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Yuliya Shcherbinina
Assuming an organization adapted to their application, it will be found that efficiency principles, although all interrelated, all necessary to each other for highest result, nevertheless stand in a logical sequence. The first principle is a clearly defined ideal. Harrington Emerson (1912)
What is needed is a complete restatement of the purpose of business and that means, in practice, of the purpose of each individual enterprise. Lyndall Urwick (1955)
In fact, the purpose of a business firm is not simply to make a profit, but is to be found in its very existence as a community of persons who in various ways are endeavoring to satisfy their basic needs, and who form a particular group at the service of the whole of society. Centesimus Annus (1991)
Introduzione
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Se
negli anni ’50 il problema predominante era quello di produzione,
poiché l’aumento di fatturato significava automaticamente accrescere
l’utile, ciò non si è dimostrato più vero negli anni dopo la crisi
petrolifera.
E’ vero che lo schema sopraindicato tratta gli obbiettivi soltanto
quantitativi, ma prendendo in considerazione che, nel periodo del
dopoguerra (fino agli anni ‘80), lo sviluppo del concetto di
mission, ovvero l’unico posto dove gli obbiettivi qualitativi
potevano trovare la loro articolazione, non ha avuto ancora luogo,
questa illustrazione risulta utile.
Senz’altro il progressivo abbandono degli obiettivi sociali non è
stato altro che la risposta a mutate esigenze dell’ambiente. Una delle
cause dello spostamento verso il linguaggio di bottom line
potrebbe essere uno spostamento verso le politiche economiche
neoliberalistiche di flessibilizzazione (deregulation) del mercato, in
diversi paesi occidentali.
Il culmine della metamorfosi della comprensione dello scopo del
business, cade negli anni ‘70 incarnandosi nel pensiero della
figura carismatica di quel periodo – Milton Friedman- secondo
il quale l’ideologia classica dell’impresa e la sua unica
responsabilità è la massimizzazione del profitto. L’influenza di
questo teoretico del neoliberalismo sulla elaborazione di molti
concetti economici non si può sottovalutare. Il campo della raison
d’étre dell’impresa non fa eccezione. Fino ad oggi molti testi sul
management delle imprese rispecchiano la visione della natura
dell’azienda come massimizzatore dell’utile.
Alternativa degli anni ’50: creazione del cliente
Sarebbe ingiusto non menzionare il contro-tentativo di definire lo
scopo principale di organizzazione aziendale eseguito da parte di
alcuni studiosi come Urwick o Druker. Fin dagli anni
’50, essi richiamano l’attenzione sul fatto che i dirigenti vedono
l’azienda come “l’organizzazione dei valori economici per gli scopi
economici” o “l’organizzazione aggregata delle cose fisiche”[10].
“What is needed is a complete restatement of the
purpose of business and that means, in practice, of the purpose of
each individual enterprise… Such a restatement must be in terms of
common aims and common benefits, not in terms of individual
self-seeking. An economics which is based deliberately on the
exploitation of selfishness is bound to end in confusion, a welter of
warring vested interests” scrive Lyndall Urwick nel 1955 nel suo
articolo “The Purpose of Business”[11].
Parlando della necessità di una tale nuova formulazione, egli
pone l’accento sul fatto che lo scopo di un business deve puntare in
alto: “to try to express that purpose in terms of profit is to demean
human nature”[12].
La stessa idea, come un filo conduttore, attraversa gli scritti di P.
Drucker secondo il quale le imprese non esistono per raggiungere il
proprio interesse ma per soddisfare un bisogno sociale. Infatti, egli
giudica il ragionamento che considera la natura dell’impresa come
realizzazione del profitto, non solo sbagliato e non pertinente ma,
appunto, dannoso. Secondo l’autore, la nozione di massimizzazione del
profitto è priva del senso. Lo scrittore americano afferma che lo
scopo dell’impresa si trova fuori dall’impresa stessa. In effetti,
deve essere nella comunità, perché l’impresa è un organo della
comunità. Esiste una sola definizione valida dello scopo d’impresa:
creare un cliente”[13].
Il cliente è al centro della filosofia di Drucker. Per capire sé
stessa, l’azienda, secondo l’autore, deve rispondere a tre
fondamentali domande: chi è il cliente, dov’è il cliente, che cosa
compra il cliente?
