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La politica nel Compendio:
per una visione plenaria dell’uomo e dello Stato
Alberto Lo Presti
I
documenti della Dottrina Sociale della Chiesa hanno sempre fatto da
sfondo un approccio plenario. La voce del Magistero si rivolge a ogni
uomo, a tutti i popoli, a tutte le nazioni. Il suo appello non è mai
teso a costruire barricate, ed è sufficiente la «buona volontà» e
l’impegno «a servire il bene comune» per aderire ai suoi insegnamenti.
Questo perché ogni persona ha dignità e vocazione alla comunione, e in
ogni persona è manifesta l’esigenza di pace e di giustizia. «La legge
nuova dell’amore abbraccia l’intera umanità e non conosce limiti,
poiché l’annuncio della salvezza in Cristo si estende fino agli
estremi confini della terra» (Compendio, Introduzione, 3).
La dottrina sociale della Chiesa, in tal senso, ha molto da dire
all’uomo contemporaneo. L’universalità della condizione umana non è
più solo una esortazione morale, ma un dato della nostra vita
quotidiana. Si ripete spesso che i problemi sociali, politici,
giuridici, economici, sono sempre più fortemente interconnessi, e
quanto succede in un angolo sperduto del nostro pianeta ha
ripercussioni inevitabili da tutt’altra parte. Di fatto, esistono
problemi urgenti di dimensione mondiale: l’inquinamento ambientale, lo
sviluppo economico, i conflitti, le regole e i diritti internazionali,
la gestione delle risorse idriche e delle materie prime, le libertà
religiose, ecc. Sempre più la politica e le varie politologie stanno
scoprendo che l’umanità ha un destino comune e che le sofferenze che
colpiscono uomini e donne dall’altra parte del globo riguardano anche
noi direttamente e immediatamente. Il moltiplicarsi di agenzie e
organizzazioni internazionali e la proliferazione di associazioni
globali lasciano intravedere quanto forte sia l’esigenza di
comprendere nello spazio della politica tutti i membri della famiglia
umana.
Il Compendio esprime pienamente questa moderna esigenza
ispirandosi all’umanesimo integrale e solidale, che informa la
dottrina e il pensiero della Chiesa sulle questioni morali, politiche,
sociali, economiche, ambientali, ecc. L’umanesimo cristiano, come ci
ha insegnato Maritain, è il più ampio e universale. Mentre l’umanesimo
liberista e quello materialista, per esempio, facilmente scadono
nell’ideologia, giacché concepiscono l’uomo in un’accezione
antropocentrica, l’umanesimo cristiano è un progetto integrale,
plenario, nel quale, tomisticamente, si attua l’armonia fra scienza e
saggezza, fra azione e contemplazione, fra fedeltà all’uomo e fedeltà
a Dio. In tal senso, l’umanesimo integrale e solidale è espresso nel
Compendio come «capace di animare un nuovo ordine sociale,
economico e politico, fondato sulla dignità e sulla libertà di ogni
persona umana, da attuare nella pace, nella giustizia e nella
solidarietà» (Compendio, Introduzione, 19).
È noto come i principi e i valori espressi dalla dottrina sociale
della Chiesa appartengano anche ad altre esperienze politiche e
ideologiche. Il solidarismo sociale, per esempio, si è storicamente
espresso in dimensioni politiche varie, in molte delle quali,
tuttavia, l’accento posto sull’esigenza di cooperazione e di
uguaglianza ha finito per produrre sistemi e filosofie distorsivi
delle prerogative umane e individuali. Per contro, quei sistemi
liberali che hanno basato il proprio pensiero e la vita associata
enfatizzando il carattere autonomo e individuale della vita, hanno
finito spesso per non riuscire a dare una risposta alle sofferenze e
alle emarginazioni provenienti dai settori sociali incapaci di
provvedere a condizioni civili dignitose.
La reale peculiarità introdotta dal pensiero sociale cristiano
concerne la coordinazione logica di tali valori. Il primo principio è
quello della dignità della persona umana, gli altri – bene comune,
sussidiarietà, solidarietà - sono ad esso coordinati. Il rispetto di
questa coordinazione può essere d’aiuto allo sviluppo del pensiero e
all’azione politica.
