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La struttura delle motivazioni nel processo produttivo
Sintesi di una indagine condotta in Polonia
Janusz Strojny
Nel
presente articolo s’intende presentare una breve sintesi dei risultati
di una ricerca esplorativa condotta presso un’azienda polacca, di
media grandezza, sulla struttura delle motivazioni del lavoratore nel
processo produttivo. È noto come la motivazione sia definita come
consistente nell'influenzare (eccitare, stimolare) il comportamento
umano attraverso stimoli definiti, che generano impulsi positivi
decisivi per l’azione umana. L’analisi delle motivazioni riguarda, con
ciò, anche la valutazione del potere (in senso lato) che viene
esercitato sulla condotta individuale al fine di condizionarne lo
sviluppo, in vista del raggiungimento di obiettivi dati. Un largo
spettro di meccanismi interni sono coinvolti nella motivazione:
- preferenze per un'attività piuttosto che un'altra,capacità e potere
di reazione,
- persistenza attiva in conformità con un percorso organizzato mentre
si perseguono obiettivi importanti.
Essere motivati nell'azione è parte della natura della condotta umana;
alcuni attori sociali sono stimolati all'azione da "qualcosa" e altri
sono, invece, frenati dalla stessa cosa. Alcuni attori sono pigri o
passivi e non è possibile forzarli all'azione. Altri continuamente
sviluppano ed esigono oltre i limiti delle proprie possibilità.
Dell’ampia sfera di tali fenomeni motivazionali si cercherà di parlare
in questo articolo.
Spesso, la ricerca teorica sui bisogni lavora su uno schema siffatto:
un individuo che ha soddisfatto qualcuno o tutti dei suoi bisogni
avverte il senso di soddisfazione; questa soddisfazione, a sua volta,
stimola l’efficienza e promuove la volontà di concorrere al
raggiungimento di bisogni successivi. Graficamente, il rapporto
potrebbe descriversi così:
Worker >> satisfaction of needs >> satisfaction >> efficiency
Questo significa che in generale potremmo aspettarci che un lavoratore
soddisfatto lavorerà più efficientemente. Ma della motivazione è
possibile dare molte definizioni, dovute indubbiamente alle
nomenclature e alle concettualità che le differenti teorie possono
mettere in gioco. Originariamente, il termine motivazione deriva dalla
parola latina movere. Perciò, etimologicamente, il concetto di
motivazione è strettamente connesso con quello di energia, quella
particolare forma di stimolazione dell’azione umana.
All’interno del sistema del lavoro e dell’impegno professionale, è
possibile dire che la motivazione al lavoro è un processo attraverso
il quale un individuo è attivato verso il soddisfacimento dei suoi
bisogni per un più lungo periodo di quello che egli avrebbe comunque
fatto, attraverso il compimento e la piena realizzazione dei compiti
organizzativi connessi con il lavoro da effettuare e portare a
compimento[1].
Le seguenti due condizioni devono essere soddisfatte per la creazione
del processo motivazionale: il risultato deve essere riconosciuto dal
soggetto come essere utile;il soggetto deve essere convinto che la
probabilità di compiere il risultato, sotto alcune date circostanze, è
positivo[2].
Secondo la Encyklopedia organizacji i zarządzania[3]:
“la motivazione è un ipotetico processo interno atto a regolare le
attività che possono condurre al compimento di un risultato definito
(fine)”. Questo risultato può esprimersi, ovviamente, in vari modi:
come un cambiamento di circostanze esterne, come un cambiamento di una
delle proprie disposizioni interne o cambiamento di una delle
situazioni. Abbiamo visto che ci vogliono due condizioni affinché il
processo di motivazione possa aver luogo: la valutazione soggettiva
dell’utilità dell’azione e una probabilità maggiore di zero di
raggiungere il risultato.
Un risultato può essere considerato vantaggioso (in modo valutabile
per un individuo) se esso contribuisce a ridurre una definita fatica
(tensione, sforzo). La dimensione dell’utilità dipende dal posto che
essa occupa nella gerarchia degli obiettivi individuali, allo stato
attuale, come pure dalla difficoltà di realizzazione.
