segnali positivi che confermano che la strada
dell’eco-efficienza è ancora lunga da percorrere.
E’ lecito porsi alcune domande al riguardo: che cosa manca ancora per
il raggiungimento ottimale dell’eco-efficienza? Come si può operare?
Quali sono i soggetti che sono chiamati ad operare al processo di
trasformazione?
Queste ed altre domande sono alla base della riflessione del presente
articolo, che consentono di individuare due ambiti di indagine. Il
primo riguarderà il percorso storico dei modelli d’impresa che hanno
portato alla concezione dell’eco-efficienza. Il secondo ambito, meno
indagato, riguarderà l’organizzazione del lavoro in relazione ai nuovi
cicli produttivi, con particolare riferimento alla nascita di nuove
figure professionali come il manager per lo sviluppo sostenibile.
1. I modelli d’impresa
Storicamente il concetto di sviluppo competitivo nasce circa
5000 anni fa, con il sorgere delle grandi civiltà d’Oriente[2],
fondate sull’organizzazione di gruppi e comunità su scala,
caratterizzati da tre elementi comuni:
-
una distinzione netta tra le
attività agricole, manifatturiere e commerciali;
-
una società verticale
fortemente gerarchizzata, tale da impedire la non disponibilità equa
dei beni;
-
l’avvio del processo di
urbanizzazione.
In questo quadro storico, le attività agricole, pur operando un
processo di trasformazione dell’uso del territorio, garantivano il
rispetto dei cicli biologici. L’importanza attribuita all’agricoltura
prevale in tutto il periodo della società pre-industriale, assorbendo
l’80% della popolazione.
La prima scuola di economia nella Francia pre-rivoluzionaria, indicava
nell’agricoltura l’unica attività produttiva. Tale assunto derivava
dal fatto che alla fine dell’anno agrario l’attività forniva un
prodotto netto, cioè più di quanto fosse stato immesso all’inizio del
ciclo.
Al contrario, l’attività artigiana era considerata di valore
inferiore, poiché si limitava alla sola trasformazione di materia.
L’avvento delle macchine muta radicalmente il rapporto dell’uomo con
le fonti materiali invertendo l’ordine gerarchico delle attività
produttive: le materie prime di origine minerario assumono un ruolo
preminente, amplificando la capacità lavorativa dell’uomo e
l’agricoltura si trasforma, a sua volta, industrializzandosi.
Con il passaggio dalla società agricola a quella industriale emerge la
questione ambientale, come riportano le cronache del passato. Londra
nell’800, viene descritta come una città avvolta da fumi neri, rifiuti
accumulati negli angoli delle strade, l’affiorare di acque luride,
condizioni di lavoro in fabbrica insostenibili che causavano
l’insorgenza di nuove patologie che in seguito saranno classificate
come malattie professionali.
Il processo di industrializzazione, oggi maggiormente come nel
passato, pone in evidenza i quattro elementi chiave che impattano con
l’ambiente:
-
l’alto livello d’inquinamento
dell’aria, causato dagli accresciuti processi di combustione;
-
l’inquinamento dei corpi
idrici, determinato dagli scarichi dei residui di lavorazione ai quali
si aggiungono le acque luride di uso domestico;
-
la produzione ed accumulo di
rifiuti, la cui quantità è direttamente proporzionale alla crescita
della produzione di beni materiali non rinnovabili e, comunque, non
sempre restituibili all’ambiente da cui derivano, in quanto
difficilmente reciclabili;
-
la produzione di nuovi
materiali prodotti chimicamente, come materie plastiche e prodotti di
sintesi, non biodegradabili, che si accumulano nell’ambiente.
Gli anni della ricostruzione dopo il secondo conflitto
mondiale, hanno creato le condizioni idonee per l’incremento della
produzione industriale. Se da un lato la ripresa produttiva ha
influito positivamente dal punto di vista econo-mico, dall’altro, in
assenza di una politica ambientale, ha determinato una lunga stagione
di conflitto, iniziata agli inizi degli anni ‘60, del secolo scorso,
tra gli operatori delle attività produttive industriali - in prima
istanza, e agricole, in un secondo momento – con la mobilitazione dei
gruppi portatori d’interessi.