Con uno spostamento del centro dell’interesse dell’impresa fuori da
essa, che sembra essere una cosa positiva, l’idea di Drucker contiene
un certa pericolosità. Senz’altro esiste una correlazione diretta tra
la sopravvivenza dell’organizzazione aziendale e la sua capacità di
soddisfare, oggi addirittura creare, il bisogno del consumatore.
Comunque, potrebbe essere moralmente “costoso” dare sempre al cliente
ciò che vuole, visto che tra i suoi desideri possono esserci quelli
come la pornografia o la droga. In altre parole, esistono certe cose
la cui produzione non può essere giustificata, qualunque e quanto
grande sia la domanda del cliente.
Questo approccio del “clientere”[14]
ha avuto una certa diffusione, ed oggi alcuni autori parlando sulla
mission dell’azienda quotano largamente Drucker[15].
Mission: qualsiasi cosa, ma non il profitto
Sembra che l’uso della parola mission intesa come “sintesi
di un processo che ha lo scopo di identificare e rendere esplicito il
quadro di riferimento strategico dell’azienda, cioè un insieme delle
sue finalità e delle modalità generali con le quali perseguirle”[16],
possa risalire alla fine anni ’80 – inizio anni ’90. Da allora
l’importanza della mission difficilmente è messa in
discussione. Essa determina le azioni dell’impresa, il tipo stesso
dell’impresa e svolge le seguenti funzioni[17]:
a) funzione tecnica. La mission fornisce i criteri per definire
gli obiettivi ed elaborare le strategie dell’organizzazione e
garantisce la coerenza e l’assenza di conflitto tra i diversi scopi
dell’impresa;
b) funzione ideologica. La mission è fonte dell’identificazione
e motivazione per i lavoratori. Essa spiega il senso di membership:
che cosa vuol dire essere “uno di noi”. Inoltre, favorisce la crescita
dell’unità dentro l’impresa e la creazione dello spirito di
cooperazione. Essendo un punto di riferimento emotivo sia per i membri
dell’organizzazione che per l’ambiente esterno, la mission
assume anche un ruolo emotivo;
c) funzione simbolica. Ha effetti sul pubblico esterno; diventa dunque
uno strumento d’attrazione delle risorse dall’ambiente (pensiamo agli
investimenti etici, per esempio) e favorisce l’instaurarsi di alleanze
ecc. La mission rende visibile l’identità dell’azienda
all’esterno;
d) funzione di valutazione/giustificazione. La mission sposata
da un’organizzazione diventa il principio per valutare scelte,
comportamenti e azioni concrete dell’impresa.
In questa luce il profitto non è capace di mettere in atto tutte le
funzioni. Se la sua capacità di essere un criterio di scelta e di
valutazione (a prescindere dalle ragioni etiche) è abbastanza alta, il
suo ruolo emotivo, simbolico ed ideologico è estremamente basso.
Si comincia la ricerca dei nuovi significati della mission. I
manuali non propongono più soluzioni concrete come il servizio alla
comunità o la massimilizzazione del profitto, ma si limitano
all’elaborazione dei principi generali della creazione di mission
lasciando lo spazio per la creatività dell’organizzazione.
Secondo un approccio di F. Kotler, la mission deve
prendere in considerazione 5 cruciali fattori[18]:
-
la storia dell’impresa che ha influenzato il suo profilo e
stile, il posizionamento nel mercato ecc.
-
lo stile del comportamento e delle azioni dei proprietari e dei
dirigenti dell’organizzazione,
-
l’ambiente,
-
le risorse disponibili,
-
le peculiarità dell’organizzazione.
Mescon riduce gli elementi della mission a 3 principali[19]:
-
l’attività imprenditoriale dell’organizzazione (il tipo del
prodotto/servizio, il suo mercato, la sua tecnologia),
-
l’ambiente che influisce sui principi dell’organizzazione,
-
la cultura o il clima dell’impresa.
Un recente manuale russo[20]
sostiene che la mission deve rispecchiare le seguenti
caratteristiche dell’organizzazione:
1)
le guidelines, o linee guida, che chiariscono gli
obbiettivi di lungo termine dell’impresa;
2)
il campo di gioco, ovvero la descrizione del bene prodotto e
del mercato cui è rivolta l’impresa;
3)
la filosofia, che racchiude il credo ed i valori accettati
dall’organizzazione;
4)
le modalità di funzionamento dell’attività: le tecnologie, i
punti di forza, il potenziale per la sopravvivenza
dell’organizzazione, le modalità di allocazione delle risorse ecc.