Possiamo distinguere preliminarmente due tipi di motivazioni: la
motivazione positiva (una tipica indicazione è il desiderio)
condizionante il puntare “a” (certi obiettivi positivi) e la
motivazione negativa, condizionante l’evitabilità di certe conseguenze
(per esempio l’avversione o la paura). I più importanti caratteri
della motivazione sono:
-
direzione – si tratta dei desideri e delle aspirazioni
stimolanti il compimento di obiettivi desiderati o per evitare quei
fini che generano timori;
-
tensione – la stimolazione di desideri e paure causa
eccitazione, cambiamenti nel comportamento energetico (potere in
crescita o decrescita),
-
connessione con emozioni – stati emozionali positivi o negativi
a seconda della realizzazione degli obiettivi.
Per la prasseologia, il problema della motivazione diventa
particolarmente importante quando applicato ai lavoratori in azienda,
soprattutto per le mansioni più manuali. Infatti, il problema è che
uno fa volentieri quanto deve fare; non solo perché deve essere fatto,
ma anche perché prende piacere nel farlo e così migliora
significativamente il lavoro e mostra una maggiore generosità nel
devolvere sé stesso in esso. La teoria delle motivazioni si occupa
anche del livello dei professionisti, in quel particolare settore di
studi del management nel quale si applicano alcune considerazioni di
natura sociologica e psicologica per rimarcare l’analisi motivazionale
in funzione di quella dei bisogni.
In modo elementare, nel calcolo delle motivazioni spesso si assegna un
ruolo importante alla remunerazione del lavoratore. Praticamente, se
il lavoratore possiede le attitudini per raggiungere determinati
risultati e a fronte di queste vede corrisposto una remunerazione
adeguata, allora la motivazione, quasi come una logica conseguenza,
trova piena soddisfazione.
È bene subito chiarire che l’automatismo “alta retribuzione / maggiore
motivazione” presenta aspetti assai complessi, e non si lascia ridurre
a regole semplicistiche. In particolare, come questa indagine metterà
in rilievo, la scala della motivazione dipende non solo dai fattori
dipendenti dall’impresa ma anche da fattori esterni al suo raggio
d’azione. In tal senso, possiamo assumere l’incidenza della
motivazione come un vettore di un sistema di forze dove la direzione e
l’intensità sono di solito definite da alcuni fattori che, spesso,
rientrano nella sfera della percezione soggettiva del lavoratore, e
non possono essere determinati completamente sulla base unica di
criteri oggettivi, come la retribuzione[4].
Secondo J. Reykowski, le seguenti regole devono essere prese in
considerazione per regolare il rapporto fra motivazione e
remunerazione[5]:
- principio di proporzionalità – accrescere la retribuzione non sempre
stimola la motivazione. Se la retribuzione, invece, non cresce, allora
la motivazione potrebbe ridursi;
- principio del valore aspettato – la retribuzione crescente deve
corrispondere a o eccedere il valore aspettato. Una retribuzione
incrementa sotto questo valore riduce la motivazione in conseguenza
del disappointment;
- principio della disponibilità limitata, siccome la stessa
retribuzione s’incrementa per tutti i lavoratori ha un basso valore di
gratificazione di un aumento retributivo per solo alcuni lavoratori;
- principio della distanza psicologica – maggiore è l’intervallo di
tempo che trascorre fra la realizzazione del compito e la retribuzione
e più debole sarà l’influenza di quest’ultima sul lavoro;
- principio della corretta orientazione – il fatto che il lavoratore
realizza la relazione fra il suo lavoro e la retribuzione ricevuta ha
una significativa influenza sulla motivazione. E’ impossibile se il
sistema di retribuzione è troppo complicato.
L’indagine compiuta procede dal controllo di un nucleo di ipotesi
ritenute fondamentali:
1. L’applicazione di misure che sollecitano motivazioni positive è, in
generale, più efficace e presenta dei vantaggi complessivi che
sostanziano l’impegno del lavoratore, rispetto alle motivazioni
negative;
2. Il contesto sociale nel posto di lavoro influenza l’efficienza del
lavoratore e favorisce la predisposizione all’impegno, mentre la
creazione di un clima di tolleranza nel luogo di lavoro e fra i gruppi
di impiegati abilita la libera creatività e l’espressività volte a far
crescere la motivazione in vista del raggiungimento dei risultati;
3. Un erroneo sistema di controlli del lavoro limita l’innovazione e
l’iniziativa dei lavoratori.