Il confronto vide, infine, come risoluzione la produzione di normative
sempre più rigide con l’imposizione di realizzare dei depuratori per
le acque, filtri per il contenimento delle emissioni in atmosfera e
nell’individuare luoghi circoscritti e controllati, per la gestione
dei rifiuti.
Se dal canto suo il progresso tecnologico ha raggiunto negli anni
traguardi ragguardevoli, altrettanto non si può dire per i sistemi di
controllo dell’inquinamento in quanto risultano, tuttora, costosi e
poco efficienti e tendono a trasferire l’inquinamento da un recettore
ad un altro.
Il sistema di produzione lineare, che sottraeva (assorbiva) materie
prime e la normativa sempre più rigida, ha causato nel corso degli
anni ‘80 del secolo scorso un forte tasso di evasione dalle norme
ambientali, causando il punto di non ritorno ad un sistema ambientale
equilibrato.
Il mondo della ricerca, riconoscendo l’evidente difficoltà da parte
dell’impresa nell’ope-rare a valle del processo produttivo, si è
orientata nel cercare delle soluzioni idonee creando nuove tecnologie
applicate ai cicli produttivi che consen-tono di prevenire
l’inquinamento: nascono le c.d. tecnologie a basso impatto che
perseguono principalmente lo scopo di ridurre in quantità minimale le
sostanze emesse (output) e le risorse naturali utilizzate (input)[3].
La necessità di prevenzione auspicata dalle politiche
nazionali, ed in particolare dall’Unione Europea[4],
ha accresciuto il senso di consapevolezza delle imprese mediante il
sistema delle adesioni volontarie: l’AUDIT ambientale,
l’ECO-etichetta-tura (ECOLABEL), tasse ambientali, incentivi, diritti
di emissione negoziabili, strumenti econo-mici attuali in grado di
orientare le scelte delle imprese.
L’atteggiamento delle imprese si sta lentamente modificando per
un duplice motivo. Il primo attribuibile alla pressione esercitata
dall’opinione pubblica, sempre più attenta e sensibile alle
problematiche ambientali, alle normative più stringenti e alle
sanzioni più pesanti. Il secondo motivo è riconducibile al grado di
efficienza raggiunto dalla tecnologia, che consente il perseguimento
di buone performance ambientali, a costi ridotti o, addirittura, con
risparmi energetici di materia prima: si apre l’era
dell’eco-efficienza.
Abbandonato il modello d’impresa del ventesimo secolo, caratterizzato
da massicce emissioni d’inquinanti, provenienti da ogni ciclo
produttivo, dall’utilizzo di ingenti quantitativi di risorse naturali
e grossi volumi di rifiuti, la nuova tendenza basa l’attività
aziendale su diversi fattori quali la dimensione, il diverso grado di
sensibilità ambientale delle produzioni che realizza, la qualità dei
servizi che fornisce, la complessità tecnologica dei prodotti e dei
processi, il livello di organizzazione, il posizionamento geografico,
una cultura specifica del Top management.
L’impresa contemporanea è sollecitata ad assumere atteggiamenti
estremamente diversificati ai quali corrispondono nuovi modelli
organizzativi e nuove strategie.
Il clima di cambiamento ha coinvolto anche le associazioni di
imprenditori le quali, da una strategia volta a mantenere un basso
profilo dell’informazione, si sono progressivamente spostate verso una
partecipazione attiva, alimentando un interscambio informativo verso
l’esterno trasparente e corretto.
Un percorso evolutivo che ha inciso in modo positivo, e diversificato,
sull’atteggiamento delle imprese nei confronti delle diverse
problematiche ambientali.
Seppur con diverse classificazioni utilizzate nella letteratura sulle
strategie ambientali d’impresa, è possibile distinguere quattro
tipologie che costituiscono una rappresentazione di altrettante
realtà.
L’impresa passiva, o di primo livello, rappresenta quel tipo di realtà
aziendale protesa alla massimizzazione dei ricavi che non apporta
alcuna modifica ai processi produttivi, subendo le normative
ambientali e le pressioni dall’esterno.
