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Una sintesi del magistero sociale
Card. Pietro Pavan
La
centralità dell'uomo nella convivenza; la nobiltà del lavoro, la sua
duplice fecondità: in ordine alla persona che lo svolge e in ordine
all'oggetto in cui si concreta; la posizione di responsabilità di
quanti operano negli organismi in cui si articola la vita sociale; la
rimunerazione del lavoro secondo criteri di giustizia; l'esigenza di
una gamma di corpi intermedi rispondente al grado di sviluppo di una
civiltà; la regolazione dei rapporti umani, qualunque ne sia il
contenuto, informata al principio della solidarietà operante nella
verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà; il carattere
naturale del diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi:
diritto a cui è immanente una funzione sociale; l'indispensabilità di
un'autorità per una convivenza ordinata e feconda: autorità
proveniente da Dio, avente come compito l'attuazione del bene comune,
di cui è elemento essenziale e preminente il riconoscimento, la tutela
e la promozione dei diritti fondamentali della persona; l'adozione del
criterio di sussidiarietà nel disciplinamento dei rapporti fra singole
persone e rispettive famiglie, corpi intermedi e poteri pubblici: tali
si ritiene che siano le idee-madri nell'insegnamento sociale del
Magistero della Chiesa.
Ora sorge il problema: siffatte idee sono posizioni del Magistero
della Chiesa, assunte per indicazione di contingenze storiche diverse,
l'una staccata dall'altra, ciascuna a sé stante, senza alcun nesso
interiore fra esse? Oppure sono deduzioni da un unico principio
fondamentale, interiormente legate le une alle altre da un filo
logico, cosi da formare un sistema dottrinale unitario?
Non pochi si sono pronunciati e continuano a pronunciarsi per la prima
alternativa. In ciò anche spinti dal fatto che il Magistero della
Chiesa non si è mai proposto di elaborare, in materia sociale, un
sistema dottrinale compiuto: i suoi interventi si sono verificati,
come si è fatto cenno, all'occasione di problemi posti dall'evolversi
storico; e si proponevano, almeno direttamente, di affrontare e
risolvere quei problemi. Ed è pure opinione assai diffusa che in
materia sociale il Magistero della Chiesa abbia seguito una linea di
compromesso fra due dottrine contrapposte o, meglio, fra due gruppi di
dottrine contrapposte: le dottrine che si ispirano al liberismo e le
dottrine che si ispirano al marxismo.
Quando, ad esempio, nell'Enciclica Mater et Magistra si
asserisce: «Anzi tutto va affermato che il mondo economico è creazione
dell'iniziativa personale dei singoli cittadini, operanti
individualmente o variamente associati per il perseguimento di
interessi comuni» (Mater et Magistra, n.39), molti pensano che
trattasi di una posizione a sfondo liberistico. Ma nel periodo
successivo si aggiunge: «Però, in esso (nel mondo economico) per le
ragioni addotte dai Nostri Predecessori, devono altresì essere
attivamente presenti i poteri pubblici allo scopo di promuovere, nei
debiti modi, lo sviluppo produttivo in funzione del progresso sociale
a beneficio di tutti i cittadini»: qui è evidente, si osserva, il
sorriso fatto alle correnti marxistiche. Si suole però aggiungere che
il Magistero della Chiesa, edotto da un'esperienza due volte
millenaria, sa cogliere dai vari sistemi il meglio e in ogni
contingenza assume posizioni di saggio equilibrio: ma restano sempre
posizioni di compromesso prive di contenuti dottrinali originali.
La verità invece è che le idee sopraesposte costituiscono un corpo
dottrinale unitario e originale: fluiscono infatti tutte da uno stesso
principio e sono le une intrinsecamente concatenate alle altre. «La
Chiesa - si afferma nella Mater et Magistra - è portatrice e
banditrice di una concezione sempre attuale della convivenza.
Principio fondamentale in tale concezione è che i singoli esseri umani
sono e devono essere il fondamento, il fine e i soggetti di tutte le
istituzioni in cui si esprime e si attua la vita sociale: i singoli
esseri umani visti in quello che sono e che devono essere secondo la
loro natura intrinsecamente sociale e nel piano provvidenziale della
loro elevazione all'ordine soprannaturale.
Da quel principio fondamentale che tutela la dignità sacra della
persona, il Magistero della Chiesa ha enucleato, con la collaborazione
di sacerdoti e laici illuminati, specialmente in questo ultimo
secolo,' una dottrina sociale che indica con chiarezza le vie
sicure per ricomporre i rapporti della convivenza secondo criteri
universali rispondenti alla natura e agli ambiti diversi dell'ordine
temporale e ai caratteri della società contemporanea, e perciò
accettabili da tutti» 31.
Come emerge dal brano citato, gli elementi in virtù dei quali
l'insegnamento della Chiesa in materia sociale si caratterizza e
assurge alla dignità di una dottrina, si possono ridurre a due: 1)
l'uomo è persona; 2) e perché tale, è per natura sociale. L'uomo è
persona; si pone quindi all'apice dell'universo e al centro della
vita sociale: «persona significat quod est perfectissimum in tota
natura, scilicet subsistens in rationali natura» ( Tommaso d’A., Summa
Theologiae,I, q. 29,a.3).). Ma appunto perché persona, l'uomo è per
natura un essere sociale: «sicut homo habet naturalem
incinationem ad hoc quod veritatem cognoscat de Deo et ad hoc quod
vivat in societatem. (ibd., I-II,q.94.a.3).
Cardinale Pietro Pavan (1903-1994)
Il testo è ripreso dall’articolo : ‘Le idee madri della dottrina
sociale della Chiesa’, apparso in “La Scuola cattolica” XC(1962), pp.501-516
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