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La Costituzione pastorale
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo
1967
Enrico Chiavacci
Il 2°
capoverso di questo n.3 riprende il tema del diretto interesse della
Chiesa per il mondo e la sua storia, ed offre uno spunto nuovo e
prezioso, che verrà ripreso nel n.11, per intendere come nell’uomo
avvenga la saldatura fra vita interna del mondo e missione della
Chiesa….
Cominciamo col raffrontare due espressioni assai vicine del due brani:
“Pertanto il Sinodo proclamando l’altissima vocazione dell’uomo e
affermando la presenza in lui di un germe divino…” e ” Il Concilio si
propone innanzitutto di esprimere un giudizio su quei valori che oggi
sono in grandissima stima e di ricondurli alla loro divina sorgente.
Questi valori, infatti, in quanto procedono dall’ingegno che all’uomo
è stato dato da Dio, sono in sé ottimi”. Ci sembra che non si faccia
violenza al testo, affermando che “il germe divino” e i valori in
parola possono identificarsi, tanto più che il seme divino risponde
alla vocazione divina. Ora quando si parla di valore, si parla anche
contestualmente di chiamata: il valore altro non è che la causa di una
tensione verso un certo oggetto possibile del suo agire. Qualche cosa
che non si risolve interamente in quell’oggetto, ma che è presente in
esso e che lo rende degno di appetizione da parte di un agente libero.
Una cosa ‘vale’ per me, quando ai miei occhi incorpora - o meglio
esprime, traduce nello spazio e nel tempo – un valore che di suo è
fuori dello spazio e del tempo. Ogni volta che un essere libero pone
un’azione, lo fa perché riconosce nell’oggetto di essa un valore che
già ha sperimentato in sé allo stato di esigenza: compio un’azione
libera quando in essa trovo qualcosa che mi compie, che è parziale
perfezionamento di me. Onde il valore è insieme dentro di me, allo
stato di rappresentazione e di esigenza; e fuori di me, in quanto
esigenza irrealizzata verso cui tendo, e che mi si presenta
incorporata in un contesto spazio-temporale. La libertà può venire
così intesa come capacità di intendere – accogliendo o rifiutando – la
chiamata insita in ogni valore: essa non è tanto libertà di fare o di
non fare una certa azione, quanto libertà di rispondere positivamente
o negativamente alla chiamata che vi è connessa; se la libertà non si
esercitasse verso i valori, ma verso le cose, essa si tradurrebbe in
una perfetta in differenza che renderebbe impossibile ogni scelta,
oppure in un determinismo meccanico che vanificherebbe la libertà
stessa.
Questo breve richiamo del concetto di valore sarà dal lettore scusato,
quando si rifletta che tutto il documento lo usa in continuazione: e
non senza motivo, perché è proprio nel valore che si scopre la
continuità fra tempo ed eternità, fra sensibile e soprasensibile, e
quindi fra vita terrena e vita eterna. Certamente la tensione verso i
valori è, allo stato di esperienza interiore, la chiamata di Dio.
Certamente la risposta positiva a questa chiamata è muoversi – sia
pure implicitamente – verso Dio. Ma con pari certezza si può dire che
la salvezza, cioè la piena comprensione del significato della chiamata
e la pienezza delle risposta, sono dono di Dio. Nasce di qui una nuova
impostazione del problema teologico, gravissimo, dei rapporti fra
natura e sopranatura, che il documento esplicitamente non affronta
mai, e che teologi meglio preparati potranno un giorno risolvere alla
luce dei numerosi impliciti accenni conciliari. A noi spetta solo, per
la migliore comprensione di tutto il testo, rilevare come l’esperienza
dei valori sia già chiamata divina; come l’annuncio del Vangelo nella
sua purezza risponda a intime esigenze del cuore umano, specialmente
“quando afferma la dignità della vocazione umana” (n.21); come la
realizzazione – sempre di necessità parziale - di questi valori sia
diretto interesse della Chiesa nell’esercizio della sua missione; e
infine come non solo gli eventi della storia, ma anche le esigenze e
le aspirazioni che di volta in volta si presentano nella storia della
umanità, possano essere “segni della presenza o del consiglio di Dio”.
Si esplica qui il tema proprio di Giovanni XXIII, quello dei segni dei
tempi.
Enrico Chiavacci (1926),
La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo
Editrice Studium, Roma 1967. Dal Proemio, pp. 21-23.
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