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Vocazione ed impegno dei fedeli laici
Piotr Kulczycki
Una
suggestiva ma forse eccessiva prospettiva storica, diffusa in alcuni
ambienti cattolici, vede nel primo millennio una predominanza del
monachesimo, il secondo millennio soprattutto clericale ed un terzo
millennio tendenzialmente laicale. Anche se tale interpretazione può
essere valutata come esagerata, resta il fatto che guardando con
realismo la situazione del laicato cattolico si vede che i fedeli
laici costituiscono più del 95% del popolo di Dio, che con più di un
miliardo di persone, rappresenta il 17% della popolazione mondiale.
Nella nuova era nella quale siamo entrati, cioè quella
post-industriale, l'era dell'informazione istantanea, il 17% della
popolazione costituisce una risorsa umana enorme.
Fino al Concilio Vaticano II quando prevaleva una ecclesiologia che
non acquisì ancora le necessarie distinzioni fra Chiesa e mondo, il
laico non aveva nemmeno una definizione positiva; i laici erano
definiti in termini negativi, cioè come i “non appartenenti alla
gerarchia”, il laico era semplicemente colui che non era né chierico
né religioso. Per questo motivo si è parlato spesso di gigante
addormentato.
Nel ultimo Concilio sono confluite le nuove correnti teologici e gli
approfondimenti ecclesiologici sviluppatisi dal 1925 in poi,
provenienti sia dalla testimonianza evangelica dei movimenti laicali,
sia dal magistero della Chiesa, sia dall’elaborazione teologica del
Corpo Mistico. Nel fervore di quegli anni si è ritornati alla
centralità di Cristo e si è visto come la Chiesa non poteva essere
compresa, se non nella prospettiva salvifica. Da questi sviluppi i
teologi partirono per definire il laico non in rapporto al clero
(senso negativo), ma rispetto alla secolarità (senso positivo). Grazie
a questo cambiamento di prospettiva è stato possibile un salto
decisivo di qualità del significato di “laico” nella Chiesa, inteso
come situazione di vita e quindi strettamente rapportato al termine
“missione”.
Sono molti i documenti conciliari che trattano del laicato ma
soprattutto la Lumen Gentium fa propria questa prospettiva: i
laici, si afferma in essa, sono coloro che “dopo essere stati
incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e nella
loro misura, resi partecipi all’ufficio sacerdotale e regale di
Cristo, per la loro parte compiono nella Chiesa e nel mondo la
missione propria di tutto il popolo cristiano”[i].
In questa panorama i laici sono “uomini che poggiano con ambedue i
piedi alla terra”[ii]
attraverso i quali la Chiesa si immerge nel mondo per
lievitarlo rinnovandolo nello spirito di Cristo, sono dunque
espressione della Chiesa situata nel secolo, cioè nel tempo che trascorre
tra la creazione e il compimento finale, il quale vive nella
quotidianità il mistero e la missione di Cristo. Mentre i ministeri
ordinati sono consacrati al servizio della liturgia, della parola e
della pastorale, i religiosi testimoniano nel mondo lo spirito delle
beatitudini con la loro vita, i laici cercano “il Regno di Dio
trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”[iii].
Nella realizzazione del Regno, che significa anche rendere
pratiche le indicazioni del Magistero, trovare le vie sempre nuove e
efficaci per tradurre la dottrina sociale della Chiesa nelle culture
della politica, dell’economia, dell’educazione, dello sviluppo del
matrimonio e della famiglia non si può prescindere quindi dai fedeli
laici del terzo millennio quali proprio per la loro condizione di
persone inserite nella realtà, abbiano la possibilità di fermentare
dall’interno, come “lievito”, il mondo, in modo che diventi Regno di
Dio.
La stessa linea di pensiero segue il Compendio della dottrina
sociale della Chiesa, promulgato il 25 ottobre scorso. Il
paragrafo secondo del cap. 12 che tratta proprio di “Dottrina sociale
ed impegno dei fedeli laici” offre molti spunti interessanti al
riguardo sottolineando l’identità e spiritualità laicale,
raccomandando di agire con prudenza, tracciando la dottrina sociale
dell’esperienza associativa per concludere con l’analisi del servizio
nei diversi ambiti della vita sociale: alla persona umana, alla
cultura, all’economia, alla politica.
