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Il fattore internazionale nel modello di sviluppo
dell’Ucraina
Luigi
Troiani
L’esito delle recenti elezioni, con la vittoria del candidato
dell’opposizione Viktor Yushchenko, ha avviato una fase nuova nella
storia dell’Ucraina. Gli attesi provvedimenti in materia di diritti
politici e di riforme economiche dovrebbero, nei prossimi anni, creare
le condizioni per porre la questione della candidatura del paese alla
Ue.
Sarebbe errato ritenere certe e scontate le fasi del percorso verso
Bruxelles. Il ritardo dell’Ucraina nei confronti dell’Europa non viene
solo dalla partecipazione all’Unione sovietica, dai decenni di
stalinismo e comunismo e, più recentemente, dalle malefatte del clan
di Kuchma, ma dai secoli di co-partecipazione alle vicende russe e
alle forme storiche che il potere imperiale russo ha assunto. La
spaccatura tra est e ovest ucraino che ha caratterizzato la lunga
campagna elettorale dello scorso autunno e condotto il paese sul filo
della scissione delle regioni “filorusse”, il confronto-scontro tra il
confine orientale minerario e industrializzato condizionato
dall’attrazione verso la Russia e il resto del paese che guarda
piuttosto ad occidente, sono un dato strutturale con cui fare i conti.
Il fattore internazionale, il rapporto storico con Russia ed Europa,
risulta decisivo per le riforme strutturali attese dalla popolazione.
Tra le due Europe
Come risultato della seconda
guerra mondiale, l’Europa si trova divisa in due grandi aree
geopolitiche e geoeconomiche. L’Ucraina, penalizzata prima dalla
resistenza alla bolscevizzazione durante la Prima guerra mondiale e
sino al 1920, poi dalla collettivizzazione e dalla carestia nelle
campagne, è incapsulata dentro le maglie del blocco sovietico. La sua
collocazione diventa funzionale alle prerogative del sistema bipolare,
nel quale Unione Sovietica da un lato, Stati Uniti dall’altro,
affermavano il proprio potere mondiale.
La fine di quel quadro di rapporti internazionali, offre a Kiev la
possibilità di riprendere la propria indipendenza e riacquistare piena
sovranità sul suo destino storico. La nazione riparte dalle radici:
dal rapporto con lo stato slavo di Kijev distrutto nel 1240 dai
mongoli e diviso tra Magiari Lituani e Polacchi, dal rapporto con lo
stato russo nato nel X secolo dal Rus ucraino.
L’”Unione volontaria” del 1654 con il regno di Moscovia e il trattato
d’Andrusovo del 1667 (spartizione dell’Ucraina, alla fine del
conflitto tra Polonia e Russia, con Smolensk e Kiev che passano in
mani russe), restano tra i fatti rilevanti di quella vicenda, così
come l’opera d’assimilazione condotta da Caterina II (conquista di
Crimea) e da altri zar, in particolare con la russificazione
demografica e culturale nell’800 e ‘900.
Lo storico britannico Seton-Watson, commentando l’accordo di
Perejaslav del 1654 tra il capo cosacco Bogdan Chmel’nickij e i
rappresentanti dello zar Alessio, scrive: “Questo accordo è
stato variamente interpretato, da storici nazionalisti russi e
ucraini, come un’alleanza fra due stati, una unione personale fra due
stati e nazioni, o la semplice sottomissione dei piccoli russi
ortodossi all’ortodosso zar russo. … A quell’epoca gli abitanti della
regione di confine (Ucraina) erano detti in Russia piccoli russi; né
allora né poi i funzionari e gli storici russi furono disposti ad
ammettere che si trattasse di una nazione a sé. D’altro canto i
moderni storici ucraini nazionalisti affermano non solo l’esistenza,
nel XX secolo, di una nazione ucraina a se stante, ma che questa è la
vera erede del primo stato russo, la Russia di Kiev. I moscoviti,
secondo questi storici, sono una mescolanza razziale di finni, slavi e
tatari, usurpatrice del nome russo”[i]
L’autore sulla questione vuole restare neutrale, ma di fatto si
sbilancia a favore della tradizione nazionale ucraina, quando rileva
che:
·
gli abitanti dell’Ucraina nel XVII secolo disponevano di una
chiesa uniate con “dalla sua una minoranza considerevole”[ii],
·
chiamavano se stessi col medesimo nome Rus’ e russkij mentre in
ucraino quelli di Moscovia erano moskaly,
·
avevano istituzioni sociali diverse dai Moscovi, ad esempio non
disponevano di comuni agrarie come la obščina,
·
vantavano tradizioni giuridiche e culturali occidentali, per lo
più influenzate dai polacchi,
·
parlavano vari dialetti, tutti diversi dal linguaggio di
Moscovia,
·
si comportavano da pionieri di frontiera, predoni
individualisti, e non avevano nulla a che spartire con i docili
comportamenti dei servi della gleba russi né con le tradizioni
collettivistiche della grande campagna russa.
