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Acrobazie elettorali
Alberto Lo Presti
I posteri,
non c’è dubbio, avranno una pessima opinione della nostra coerenza.
Se, nell’avvenire, qualcuno sarà così predisposto ai contorsionismi
intellettuali da scegliere di approfondire l’evoluzione delle leggi
elettorali a cavallo del ventunesimo secolo in Italia, non potrà che
scoprire le profonde contraddizioni di un dibattito che apparirà,
perlomeno, incredibile.
Delle discussioni che hanno portato nei primi anni Novanta alla
promulgazione di una legge elettorale in senso maggioritario si è,
oggi, persa completamente traccia. Come mai? A cosa si deve questa
memoria corta? Anzi, in modo speculare, si potrebbe dire che gli
stessi discorsi che hanno promosso il maggioritario sono stati
utilizzati, nel 2005, per ritornare a un sistema dalle sembianze
(neanche troppo aderenti) proporzionali. La faccenda, così messa, si
fa assai più patologica. È chiaro che si dovrebbe ricercare qualche
agente schizofrenico per rendere conto di cotanta incoerenza. O forse,
al nostro ipotetico ricercatore futuribile, basterà indicare
l’opportunismo becero della nostra classe al governo per sciogliere i
quesiti centrali.
Aveva un senso, nel 1994, invocare un sistema elettorale in grado di
garantire un misura maggiore dei governi stabili e operosi. Si
ricorderà, infatti, che si usciva da una stagione politica davvero
inclemente, nella quale la partitocrazia diffusa, il consociativismo e
le logiche spartitorie, il CAF (il patto scellerato
Craxi-Andreotti-Forlani), il diritto di veto di partiti e partitini
secondo giochi di coalizione spesso opachi, hanno prodotto effetti
degenerativi sul sistema politico italiano, verso il quale
Tangentopoli altro non fu che il definitivo colpo di grazia. Come non
ricordare i governicchi che duravano pochi mesi, spesso “balneari”,
oppure “tecnici”, in balìa addirittura del gioco delle correnti
interne ai partiti? Sì, poteva avere un senso invocare il
maggioritario, e le battaglie di Segni e di Pannella (fra i primi)
avevano perlomeno ragione di manifestarsi.
Ma oggi? Non si può certo dire che vi sono problemi di stabilità, o di
governabilità. Nessuna coalizione come questa del centrodestra ha mai
potuto godere di un vantaggio così netto – come forza numeriche – in
Parlamento. Probabilmente (anche se personalmente non me lo auguro)
riuscirà a completare la legislatura. La stessa votazione alla Camera
dell’ultima riforma della legge elettorale ha testimoniato la capacità
di decidere in possesso della maggioranza di governo. E allora?
Inutile rimurginarsi su. C’è una sola ragione che può spiegare
l’acrobazia di Berlusconi e dei suoi sgherri: il turpe calcolo di come
contravvenire alle proiezioni dei sondaggi elettorali e, al tempo
stesso, l’indebolimento di quella sostanziale novità nella scena della
politica italiana che sono le primarie nel centro sinistra e le
suggestioni che queste avevano prodotto nell’UDC di Follini.
L’operazione berlusconiana è sbagliata nel metodo e nella sostanza.
Nel metodo, perché ogni riforma delle regole del gioco va fatta con
tutti i giocatori e, prima di operare strappi a colpi di maggioranza,
si dovrebbero essere fatti tutti i tentativi ragionevoli per costruire
una piattaforma la più condivisa possibile dell’iniziativa
riformatrice. Arrivare a cambiare la legge elettorale pochi mesi prima
delle elezioni per ribaltare l’esito elettorale o per salvare il
salvabile è l’ennesima legge berlusconiana fatta per risolvere un
problema proprio. Nella sostanza, perché questo proporzionellum, come
irrispettosamente Sartori ha definito questa legge, è sostanzialmente
una legge elettorale confusa e disequilibrata, alla quale – se il
Senato non dovesse intervenire - presto si dovrà rimettere mano.
E qui torniamo al vizio antico della politica italiana: la sua assenza
di lungimiranza che, inevitabilmente, si traduce in irresponsabilità.