La ricerca comprende lavoratori di funzioni differenti di una non
menzionata impresa di produzione ed è stata portata a termine nel
gennaio del 2002. E’ stato costruito un campione casuale di 30
interviste (ogni lavoratore dell’impresa ha avuto la stessa
probabilità di essere intervistato). L’intervista è stata resa
possibile dall’elaborazione di un questionario, nel quale oltre alle
informazioni anagrafiche, oltre alle attitudini, sono state
predisposte quel necessario corredo di informazioni che può portare
all’investigazione sulle motivazioni. Le analisi del livello educativo
dei lavoratori dell’impresa mostra che lo staff dirigenziale possiede
un livello alto di educazione. La formazione universitaria del top
management è seguita dai consueti livelli di studio per i lavoratori
delle fasce basse e medie.
Ipotesi 1.
L’applicazione di misure positive sollecitanti il sistema delle
motivazioni risulta più efficace e vantaggiosa per il coinvolgimento
del lavoratore nelle finalità del processo produttivo; la
remunerazione non è un impulso sufficiente per attivare il lavoratore.
Table 1.

Source: self-elaborated
study.
Come mostrato dalla tavola sintetica dell’esito delle interviste, solo
2 persone hanno risposto di ritenere esclusivo il criterio che vuole
la remunerazione il più importante impulso per la loro attività
lavorativa. In 13 hanno risposto che, pur ritenendo importante la
remunerazione, anche le relazioni socializzanti con i colleghi e i
vicini rivestono un ruolo fondamentale. In 9 hanno affermato che
lavorano perché le abilità professionali promuovono la propria
autorealizzazione e questo dà a loro numerose motivazioni e la voglia
di affrontare sempre nuove sfide. L’analisi dei risultati conferma che
la remunerazione, per il 73% degli intervistati, non è l’unico fattore
stimolante l’attività di lavoro. Le relazioni amichevoli con le altre
persone, le nuove sfide e l’autorealizzazione sono motivazioni
importanti. Altri fattori, non specificati nelle domande, influenzano
la motivazione del 20% degli intervistati.
Table 2.

Source:
self-elaborated study.
Occupiamoci dell’efficacia della direzione della motivazione.
Il raggiungimento degli obiettivi professionali necessitano di
motivazioni in grado di stimolare l’impegno. I lavoratori ritengono,
per la maggior parte, che se la direzione di queste sollecitazioni è
positiva, allora l’efficacia di esse è più duratura. Questo significa
che l’alta remunerazione, il riconoscimento pubblico, o la promozione,
sono elementi che migliorano e sostengono la motivazione, in misura
molto maggiore rispetto all’attribuzione di penalità o alle varie
iniziative di degradazione o punizione. Solo due persone hanno
considerato gli impulsi negativi come più efficaci per la motivazione
professionale di quelli positivi.
Il controllo dell’ipotesi 1 attesta la sua confermabilità.
L’applicazione delle misure positive di stimolazione e motivazione
risultano più efficaci nell’86% dei casi intervistati rispetto alle
motivazioni negative. Il 73% delle persone sono dell’opinione che la
retribuzione non è l’unico stimolo al lavoro e che esistono altri
fattori determinanti, come un buon clima sociale di collaborazione ed
ascolto reciproco, la possibilità di auto-realizzazione e
l’elaborazione di sempre nuove sfide.
Ipotesi 2
Il clima di collaborazione che si respira nel posto di lavoro
influenza l’efficienza e la disponibilità reciproca, e l’inserimento
in una équipe tollerante e predisposta all’ascolto reciproco consente
ai lavoratori di esprimersi liberamente, e contribuisce al
miglioramento delle motivazioni in vista del raggiungimento dei
progetti e degli obiettivi professionali.
Table 3.

Source: self-elaborated
study.
In 26, fra gli intervistati, hanno risposto affermativamente alla
domanda: “Pensi che le relazioni amichevoli con altre persone, l’aiuto
reciproco e la gentilezza nel posto di lavoro influenzino l’efficacia
del tuo lavoro e la tua iniziativa?” Prendendo in considerazione i
risultati percentuali possiamo affermare che il 93% dei lavoratori
intervistati ha risposto che una buona atmosfera di lavoro è un
fattore importante che influenza l’efficacia della produzione
professionale. Solo un intervistato è dell’opinione che le relazioni
amichevoli non hanno alcuna influenza sull’efficacia professionale.
Table
4.

Source:
self-elaborated study.
I fattori che positivamente influenzano il clima di lavoro
sono, fra gli altri: tolleranza verso le diverse opinioni, la
possibilità di sottoporre le proprie idee a tutti i membri, di
qualsiasi grado, del reparto professionale, senza che queste vengano
rifiutate con anticipo.