L’impresa adattativa, o di secondo livello, associa l’impiego di
tecnologie di abbattimento a valle e l’utilizzo di tecnologie
standardizzate offerte da fornitori specializzati. La responsabilità
della gestione ambientale è affidata ad un responsabile ambientale, e,
talvolta ad un responsabile della sicurezza, a cui vengono affiancati
consulenti esterni. Questo tipo d’impresa è attenta alla raccolta
differenziata ed al riciclo dei beni dismessi, riutilizzando i
componenti.
L’impresa reattiva, o di terzo livello, è quel tipo di realtà che ha
iniziato il processo di sensibilizzazione allargato a tutti i cicli
produttivi in quanto percepisce i segnali di risposta dei consumatori
adeguandosi alle norme. I prodotti di queste imprese vengono tutti
riciclati e/o riutilizzati. In molti casi, forme di energia vengono
convertite in altre forme di energia come ad es. l’utilizzo del
termovalorizzatore che converte i rifiuti solidi in energia termica.
Il grado di organizzazione interno risulta più complesso, in quanto le
responsabilità ambientali vengono allargate ad un numero crescente di
funzioni e di soggetti interni, per favorire lo sviluppo organico
delle attività per il medio periodo.
L’impresa attiva, o di quarto livello, è la realtà produttiva che ha
compreso maggiormente l’importanza della questione ambientale come
opportunità di crescita, interiorizzando gli obiettivi in tutta la
realtà aziendale. Persegue una politica attenta al dibattito
internazionale, cercando di anticiparne il corso evolutivo,
promuovendo l’innovazione tecnologica. Quest’ultima tipologia
d’impresa rappresenta l’idealtipo che può trovare concrete
applicazioni in un’ottica di collaborazione tra imprese a livello,
territoriale, di consorzio o di associazione, come nel caso del
distretto eco-industriale.
Il distretto eco-industriale è rappresentato da un insieme di aziende
che operano in un clima di collaborazione per:
-
ridurre i consumi energetici
dei processi produttivi. Si tratta di riuscire a definire dei sistemi
di area per attività di co-generazione, cascata energetica, piani di
trasporto collettivi nonché per l’utilizzo estensivo di fonti
energetiche rinnovabili;
-
minimizzare i costi di utilizzo
delle materie prime;
-
valorizzare dal punto di vista
economico scarti di produzione altrimenti destinati a diventare
rifiuti.
La descrizione del legame tra i flussi di materia di origine
antropica e l’impatto potenziale delle attività economiche
sull’ambiente (con riferimento particolare ai nutrienti quali azoto,
carbonio, idrogeno, ossigeno, zolfo e fosforo), definiscono il
principio di metabolismo industriale[5].
L’analisi di fattibilità per la creazione e lo sviluppo del
distretto eco-industriale vede come momento iniziale l’analisi
dell’area tecnologico-produttiva del distretto effettuata mediante
audit ambientali su due livelli:
¬ l’incontro tra imprenditori dell’area e operatori locali, che
possono contribuire con nuove proposte, prendendo visione della
documentazione disponibile anche in funzione delle produzioni;
¬
l’analisi dei flussi di materia.
Questa prima fase può consentire la creazione di un network di imprese
che interagiscono in modo collaborativo, interaziendale, per combinare
risorse, acquisire conoscenze e tecnologie e abbattere i costi
associati alle attività di formazione del personale.
La seconda fase è rappresentata dalle attività di marketing quale
elemento innovativo e di vantaggio per il successo dell’impresa.
Fig.1.
Ciclo dell’audit ambientale

Box 1. Il progetto CLOSED: la chiusura del cerchio.
Il progetto CLOSED nasce nel 1999, promossa dall’Agenzia Regionale
per la Protezione Ambientale della Toscana e la Società Ecosistemi
di Roma, con lo scopo di esplorare, nel campo dell’ecologia
industriale, le possibili prospettive di adottare, da parte delle
imprese, i diversi strumenti disponibili per la gestione ambientale,
come l’internalizzazione della componente ambientale a livello di
processi di produzione, di innovare le nicchie di mercato esistenti
e di avviare nuovi processi produttivi.
