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La responsabilità
sociale delle imprese:
l’impegno delle imprese per lo sviluppo sostenibile
Francesco D’Alessandro
La
centralità della globalizzazione nella società contemporanea ha
portato, con l’estensione della competizione dei mercati, ad un
effettivo trasferimento di poteri degli Stati ai mercati.
Se è vero che esiste un rapporto tra norme sociali, norme giuridiche e
mercato, non si può non condividere l’opinione di molti analisti per i
quali la globalizzazione produce effetti significativi anche nella
sfera istituzionale, intendendo riferirsi sia a quella statale
propriamente detta, sia a quella giuridica latamente intesa. In questo
contesto rileva la perdita di esclusività del soggetto statale
rispetto al suo classico ruolo di “law-maker” e acquistano rilievo
alcune “istituzioni” di fatto della globalizzazione.[1]
Si tratta di soggetti “privati”: da
un lato le grandi imprese transnazionali che si sono trovate
investite, anche al di là della loro stessa volontà, di responsabilità
di carattere istituzionale, dovute al loro potere di modificare le
condizioni non solo di lavoro ma anche di vita di un grande numero di
persone, influenzandone il modo di comunicare e di comportarsi;
dall’altro le Non Governamental Organizations (NGOS) che la
globalizzazione e l’espandersi del mercato hanno portato ad una
dimensione transnazionale per rispondere ad istanze di pubblico
interesse sullo scenario mondiale. Sembra dunque che il “welfare
state”, basato sull’assunto che tutto ciò che è pubblico debba
attenere alla sfera statuale, debba aprirsi a questi nuovi scenari.
Nelle pagine a seguire concentreremo la nostra attenzione sulla
responsabilità sociale dell’impresa che, in quanto “istituzione” di
fatto della globalizzazione, non può sottrarsi a contribuire
positivamente ad un nuovo ordine globalizzato.
Se, infatti, il contributo delle Non Governamental Organizations (NGOS),
a livello internazionale, è fondamentale e non è in discussione,
basandosi su una tradizione consolidata che precede la stessa
classificazione di NGOS, rifacendosi alla tradizione di enti impegnati
nel sociale, tra i quali è antesignana la stessa Croce Rossa
Internazionale, la responsabilità sociale dell’impresa è, invece, un
risultato relativamente recente e dimostra che è oggi possibile
conseguire nel mercato anche obiettivi di natura pubblica, ovvero di
solidarietà.[2]
E’ vero dunque che l’impresa si
presenta di fatto come nuova “istituzione” e quindi come compartecipe
di scelte che influenzano direttamente o indirettamente il “diritto
dei mercati”, ma è altrettanto vero che siamo, al tempo stesso, in
presenza di soggetti economici, i consumatori, che cercano sempre più
nelle loro scelte, non solo la massimizzazione di un paniere di beni
ma anche una consonanza e un riscontro sulla base delle proprie
convinzioni morali e religiose.
E’ noto che Max Weber sosteneva che l’humus, da cui si è potuto
sviluppare il capitalismo moderno, non può che essere legato alla
cultura cristiana e calvinista in particolare. E’ una lettura che
coglie quasi inconsapevolmente il segno dei tempi in un passaggio
epocale con le sue premesse di benessere diffuso e anche i suoi
difficili equilibri sociali. Siamo ad oggi ad un altro snodo
fondamentale della nostra storia, talchè non pare azzardato rilevare
una forte antinomia nella sfida della globalizzazione: da un lato il
rischio di una dittatura del mercato come paradigma delle relazioni
sociali, dall’altro l’emergere di una risposta potenzialmente diffusa
e democratica che nella “persona”, rilevata dalla tradizione
ebraico-cristiana come superamento dell’”individuo”, trova
comportamenti che permettono di esprimere scelte anche economiche che
rispecchiano “personalità” e valori.
Se, dunque, occorre richiamare l’impresa a nuove responsabilità
sociali non più eludibili dato l’incedere di crisi planetarie, è allo
stesso tempo necessario incoraggiare scelte sempre più consapevoli del
consumatore, ormai destinato ad essere cittadino del mondo, in quanto
“persona” in relazione con il suo “prossimo” anche il più distante.
Siamo, da quest’ultimo punto di vista, in una fase nella quale non si
può che ricorrere a scelte anche etiche poiché è ancora lontana una
soddisfacente codificazione di quelli che sono stati chiamati i “nuovi
diritti”, che prendono le mosse proprio dalle lotte degli anni
sessanta e settanta del movimento ecologico e del movimento dei
consumatori contro le grandi compagnie industriali e che hanno oggi
condotto alla definizione di molti dei diritti umani di “terza
generazione”.
Sono sempre degli anni sessanta i primi documenti della Chiesa
cattolica che affrontano il tema dello sfruttamento indiscriminato
delle risorse naturali, dell’esplosione dei consumi delle merci dei
Paesi più industrializzati e, più in generale, dell’equilibrio e
dell’equità dei mercati internazionali.
