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Mounier e le
ideologie contemporanee
Rocco Pezzimenti
L’opera di
Emmanuel Mounier è una delle più originali e discusse del pensiero
politico cat- tolico del ‘900. Non solo per i temi trattati e per le
novità che essi presentano, ma soprattutto per l’apertura che essi
mostrano nei confronti di ogni umanesimo non cristiano che, pur non
essendo mai completamente accettato, è comunque valorizzato in tutti
quei punti che costituiscono un autentico miglioramento dell’uomo.
Mounier[1]
può così essere definito come ‹‹l’uomo del dialogo››, qualità questa,
presente in molti studiosi cattolici del nostro secolo che hanno
sorretto ed ispirato il Pontificato di Paolo VI.
1. I crimini contro la persona
Mounier operò come pensatore cristiano negli anni forse più
tormentati di questo secolo: gli anni trenta e quaranta. Furono
momenti difficili nei quali moltissimi smarrirono la strada che
avevano intrapreso spesso senza molte possibilità di recupe rarla,
mentre altri lo fecero a seguito di disillusioni o di drammatici
eventi storici. Si pensi ad esempio a filosofi come Heidegger che
accolsero persino il nazismo quando era in fase ascendente. Moltissimi
altri esempi, in varie parti del mondo, non mancano ma Mounier non può
decisamente accostarsi a costoro. Rimase sempre fedele alle sue idee
per le quali lottò anche all’interno della Chiesa senza però uscirne.
Segno questo che era sorretto da una fede ferma ed in nessun modo
tentennante e che non si lasciò mai travolgere da nessuna
infatuazione, ma segno pure che le sue idee avevano solide radici
anche dal punto di vista filosofico ed erano capaci di reggere alle
varie mode culturali.
Il motivo di fondo della riflessione di Mounier ha radici molto
antiche in quanto i problemi della persona e della comunità, dal punto
di vista politico, sono stati presi in esame in ogni momento nella
cultura occidentale, particolarmente quella antica. Mounier si pone
proprio in questo filone che trova un punto obbligato soprattutto in
S. Tommaso, costante riferimento (non l’unico però) dei cattolici
francesi di quegli anni, i quali ritro- vavano nel pensiero antico e
medioevale molte risposte ai loro interrogativi. Lo stesso vale per
Mounier. Ecco perché si può dire che ‹‹tentativi di armonizzare la
duplice vocazione individuale e comunitaria dell’uomo sono per Mounier
quelli dell’antichità classica e del Cristianesimo››[2],
ten- tativi che l’età moderna è venuta via via ridi- mensionando (si
pensi che l’epoca di Mounier è quella dei grandi totalitarismi). Col
Rinascimento infatti comincia un nuovo momento nel quale Mounier
coglie il sorgere di un ‹‹umanesimo as- tratto›› il quale pur nella
‹‹legittima rivolta contro un apparato spirituale pesante e
cristallizzato de- viava in una mistica dell’individuo››[3].
Il XX secolo aveva complicato enor- memente le cose perché aveva
raggiunto un altro pericolo quello cioè di opporre alla ‹‹mistica
dell’individuo›› un’altra mistica: quella del ‹‹col- lettivismo››. Da
queste due aberrazioni l’uomo con- creto, la persona, ne era uscito
stritolato, avvilito, sommerso da realtà mostruose ed onnipresenti che
lo avevano ridotto ad un puro e semplice accessorio della storia, ad
un pezzo semplicemente materiale del meccanismo storico - politico che
poteva essere usato, sfruttato ed anche cambiato secondo i piaceri
degli attuali ‹‹Leviatani››.
Presa coscienza di questa progressiva sper- sonalizzazione dell’uomo,
si tratta ora per Mounier di riproporre un nuovo Rinascimento che
sappia superare non solo la crisi contemporanea, ma sappia altresì
recepire quei germi vitali che da quattrocento anni a questa parte
hanno prodotto il mondo oc- cidentale. Ecco quindi che, pur sostenendo
che il mondo moderno è contro la persona, essendo irremovibili e ferme
le sue critiche contro i tota- litarismi di vario tipo, ciò non toglie
che occorra altresì esaminare le radici culturali dell’umanesimo
borghese, del capitalismo, delle teorie fasciste e dell’uomo ‹‹nuovo››
marxista. Una simile analisi si rende necessaria ed urgente se si
vuole capire perché tali idee raccolgono tanto successo. Questo
compito Mounier lo assolse nella prima parte del suo famoso ‹‹Manifesto››
nel quale, sin dalle prime battute, cercò di essere chiaro nel
definire l’impostazione personalista così come egli stesso la vedeva
per poterla poi confrontare con le ideologie esaminate. ‹‹Chiamiamo
personalista ogni dottrina, ogni civiltà che affermi il primato della
persona umana sulle necessità materiali e sulle strutture collettive
che sostengono il suo sviluppo››[4].
Come si vede non si tratta di una definizione rigida e dogmatica, al
contrario si vuole presentare un pun- to di incontro tra più
prospettive che si presta ad ‹‹una convergenza di più volontà, e si
pone al ser- vizio di esse senza toccare le loro diversità per
domandare loro i mezzi per incidere in modo efficace nella storia.