L’applicazione riguarda la riduzione dei rifiuti prodotti in una
data area, l’ottimizzazione del reimpiego dei processi di produzione
e l’aumento dell’efficienza energetica dei materiali invertendo
quello che è l’attuale ciclo. Un’altra connotazione consiste nel
cercare di aumentare quella componente del trattamento e del
riciclaggio che caratterizza i flussi e le relazioni tra sistema
economico produttivo ed ambiente, con conseguente riduzione della
quantità dei rifiuti e dei residui provenienti da processi di
produzione che vengono scaricati nell’ambiente.
La scelta dei distretti in Toscana, il tessile di Prato, il
vivaistico di Pistoia ed il cartiero di Lucca, deriva dalla
presenza, in questa regione, di economie di localizzazione che
offrono l’opportunità di testare un sistema che risulta più esteso
rispetto ai tradizionali modelli di gestione ambientale per le
imprese, ad oggi disponibile sul territorio.
Tale scelta ha consentito di adottare un modello applicabile in un
contesto di area molto più esteso, rispetto alla piccola e media
impresa, ma allo stesso tempo sufficientemente ridotta per condurre
una sperimentazione.
Il progetto CLOSED ha beneficiato dei fondi messi a disposizione dal
programma LIFE-Ambiente, uno strumento finanziario (giunto alla
quarta edizione) che la Commissione Europea ha a disposizione per
l’attuazione della politica ambientale comunitaria.
2. L’organizzazione del
lavoro
L’attività imprenditoriale, che oggi appare basata su una più
efficiente utilizzazione delle macchine con l’ausilio di personale
specializzato, è un fenomeno storico recente.
Per secoli, prima dell’avvento delle macchine, i modelli di
lavorazione erano di tipo artigianale, basati su una struttura
elementare dove l’energia utilizzata era prodotta dall’uomo o dagli
animali, o da forze naturali. La macchina è il punto di riferimento
del processo produttivo per l’azione di massimizza-zione. L’impiego
del lavoro umano è lo scandire di sequenze di attività preordinate e
programmate.
Questo modello iniziale ideato da Taylor[6],
indicato come paradigma meccanico o classico, ha caratterizzato
l’attività produttiva fino agli anni 20’ del secolo scorso, sino a
quando Elton Mayo, sulla base delle sue osservazioni personali,
evidenziò la necessità di meglio comprendere il ruolo determinante
delle relazioni umane (human relation) e di rivedere criticamente le
rigide certezze del taylorismo. Il pensiero di Mayo è stato ben
sintetizzato da Grandori (1995) individuando quattro assunti
fondamentali:
-
i livelli elevati di
produttività sono correlati e causati da altrettanti livelli di
soddisfazione delle persone;
-
i comportamenti dei capi
influenzano i comportamenti dei dipendenti ed il loro livello di
soddisfazione;
-
la maggior parte dei conflitti
si può risolvere efficacemente attraverso la comunicazione tra le
parti;
-
un lavoro in se più
interessante, ma meno specializzato, più ricco di responsabilità e
autonomia, produce maggiore soddisfazione e maggiore produttività.
Da una struttura chiusa, protesa alla quantificazione della
produzione, rivolta esclusiva-mente alla realtà interna, si giunge
alla elaborazione della concezione sistemica dove l’aspetto tecnico e
quello umano sono strettamente interdipendenti influenzandosi
reci-procamente.
La concezione sistemica deriva dalla teoria dei sistemi, una materia
dedita allo studio ed al controllo dei sistemi.
Per sistema deve intendersi qualsiasi forma di aggregato costi-tuito
da elementi fisici e/o astratti, nel quale si riescono ad indivi-duare
relazioni di causa-effetto.
Le condizioni di funziona-mento di un sistema dipendono da due tipi di
cause. Le cause esterne che generano i comportamenti del sistema e le
cause interne proprie del sistema che sono in funzione delle
condizioni che precedono l’inizio delle sollevi-tazioni.