In effetti, se è vero che non è stata ancora prodotta una enciclica
sulla “questione ambientale”, l’insegnamento sociale della Chiesa[3]
può essere, per molti versi, considerato precorritore dello stesso
concetto di “sostenibilità”, unanimemente ormai riconosciuto, come
vedremo più avanti, quale cardine della politica dello sviluppo. A
questo proposito il forte richiamo della Chiesa che “il distruggere o
sciupare beni che sono indispensabili ad esseri umani per sopravvivere
è ledere la giustizia e l’umanità”, già presente nell’enciclica “Mater
et Magistra” (1961), anticipa significativamente il concetto dello
“sviluppo sostenibile” della dichiarazione dell’ONU alla Conferenza di
Rio de Janeiro del 1992. Seguiranno i documenti del Concilio Vaticano
II tra cui la “Gaudium et spes” (1965) e le encicliche “Pacem in
terris” (1963) e “Populorum progressio” (1967). Proprio quest’ultima
enciclica pone l’accento sullo squilibrio della crescita economica nel
mondo, rappresentando la necessità di programmi concertati e integrati
nel segno di una solidarietà che superi l’emergenza e che individui
come obiettivo, oltre la semplice consapevolezza dell’interdipendenza
economica, l’impegno per il “bene comune”, inteso come “il bene di
tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di
tutti”. In questa stessa ottica dell’etica della responsabilità,
un’altra enciclica l’“Humanae vitae” (1968) esprimeva il punto di
vista del Papa sul tema della difesa della vita e del controllo della
popolazione che, in quegli anni, lo studio ispirato dal Club di Roma
“Limits to growth”, aveva posto all’attenzione dell’opinione pubblica,
proponendo di porre dei limiti alla crescita della popolazione,
dell’estrazione di materiali e risorse dalla natura, della produzione
agricola e industriale. Tesi che il mondo cattolico criticò ritenendo
che esprimessero eminentemente logiche maltusiane.
Si tratta, d’altro canto, di portare proprio l’azienda a superare una
visione meramente microeconomica e capitalistica che ha inteso, il più
delle volte, spostare nel tempo e nello spazio i problemi che la
produzione porta con sé. Devono, dunque, essere necessariamente
superate le soluzioni basate sul presupposto che esistano Paesi poveri
che possano da un lato offrire mano d’opera a basso costo, nonché
spazi per i rifiuti e le scorie delle aziende dei Paesi più
sviluppati.[4]
Non a caso uno degli slogan dell’ecologismo
degli anni sessanta riprendeva una frase di Saint-Exupery per il quale
“la terra ci è stata data in prestito dai nostri figli”. Ma dovettero
passare molti anni per poter ritrovare questa “filosofia” d’approccio
al problema, declinata nella formula di “Sviluppo sostenibile”, quale
concetto chiave della Conferenza ONU su Ambiente e sviluppo, svoltasi
a Rio de Janeiro nel giugno 1992. In verità, la definizione di
sviluppo sostenibile è già contenuta originalmente nel Rapporto della
Commissione Mondiale sull’Ambiente e Sviluppo (Commissione Burtland)
del 1987. Con tale espressione, occorre ricordare, si rappresenta la
necessità che le decisioni pubbliche nei più svariati settori tengano
anche conto delle preoccupazioni ambientali. Le condizioni perché lo
sviluppo sia ambientalmente sostenibile riguardano sia il principio
del rendimento sostenibile, per cui non possiamo depauperare di
risorse l’ambiente ad una velocità superiore a quella necessaria per
ripristinarle; sia il principio della capacità di assorbimento, per
cui non dobbiamo rilasciare nell’ambiente sostanze in quantità tali da
non poter essere assorbite in tempi ragionevolmente brevi.
Questo ragionamento ci riconduce al concetto di responsabilità
sociale dell’impresa che è opportuno, in premessa, cercare di chiarire
declinando il significato dei termini:
-
“responsabilità”: comporta la presenza di nuovi ambiti di
discrezionalità nel perseguire le finalità istituzionali dell’azienda,
prevedendo, quindi, l'esistenza di gradi di libertà nel decidere
ambiti e modalità d’azione. L'azienda, dunque, è responsabile delle
proprie scelte ed è chiamata a rispondere di esse e dei risultati
ottenuti nei riguardi dei propri interlocutori (stakeholder).
-
“sociale”: è l’attributo della responsabilità che indica che
questa non deve limitarsi a evocare istanze proprie della
collettività, ma intende rispondere non solo alle attese degli
investitori, con la rimunerazione del capitale, ma anche dei clienti,
con crescenti livelli di qualità e servizio competitivi, dei
lavoratori, con l’attenzione alla qualità del lavoro, e delle
istituzioni, con il condividere responsabilità collettive. In tal
senso si vuole qui rimarcare la necessità di considerare in modo
“olistico” gli impatti economici, ambientali e sociali delle scelte
dell’azienda.
Un'azienda dunque può definirsi socialmente responsabile quando
il suo comportamento è rivolto a soddisfare le legittime attese,
economiche e non, di tutti gli stakeholder. Pertanto, un'impresa
socialmente responsabile è volta a stabilire un dialogo costruttivo e
un rapporto di reciproca fiducia con tutti i propri interlocutori,
interni ed esterni.
In quest’ottica di scelte
consapevoli va letta l’importanza delle certificazioni etiche. Siamo
di fronte ai primi tentativi di dare evidenza, comunicazione,
comparabilità ad un nuovo modo di “pensare” l’impresa, responsabile ed
anche portatrice di interessi pubblici che ormai fanno parte
dell’“agire” e delle responsabilità non più eludibili da parte degli
attori del mercato, dove i consumatori si dimostrano interessati non
solo a massimizzare la quantità dei prodotti del proprio paniere, ma
pure alla loro intrinseca “qualità”, anche etica, di produzione.
Se la gestione per la “qualità” viene definita come l’insieme delle
attività coordinate per guidare e tenere sotto controllo
un’organizzazione dal punto di vista delle capacità di soddisfare le
esigenze o le aspettative dei clienti, sempre più aziende sono indotte
ad adottare a tal fine la cosiddetta “triple bottom line”: il sistema
di rendicontazione su tre livelli, economico, sociale e ambientale.
L’obiettivo è quello di fornire in maniera più sistematica ai loro
stakeholder (investitori, clienti, fornitori, collaboratori)
informazioni sulle proprie performance oltre che economiche, anche
sociali e ambientali.
Infatti, l’evoluzione della certificazione delle aziende dopo le Iso
9000 (sistema qualità) e le Iso 14000 (rispetto dell’ambiente) ha
riguardato gli standard internazionali Sa 8000 che misurano la “social
accountability” cioè il grado etico e di responsabilità sociale di
un’azienda.