Questa riforma promette, nelle sue intenzioni, tutto e il contrario di
tutto. I voti si contano proporzionalmente, ma la traduzione dei voti
in parlamento è stravolta da un premio di maggioranza che nulla ha a
che fare con la logica proporzionale, visto che tale premio può
stravolgere la reale rappresentanza del comportamento elettorale.
Infatti, basterà una maggioranza risicata per decretare una vittoria
eclatante, e con ciò lo spirito del proporzionale va a farsi benedire.
Ma il danno non finisce qui. I tecnicismi che provvederanno a sbarrare
l’ingresso in parlamento ai partiti minori sembrano una girandola di
punti percentuali elaborati senza un criterio davvero razionale. Vi
saranno infatti tre soglie di sbarramento (coalizioni, partiti
coalizzati, partiti non coalizzati) e un premio di coalizione su base
regionale. Senza scendere troppo nei particolari, la logica è chiara:
in un sistema ideologicamente friabile come il nostro, nel quale
l’elettorato “di centro” è ancora assai grande e attualmente suddiviso
almeno in 5-6 partiti e partitini, il diritto di veto e la logica di
scambio potranno ritrovare alimentazione da un sistema dissennato. E,
nuovamente, potrebbe risultare conveniente di volta in volta produrre
cartelli elettorali ad hoc, se non nuovi partiti.
Il problema risiede, ancora una volta, nell’uso errato che si fa della
legge elettorale. Non possiamo chiedere all’ingegneria elettorale più
di quello che essa può darci. Non è vero, in particolare, che il
maggioritario produce il bipartitismo mentre il proporzionale produce
le alleanze e le strategie. L’abbiamo imparato, purtroppo, dopo
parentesi di governi ugualmente ostaggio dei partitini, ugualmente in
bilico sulla promiscuità numerica del conteggio dei seggi parlamentari
(ricordate la fine del governo Prodi?), fino alle ultime ventilate
dimissioni del ministro Calderoli per le riforme non ancora attuate
dal governo Berlusconi.
Intendiamoci, la legge elettorale è importante. Una buona legge
elettorale può consentire efficacia nell’azione di governo,
rappresentatività del sistema parlamentare, trasparenza nelle
procedure di assegnazione dei poteri, e così via. Trattasi, però, come
dicono gli scienziati della politica, di condizione necessaria, ma
nient’affatto sufficiente. Vale a dire che ci vuole una buona legge
elettorale, ma da sola non basta. A questo riguardo, i politologi
(italiani e di tutto il mondo) hanno da sempre cercato di far
ascoltare le proprie voci, a partire dalla critica delle teorie
super-semplificanti di Maurice Duverger. Insomma, credere di superare
la crisi di rappresentanza e quella di governabilità mettendo mano
alla legge elettorale è riduttivo e troppo semplificante. Il problema
rimane, innanzitutto, di matrice essenzialmente culturale, nel senso
che non abbiamo ancora superato l’impasse di una contrapposizione
ideologica fra le forze politiche. Nonostante sia caduto il muro di
Berlino, nonostante nessuno reclami il ritorno alle corporazioni
fasciste o aneli alla sovietizzazione delle unità produttive, non
abbiamo ancora raggiunto una maturità democratica che porti i
contendenti al governo a riconoscersi quali forze democratiche, che
sui valori di base del nostro ordinamento reciprocamente convergono.
Centrodestra e centrosinistra non si contendono solo il governo, ma
una concezione dello stato e della vita civile. L’anomalia italiana è
innanzitutto questa: la radicalizzazione dello scontro fra la
compagine berlusconiana e il centrosinistra. Tale anomalia non riposa
sul nulla, non è inventata. Effettivamente, la salute democratica del
nostro Paese è fondatamente malaticcia: le leggi ad personam, il
conflitto d’interessi, la presenza di fazioni che non credono ai
principi d’unità civile e nazionale, provocano disagi nuovi contro i
quali si risponde spesso in modo scoordinato e improprio. Una brutta
situazione, davvero. Per uscirne, non ci rimane che lo strumento del
voto. Finché c’è voto c’è speranza, al di là delle acrobazie
elettorali che la nuova legge che si sta apprestando alla discussione
in Senato c’imporrà.
[Il presente articolo è giunto in redazione il 15 ottobre 2005,
all’indomani dell’approvazione da parte della Camera del Ddl Camera
2620 - Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e
del Senato della Repubblica]
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