Il documento del Consiglio della Giustizia e della Pace parte
dall’affermazione che il laicato è portatore di un valore originario,
il suo mandato non deriva dalla decisione della gerarchia ma è
radicato nella comune figliolanza da Dio sancita dal medesimo
battesimo. Dunque la collaborazione dei laici all’azione apostolica
nasce dalla vocazione propria del laicato, dalla chiamata universale
alla sequela di Cristo. Essa è rivolta a tutti i battezzati che devono
prendere coscienza del dovere di un impegno cristiano nel mondo,
lontano dai rischi di confusione e di separazione. In questa
prospettiva il dialogo e la collaborazione per il bene comune con
tutti gli uomini diventa non più una scelta facoltativa, ma il modo
ordinario in cui i cristiani costruiscono il Regno di Dio: ... per
i fedeli laici l’impegno politico è un’espressione qualificata ed
esigente dell’impegno cristiano al servizio degli altri. Il
perseguimento del bene comune in uno spirito di servizio: lo sviluppo
della giustizia con un’attenzione particolare verso le situazioni di
povertà e sofferenza; il rispetto dell’autonomia delle realtà terrene;
il principio di sussidiarietà; la promozione del dialogo e della pace
nell’orizzonte della solidarietà: sono questi gli orientamenti a cui i
cristiani laici devono ispirare la loro azione politica[iv].
L’apostolato della “massa grigia della Chiesa” non è dunque mera
supplenza all’azione apostolica del clero, ma ne è un completamento
necessario, anche se si svolge attraverso modalità differenti. Il
laico che compie da cristiano tutti gli impegni della sua vita
quotidiana, agisce da lievito nelle strutture, realizza in esse un
modello di convivenza civile ispirata ai valori cristiani. E’
compito proprio del fedele laico annunciare il Vangelo con
un’esemplare testimonianza di vita, radicata in Cristo e vissuta nelle
realtà temporali: famiglia; impegno professionale nell’ambito del
lavoro, della cultura, della scienza e della ricerca; esercizio delle
responsabilità sociali, economiche, politiche. (...) “l’essere e
l’agire nel mondo sono per il fedeli laici una realtà non solo
antropologica e sociologica, ma anche e specificamente teologica ed
ecclesiale”[v].
I laici devono dunque lasciar trasparire lo splendore di Cristo
attraverso i valori temporali. Quando il lavoro si fa con un animo
cristiano, diventa trasparente e luminoso, perché un raggio della
grazia lo attraversa e gli conferisce nello stesso tempo brillantezza
e valore di eternità, senza alterare in niente la sua verità, anzi
rafforzandola. Il laico è in altri termini il portatore della missione
“globale” ricevuta in forza del battesimo e della cresima.
La missione dei laici – prosegue il Compendio – richiede in
ogni circostanza un discernimento e una scelta adeguata dei mezzi per
compierla e deve svolgersi secondo le esigenze dettate dalla prudenza.
La prudenza si articola in tre momenti: chiarifica la situazione e la
valuta, ispira la decisione e dà impulso all’azione. Il primo momento
è qualificato dalla riflessione e dalla consultazione per studiare
l’argomento richiedendo i necessari pareri; il secondo è il momento
valutativo dell’analisi e del giudizio sulla realtà alla luce del
progetto di Dio; terzo momento, quello della decisione, si basa sulle
precedenti fasi, che rendono possibile il discernimento tra le azioni
da compiere[vi].
In questo modo il documento ripropone autorevolmente il metodo di
azione sociale indicato già dal Giovanni XXIII nell’enciclica Mater
et Magistra (1961) che consiste nel confronto dei principi perenni
della rivelazione e della ragione con la rilevazione della situazione
storica, che insieme serve a interpretarla al fine di compiere le
scelte operative più opportune. Questo metodo viene spesso riassunto
nelle parole: “vedere, giudicare, agire”, ed è stato molte volte
ripetuto dal Magistero successivo. Lo troviamo nella Gaudium et
spes del Concilio Vaticano II, Paolo VI fece sua questa visione
metodologica specialmente nella Octogesima adveniens (1971) e
Giovanni Paolo II l’ha ripresa nella Sollicitudo rei socialis
(1987).
Leggendo questi documenti nasce spontanea la domanda: in che modo il
cristiano opera nella vita secolare? Ha responsabilità propria oppure
è presente nel mondo come inviato della comunità cristiana, della
quale con altri condivide la responsabilità? I laici hanno una doppia
appartenenza, alla Chiesa o alla società civile?
Questo delicato problema ha trovato già un orientamento nella
distinzione di piani della Gaudium et spes n. 76, dove si
indica la doppia azione dei cristiani come Chiesa e come cittadini.
Nel primo caso, cioè nell’azione dei cristiani come chiesa, si può
parlare di impegno ministeriale, mentre nel secondo caso i laici sono
guidati dalla coscienza cristiana ed agiscono con proprie
responsabilità, pur con il dovere in coscienza di confrontarsi
continuamente con il Vangelo, con la comunità ecclesiale e con il bene
comune. Nelle diverse situazioni della vita essi sono invitati ad
agire con gli altri uomini nella ricerca del bene usando della
razionalità che si rifà ai valori della creazione, illuminati e
riproposti da Cristo. L’azione nel mondo invece “come Chiesa” dovrà
essere sempre condivisa con la comunità, essendo questa responsabile
ultima della missione, che non può mai essere affidata o
arbitrariamente assunta da qualcuno. Nel Compendio questa idea viene
fortemente ribadita: Vale, in ogni caso, la distinzione tra quello
che i fedeli operano a nome proprio, sia da soli che associati, come
cittadini guidati dalla coscienza cristiana, e quello che compiono a
nome della Chiesa assieme ai loro pastori[vii].