Gli approcci succitati rendono evidenti due tendenze della spiegazione
della raison d’étre dell’organizzazione aziendale:
-
la necessità di una certa “estasi”, di un “uscire-fuori-di-sè”,
fuori dai limiti della sua struttura, per trovare la sua identità,
che spiega la presenza del fattore dell’ambiente in tutti e tre gli
approcci;
-
la necessità di un’invocazione assiologica espressa nelle
parole come “filosofia”, “valori”, “credo”.
La presa di coscienza da parte degli studiosi della “trascendenza”
della mission di impresa, è un fenomeno, senz’altro, positivo.
Comunque, la neutralità verso la base valoriale dell’azienda lascia
molte domande e crea alcuni pericoli. Chi è responsabile della
definizione della mission d’impresa? Davanti a chi? Esiste un criterio
nella scelta dei valori o l’azienda si trova nel regno della pluralità
e della relatività dei valori? Il mondo ci offre oggi una vasta gamma
di filosofie dei valori: dalla scuola americana dei valori materiali,
all’etica kantiana. A quale di loro si deve ormeggiare l’azienda? Pur
essendo a prima vista molto attrattiva, l’invocazione assiologica
senza un riferimento concreto al bene, che superi l’interesse
esclusivo dell’impresa o l’interesse esclusivo dell’ambiente esterno,
rimane un “suono vuoto”.
Forse questo può spiegare il fatto che molti manuali,[21]
subito dopo i principi generali della formulazione della mission,
spesso citano il profitto come la raison d’etre delle imprese.
Anche se molti di loro affermano che tale impostazione è ormai
superata e per dimostrarlo riformulano lo scopo in, per esempio,
“giustificata remunerazione del capitale investito” o nel caso
migliore, accompagnano la massimizzazione del profitto con il
principio della responsabilità sociale o il rispetto per l’interesse
pubblico, le osservazioni di tipo etico spesso sembrano essere “le
regole di sicurezza” piuttosto che convinzioni incarnate e vissute
dentro alle organizzazioni. Secondo alcuni osservatori, l’“etica sta
diventando un gran business”[22].
L’abbondanza dei consulenti pronti, dietro un certo compenso, ad
aiutare a incorporare nella documentazione strategica delle imprese i
principi etici per legittimare la sua attività, mostra che essere (o
almeno apparire) etici è utile, è di moda.
L’esempio illustrativo di tale approccio può essere il già citato
libro di J. Collins, “Good to Great”, dove l’autore afferma
l’importanza di una mission che superi la semplice
massimizzazione del profitto. Una delle scoperte della sua ricerca
pratica sostiene che il contenuto della mission o
dell’ideologia-nocciolo, come la chiama l’autore, non gioca un gran
ruolo per la performance dell’azienda. Invece, la forte convinzione in
valori propri è correlata direttamente con il successo economico
durevole nel tempo, che mostra un’organizzazione aziendale.
“…Core values are essential for enduring greatness
but it doesn’t seem to matter what those core values are”.[23]
Sottolineando la necessità della consapevolezza che il profitto non è
lo scopo fondamentale dell’azienda[24],
lo stesso autore sceglie, come criterio fondamentale della selezione
delle imprese eccezionali, il rendimento del capitale. Tale scelta è
spiegata dall’incapacità di introdurre i criteri della scelta per i
variabili come impatto sulla società o il bene dei lavoratori[25].
In altre parole, il mondo degli affari è alla ricerca di una
mission che sia nobile però realistica dal punto di vista
economico. E finora sembra che questa ricerca si debba concludere
agganciandosi al concetto di bene comune.
Visione cristiana: bene comune + persona umana + profitto + …
Il modello della mission che viene presentato in questa parte
del lavoro sposa la visione della natura d’impresa nell’ottica
cristiana ed applica i criteri forniti dalla dottrina sociale della
Chiesa Cattolica nelle encicliche sociali (Rerum Novarum,
Laborem Exercens, Centesimus Annus ecc.) ed in altri
documenti del magistero.