Per concludere: “Esistevano insomma tutte le condizioni per una
nazione a sé: soltanto la coscienza di essere una nazione non era
ancora sviluppata…il senso di essere diversi dai russi della Moscovia
e la riluttanza ad accettare ordini o istituzioni da Mosca erano
presenti negli abitanti della regione già all’inizio del XVIII secolo”[iii].
E’ una consapevolezza che spiega le folate antirusse che di tanto in
tanto attraversano la storia dell’Ucraina, e le risposte repressive
(ad alcune si è fatto cenno) che il potere russo, zarista o sovietico
poco importa, mette in essere.
Il fatto è che la natura dello stato russo si
appropria, sin dalla sua creazione, di caratteri “orientali”, mentre
la cultura della nazione ucraina tende piuttosto a rapportarsi
con l’occidente europeo. L’ideologia della classe di potere imperiale
e poi sovietica, interpreta la Russia come “terza Roma”, destinata a
conquiste territoriali ad est ed ovest, che la mettano al riparo ad
oriente dalle invasioni mongole[iv],
ad occidente dalle potenze centrali e dall’influenza del cristianesimo
cattolico e protestante[v].
Si tratta di un’ideologia a doppia chiave: slavismo e
ortodossia confluiscono nel fornire supporto all’azione imperiale e
assolutista dello stato.
Nonostante gli sforzi occidentalizzanti di zar Pietro, la storia
russa, nella versione imperiale e in quella sovietica, realizza un
assolutismo dispotico di tipo orientale, la cui dicotomia strutturale
(economia di sussistenza per il popolo, al servizio dell’economia di
potere per i ceti dominanti) è stata magistralmente analizzata nella
lezione di Karl August Wittfogel[vi].
Per questo la Russia tarda nell’eliminare la Servitù della gleba,
fonda ancora oggi la sua ricchezza sullo sfruttamento delle risorse
naturali, è tuttora impegnata in guerre di conquista o di difesa
territoriale, si vede irrimediabilmente esclusa dai processi
d’integrazione dell’Unione europea.
Wittfogel, definisce società asiatica quella “dominata da uno stato
burocraticamente dispotico”. Attribuisce detta natura alla Russia e
all’Urss, ricordando che Marx ed Engels, dal 1853 in poi avevano
evidenziato la qualità “semi-asiatica” della società zarista “e il
carattere orientalmente dispotico del suo governo”, che Lenin tra il
1906 e il 1907 nella polemica con Plechanov aveva enunciato che la
vicina rivoluzione russa avrebbe potuto condurre non al socialismo ma
a una “restaurazione asiatica”[vii].
Che Stalin, dal 1938, e l’intera storiografia e critica politica
successiva, sovietica e russa avevano rifiutato i connotati di
“società asiatica”. Wittfogel commenta: “Non sarà motivo di sorpresa
l’apprendere che questa teoria ha suscitato la vivissima ostilità
della nuova burocrazia totale, manageriale che, in nome del comunismo,
oggi controlla…. Gli ideologi sovietici, che nel 1931 dichiararono
politicamente inaccettabile il concetto di società orientale e di una
burocrazia dirigente ‘funzionale’… ammisero cinicamente che le loro
obiezioni erano ispirate da interessi politici e non da considerazioni
scientifiche. Nel 1950 gli studiosi più in vista dell’orientalistica
sovietica indicarono come loro più importante realizzazione ‘la
liquidazione della nota teoria del modo asiatico di produzione’ ”[viii].