Nei prossimi paragrafi analizzeremo
specificatamente l’evoluzione della certificazione che, partita
dall’esigenza di rispondere e dare evidenza all’attenzione e
all’impegno delle imprese al fenomeno del crescente inquinamento,
legato all’intenso sviluppo economico, ha allargato il suo interesse
alle tematiche sociali. Non a caso la fine del nostro percorso ci
porterà a esaminare approcci di certificazione che integrano in un
unico rapporto i tre fondamentali elementi della sostenibilità: quello
economico, ambientale e sociale. Il fine è l’elaborazione e l’adozione
di un unico “rapporto di sostenibilità”.
Modelli di certificazione ambientale
Il quadro di riferimento per la redazione di rendiconti e
certificazioni ambientali risulta piuttosto articolato in quanto
riguarda non solo normative di natura comunitaria e nazionale, ma
anche standard volontari di matrice nazionale ed internazionale.
Proprio questa linea di impegno volontario e di “trasparenza”
incoraggia il recente Sesto programma di azione comunitaria per
l'ambiente che definisce obiettivi e priorità della politica
ambientale dell'Unione Europea fino al 2010. Infatti, "Ambiente
2010: il nostro futuro, la nostra scelta" è il titolo del programma
che intende indicare la necessità di una "scelta" che, oggi più di
ieri, superi la mera azione legale, intendendo l'Unione Europea
assumere come iniziativa strategica, un approccio il più possibile
condiviso, che faccia leva su vari strumenti e provvedimenti per
influenzare il processo decisionale, non solo negli ambiti politici e
imprenditoriali, ma anche in quelli dei consumatori e dei cittadini.
In quest'ottica di ricerca di collaborazione con il “mercato”, il
programma d'azione richiama la centralità e l'importanza di
"incoraggiare una più ampia adozione del programma comunitario di
ecogestione e audit (EMAS- Enviromental Management and Audit Scheme)"che
è stato introdotto dal Regolamento CEE n.1836/93 e recentemente
innovato nella portata e nelle implicazioni dal Regolamento CE n.761/2001
del 19 marzo 2001.
L'applicazione del sistema EMAS si pone come obiettivo quello di
favorire la credibilità e l'affermarsi dei sistemi di gestione delle
imprese che intendono interiorizzare volontariamente gli aspetti
ambientali della produzione ed ha il pregio di costituire un punto di
riferimento normativo per la definizione di uno schema consolidato di
rappresentazione dell’informativa ambientale che, malgrado sia
volontaria, necessita comunque di una certificabilità per risultare
attendibile e di una comparabilità per essere di facile lettura e
utilizzo.
In quest’ottica è noto che l’EMAS ha mutuato gran parte delle norme
ISO quale riferimenti del sistema gestionale ambientale, tanto che già
nel 1997 la Commissione europea si è espressa formalmente sulla
validità della norma ISO 14001. Adesso il nuovo regolamento EMAS
riconosce ufficialmente che detto sistema di gestione ambientale sia
attuato conformemente alla norma EN ISO 14001, riportata nell’Allegato
I al punto A dello stesso regolamento CE n.761/2001.
Va precisato inoltre, che il Regolamento CEE n.1836/93 era applicabile
solamente al settore industriale manifatturiero e che la registrazione
EMAS riguardava il singolo "sito" e non l’organizzazione industriale
che lo controlla. Attualmente, invece, l’estensione del campo di
applicazione prevista dal nuovo regolamento del 2001, ha posto il
problema di rivisitare questo concetto. E’ stato dunque sostituito nel
testo del nuovo regolamento il termine “sito” con quello di
“organizzazione”, non risultando applicabile in alcuni settori non
industriali nel cui ambito hanno rilevanza principalmente impatti
ambientali indiretti, come quelli presenti ad esempio lungo la
"filiera" di approvvigionamento ( servizi, fornitori ecc.).
Utilizzando il concetto di “organizzazione” è risultato comunque che
si perdono alcune caratteristiche peculiari del regolamento EMAS.
Infatti, l’analisi ambientale iniziale del "sito", primo passo
procedurale per ottenere l’attuale registrazione EMAS, è cosa
differente dall’analisi ambientale iniziale dell’organizzazione.
La stessa definizione di “organizzazione”, in realtà, presenta una
molteplicità di casi possibili, tale da risultare di difficile
definizione. Sono, infatti, in via di elaborazione delle linee guida,
affidate dall'Unione Europea a un gruppo di lavoro guidato
dall'Italia, che hanno il compito di individuare le tipologie di
“organizzazione” che possono accedere alla registrazione.
A questo proposito si registra, senza dubbio, interesse non solo
da parte dell’industria ma anche da altri importanti settori finora
esclusi dalla certificazione quali i servizi e i trasporti.
In effetti, la fondamentale garanzia che distingue EMAS rispetto alle
altre certificazioni volontarie è la verifica degli elementi del
sistema, svolta da un verificatore accreditato da un’istituzione
pubblica (il Comitato per l’ecolabel e l’ecoaudit) che deve
convalidare anche la dichiarazione ambientale. E’ opportuno ricordare
a proposito della “ufficialità” del sistema EMAS, che a seguito della
verifica, l’impresa può richiedere all’“organizzazione competente” la
sua registrazione in apposito elenco, che deve essere trasmesso alla
Commissione europea e pubblicato annualmente sulla Gazzetta ufficiale
delle Comunità europee.
E’ indubbio che, comunque, l’accreditamento EMAS mantiene un
carattere prettamente volontaristico superando
logiche di controllo verticale, rivelatesi
in passato non efficaci e può portare a delle effettive
razionalizzazioni.
Tra i provvedimenti previsti nel nuovo regolamento EMAS vi è,
inoltre, l’invito agli Stati membri a predisporre incentivi che
assicurino alle imprese, in quanto “organizzazioni” registrate EMAS,
un’applicazione più favorevole delle procedure di autorizzazione e di
controllo ambientale, nonché incentivi economici in special modo per
favorire la certificazione di piccole e medie imprese.