L’approccio della Chiesa esce dai limiti di una visione “economicista”
che considera l’azienda solo dal punto di vista della sua finalità
economica. Pensare alla mission partendo dai principi della DSC,
significa pensare a ciò che l’impresa “è” (“comunità del lavoro”[26])
piuttosto che a ciò che “ha” (profitto, capitale, risorse ecc.).
Uno dei principali orientamenti[27]
del Magistero rivela la necessità di orientare l’impresa verso il
bene comune. Siccome il bene comune è un concetto poliedrico e
complesso, vale la pena di soffermarsi su questo concetto. Nella
concezione cattolica bene comune è “l'insieme di quelle condizioni
della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli
membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più
speditamente ”[28].
Il Catechismo della Chiesa Cattolica fornisce una spiegazione più
dettagliata presentando tre elementi essenziali del bene comune: il
rispetto per la persona come tale, il benessere e lo sviluppo del
gruppo e la pace inteso come stabilità e sicurezza dell’ordine giusto.
Applicando questi criteri al mondo dell’organizzazione aziendale si
ottengono tre elementi essenziali del bene comune verso il quale deve
orientarsi l’impresa (schema 1). Innanzitutto il concetto di bene
comune ha le sue radici nel rispetto della persona umana del
lavoratore, dei suoi diritti fondamentali ed è indirizzato verso la
creazione delle condizioni che favoriscono la realizzazione della
vocazione professionale del lavoratore.
Schema 1.
Gli elementi del bene comune per l’organizzazione aziendale

Il mondo aziendale è un mondo del lavoro, la cui soggettività è stata
rivelata in Laborem Exercens, 6. Essendo l’attore
principale delle azioni necessarie per avviare tutta l’attività
produttiva, la persona umana occupa un posto centrale nella visione
cristiana dell’impresa. Per tale antropocentrismo l’azienda
diventa un posto indispensabile e privilegiato (considerando che la
maggioranza delle persone trascorrono, al lavoro, almeno 1/3 del
proprio tempo) della realizzazione dell’umanità dell’uomo, del
compimento della sua vocazione ad essere persona.[29]
Si badi che quest’approccio si differenzia dalla scuola delle risorse
umane; nonostante la sua attenzione all’aspetto umano, questa infatti,
mira a far crescere il profitto attraverso l’uso più efficiente di
forza lavoro. In tal modo si crea il pericolo di cadere nella
strumentalizzazione dell’uomo visto come una merce, come un altro
fattore produttivo.
Allo stesso tempo, il bene comune presuppone lo sviluppo di tutta
l’organizzazione aziendale come un corpo unico. Il bene comune è
qualcosa (come già ci mostra la parola “comune”) che non sarà un bene,
senza essere condiviso tra gli uomini. Non è un aggregato degli
obiettivi individuali dei singoli lavoratori, né il frutto del
ragionamento di una mente collettiva metafisica.[30]
La Chiesa cerca di ricordarci che l’organizzazione aziendale è
chiamata ad essere la comunità degli uomini e non la macchina per
la produzione del profitto. “Bisogna tendere a far sì che l’impresa
diventi una comunità di persone, nelle relazioni, nelle funzioni e
nella situazione di tutti i suoi componenti”[31].
Questo nuovo concetto dell’azienda come la comunità di persone o
“comunità del lavoro”, come la chiama Centesimus Annus[32],
potrebbe diventare un concetto-chiave per la definizione della natura
e, come conseguenza della mission dell’organizzazione
aziendale.
E’ interessante che l’intuizione dei papi trovi la sua conferma
persino nel pensiero sociologico. Già alla fine del sec. XIX il
sociologo tedesco Tönnies nel suo saggio “Comunità e società” fa la
distinzione fondamentale tra la comunità e la società. La società è
presentata come un insieme di ciò che è artificiale, arbitrario,
riflesso, impersonale, mutevole. Alla sua base vi sono le relazioni
fondate su un contratto. La comunità, invece, presenta un gruppo
sociale con elevato grado di coesione basato sui valori, interessi,
norme e costumi consapevolmente condivisi dai membri. Nella comunità
prevalgono gli interessi comuni e la solidarietà tra i membri. I
legami tra i membri sono forti e durevoli. Tale analisi è stata poi
approfondita da altri rappresentanti della scuola sociologica tedesca.