Distingueremo i sistemi in algebrici e dinamici. I primi sono regolati
in modo istantaneo esclusivamente dalle cause esterne, prive di
memoria: ad es. un sistema algebrico è dato dalla somma di due
elementi A e B, individuati come cause esterne, il cui risultato C
potrà essere espresso con la formula matematica A+B=C, ovvero la
condizione di funzionamento.
Nel caso di sistemi dinamici, i risultati possono essere di diverso
tipo in funzione delle condizioni iniziali e soddisfare diverse
variabili. Ad es. il concetto di linearità, dove la causa esterna non
è considerata in un solo istante ma tiene conto dell’intero intervallo
di tempo in cui si svolge l’applicazione. Orbene, i sistemi
organizzativi si comportano come gli
organismi viventi, aperti al loro ambiente di riferimento, dunque ogni
intervento diretto al sistema organizzativo deve necessariamente
riferirsi ad un’analisi contestuale e sistemica di due ordini di
fenomeni. Pertanto il modello organico è disarmonico rispetto a quello
meccanico.
L’analisi sistemica evidenzia una corre-lazione permanente, di tipo
feedback, tra le unità a livello macro e le unità a livello micro. In
questo modo il sistema è rappresentato da una singola unità assumendo
una nuova entità dal carattere autonomo. Individuare un sistema
significa specificarne i confini e riconoscere gli elementi
costitutivi della struttura, pertanto tutto ciò che non appartiene al
sistema stesso è indicato come ambiente esterno.
E’ possibile applicare svariati modelli sistemici ai feno-meni
organizzativi che differiscono sia per gli elementi considerati, sia
per le modalità di definire i punti di contatto con l’ambiente
esterno.
Tra i diversi modelli teorizzati, il sistema organizzativo è
considerato come parte di una struttura produttiva in rapporto con un
contesto ambientale, influenzata da tutte le forze esterne rilevanti
(input) che producono le dinamiche economiche, competitive,
tecnologiche, socio-politiche e gli output che derivano dal loro
funzionamento.
L’assetto istituzionale e le variabili strategiche, tecnologiche[7],
individuali e sociali costituiscono le forze e le fonti principali
che alimentano il funzionamento del sistema.
L’affermazione di una visione organica sistemica ha, senza
alcun dubbio, avuto il merito di evidenziare la non unicità
nell’impostare o programmare un modello organizzativo, aprendo la
strada a nuovi filoni di ricerca, che gli studiosi, nel corso degli
anni ‘70 del secolo scorso hanno denominato Teorie contingenti.
Da tali teorie il sistema meccanico e quello organico
rappresenterebbero gli estremi di un percorso volto alla ricerca di
un’ottimizzazione delle soluzioni organizzative, riferite al contenuto
di cambiamento, come ad uno di stabilità.
Tale passaggio risulterà tanto più rapido, quanto più l’efficienza
dell’impresa dipenderà dalla coerenza e consonanza tra realtà
ambientale e modello organizzativo: le scelte organizzative devono
riflettere le relazioni di interdipendenza.
La nuova realtà organizzativa opera in un contesto aperto nella logica
di sistema, come elemento chiave del cambiamento.
Gli scenari che fanno da sfondo al nuovo millennio sono la
disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate e differenziate
nella produzione, in quanto possono offrire un unico prodotto o
servizio con cicli di vita breve: la conoscenza quale elemento
centrale del fattore produttivo, l’evoluzione e la maturazione
culturale dei lavoratori, consumatori e cittadini,
l’internazionalizzazione.
Tali scenari hanno assunto caratteri definiti, rispetto agli anni
precedenti, influenzando in modo determinante le scelte strategiche
non solo delle aziende, da sempre esposte alla concorrenza e
all’internazionalizzazione, ma riguarda anche il settore dei servizi,
le amministrazioni pubbliche e gli organismi no-profit.
Lo scenario attuale, con particolare riferimento alle diverse
problematiche riferite alla gestione ambientale vede, innanzitutto, il
coinvolgimento di più attori, sia interni sia esterni alla struttura
organizzativa, che non consente il colloquio in via esclusiva con
un’unica categoria di stakeholder e tanto meno in modo settoriale,
isolato e decontestualizzato.