Per tale via, lo Stato postulato dalla dottrina sociale della Chiesa
basa la sua ragion d’essere sul bene comune (168). Mentre le
politologie di oggi si affannano ad individuare i principi costitutivi
dello Stato moderno ricorrendo a concetti sempre più differenziati, a
indicatori problematici e comunque limitati, e tutto per affrancare
l’idea di Stato da qualsiasi cenno etico, la visione cristiana si
colloca sul fondamento ultimo e indistruttibile dell’idea di Stato.
Esso si basa sulla visione antropologica più alta: l’essere umano è sé
stesso se in continua donazione, perché amore e intelligenza –
costitutivi della persona e non dell’individuo – lo predispongono alla
relazione, alla comunione, alla vita politica. La politica che intende
contribuire a realizzare il bene delle persone deve, innanzitutto,
riconoscere la natura propria dell’essere umano, cioè dare spazio alla
relazionalità, alla reciprocità, così come è scritto nel profondo del
suo essere. Allo Stato, quindi, spetta il compito minimo di favorire e
rendere possibile, la circolazione d’amore fra tutti i cittadini, fra
i gruppi sociali, fra le comunità e i popoli, in poche parole la
solidarietà e la cooperazione, o ancora meglio la fraternità.
Le conseguenze politiche delle premesse contenute nel Compendio sono
precise. Rispetto ad alcune tematiche moderne, spesso di stile
neoliberale, che intendono postulare uno Stato “minimo”, “modesto”,
“invisibile”, “leggero”, gli accenti posti dalla dottrina sociale
della Chiesa mettono in rilievo come allo Stato non compete solo di
elaborare progetti per la redistribuzione delle risorse della
comunità, dei servizi, delle opere, delle opportunità e dei mezzi in
genere; non compete solo di aggregare la domanda cercando di dare voce
agli interessi più diffusi, ad esso si deve chiedere piuttosto di
incoraggiare e sostenere le relazioni di solidarietà fra le parti
sociali e di costruire spazi di condivisione della scelta pubblica.
La subordinazione del principio del bene comune a quello della dignità
della persona umana è garanzia dell’equilibrio dell’impresa politica.
Equilibrio che storicamente le politiche fondate ideologicamente non
hanno potuto avere.
L’impresa politica trova il proprio fondamento e il proprio fine nella
persona umana. Nella considerazione che la persona umana ha
connaturale una dimensione di apertura alla Trascendenza (384) e agli
altri, la dottrina sociale della Chiesa ribadisce, di fatto, che
nessuna ipotesi contrattualista, utilitarista, individualista, può
pronunciarsi come capace di cogliere lo specifico della visione
cristiana della realtà politica. È la natura sociale delle persone che
predispone i caratteri dell’autorità politica. L’autorità politica,
cioè, non è un incidente organizzativo, né un esigenza storica di cui
si può auspicare il prossimo superamento. L’autorità politica è
necessaria e insostituibile (393), ed è una naturale forza morale.
Altro che realismo politico: pazienza se i vari Jellinek, Weber,
Schmitt, Kelsen, ma nel passato la tradizione che va da Machiavelli a
Hobbes, da Marx a Stuart Mill, hanno lavorato invano. Su questo punto
l’insegnamento della Chiesa non può transigere: perché l’autorità
politica possa riconoscere, rispettare e promuovere i valori umani,
perché possa dare leggi giuste (cioè conformi alla dignità della
persona umana), essa deve fondarsi eticamente.