In quest’ottica rileva in Italia la legge del 1994 n.70 che
contiene norme per la semplicificazione degli adempimenti in materia
ambientale, sanitaria e di sicurezza pubblica, nonché per l’attuazione
del sistema di ecogestione e audit ambientale.
Alla luce di queste agevolazioni vanno valutati i dati della
certificazione ambientale: se infatti, sulla scia di un consolidato
successo delle certificazioni internazionali di qualità UNI 9000, i
siti italiani certificati ISO 14001 hanno raggiunto nel 2002 quota
2117, con un aumento del 51% rispetto all’anno precedente,
proporzionalmente analogo successo riguarda la “nuova” registrazione
EMAS che conta 123 siti convalidati.
E’ opportuno ricordare, inoltre, che sono apprezzati anche standard
italiani pubblicati dalla Fondazione ENI Enrico Mattei che
ha portato avanti studi per la ricerca di indicatori ambientali e di
criteri per la costruzione di un sistema di contabilità ambientale e
la redazione del bilancio ambientale[5].
A questo proposito sono state redatte delle linee guida per la
preparazione del “rapporto ambientale d’impresa”. Tale documento è
strutturato in due parti: una qualitativa, cioè di commento, e l’altra
quantitativa riguardante la presentazione delle principali variabili
che descrivono le relazioni tra l’impresa e l’ambiente.
Sempre sul versante della certificazione di tipo contabile, un
ulteriore notazione riguarda l’iniziativa della Commissione Europea
che ha approvato il 30 maggio 2001 la “Raccomandazione relativa
alla rilevazione, valutazione e divulgazione di informazioni
nei conti annuali e nelle relazioni sulle gestioni della società”.
Detto provvedimento riguarda le società che rientrano nel campo di
applicazione della Quarta e Settima Direttiva, nonché alle banche,
istituti finanziari e imprese di assicurazioni, comprese
rispettivamente nelle Direttive 86/635/CEE e 91/674/CEE. L’obiettivo è
quello di assicurare che i conti annuali e la relazione sulla gestione
contengano dati di natura ambientale, indipendentemente dalle
informazioni fornite nei report volontari delle aziende.
Modelli di rendicontazione e di bilancio sociale
Allo stato
attuale non esiste, né a livello comunitario né a livello nazionale,
alcuna normativa che codifichi forma e contenuto del bilancio sociale,
né che indichi tipologie di certificazione e modelli di divulgazione.
E’ pertanto opportuno partire da una breve digressione storica per
delineare le tappe dell’evoluzione e le prospettive di sviluppo dei
bilanci sociali.
Dopo le prime esperienze
degli anni ’60 negli Stati Uniti, sono gli anni ’70 in Europa il
periodo che registra la maggiore attenzione alla comunicazione dei
risultati sociali delle imprese, dando vita ad alcune tipologie di
approcci, alcuni dei quali, però, rimasero sostanzialmente degli
isolati esperimenti. Ricordiamo tra questi il “total impact reporting”
che si proponeva di sintetizzare in un’unica entità numerica tutte le
interazioni sociali di un’impresa. Si trattava, cioè, di esprimere in
un valore finanziario, talché risultava facilmente comparabile con i
dati del bilancio, il valore dei miglioramenti o peggioramenti
procurati dall’impresa alle persone e all’ambiente con cui interagiva.
E’ inoltre del 1997 la legge francese n. 769 che prevede
obbligatoriamente la redazione del bilancio sociale, in riferimento
agli aspetti dell’occupazione e della gestione delle risorse umane,
per le imprese con più di trecento dipendenti. Una esperienza anche
questa che è rimasta sostanzialmente isolata e non ha avuto seguito,
essendo il vincolo di legge spesso giudicato come un freno al processo
di sperimentazione spontanea nel mondo delle imprese.
Successivamente, dopo un periodo caratterizzato dalla flessione
di interesse verso la redazione del bilancio sociale rispetto ai
rendiconti ambientali, sono gli anni ’90 che, con l’emergere del
fenomeno della globalizzazione e dell’apertura dei mercati, portano
alla ribalta l’interesse verso gli strumenti di comunicazione sociale.
Detti strumenti, infatti, in questi anni perdono la peculiarità di
risposta episodica rispetto ad esigenze di carattere commerciale e di
immagine, per dare seguito e, via via uniformarsi ad iniziative e
modelli, primariamente internazionali, che definiscono metodi e
contenuti dei bilanci sociali e ambientali prodotti.
Si tende, cioè, a sistematizzare e a
rendere più verificabili e comparabili le informazioni per sottrarre
all’arbitrio delle aziende la stesura dei rendiconti sociali e
ambientali.
Partendo da queste premesse riportiamo di seguito gli standard
ed i modelli di bilancio sociale più diffusi a livello nazionale ed
internazionale.
Modelli di rendicontazione e di
bilancio sociale italiani
Un modello di bilancio sociale, cui le imprese italiane
possono uniformare i propri documenti, è quello messo a punto nel 1990
dall’Istituto Europeo per il Bilancio Sociale (IBS) ed
applicato per la prima volta nel 1992 per la redazione del bilancio
sociale delle Ferrovie dello Stato[6].
Elementi di novità introdotti con il modello dell’IBS, riguardano la
“carta dei valori dell’impresa”, comprendente una lista di principi e
valori di riferimento che l’impresa deve fare propri per perseguire
finalità di natura sociale, e la struttura del bilancio sociale,
articolato in quattro sezioni:
-
l’identità dell’azienda, sintetizza la “mission”, le linee di
politica aziendale e il disegno strategico dell’azienda;
-
il valore aggiunto, esprime il calcolo del valore aggiunto e la
sua distribuzione;
-
la relazione sociale riporta un’analisi descrittiva della
gestione e sviluppo delle risorse umane rispetto ad alcuni indicatori
sociali;
-
la contabilità sociale, esprime in modo qualitativo e numerico
le spese e i ricavi sociali dell’azienda.