Per esempio Gurvitch ha affermato che la comunità preserva un maggior
equilibrio rispetto agli altri gruppi sociali come la società da un
lato e la comunione dall’altro. Prendendo in considerazione le
conclusioni di Likert, secondo il quale l’aumento della coesione è
correlato direttamente con la performance dell’organizzazione,
si può affermare che l’azienda costruita come una comunità di persone
risulta avere una performance più efficiente e risulta essere
un’organizzazione più stabile.
Come è stato già sottolineato, l’uomo nella sua dignità e soggettività
è sempre la causa primaria efficiente di qualsiasi impresa, “mentre il
capitale, essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno
strumento o la causa strumentale”.[33]
La capacità di produrre il valore aggiunto dall’attività specifica
svolta dalle persone, tramite le loro abilità e conoscenze di
combinare input (il capitale) per ricevere un output di valore
superiore, genera uno dei concetti più importanti nella vita economica
– il profitto.
“La chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come
indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce
profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati
adeguatamente impiegati e i corrispondenti bisogni umani
debitamente soddisfatti”[34].
Secondo un’espressione di J. Collins, per un’azienda veramente
eccezionale il profitto diventa semplicemente sangue e acqua per un
corpo sano: sono essenziali per la vita ma non sono lo scopo della
vita[35].
I principi del bene comune, della persona umana, del profitto si
delineano nelle forme concrete di solidarietà (LE 8),
giustizia (LE 19) e partecipazione dei lavoratori alla
gestione/proprietà/profitti dell’impresa (LE 14) che trovano la sua
applicazione nell’organizzazione del lavoro, nella ripartizione del
profitto ecc.
Alla base dei suddetti principi il presente lavoro cercherà di fare
un’analisi causale della natura dell’azienda, tenendo presente che la
mission riflette questa natura[36].
Lo schema 2 si ispira alla classificazione aitiologica di Aristotele
che definisce la causa come “ciò che produce qualcosa (effetto), ne
permette quindi una spiegazione”[37],
e fornisce la descrizione degli assi vettoriali della mission
ispirata dai principi cristiani.
Come è stato già detto, il funzionamento dell’impresa dev’essere
finalizzata al perseguimento del bene comune (causa finale). L’agente
e la guida di questo vettore d’azione era, è e sarà la persona umana
concepita nella pienezza della sua dignità umana e nella sua
soggettività (causa efficiente). La causa materiale dell’esistenza
dell’azienda è, senz’altro, il profitto, come frutto del lavoro e del
capitale che garantisce la continuità e la vitalità di un business.
Invece la forma, le modalità d’azione, come per esempio, il processo
decisionale, la formazione dei salari, la progettazione del posto di
lavoro ecc., sono condizionati dall’implicazione dei principi di
solidarietà, partecipazione e giustizia (causa formale).
Lo schema mette in evidenza il carattere più ampio della mission
che abbraccia non solo l’obbiettivo dell’azienda ma anche i principi
etici che guidano il perseguimento di questo obbiettivo.

Conclusioni
Dal momento della sua nascita e durante tutto il suo sviluppo nel
corso del secolo scorso, il mondo aziendale cerca di trovare la
“pietra angolare” della sua esistenza, la sua mission intesa in
senso ampio come l’ideale a cui deve tendere l’organizzazione
aziendale e insieme il principio che deve guidare le sue scelte.
Se all’inizio di questa ricerca, il legame dell’impresa con la
comunità più ampia era evidente per molti scienziati, con il tempo, a
causa dei fattori contingenti, tale legame è andato perduto. La
mission dell’azienda è stata articolata piuttosto in termini di
massimizzazione del profitto. Non c’e dubbio che il profitto gioca un
ruolo rilevante per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’azienda. La
sua esclusione dagli obiettivi dell’impresa mette in pericolo la
stessa esistenza della business organisation. Però il
fraintendimento della natura del profitto ha portato all’errata
dicotomia tra profitto e capacità dell’azienda a contribuire al bene
comune della società. Oggi il mondo del lavoro comincia a rendersi
conto che “il profitto non è la spiegazione, la causa o la
giustificazione logica del comportamento e delle decisioni di
business, ma il test della sua vitalità”[38].
Si sente il bisogno di recuperare il senso della responsabilità e
della comunità espressi negli scritti degli autori all’inizio del
secolo scorso.
