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Le tematiche internazionali nel Compendio
Luigi
Troiani
Nel
confronto che instaura con le realtà del nostro tempo, il documento
del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax non sfugge all’esame
dei rapporti internazionali e delle loro contraddizioni. Il nocciolo
della questione appare sin dalla lettera introduttiva del Segretario
di Stato, Cardinale Angelo Sodano, quando evoca “l’Umanità nella
ricerca del bene comune”[i].
Da un lato la persona umana, e le forme con cui esprime la propria
cultura e religiosità. Dall’altro l’azione del sistema degli stati,
troppo spesso ispirata allo spirito di conquista e sopraffazione, alla
tutela esclusiva d’interessi nazionali, maschera di più
prosaici interessi dei gruppi dirigenti e dei loro referenti
economici o culturali.
Il Compendio è esplicitamente diretto anche ad ambiti non
cattolici. Conseguentemente si relaziona all’esigenza di giustizia e
pace nei rapporti internazionali, non soltanto sotto il profilo
teologico e dottrinale ma anche umanistico: è di Paolo VI
l’espressione “umanesimo plenario”, riferito allo sviluppo a vantaggio
di tutti, alla giustizia che sostenga la pace planetaria[ii].
Ciò non toglie che il documento ribadisca la centralità di Cristo
nella storia delle nazioni e dei popoli, insieme al ruolo salvifico
che la Chiesa esercita in suo nome: “La Chiesa continua a interpellare
tutti i popoli e tutte le Nazioni, perché solo nel nome di Cristo è
data all’uomo la salvezza”. E’ una salvezza che “investe questo mondo
nelle realtà… della comunità internazionale e dei rapporti tra le
culture e i popoli”[iii].
E’ in quest’ambito che viene sottolineato il compito svolto nella
nostra epoca dal dialogo interreligioso, in materia di pace e
cooperazione internazionale: “E’ un segno di speranza il fatto che
oggi le religioni e le culture manifestano disponibilità al dialogo e avvertono l’urgenza di unire i propri sforzi per favorire la
giustizia, la fraternità, la pace e la crescita della persona umana”[iv].
Charitas Christi urget nos,
scriveva Paolo. E il Compendio, riprendendo la parola del Papa
che dell’Apostolo ha assunto il nome, motiva il perché non possa non
lasciarsi coinvolgere dalle questioni internazionali: “… E come poi
tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto
ecologico, che rende inospitali e nemiche dell’uomo vaste aree del
pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con
l’incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei
diritti umani fondamentali di tante persone…”[v].
In quest’ambito la Chiesa contemporanea ha onorato una tradizione di
coerenza e autorevolezza, schierandosi dalla parte dei diritti
dell’uomo in ogni occasione in cui le vessazioni d’ideologie
totalitarie e razziste, o gli errori delle democrazie abbiano
sollecitato l’intervento del suo alto magistero. Così Pio XI il 29
giugno 1931 “protesta contro le sopraffazioni del regime fascista in
Italia con l’enciclica “Non abbiamo bisogno”[vi].
E nel 1937 pubblica l’enciclica “Mit brennender Sorge” sugli sviluppi
nel Reich germanico, mentre afferma nel 1938: “Siamo spiritualmente
semiti”[vii].
Giovanni XXIII, con la Pacem in terris, summa di una
tendenza che negli anni Sessanta in risposta ai problemi posti, sul
piano economico-sociale dalla decolonizzazione e dal sottosviluppo,
sul piano politico e della sicurezza dall’angosciosa ipotesi
dell’olocausto nucleare, ha reso la Chiesa autorevole protagonista
degli affari internazionali, interprete della sofferenza della
comunità umana di fronte ai drammi della realpolitik e della
competizione bipolare. Papa Roncalli si dirige ai “pubblici poteri
della comunità mondiale” per chiamarli ad “affrontare e risolvere i
problemi a contenuto economico, sociale, politico, culturale che pone
il bene comune universale”[viii].
La Gaudium et Spes garantirà, nel contesto del Concilio
Vaticano II, definitivo approfondimento ai temi affrontati
dall’enciclica giovannea.
E’ dalla visione antropologica imposta dalla Costituzione pastorale
che occorre muovere, per comprendere le sfide avanzate dalla Chiesa
dei nostri tempi alla politica internazionale. A fronte della visione
statolatrica che un po’ tutti i governi appongono al sistema delle
relazioni internazionali, sta la scelta evangelica in favore della
persona e in direzione della persona[ix].
Da qui la spietata difesa dei diritti dell’uomo e d’ogni singolo
essere umano; da qui la scelta di campo a favore della pace e dello
sviluppo. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”[x].
E’ nel capitolo III del Compendio che il rapporto tra la persona umana
con i suoi diritti naturali, e il sistema “onnivoro” imposto dal
concerto degli stati, trova definizione e illustrazione. Sul piano
teologico, ci si muove, ovviamente, dalla dichiarazione della persona
umana come imago Dei, dalle esigenze imprescindibili che ne
derivano verso ogni e qualunque autorità umana, in termini di
richiesta di rispetto e garanzia. E’ la lezione biblica dell’incipit
del Genesi, completata dalla fase successiva del peccato e della
caduta dei progenitori. Se il peccato spiega i comportamenti erranti
degli uomini e la protervia degli stati verso l’esigenza umanistica,
la Chiesa ribadisce che i “Diritti dei popoli e delle Nazioni”[xi],
non sono altro che l’allargamento del campo d’applicazione dei
diritti dell’uomo. E che come si chiede al diritto interno di
rispettare gli esseri umani, così si pretende dal diritto
internazionale di rispettare tutti gli stati, il diritto di ciascun
popolo all’autodeterminazione, la libertà di ciascun paese a cooperare
liberamente in vista del superiore bene comune dell’umanità[xii].