Con l’introduzione della “Carta dei valori d’impresa” e del bilancio
sociale, l’Istitute of social and Ethical Accountability propone
dunque un modello di bilancio sociale che non solo persegue finalità
di natura informativa, d’immagine, strategica e valutativa, ma che può
essere utilizzato dalle imprese come strumento di monitoraggio dei
risultati aziendali rispetto agli stakeholders e come sistema di
rilevazione delle politiche aziendali per verificare la coerenza tra
comunicazione e strategie.
Nel 1998 è stato costituito il Gruppo di studio per la statuizione
dei principi di redazione del
Bilancio Sociale (GBS)
composto da esperti del bilancio sociale appartenenti sia al mondo
accademico che a quello degli ordini professionali e delle società di
revisione e consulenza[7].
Il GBS ha l’obiettivo di preparare un modello standard di bilancio
sociale, a valenza nazionale e internazionale. L’elemento fondamentale
del bilancio sociale, come nel modello IBS, sono i valori dell’impresa
e la loro coerenza con le scelte di gestione.
La struttura del bilancio sociale proposta dal GBS si compone di 3
parti:
1.Identità aziendale;
2. Produzione e distribuzione valore aggiunto;
3. Relazione sociale.
Per quanto riguarda le caratteristiche del bilancio sociale è proposto
un modello che presenti un documento autonomo di bilancio, redatto
annualmente e reso pubblico agli interlocutori sociali interessati.
Detto bilancio deve essere approvato dall’organo di governo
dell’azienda e la sua redazione deve essere conforme ai
principi generali di redazione che possono
essere riassunti in 2 grandi tipologie:
-
etico-comportamentali: responsabilità, identificazione,
trasparenza, inclusione, coerenza, neutralità;
-
contabile-ammnistrativo: competenza di periodo, prudenza,
comparatività, comprensibilità, periodicità e ricorrenza, omogeneità,
utilità, significatività e rilevanza, attendibilità e fedele
rappresentazione, autonomia delle terze parti.
Tenuto conto delle due precedenti esperienze di classificazione
sociale testè ricordate, anche l’Associazione Bancaria Italiana
(ABI) nel 2000 si è impegnata a definire un "modello di
redazione del bilancio sociale per il settore del credito",
finalizzato a offrire una modalità di classificazione per i dati
qualitativi e quantitativi sulle operazioni svolte dalle banche per
finalità sociali e fornire informazioni che permettano di valutare le
performance sociali delle banche stesse. Detto modello di bilancio
sociale, realizzato nel 2001 dal gruppo di studio dell’ABI sulla base
dello schema IBS e degli standard GBS, è articolato in cinque parti
fondamentali: 1 introduzione descrittiva dell’identità dell’azienda; 2
rendiconto (produzione e distribuzione del valore aggiunto); 3
relazione (di scambio) sociale; 4 sistema di rilevazione; 5 proposta
di miglioramento (orientamento per la futura gestione).
Dette fasi, precedute da una Premessa metodologica sui principi di
redazione del bilancio sociale, sono seguite poi da un’Attestazione di
conformità procedurale consistente in una relazione sul bilancio
sociale.
Modelli di “social accountability” a livello internazionale
A livello internazionale, i principali
modelli di riferimento per la realizzazione di un modello di social
accountability sono:
Lo standard Social Accountability 8000 (SA8000),
pubblicato nel 1998 dal Cepaa - Council for Economic Priorities
Accreditation Agency- un’organizzazione non governativa costituita
appositamente per sovrintendere alla realizzazione del SA 8000,
riguarda la certificazione della cosiddetta "social accountability",
ossia del"grado" etico e di responsabilità sociale di un’impresa.
Il Cepaa riunisce 21 membri in rappresentanza di organizzazioni
sindacali, delle ONG, di associazioni che tutelano i diritti umani e
dell’infanzia, di imprese che investono in modo socialmente
responsabile, delle società di certificazione.
Questo standard di certificazione sociale internazionale
riguarda:
-
Rispetto dei diritti umani
-
Rispetto dei diritti dei lavoratori
-
Tutela contro lo sfruttamento dei minori
-
Garanzie di tutela e salubrità sul posto di lavoro.
Il sistema di certificazione risulta così articolato:
-
Standard che rendono controllabili le attività delle imprese
che adottano lo SA 8000.
-
Standard relativi al sistema di gestione e di implementazione
del SA 8000. Per l’elaborazione dei requisiti di detti standard si fa
riferimento a quelli sviluppati da organizzazioni multilaterali e da
talune convenzioni internazionali quali l’ILO (International Labour
Organization), la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la
Convenzione ONU sui diritti del fanciullo.
-
Una guida per l’interpretazione e l’implementazione del SA
8000.
-
L’accreditamento di organizzazioni qualificate da parte del
Cepaa per il processo di audit del SA 8000.
Lo standard AccountAbility 1000
(AA1000), sviluppato nel 1999 dall’ISEA - Institute of
Social and Ethical Accountability- si prefigge il miglioramento
continuo del sistema di rendicontazione di tipo sociale e della
performance d’impresa, con particolare riguardo al dialogo e al
confronto tra l’impresa e gli stakeholders.
L’AA1000 può essere utilizzato sia
come una valutazione, finalizzata a rafforzare la qualità degli
standard di responsabilità, sia come un processo autonomo per gestire
e comunicare bilancio e performance sociali ed etiche.
L’adozione dello standard AA1000 non è solamente finalizzata ad una
certificazione ma consiste nella condivisione di uno strumento per
incoraggiare l’innovazione su alcuni principi fondamentali della
qualità. La sua peculiarità riguarda la consultazione in modo
sistematico degli stakeholders con i quali rimane in contatto durante
tutte le fasi del processo di qualità, al fine di ottenerne la loro
adesione fornendo opportune garanzie.