La visione unica deve essere ricondotta alla logica di sistema che
esclude la semplice sommatoria di azioni con le singole parti, ma
adotta un approccio di tipo solistico, in grado di garantire un
programma non minimale ma esteso nel medio lungo termine.
Il mutato atteggiamento delle imprese nei confronti dell’ambiente sta
producendo nel tempo una risposta più razionale alle politiche
ambientali di nuova generazione, riducendo la tipologia sanzionatoria
e promuovendo un sistema più aperto, basato sull’informazione.
In tale contesto, la disponibilità di collaborazione tra impresa e
Pubblica Amministra-zione ha dato vita ai c.d. accordi volontari,
generando come risposta positiva lo sviluppo di metodologie e/o
strumenti diversificati per la gestione ambientale.
Questi strumenti sono raccolti in una matrice di relazione dove i
punti d’incontro delle diverse metodologie, offrono all’impresa
un’ampia gamma di possibilità per il raggiungimento dell’obiettivo
comune: la tutela ambientale (Fig.2).
Fig. 2 Matrice di relazione degli strumenti
per la gestione ambientale.
|
|
VIA/
VAS |
SGA
Audit |
LCA |
|
Capitale naturale |
ACB |
Analisi multicriteri |
Bilancio CO2 |
Rapporti ambientali |
Indicatori di performance |
|
Sistemi di
pianificazione territoriale |
x |
x |
|
x |
x |
x |
x |
|
x |
|
|
Indicatori |
x |
x |
x |
x |
x |
|
x |
|
|
|
|
Bilancio ambientale |
|
x |
x |
x |
x |
x |
x |
|
x |
x |
|
Project management |
x |
x |
x |
x |
|
x |
|
x |
x |
x |
|
Comunicazione
ambientale d’impresa |
x |
x |
|
|
|
|
|
|
x |
|
Acronimi: Valutazione Impatto Ambientale (VIA), Valutazione
Ambientale Strategica (VAS), Sistema di Gestione Ambientale (SGA),
Life Cycle Assessment (LCA) Analisi Costi Benefici (ACB)
Per realizzare questo obiettivo, le aziende si avvalgono sempre di più
di una nuova figura professionale: lo specialista dello sviluppo
sostenibile per indirizzare le politiche aziendali in favore
dell’ambiente, oltre che di una migliore legittimazione sociale.
Il compito del Manager dello Sviluppo Sostenibile è spingere l’azienda
a pianificare e programmare azioni in grado di soddisfare le
aspettative di tutti gli stakeholder da cui l’impresa dipende per i
propri risultati e con cui interagisce con le proprie attività (Fig.3).
Fig. 3 Il Profilo professionale e aree di competenza del Manager
dello Sviluppo Sostenibile.

Nelle aziende più grandi e strutturate, la funzione del manager dello
sviluppo sostenibile ha un campo di applicazione interdivisionale e
interfunzionale, in modo flessibile e dinamico, in grado di interagire
con figure professionali consolidate (risorse umane, salute e
sicurezza, affari legali, acquisti, vendite, comunicazione, qualità e
gestione ambientale).
Obiettivo finale è riuscire a produrre uno sviluppo sostenibile che
sia credibile e altamente funzionale all’interno ed all’esterno
dell’azienda.
Conclusioni
A completamento di quanto esposto, alcune note
conclusive sottolineano come l’attenzione ai temi ambientali può
rivelarsi per l’azienda una opportunità di business a vantaggio
proprio e di tutti i stakeholder che ruotano intorno ad essa.
L’applicazione di metodologie innovative e l’introduzione di
tecnologie a basso impatto ambientale non funziona se, alla
definizione di strategie ambientali, non ci sono delle figure
professionali idonee che operano al suo interno, in grado di
promuovere la collaborazione e la partecipazione dei dipendenti,
assicurando la circolarità delle informazioni all’interno ed
all’esterno dell’azienda.