Da tali premesse discende una visione della società organica e
coerente. La società civile è composta di molti gruppi e lo Stato
dovrebbe non solo riconoscerne il ruolo e rispettarne la libertà d’azione,
ma anche offrire l’aiuto di cui questi possono aver bisogno nello
svolgimento della propria funzione. Ogni persona, famiglia e gruppo ha
qualcosa di originale da offrire alla comunità, e se lo Stato svolge
una funzione negativa, di attrito sociale, o peggio di negazione
rispetto a questi potenziali contributi, il rischio è di distruggere
lo spirito di libertà e di iniziativa. Il principio della
sussidiarietà si contrappone quindi allo statalismo, alla rigida
organizzazione burocratica, alle «forme di accentramento, di
burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed
eccessiva dello Stato e dell'apparato pubblico» (187). Il principio di
sussidiarietà sostanzia la partecipazione, intesa quale dovere da
esercitare in modo responsabile e in vista del bene comune (189), vero
fondamento di ogni democrazia. Un altro principio connesso alla vita
sociale è quello della solidarietà. Si tratta di un principio
condiviso, in quanto viviamo oggi in un periodo di maggiore
consapevolezza dell’interdipendenza tra gli individui e i popoli. Ma
la solidarietà è sia un principio di vita sociale che una virtù morale
(193). Nella pratica della solidarietà, ciascuna persona si impegna a
realizzare il bene comune e a servire gli altri. La solidarietà
significa quindi la volontà di donare sé stessi per il bene del
proprio prossimo. Non si tratta, tuttavia, di un desiderio di
indirizzo umanistico e filantropico: il nostro prossimo, afferma il
Compendio (196), non è solo qualcuno che ha dei diritti, «ma diviene
la viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e
posta sotto l'azione permanente dello Spirito Santo».
Formalmente, il Compendio ha l’obiettivo di riassumere e di
organizzare il contenuto, vastissimo e differenziato, del magistero
sociale della Chiesa cattolica. Riesce tuttavia anche a cogliere
alcuni aspetti del dibattito contemporaneo che necessitano di
ulteriori precisazioni e conferme. Riproporre dei criteri generali su
alcune questioni fondamentali come la pena di morte, la fecondazione
medicalmente assistita, la guerra preventiva, può sostenere l’impegno
di quei cattolici che oggi sono protagonisti delle vicende politiche,
esprimendo la propria opzione all’interno di un referendum, o
elaborando una proposta politica per la responsabilità istituzionale
che ricoprono.
Il punto sulla «pena di morte» ha suscitato più di qualche polemica.
Forse, si pretendeva che la Chiesa prendesse definitivamente le
distanze dalla pena capitale, denunciandone l’inumanità e la non
conformità con il diritto di punizione in una prospettiva cristiana.
Il Compendio esordisce reciperando un brano della Evangelium vitae:
«La Chiesa vede come un segno di speranza “la sempre più diffusa
avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come
strumento di legittima difesa sociale, in considerazione delle
disponibilità di cui dispone una moderna società di reprimere
efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui
che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di
redimersi» (405). Sembra evidente che non si tratta di un
atteggiamento tiepido quello espresso dal Compendio. Si tratta della
valutazione meditata e dolorosa che esistono tragedie ancora
lancinanti nella storia attuale e verso le quali la salvaguardia dei
più deboli può anche comportare l’istituzione del deterrente della
pena capitale.
Un altro aspetto caldo, rispetto al dibattito attuale, è quello della
guerra preventiva. La guerra preventiva non solo non si giustifica dal
punto di vista morale, ma rappresenta una forzatura indebita anche
solo da quello giuridico: «Un'azione bellica preventiva, lanciata
senza prove evidenti che un'aggressione stia per essere sferrata, non
può non sollevare gravi interrogativi sotto il profilo morale e
giuridico. Pertanto, solo una decisione dei competenti organismi,
sulla base di rigorosi accertamenti e di fondate motivazioni, può dare
legittimazione internazionale all'uso della forza armata,
identificando determinate situazioni come una minaccia alla pace e
autorizzando un'ingerenza nella sfera del dominio riservato di uno
Stato» (501).
Nella considerazione che il nostro Paese sta procedendo verso una
campagna politica sul tema della fecondazione medicalmente assistita,
il Compendio si mantiene in linea con la dottrina più volte affermata
dalla chiesa e dai vescovi. «Non sono moralmente accettabili», si
legge nel testo, "la donazione di sperma o di ovocita, la maternità
sostituiva; la fecondazione artificiale eterologa» (235).
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