Il Global Reporting Iniziative (GRI) è un progetto ideato
nel 1997 da alcune istituzioni europee con il concorso di imprese,
enti e organizzazioni non governative[8].
E’ volto a realizzare un sistema di "sustainability reporting" per le
imprese che volontariamente si impegnano a produrre report sia
ambientali che sociali. L’obiettivo è quello della redazione di un
rapporto che, appunto, sintetizzi nella dimensione dello sviluppo
sostenibile, i tre profili aziendali che la rappresentano, quello
economico, quello ambientale e quello sociale, pur prevedendo al tempo
stesso una struttura del rapporto che consenta comunque una separata
identificazione dei tre aspetti della cosiddetta “triple bottom line”.
Le linee guida elaborate dal GRI, adottate su base volontaria, possono
essere applicate da organizzazioni di ogni dimensione e tipologia e
prevedono per il “rapporto di sostenibilità” la seguente
articolazione:
-
Dichiarazione dell’amministratore delegato
-
Profilo dell’organizzazione
-
Sommario ed indicatori chiave
-
Visione e strategia
-
Politiche, strutture di governo e sistema di management
-
Performance
Considerazioni sui rendiconti e
i bilanci sociali
Abbiamo brevemente riportato i principali modelli di
bilancio sociale a livello italiano e internazionale, tra questi
l’ultimo presentato il “Global reporting iniziative “ (GRI)
rappresenta lo sforzo più organico di considerare non solo gli aspetti
sociali dell’impegno dell’impresa ma tutte le dimensioni della
sostenibilità: quella economica che riguarda la capacità di produrre
reddito, profitti e lavoro; quella sociale intesa come la capacità di
garantire condizioni di benessere e crescita equa e solidale nel
rispetto dei diritti dell’uomo e del lavoro; quella ambientale, volta
a garantire qualità e riproducibilità delle risorse naturali.
Proprio per queste peculiarità, così rilevanti nell’ottica della
globalizzazione dei mercati, il “Suxstainability report “, proposto
dal GRI, è stato adottato da importanti multinazionali.
Più in generale, è da rilevare la tendenza di molte importanti imprese
che hanno comunque preferito superare la distinzione tra bilanci
ambientali e sociali cominciando sempre più a convergere verso la
predisposizione di bilanci socioambientali, che tenessero, cioè, conto
dei due aspetti.
Un altro aspetto emergente riguarda, invece, la diffusione delle
informazioni contenute nei bilanci sociali. Dette informazioni nel
tempo hanno sempre più riguardato la comunicazione esterna, superando
le perplessità riguardanti l’opportunità di divulgare informazioni su
attività d’impresa che riguardano processi strategici sia in termini
di gestione delle risorse umane, sia degli impatti socio-ambientali.
Ma la forte esigenza di “dialogo” con tutti gli interessati alle
tematiche socio-ambientali ha convinto le imprese a prendere nuove
iniziative[9].
Fin dal 1992 per quanto riguarda il bilancio ambientale e fin dal
1995, per quanto riguarda quello sociale, è stato istituito
annualmente in Italia il premio “Oscar di bilancio” che premia
le imprese che hanno preparato i bilanci nel rispetto di alcuni
principi fondamentali di carattere sociale e ambientale. A livello
europeo, invece, si attribuiscono gli “European Environmental
Reporting Awards” (EERA), che premiano ogni anno i
migliori bilanci ambientali europei, rispetto alla qualità delle
informazioni fornite.
Per quanto attiene poi alla verifica delle informazioni e dei dati
forniti dai bilanci sociali, solo negli ultimi anni detti bilanci
hanno cominciato ad essere corredati di rapporti di verifica. Un
documento, cioè, che contenga il rapporto di verifica propriamente
detto e i principi cui hanno fatto riferimento i verificatori del
bilancio stesso.
Si tratta di una prassi che introdotta per i bilanci ambientali, sta
trovando seguito e diffusione anche nella stesura dei bilanci sociali,
per cercare di accrescere la credibilità delle informazioni fornite.
In effetti, se da un lato si registra la mancanza di linee guida per
la procedura di revisione dei bilanci sociali, dall’altro all’interno
dei bilanci sociali sono sempre più presenti riferimenti agli standard
SA 8000, ai principi GRI o a quelli proposti da IBS e GBS.
Pertanto sembra logico che la verifica del bilancio debba avere come
punti di riferimento anche la conformità a tali linee guida.
In definitiva, ai fini di una migliore comparabilità, sembra opportuno
auspicare che i bilanci sociali rispettino non solo determinati
principi di redazione prestabiliti, ma che questi indirizzino il
contenuto degli strumenti di rendicontazione sociale in senso non
solamente retrospettivo ma anche prospettico.
L’attendibilità dei bilanci sociali dovrà comunque essere data non
solo dal rispetto degli standard sopra richiamati, al fine di evitare
che l’impresa si limiti a comunicare soltanto gli aspetti che
costituiscono fattori di successo, ma è anche auspicabile che i
bilanci vengano sottoposti ad una procedura di auditing da parte di
organismi indipendenti.
Un numero crescente di imprese rende noto ,dunque, bilanci sulle
proprie attività sociali. La rilevanza del fenomeno ha indotto
l’Unione Europea, come vedremo nel successivo paragrafo, a monitorarlo
e ad attrezzarsi per l’elaborazione di una propria politica in tale
ambito. L’ultimo dato ufficiale, dal quale occorre partire, riguarda
una cinquantina di importanti società che hanno aderito alla rete “CSR
Europe” (Corporate Social Responsability Monitor), finalizzata a
promuovere lo scambio delle migliori prassi e lo sviluppo di strumenti
per la gestione della responsabilità sociale delle imprese. Inoltre,
una recente inchiesta “PMI europee e Responsabilità sociale ed
ambientale”, promossa dalla Commissione europea, tra più di 7.000
piccole e medie imprese di 19 paesi europei, rileva nel “Rapporto per
il 2002” che quasi metà di queste società sono attivamente coinvolte
in attività di impegno sociale, quali sponsorizzazioni e donazioni.