I tentativi di ampliare il concetto di mission, dalla
massimizzazione del profitto alla soddisfazione dei bisogni dei
clienti o alla produzione di beni e servizi, falliscono poichè in
ultima analisi risultano avere come scopo la massimizzazione del
profitto.
In questo contesto, la soluzione che offre al mondo dell’impresa il
patrimonio cristiano, sembra essere particolarmente opportuno. Il
contributo della dottrina sociale della Chiesa consiste nello
spostamento del centro della mission dell’organizzazione
aziendale dal profitto verso il bene comune inteso come la costruzione
della comunità del lavoro che, attraverso la creazione del profitto,
costruisce le condizioni per lo sviluppo e la realizzazione della
persona umana e della comunità stessa. Si distingue dal bene
individuale e dal bene dell’organizzazione: infatti, non è la semplice
somma dei beni individuali anche se non li nega, e non è il bene di
tutti in quanto uniti nell’azienda, ma è il bene dei singoli che può
però essere perseguitato soltanto nella concordia.
L’augurio è che il maggior numero delle imprese abbia creatività e
coraggio di muoversi verso la strada del bene comune.
Bibliografia
AA. VV., Enciclopedia dell’economia, Istituto Geografico De
Agostini, Novara, 1998.
AA.VV., Enciclopedia della filosofia e delle scienze umane,
Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996.
Catechismo della Chiesa Cattolica,
http://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm.
Collins J., Good to Great, HarperBusiness, New York, 2001.
Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes in
http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html.
[1] Collins J., Good to Great, HarperBusiness, New York, 2001.
[2] Ibid., p. 190.
[3] Виханский О.С., Наумов А.И., Менеджмент, Экономист, Москва, 2004, p. 100.
[4] Parker M., Against Management, Polity, Cambridge, 2002, p.60.
[5] H. Emerson in Miner J. B. (ed.), Administrative and Management Theory, Dartmouth, Aldershot, 1995, p. 45.
[6] Ibid., p.46-47.
[7] Oliver Sheldon in ibid., p.80.
[8] Vedi principio V della “Filosofia del management industriale” di Oliver Sheldon in ibid., p. 81-82.
[9] Gambel E. L., Management & organizzazione, Franco Angeli, Milano, 1998, p.22.
[10] Urwick in Miner J. B. (ed.), Administrative and Management Theory, Dartmouth, Aldershot, 1995, p.245.
[11] Ibid., p.245
[12] Ibid., p.246.
[13] Drucker P., Il management, l’individuo, la società, FrancoAngeli, Milano, 2002, p. 30.
[14] Sorell T., Hendry J., Business Ethics, Butterworth Heinemann, Oxford, 1994, p. 57-63.
[15] Vedi, per esempio, Мескон М. Х., Альберт М., Хедоурн Ф., Основы менеджмента, Дело, Москва, 1995.
[16] AA. VV., Enciclopedia dell’economia, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1998.
[17] Trattati da Виханский, p. 102-103 e Scott R. W., Le organizzazioni, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 336-339.
[18] Citato in Виханский, p.101.
[19] Мескон М. Х., p. 262.
[20] Виханский, p. 101-102.
[21] Vedi Brigham E. F., Gapenski L.C. Financial Management (1991), Milgrom e Roberts (1995), E. L. Gambel (1998), Elaine Steinberg citata in Lutz D.W., “Beyond Business Ethics” in Oikonomia, giugno 2003 ed altri.
[22] Parker M., p.92.
[23] Collins J., p. 195.
[24] Cfr. ibid., p. 193.
[25] Ibid., p. 6.
[26] CA, 32.
[27] Cfr CA, 43.
[28] Gaudium et Spes, 26 in http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html.
[29] Cfr LE, 6.
[30] In questo riguardo vedi Maritain J., The Person and the Common Good, Charles Scribner’s Sons, New York, 1947.
[31] Populorum Progressio 28.
[32] Centesimus Annus, 32.
[33] LE, 12.
[34] CE, 34. Vedi anche RN, 20.
[35] Cfr. Collins J., p. 194.
[36] Ringrazio p. Hryhorij Hrynkiw OSBM per le discussioni fruttuose senza le quali non sarebbe nata questa idea.
[37] AA.VV., Enciclopedia della filosofia e delle scienze umane, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996, p. 144.
[38] Drucker P., p. 29.
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