Affermazioni che conservano tutta la loro validità, pur tenendo
presente i mutamenti nel frattempo intervenuti nel sistema di potere
russo.
Uno dei risultati del “rifiuto” russo del proprio carattere d’impero
orientale, è che gli zar prima, i leader comunisti poi, trattano in
modo indistinto le nazionalità sottomesse al proprio potere,
peggiorando obiettivamente la posizione di nazioni, come quelle
baltiche e ucraina, che appartenevano a tutt’altro filone storico e
culturale. L’Ucraina, in particolare, viene a soffrire il danno di
collocarsi al centro della disputa europea tra est e ovest, una
situazione che rischia persino di peggiorare dopo la caduta dell’Urss
quando la Polonia, al suo confine occidentale, spicca il volo verso l’Ue,
posizionando Kiev al confine dell’Unione e rilanciando la rilevanza di
quel fattore internazionale dal quale la storia ucraina ha derivato
tre secoli e mezzo d’intimità con la Russia. Al tempo stesso, come il
sistema bipolare degli anni 1947-1989 aveva sacrificato l’interesse
nazionale dell’Ucraina, la cessazione, con Gorbaciov[ix],
del ruolo antagonistico dell’Urss rispetto all’Occidente offre al
paese le condizioni per una soluzione alla sua vicenda nazionale.
Kiev rivendica la Sovranità nel 1990.
Il 24 agosto 1991, nel pieno della crisi istituzionale che il
presidente della Russia Eltsin ha aperto a Mosca dopo il rientro di
Gorbaciov, presidente dell’Urss dagli “arresti” golpisti in Crimea,
dichiara l’Indipendenza. Il referendum popolare conferma le scelte dei
leader. Nell’era che si apre per la nazione, il nuovo stato
indipendente si trova a dover esplorare quali soluzioni offrire alla
tutela del proprio interesse nazionale, non più riconducibile a quello
di un’Urss che non c’è più, né a quello di una Russia che si è
incamminata in una nuova strada e deve confrontarsi con una profonda
crisi di transizione.
Nei quindici anni d’indipendenza, la questione chiave resta, insieme
con le difficoltà che la transizione presenta al livello economico e
sociale, come dare soluzione all’apparente contraddizione tra il
legame storico con Mosca e la vocazione europea della nazione.
Il fattore internazionale nella transizione
L’Ucraina arriva all’indipendenza
cogliendo di sorpresa sia la Russia che l’Occidente. Sono in molti, ad
esempio il presidente Bush padre e il tedesco Kohl, a spingere la
leadership ucraina a restare nell’alveo del sistema già sovietico,
valorizzando la Comunità degli stati indipendenti, Csi, voluta dal
Cremlino per riassorbire il distacco dalle ex repubbliche sovietiche.
Vi era timore che il vecchio sistema d’equilibrio strategico che aveva
garantito il mondo dalla catastrofe nucleare, potesse subire
rimaneggiamenti eccessivi e mettere a rischio un equilibrio
conquistato con decenni di trattative complesse. Sia l’Occidente che
Mosca pensavano all’effetto destabilizzante che l’Ucraina indipendente
avrebbe potuto portare nella zona est dell’Europa.
Quando è evidente che Kiev non intende recedere dalla sua scelta, e
che si va dotando di una classe di governo patriottica, il gioco
diplomatico viene a riaprirsi. Gli Stati Uniti, freddissimi nella fase
iniziale dell’indipendenza, si lasciano tentare dall’opportunità di
giocare Kiev nella partita tra potenze nucleari e in quella sul futuro
della Nato. Mosca prova a mantenere le chiavi del potenziale nucleare
depositato in territorio ucraino e l’accesso ai porti caldi del sud.
Abbastanza assente l’Unione europea, presa dagli effetti che
l’accelerazione ucraina potrà riscuotere sui suoi equilibri interni, e
non ancora consapevole delle opportunità che possono venirle dal
movimento nell’est europeo.