L’impegno dell’Europa nella promozione della responsabilità sociale
delle imprese
Nel momento in cui l’Unione Europea si sta impegnando ad adottare
una “carta dei diritti fondamentali” che definisca valori comuni
europei, un numero sempre maggiore di imprese riconosce la propria
responsabilità sociale, contribuendo spontaneamente a migliorare la
società e a rendere più pulito l’ambiente, considerando tali impegni
come parte rilevante della propria identità d’impresa.
In questo ambito il Libro verde della Commissione europea
“Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale
delle imprese” del 18 luglio 2001[10]
ha aperto un serio dibattito sui vantaggi di tale responsabilità
sociale, sviluppando gli intendimenti emersi con il Summit europeo di
Lisbona del Marzo 2000. In quella occasione i governanti europei hanno
richiamato l’importanza della responsabilità sociale delle imprese che
riguarda aree ritenute, anche dai governi europei, strategiche, quali:
la formazione continua, l'organizzazione del lavoro, le pari
opportunità, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.
Proprio quest’ultimo aspetto si collega poi agli impegni presi al
summit di Goteborg nel giugno 2001, nell'ambito della più ampia
strategia di sviluppo sostenibile. Anche in quella sede è stato
ribadito che, nel lungo termine, la crescita economica, la coesione
sociale e la tutela dell'ambiente vanno di pari passo (la “triple
bottom line”), dunque che le imprese, per quanto di loro pertinenza,
sono incoraggiate ad adottare una dimensione “sociale”[11].
In effetti il Libro verde della Commissione europea si impegna a
dimostrare che è nello stesso interesse dell'azienda assumere impegni
“sociali”, anche al di là degli specifici obblighi di legge,
ricevendone in tal modo un forte ritorno in termini di credibilità
imprenditoriale e di risposta positiva da parte del mercato, premiando
in definitiva una condotta responsabile sotto il profilo sociale ed
ambientale, nell'interesse di tutti e, dunque, non solo degli
stakeholder interessati. Tra questi ultimi, i rapporti con le comunità
locali rivestono una particolare importanza, rappresentando mercati di
riferimento e di fonti importanti di manodopera. Non sorprende quindi
che vi sia una consolidata tradizione di responsabilità sociale delle
PMI locali che, spesso, sponsorizzano manifestazioni di carattere
sociale. Le aziende locali che esprimono capacità di accumulare
“capitale sociale”, riescono infatti ad estendere i contatti e di
stabilirne di nuovi con altre imprese del contesto economico, sociale
e ambientale che le circonda, traendone benefici anche economici.
Altro aspetto del concetto di responsabilità sociale delle imprese è
quello della dimensione internazionale che acquista sempre maggiore
rilevanza con l’estendersi della globalizzazione, via via che le
imprese scoprono nuovi mercati. In quest’ottica, rileva il Libro
Verde, sempre più imprese adottano codici di condotta relativi alle
condizioni di lavoro, ai diritti dell'uomo e alla tutela
dell'ambiente, rivolti anche ai propri fornitori e subappaltatori, per
garantire sotto il profilo sociale tutta la filiera produttiva
interessata.
L'etichettatura sociale, pertanto, è una risposta alla pressante
richiesta dei consumatori rispetto alle garanzie degli standard del
lavoro, anche se, osserva il Libro verde, sarebbe necessario
introdurre dei metodi efficaci di verifica degli impegni sociali
contenuti nelle etichette.
L’invito poi a investire in “ fondi etici”, cioè in aziende che si
attengono a determinati criteri sociali esprime una tendenza, ancora
di nicchia, che necessita comunque di resoconti societari più
trasparenti sotto questo profilo e standardizzati.
Sotto quest’ultimo aspetto il Libro verde raccomanda, più in generale,
una maggiore uniformità sul tipo di informazioni che le aziende
dovrebbero essere disposte a fornire, presentando in maniera più
esaustiva la contabilità, la revisione dei conti ed i resoconti
societari.
Successivo alle “raccomandazioni” del Libro verde della Commissione
europea per promuovere l’impegno sociale delle imprese è la
Comunicazione del 2 luglio 2002 “Responsabilità sociale delle
imprese- un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile”,
nella quale la Commissione, proprio sulla base della consultazione
durata un anno per raccogliere le reazioni al predetto Libro verde, ha
messo a punto una strategia comune per promuovere il contributo delle
imprese al progresso economico ed ambientale.
E’ emersa l'esigenza di criteri e parametri comuni per valutare e
promuovere la responsabilità sociale delle imprese, riducendo la
confusione dovuta a differenti criteri, formulari e metodi di
classificazione utilizzati in Europa.
Più in particolare le aziende europee hanno comunque espresso
preferenza sul mantenere invariato il carattere volontario della
responsabilità sociale d’impresa, auspicando allo stesso tempo
soluzioni globali che evitino, però, una standardizzazione eccessiva,
giudicata a loro avviso, controproducente e troppo vincolante.
Ritengono inoltre che le responsabilità dei governi e delle
organizzazioni multilaterali, nel promuovere la responsabilità sociale
d’impresa, risultino in definitiva fondamentali, soprattutto fuori
dall'Europa.
Le organizzazioni sindacali, invece, ritengono che la responsabilità
sociale delle imprese non debba sostituire le normative ma
affiancarle, e comunque esprimendo la necessità di punti di
riferimento in un ambito legislativo o contrattuale, per
regolamentarne l’ambito di applicazione. La globalizzazione,
sostengono i sindacati, rafforza la necessità di regole sulla
responsabilità sociale.