La domanda "la possibilità di sottoporre le tue idee e mostrare i tuoi
talenti e le tue competenze incrementano il tuo impegno nel
raggiungimento degli obiettivi professionali?" ha trovato risposta
affermativa nell’ 85% dei casi. Nessuno ha risposto “no”, mentre 16
intervistati non hanno dato una particolare importanza a questo
fattore.
Table 5.

Source:
self-elaborated study.
Avendo analizzato questa tabella possiamo affermare che 27
intervistati (pari al 90% delle interviste complessive) lavorano in
reparti “tolleranti”, nei quali prevale l’attenzione a rapporti
interpersonali positivi.
Possiamo quindi concludere che l’ipotesi 2 ha trovato una piena
conferma, sulla base dell’analisi dei risultati della ricerca. I
risultati ottenuti mostrano che le relazioni interpersonali improntate
alla positività nel posto di lavoro sono importanti come ben
evidenziato dal 94% dei lavoratori. Dei lavoratori intervistati, l’84%
sono dell’opinione che la possibilità di sottoporre liberamente le
loro proprie idee o di mostrare le loro competenze aiuta e sostiene il
proprio impegno professionale.
Ipotesi 3.
Un sistema di controlli eccessivo sulle attività professionali del
lavoratore limita l’innovazione e il pensiero creativo.
Table 6.

Source: self-elaborated study.
La domanda "il controllo eccessivo e la limitazione continua
nei momenti decisionali paralizzano la tua innovazione e il pensiero
creativo?” ha trovato risposte positive complessivamente in 28
intervistati. Avendo analizzando la percentuale risultante possiamo
affermare che l’eccessivo controllo è, nell’opinione del 96%, un
fattore che paralizza la loro creatività e l’iniziativa creatrice.
L’ipotesi 3 ha trovato conferma sulla base delle interviste eseguite.
I risultati ottenuti mostrano che il controllo eccessivo esercitato
dai superiori paralizza l’azione creativa e l’iniziativa per quasi il
97% degli intervistati.
La questione del controllo è centrale nella regolazione gestionale di
un sistema produttivo professionale. Se nessun controllo viene
esercitato, per esempio, i lavoratori potrebbero non sentire utile il
proprio impegno. D’altra parte, un controllo eccessivo demotiva il
lavoratore, ne frena l’iniziativa e il coraggio, fino a condurlo verso
la disistima di sé. Gli effetti di tale gestione del controllo possono
essere assai onerosi per un’impresa. Il controllo consisterà nella
cooperazione fra il lavoratore e i suoi superiori e deve trovare in
questo processo di controllo le fonti di una importante motivazione.
Le imprese moderne, impiegando un ben formato staff con un più alto
senso della dignità personale devono aggiustare il livello di
controllo a quei lavoratori che domandano auto-controllo più di un
lavoro invece controllato. Una impostazione autocontrollata del
processo produttivo abilita le persone a vedere i propri risultati,
cioè, i successi e i difetti, giungere a conclusioni per il futuro e
derivare soddisfazioni. La condizione di controllo continuativo
esterno causa, invece, indifferenza nel lavoratore.
In generale, l’ipotesi 3 fa riferimento agli impulsi che stimolano i
lavoratori a essere attivi nel loro posto di lavoro. Per il 73% degli
intervistati, la retribuzione non è il solo fattore determinante il
proprio impegno professionale. L’incremento della retribuzione non è
garanzia di una motivazione crescente, perché al giorno d’oggi i
lavoratori vogliono realizzare anche i propri più alti bisogni. Per il
43% dei lavoratori intervistati, le relazioni interpersonali nel posto
di lavoro sono più importanti della retribuzione. Essi prestano una
particolare attenzione alla correttezza e alla trasparenza nei
processi di gestione produttiva. L’appartenenza a un gruppo, il
rispetto reciproco e la possibilità di partecipare nelle decisioni
gestionali, li motivano in misura maggiore, rispetto alla
remunerazione.
Note:
[1]
G. Bartkowiak, Psychologia zarządzania, Pg. 119-120.
[2]
J. Reykowski, Teoria motywacji w zarządzaniu, Pg. 23-24.
[3]
L. Pasieczny, Encyklopedia organizacji i zarządzania, Pg. 283-284.
[4]
Por. J. Penc, Motywowanie w zarządzaniu, WBSB, Cracow 1996, Pg.
210.
[5]
Por. J. Reykowski, Teoria motywacji w zarządzaniu, Warsaw 1975,
Pg. 87-90.
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