E’ molto significativo il fatto che la crescente problematica dei
mezzi di comunicazione di massa e delle politiche di distribuzione
della tecnologia sono stati approfonditi proprio in quella parte del
documento che riguarda il laicato. Il Compendio nota che oggi,
in un’epoca in cui la prosperità o addirittura la sopravvivenza
dipendono dall’informazione, ci sono accanto alle persone “ricche”
sempre di più persone “povere” di informazione[viii].
Ma la visione del Magistero non è pessimistica: I fedeli laici
guarderanno ai media come a possibili e potenti strumenti di
solidarietà: La solidarietà appare come una conseguenza di una
comunicazione vera e giusta, e di una libera circolazione delle idee,
che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri[ix].
Un dato che è opportuno sottolineare è l’ampio spazio che
il Compendio concede anche ai diritti culturali ricordando che
essi sono un particolare campo di impegno dei fedeli laici. Questo
compito è specialmente rilevante dopo l’esperienza del radicale
fallimento di prospettive culturali che sono state a lungo coltivate e
condivise ma che alla fine hanno mostrato la loro debolezza e in molti
casi il loro volto totalitario e disumano. Per questo motivo il
documento insiste sul ... diritto delle famiglie e delle persone ad
una scuola libera e aperta; la libertà di accesso ai mezzi di
comunicazione sociale, per la quale va evitata ogni forma di monopolio
e di controllo ideologico; la libertà di ricerca, di divulgazione del
pensiero, di dibattito e di confronto. Alla radice della povertà di
tanti popoli ci sono anche varie forme di privazione culturale e di
mancato riconoscimento dei diritti culturali. L’impegno per
l’educazione e la formazione della persona costituisce da sempre la
prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani[x].
Concludendo questa breve presentazione occorre ricordare che la
Chiesa con la sua dottrina sociale non entra in questioni tecniche e
non istituisce né propone i sistemi o modelli di organizzazione
sociale. Il Compendio è molto chiaro su questo punto Dalla
profondità dell’ascolto e dell’interpretazione della realtà possono
nascere scelte operative concrete ed efficaci; ad esse tuttavia, non
si deve mai attribuire un valore assoluto, perché nessun problema può
essere risolto in modo definitivo: la fede non ha mai pretesto di
imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici,
consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di
verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente
mutevoli[xi].
Da ciò risulta chiaro che i laici, non dovrebbero essere esecutori
passivi delle direttive della Gerarchia in campo sociale, ma spetta a
essi mediarle coerentemente nelle scelte che devono fare insieme con
gli altri cittadini, nel rispetto delle regole democratiche e della
laicità. Senza pretendere di tradurre i principi etici assoluti
immediatamente in scelte politiche.
Nella seconda metà del secolo scorso erano molti quelli che erano
soliti ripetere che la Chiesa aveva perso il treno della storia. Il
Compendio prova il contrario: la Chiesa quel treno non l’aveva mai
perso, ma lo aspettava in una stazione più avanti. Infatti il
documento del Consiglio della Giustizia e della Pace è pagina di
Vangelo incarnata profondamente nella storia dell’umanità, il
manifesto di un nuovo umanesimo, umanesimo del terzo millennio,
umanesimo integrale, solidale e planetario, aperto alla Trascendenza[xii].
Dopo la promulgazione inizia la fase della sperimentazione. La
dottrina sociale della Chiesa deve entrare, come parte integrante del
patrimonio comune, il Compendio dev’essere adesso assimilato e
rinascere nei vari luoghi del discernimento, sia interni alla comunità
ecclesiale sia misti, ossia comprensivi di credenti e non credenti. Da
questa assimilazione si può confidare in una nuova stagione ecclesiale
di testimoni, di martiri e di santi. Anche nel campo sociale si può
aspettare che la dottrina sociale aiuterà i credenti a riscoprire che
la loro identità cristiana è la loro risorsa più grande per rendere
incisiva e ricca di apporti la loro presenza nel mondo, si può
aspettare che farà maturare personalità credenti autentiche e li
ispiri ad assumere precisi obblighi politici, economici,
amministrativi e sociali ad essere testimoni credibili, capaci di
modificare i meccanismi della società attuale col pensiero e con
l’azione.
[i]
LG 31; E.N. 70; Ch. L. 14.
[ii]
D. Bonhoeffer,
Venga il Tuo Regno, Queriniana, Brescia, 1976, pagg. 33-34.
[xii]
CDS, nn. 1, 6, 7, 19, 82, 322, 327.
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