Le Organizzazioni non governative insistono sul coinvolgimento di
tutte le parti interessate nella definizione di schemi di
responsabilità sociale delle imprese e sulla necessità che le imprese
prendano impegni verificabili in materia di responsabilità sociale,
attraverso l’individuazione di obiettivi concreti e di standard
internazionali applicabili e verificabili a livello mondiale.
Ulteriori elementi di conoscenza sono venuti dal forum europeo
multilaterale sulla responsabilità sociale delle imprese,
promosso dalla citata Comunicazione della Commissione europea del
luglio 2002. L’obiettivo del forum è proprio quello di favorire lo
scambio di esperienze e di buone prassi esistenti in tema di
responsabilità sociale delle imprese e di tendere ad un approccio
comune nelle iniziative intraprese su scala europea. Entro la metà del
2004 il forum dovrà tirare delle conclusioni concordando linee
direttive a livello comunitario per migliorare la trasparenza e la
convergenza delle pratiche e degli strumenti della responsabilità
sociale delle imprese, quali i codici di condotta, i marchi di
garanzia e la redazione di resoconti. E’ il caso di ricordare comunque
che la Comunicazione della Commissione europea non propone misure
normative in materia di responsabilità sociale delle imprese e,
pertanto, permane volontario il ricorso ai predetti strumenti
attuativi.
Il forum è, tra l’altro, impegnato sui seguenti temi: la
responsabilità sociale d’impresa e la competitività, la
responsabilità sociale delle imprese nei paesi in via di sviluppo, le
specifiche problematiche delle PMI nella responsabilità sociale
d’impresa, i marchi di certificazione sociale, gli standard
applicativi della responsabilità sociale d’impresa.
Il primo rapporto sull’attività svolta dal forum verrà pubblicato
entro l'estate del 2004. La Commissione ne valuterà i risultati,
esaminando l'opportunità o meno di adottare altre iniziative per
promuovere ulteriormente la responsabilità sociale, di concerto con le
imprese e con le altre parti interessate.
Osservazioni conclusive
L’Unione Europea sta, dunque, tentando di influenzare il
comportamento delle imprese, promovendo e implementando la
responsabilità sociale delle imprese, utilizzando il suo potere di
influenza sia sui media e l’opinione pubblica, sia a livello
politico-internazionale adoperandosi per favorire la crescita delle
istituzioni di “governance globale”[12].
Questo può risultare non sufficiente. E’ probabile che il “mercato”
necessiti direttamente di stimoli che l’Unione Europea può, per il suo
potere finanziario e legislativo, attivare affinché la responsabilità
sociale d’impresa divenga vincolo a cui subordinare la conclusione di
contratti di approvvigionamento e di servizi.
Partendo da questa esigenza di implementazione, se da un lato risulta
necessario per le aziende mantenere fermo il carattere di volontarietà
della responsabilità sociale d’impresa, questa esigenza non elimina la
necessità altrettanto sentita di chiare scelte di certificazione come
evidenza e stimolo ai comportamenti virtuosi delle aziende[13].
Sotto quest’ultimo profilo in Italia l’unico tentativo di
legificazione è il disegno di legge del 22 luglio 1981, n.1517,
presentato in Senato e che poi non ha avuto seguito. Detto disegno di
legge riguardava norme sul rendiconto sociale e sulla costituzione dei
Consigli di vigilanza.
Sotto il profilo dell’implementazione della responsabilità sociale
delle aziende, qualcosa, invece, si sta concretamente muovendo almeno
a livello di legislazione regionale. Rileva la legge n.21/2002 della
regione Umbria che è l’unica a prevedere la creazione di un elenco di
imprese certificate a livello regionale. In questa banca dati,
infatti, potranno essere iscritte, a richiesta, le imprese certificate
presenti nel territorio regionale, incluse quelle che hanno aderito ai
requisiti della certificazione di responsabilità sociale SA 8000,
risultando l’iscrizione in quest’albo motivo per l’assegnazione di
concessioni autorizzative o per gli appalti di opere e servizi,
compatibilmente con la normativa comunitaria e nazionale in vigore.
Sono previsti, inoltre, contributi finanziari per le imprese umbre
fino al 50% del costo necessario per certificare il proprio sistema,
fra l’altro, alla norma SA8000.
E’ un primo passo, ma è necessario fare di più sia nell’ambito della
promozione che della certificazione della responsabilità sociale delle
imprese. Forse, in una prospettiva di lungo periodo, sarà necessario
che gli stessi processi di contabilità nazionale vengano modificati in
modo che sia proprio il mercato a stimolare l’acquisizione di
responsabilità sociali da parte delle aziende a mezzo di incentivi e
di finanziamenti ad hoc.
In quest’ottica, la stessa definizione del citato Libro Verde della
Commissione europea del 2001, che individua la responsabilità sociale
dell’impresa come “la decisione volontaria da parte delle imprese di
contribuire alla creazione di una società migliore e ad un ambiente
più pulito”, dovrà essere rivista in funzione di un superamento del
concetto “accessorio” di responsabilità sociale di impresa, rispetto
ad una sua funzione integrata a pieno titolo nelle scelte delle
imprese.
In definitiva, dovrà essere sempre più chiaro per le aziende che il
perseguire profitti è un’attività indivisibile dalla protezione della
salute e della sicurezza dei lavoratori, nonché dalla protezione della
società e dell’ambiente.
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Note
[1]
M.R. Ferrarese (2000), p. 101.
[3]
J.Y. Calvez (1998), p. 67.
[4]
L. De Biase (2001), p. 19.
[5]
F. Ranghieri (1998) , p. 55.
[7]
D. Rupo (2001), p. 176.
[10]
Commissione delle Comunità Europee (2001), p. 4.
[12]
D. Bianchi, D. Mauri, G. Sammarco (2001), p. 3.
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