Una gestione accurata delle tematiche ambientali, effetto di una
cooperazione tra il management ambientale e quello economico, la
definizione di adeguate misure preventive e appropriate soluzioni
tecnologiche non solo aiutano a ridurre i costi e i consumi di
materiali e di energia, ma creano un clima di migliore fiducia con i
consumatori incidendo positivamente sul conto economico.
In conclusione, una delle strategie più idonee per conseguire buoni
risultati è rappresentata da una visione olistica ove l’azione di
miglioramento di luoghi di lavoro e ambiente interno, nonché una più
attenta tutela dell’ambiente esterno, siano parte integrante di una
politica di programmazione di tipo sistemico, trampolino di lancio
verso ulteriori crescite culturali, economiche e della qualità della
vita.
Bibliografia
Bartolomeo M., Malaman R., Pavan M., Sammarco G, Il Bilancio
Ambientale d’Impresa, Il Sole24Ore –Pirola, Milano, 1997.
Gomes S., Metodologie d’intervento per la gestione ambientale,
OIKONOMIA, Anno 4, n.1, Febbraio, 2002.
Grandori A. L’organizzazione delle attività economiche, Il
Mulino, Bologna, 1995.
Koudate A., Samaritani G., Eco-Eco Management, Franco Angeli
editore, Milano, 2004.
Lawrence P.R., Lorschj.W. Organisation and
Environment Managing Differentiation and Integration, Harvard
University, Cambridge, (Mass.), 1967.
Rebora G, Organizzazione aziendale, Carocci, Roma, 1998.
Thompson J.D., Organization in Action, Mac
Graw-Hill, New York,1967.
Note
[1]
Nel 1962 la biologa americana Rachel Carson pubblicò il saggio
Silent Sping con il quale denunciava, per la prima volta, il
pericolo dei danni che nel tempo avrebbero causato l’uso
indiscriminato di antiparassitari, pesticidi (DDT) e fertilizzanti
chimici aprendo l’epoca dell’ambientalismo .
[2]
Le grandi civiltà del passato si sono sviluppate nelle vicinanze
dei grandi bacini fluviali: la civiltà Mesopotamica nella regione
dominata dai fiumi Tigri ed Eufrate, quella egizia lungo le sponde
del Nilo, quella indiana con l’Indo e quella cinese nei territori
attraversati dal Fiume Giallo e dal Fiume Azzurro.
[3]
Le iniziative delle imprese sono oggi rivolte a due categorie
d’intervento. La prima riguarda la riduzione dei quantitativi di
emissione in natura accompagnato da un aumento quantitativo di
materiale riassorbito in natura e bonificato (Emision
Sustainability Ratio – ESR). La seconda riguarda
l’azione di riduzione dei quantitativi di risorse necessarie alla
produzione accompagnato da un aumento dell’uso di materiale
rigenerato (Material Sustainability Ratio- MSR).
[4]
La politica dell’UE a favore dell’ambiente ha prodotto numerose
Direttive e Regolamenti ma in particolare con il V° e VI°
Programma Ambientale ha definito la linea strategica e l’impegno
comune per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente.
[5]
Il termine metabolismo industriale è stato introdotto nel
1988 da un gruppo di esperti all’interno del Programma
Internazionale per la Geosfera (IGBP) e formalizzato durante una
conferenza patrocinata dall’Università di Tokyo.
[6]
L’ingegnere americano F.W. Taylor (1856-1915) fu il principale
promotore dell’organizzazione scientifica del lavoro, il quale
contribuì alla diffusione e all’applicazione dei metodi da lui
introdotti. Dopo la sua morte, le sue idee continuarono ad
influenzare i metodi organizzativi aziendali. Il c.d. taylorismo,
grazie all’azione di Henry Ford, fece dell’innovazione
organizzativa una delle leve di successo dell’industria
automobilistica americana.
[7]
Le variabili tecnologiche sono da sempre considerate fondamentali
per le scelte organizzative soprattutto per quanto riguarda il
nucleo operativo e le modalità di utilizzo per il lavoro
esecutivo. L’information technology è senza alcun
dubbio la più importante variabile tecnologica che ha influito, e
continuerà ad influire sui modelli organizzativi del lavoro.
Scarica l'articolo in PDF
|