Il Compendio non fa sconti sul concetto che, va rilevato, viene a
porsi in antitesi con insegnamenti correnti della Scienza delle
Relazioni internazionali, in particolare nella scuola del realismo,
con l’attribuzione d’autonomia e primazia alle prerogative del sistema
internazionale. Mentre dichiara che i diritti delle Nazioni non sono
altro che diritti umani collocati a un altro livello della vita
comunitaria, il Compendio chiama al dovere di “vivere in atteggiamento
di pace, di rispetto e di solidarietà con le altre Nazioni”[xiii].
In questa visione sono gli uomini, le nazioni in quanto concrezione
storica di culture religioni e stili comunitari degli esseri umani, ad
essere privalegiati. Gli stati (e la loro comunità, il sistema
internazionale storicamente identificato) figurano come un accidente
storico dalla forma mutevole, chiamati a regolare i loro rapporti in
modo da non violare i diritti delle nazioni e garantirne il pacifico
sviluppo.
Non può sfuggire al testo vaticano quanto la realtà effettuale delle
relazioni internazionali sia distante da detta rivendicazione: “La
solenne proclamazione dei diritti dell’uomo è contraddetta da una
dolorosa realtà di violazioni, guerre e violenze di ogni tipo”[xiv].
Energica la chiamata a correo degli stati più ricchi e democratici, in
particolare di quelli che pretendono di esprimere un contesto ispirato
a valori cristiani: “i più favoriti devono rinunziare a certi
loro diritti per mettere con più liberalità i propri beni a servizio
degli altri”[xv].
E’ la lezione del Vangelo sul comportamento da attuare verso i poveri.
Il principio del “bene comune”, che è
a fondamento dell’intero Compendio, trova applicazione specifica, in
quanto ai temi qui affrontati, nel capitolo nono: “La Comunità
internazionale”. Qui la visione umanistica della storia si con trappone con forza ai conati utilitaristici che anche nel nuovo secolo
gli stati non cessano di proporre.
La visione utilitaristica è sempre
pronta a rinnegare i dati della realtà profonda. Li piega alle pretese
geoeconomiche e geopolitiche del momento storico e di chi esercita il
potere dominante. Giustificando il fine e mezzi, possono costruirsi
realtà fittizie sino alla negazione dell’evidenza. I popoli con le
loro forme d’organizzazione, incluse quelle religiose, sono trattati
in modo strumentale (si pensi all’uso della propaganda televisiva,
alle incitazioni all’odio religioso e razziale da parte di governi o
movimenti di massa), rispetto al mantenimento e all’ampliamento del
potere. Al contrario, la visione umanistica considera i popoli, il
loro destino, la loro storia, fini in sé, da considerare, tutelare,
esaltare. E considera i governi, il potere, strumenti di servizio, da
costringere dentro regole fissate dal diritto internazionale, dalle
prassi di cooperazione tra i popoli, dalle leggi etiche del diritto
naturale e del jus gentium.
Quando si mettono al centro della storia i popoli, il governo
nazionale e quello del sistema internazionale devono andare alla
ricerca della “felicità” dei governati. Quando si ha una visione
utilitaristica del potere, è la “felicità” dei governanti che viene al
primo posto.
Sul piano esclusivamente religioso, queste affermazioni trovano
conforto nei “racconti biblici sulle origini (che) mostrano l’unità
del genere umano e insegnano che il Dio d’Israele è il Signore della
storia e del cosmo”[xvi].
Una constatazione che, attenzione!, non nega i principi di sovranità
degli stati membri dell’umana famiglia, in quanto espressione
organizzata del diritto alla libertà d’organizzazione. Una libertà
che può vedersi apporre limiti, dalla necessità di organizzazioni
internazionali che provvedano a bisogni superiori al livello statale.
L’obiettivo del sistema internazionale, con premesse di questa fatta,
è il raggiungimento dell’armonia tra ordine giuridico e ordine morale,
con gli stati e la loro comunità messi al servizio del genere umano.
Se gli stati lo accettassero, e ne praticassero le conseguenze sul
piano comportamentale, problemi come il sottosviluppo, la povertà, le
guerre, il debito estero, le menomazioni ambientali (correttamente
esaminati uno per uno dal capitolo nono del compendio) sarebbero
avviati a soluzione.
[i]
Compendio, pag. XIII.
[ii]
La citazione, da Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 42:
AAS 59 (1967) 278. V. Compendio, pag. 55. Quando Giovanni Paolo II
commemorerà il ventennale dell’enciclica, valorizzerà la
differenza tra “progresso” e “sviluppo”, ribadendo l’impegno dei
cristiani a favore della pienezza dell’essere dell’uomo.
[iii]
Ib., Introduzione, pag. 2.
[v]
Ib., pag. 3 da Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo Millennio
ineunte, 50-51: AAS 93 (2001) 303-304.
[vi]
Compendio, Cap. secondo, pag. 50. Citazione da Pio XI, Lett. enc.
Non abbiamo bisogno: AAS 23 (1931) 285-312.
[vii]
Ib. pag. 50. Citazione da Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris:
AAS 29 (1937) 130.
[viii]
Ib. pag. 53. Citazione da Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in
terris, AAS 55 (1963) 294.
[ix]
“Tutto è considerato a partire dalla persona e in direzione della
persona: ‘la sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per se
stessa’. Compendio, Cap. II, pag. 53, con citazione da Concilio
Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes,
24: AAS 58 (1966) 1045.
[x]
Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 76-80: AAS 59 (1967)
294-296.
[xi]
Compendio, Cap. III, d), pag. 84.
[xvi]
Compendio, Capitolo IX a) pag. 233.
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