E’ certo che la comunità internazionale scopre l’Ucraina come
il più vasto paese europeo, con territorio (km2 603.700)
doppio di quello francese e popolazione equivalente (più di 47
milioni), strategicamente rilevante perché posizionato al confine tra
Europa politica e Russia. Intorno alla metà degli anni ’90, ci si
comincia a chiedere se quello che è un paese “grosso”, possa diventare
anche “grande”, sommando il suo peso a quello della Polonia nel
rinnovare e sovvertire gli equilibri di potere consolidati all’interno
dell’Unione europea e della Nato.
Resta, nel sistema internazionale, la difficoltà a ritenere il proprio
interesse all’equilibrio, conforme all’interesse nazionale
dell’Ucraina[x],
nell’incapacità di Kiev a rendere vantaggioso per tutti il cammino del
proprio stato sovrano, che continua a rimbalzare tra gli angoli del
suo dilemma (Usa, Russia, Ue). L’Ucraina non sa convincere sulla
coincidenza tra interesse nazionale e interesse più generale del
sistema internazionale, anche perché, sino alla metà del presente
decennio, resta in bilico sulle sue opzioni di politica
internazionale. Mette a maturazione la forma del nuovo stato, ma non
definisce verso quale modello d’organizzazione sociale, militare,
politica intenda dirigere la transizione. E’ un’ambiguità che serve,
in particolare negli anni di Kuchma, per barattare favori con
Washington e Bruxelles, senza irritare Mosca. E’ una tattica che non
risolve il problema della collocazione internazionale dell’Ucraina, e
taglia il paese dalle prime tre ondate dell’allargamento dell’Unione
europea[xi].
Apparentemente, la stagione
dell’ambiguità internazionale è ora terminata. Se il presidente
Yushchenko manterrà le promesse della sua campagna elettorale,
dovrebbero cominciare a notarsi abbastanza presto i cambiamenti
strutturali e le riforme che consentiranno a Kiev di porre, a
condizioni maturate, la propria candidatura per l’Unione europea.
Occorre consapevolezza che la rincorsa verso Bruxelles muove da una
situazione critica, anche se non compromessa. Il lungo regno dell’ex
presidente Kuchma ha lasciato una cultura civica che miscela affari e
politica, che non sa attribuire alle leggi e all’amministrazione la
capacità di regolare il mercato, con gli alti tassi di corruzione,
sopraffazione, mala burocrazia e arbitrio amministrativo a tutti noti.
L’ipotesi Ue accelererà la cura dei mali, visto che non si può
accedere all’Unione senza garantire il rispetto dei principi di
democrazia politica e di libero mercato. Come accaduto per paesi
arretrati sotto il profilo della cultura sociale ed economica, tra i
quali l’Italia del dopoguerra, le istituzioni comunitarie
costituiranno un valido riferimento per la modernizzazione socio
economica dell’Ucraina. Al tempo stesso l’Unione si potrà fare custode
del diritto della giovane democrazia a godere indipendenza e
sovranità.
La scelta dell’Ue consentirà a Kiev di avviare le proprie relazioni
con Mosca su un piano di collaborazione tra nazioni vicine e amiche,
che i legami culturali e storici tendono a rendere particolarmente
stretti e privilegiati. Al tempo stesso farà godere in pieno la
storica amicizia che lega l’Europa comunitaria agli Stati Uniti
d’America, sia nelle istituzioni del rapporto multi-bilaterale che in
quelle della cooperazione internazionale.
Purtroppo per gli ucraini, nella prevedibile marcia d’avvicinamento
all’Ue, mentre il loro paese potrà avvantaggiarsi degli aiuti del
bilancio comunitario, dovrà anche provvedere alla ristrutturazione
dell’economia. Occorre uscire dalla condizione di produttore di
minerali di carbone e ferro, per transitare ad un’economia a struttura
più moderna. Il sistema economico nazionale si aprirà sempre più alla
competizione internazionale, e dovrà far cessare i privilegi accordati
ad industrie, spacciate dal vecchio regime come “campioni nazionali”
(si guardi per tutti al caso della Kryvorizhstal) e in realtà bottino
della nomenklatura.
Gli impianti obsoleti, nelle nuove condizioni di mercato non saranno
in grado di reggere l’urto con l’esterno. Da qui le ristrutturazioni
che dovranno tenere conto delle necessarie innovazioni, senza
dimenticare le dolorose conseguenze sociali in termini occupazionali
che si troveranno probabilmente a generare. Le riforme dovranno essere
robuste, e fornire nuovo slancio al sentiero dello sviluppo, caduto
nel 1999 a meno del 40% del livello registrato nel 1991, e
recentemente accidentato sia dalle misure demagogiche prese in
campagna elettorale dal
governo uscente che dall’instabilità politica causata dal braccio di
ferro tra Yanukovich e Yushchenko.
L’Ucraina potrà giustamente fare affidamento sulla propria agricoltura[xii],
lontana dall’esprimere l’intero potenziale benché, in epoca sovietica,
le sue terre nere fornissero più di un quarto del raccolto dell’Unione
(carne, latte, grano, barbabietole da zucchero, verdure). Con gli
opportuni aiuti dall’Ue e da agenzie internazionali di sviluppo, si
potranno mettere a valore le terre nere (30 per cento della
disponibilità globale del pianeta) sostenute da buone risorse irrigue
naturali (Dnieper e affluenti) e da un capillare sistema irriguo.
I dati congiunturali fanno ben sperare. Nell’ultimo quinquennio
la crescita del prodotto interno lordo si è aggirata in media intorno
al 7 per cento, e nel 2004 si è accostata al 12 per cento. Si attende
la crescita degli investimenti esteri, Ide, sinora troppo bassi per
risultare significativi. Il bilancio statale è stato lasciato in
ordine dalla precedente amministrazione, e il suo deficit si colloca
sotto la soglia del 2 per cento rispetto alla produzione interna lorda
annua. I flussi dei migranti[xiii],
che sono un fattore di perdita secca per il paese nel breve, potranno
rivelarsi, nel medio periodo, risorsa in termini socio-culturali ed
economici. Già ora il volume delle rimesse sostiene un gran numero di
famiglie; i futuri ritorni potrebbero dare al paese una scossa
positiva in termini di sviluppo imprenditoriale, andando a sostenere
le riforme attese dal governo.
[i]
Hugh Seton-Watson, Storia dell’impero russo, Einaudi, 1971, pag.
10
[ii]
Hugh Seton Watson, ib., pag. 12
[iii]
Hugh Seton-Watson, Ib. pag. 11
[iv]I
mongoli sono definitivamente sconfitti dai russi nel 1380.
[v]Né
si sottovaluti l’effetto della lunga interruzione nel rapporto
della Russia con l’Europa occidentale, causata dalla prima
espansione islamica dei sec. VII e VIII.
[vi]Karl
August Wittfogel, Il Dispotismo orientale, SugarCo Edizioni, 1980
[vii]
Non si obietti che in “Stato e rivoluzione” Lenin “si venda” come
oppositore della teoria asiatica. Le giravolte intellettuali del
capo della rivoluzione bolscevica sono ampiamente note, e
costituiscono uno degli indizi della clamorosa disonestà
intellettuale del personaggio.
[viii]
Karl August Wittfogel, ib., pag.
77
[ix]
L’11 marzo 1985, Michail Gorbaciov è eletto Segretario generale
del partito comunista sovietico.
[x]
Accadrà diversamente nella campagna elettorale dell’autunno 2005,
quando il sistema internazionale farà pesare la sua influenza per
consentire a Viktor Yushchenko di assumere la presidenza in nome
dell’interesse nazionale e della volontà popolare.
[xi]
Il primo ampliamento ad est include otto paesi centro-est europei.
Il secondo, previsto nel 2007 sta coinvolgendo Bulgaria e Romania.
La terza ondata riguarderà soprattutto la regione balcanico,
alcuni stati della ex Jugoslavia, la Turchia.
[xii]
E’ considerato arabile il 56,21% del territorio nazionale, che
vanta kmq 24.500 di terre irrigate.
[xiii]
Il tasso netto di migrazione, per 1.000 di popolazione, è stato,
nel 2004, pari a -0,39. L’alto numero è collegato anche alle
difficoltà economiche e sociali della popolazione: è sotto la
soglia di povertà quasi il 30 per cento degli ucraini.
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