Dovremmo allora parlare al plurale, cioè di personalismi … (ma) …
Persona- lismo è per noi solo una parola di intesa signi- ficativa,
una designazione comune a dottrine diver- se, ma che, nella situazione
storica in cui ci tro- viamo, possono essere d’accordo sulle
condizioni elementari, fisiche e metafisiche di una nuova civiltà››[5].
Però, per far sì che questo scopo fosse realmente realizzato,
occorreva chiarezza iniziale ed intenti comuni. Da qui la necessità di
esaminare i vari modi di intendere la società per rigettare certi
errori ma anche per valorizzare certi contenuti.
L’esame doveva partire per Mounier dalla ‹‹civiltà borghese ed
individualista›› non solo per- ché in ordine di tempo è la prima ma
soprattutto perché certi suoi pregiudizi permangono persino
all’interno di quei sistemi che ufficialmente la com- battono e
cercano si cancellarla. Si può dire infatti che, malgrado tutto,
l’intero mondo occidentale è ancora impregnato di principi borghesi e
non in- tende in nessun modo rinunciarvi. Certamente nel suo sorgere
questa mentalità ha avuto una fase eroica nella quale l’uomo per
emergere faceva affidamento ad una serie di virtù come l’audacia, la
fierezza, l’abilità, l’indipendenza, virtù però che col tempo andarono
sempre più decadendo trasfor- mando così l’eroe in un individuo puro e
semplice con le sue grettezze ed i suoi egoismi. In questa seconda
fase al senso della virtù si sostituisce il senso chiaro del denaro.
E’ proprio questo il vero male della società borghese perché accentua
l’individualismo e frantuma la società. Il danaro infatti separa e
rende avversari. Separa soprattutto ‹‹dagli uomini, commercializzando
ogni scambio, falsando le parole e i costumi, isolando nel ripie-
gamento su sé stesso, lontano dai vivi rimproveri della miseria dei
suoi quartieri, delle sue scuole, dei suoi costumi, dei suoi vagoni,
dei suoi alberghi, delle sue relazioni, delle sue messe … Siamo ben
lontani dall’eroe. Anche il ricco dell’epoca nobile è in via di
scomparire. Non c’è più sull’altare di questa triste chiesa che un Dio
sorridente e mostruo- samente simpatico: il Borghese››[6].
Non è più un eroe, non ha più virtù per questo non suscita più
ammirazione ma disprezzo e spesso odio. Da questa situazione, che
Mounier definisce tipica di una ‹‹comunità scompaginata››,
scaturiscono le pre- messe che portano al fascismo. Il fascismo (con
questo nome Mounier non si riferisce al fascismo italiano, ma i vari
sistemi che da esso traggono origine o ispirazione) ama superare ogni
contenuto logico per ragionare in termini di potenza. Pro- paganda che
l’uomo è fatto per impegnarsi ‹‹to- talmente›› e cerca così di
recuperare certi miti eroici della nascente società borghese per
rinvigorirli proprio nel momento della sua crisi. Questo spiega il
successo che, almeno allora, il fascismo rac- coglieva tra i giovani.
‹‹Chiunque abbia visitato senza partito preso i fascisti, preso
contatti con le loro organizzazioni, con i loro giovani, è rimasto
impressionato, in effetti, dall’autentico slancio spirituale che
sorregge questi uomini violentemente strappati alla decadenza
borghese, carichi di tutto l’entusiasmo che procura il fatto di avere
trovato una fede e un senso della vita››[7].
Una società appiattita come quella borghese, incapace ormai di
entusiasmare la gioventù non poteva fare altro che spingerla verso gli
‹‹pseudovalori›› del fascismo[8]
che riproponeva il bisogno dell’autorità e quello dell’impegno
personale. Il fascismo paradossalmente pro- poneva, riconoscendo anche
la teoria del merito, una specie di personalismo sia pure oppresso e
costretto. La mentalità fascista evidenziava inoltre una delle ne-
cessità del suo tempo: un pri- mato del collettivo - nazionale sulle
esasperazioni dell’indivi- dualismo[9].
Non sfuggiva certo a Mounier la teoria secondo la quale il fascismo
sarebbe stato un’appendice del liberalismo borghese per com- battere
il marxismo, ma era fermamente convinto che un tale mezzo fosse del
tutto inefficace. C’era infatti in lui la netta convinzione che ‹‹il
blocco antimarxista, come noi l’abbiamo visto costituito fin qui, è un
organo di difesa del capitalismo. Non si combatte un errore col
disordine che lo genera››[10].
Il metodo migliore per combattere il marxismo può essere uno solo e
deve essere intrapreso con de- cisione. Si tratta di rinunciare
totalmente ai pregiudizi dell’individualismo borghese ed ai suoi
egoismi riscoprendo il vero senso, non solo dell’- amore cristiano, ma
anche del servizio della co- munità sociale. Solo così si potrà
combattere l’errore marxista combattendo gli errori che lo hanno
generato e reso forte. Per attuare questo intento occorre un lavoro
serio che sappia vedere l’uomo al di là della sua semplice entità
materiale o del mondo della produzione, pur non minimizzando affatto i
problemi ad esso legati. Si tratta in altre parole di recuperare
all’uomo la sua dimensione trascendente non sottovalutando però la sua
con- dizione concreta nel mondo. Il marxismo si ferma solo a quest’ultima
e non sa e non vuole andare oltre; invece ‹‹noi affermiamo contro il
marxismo che non vi è civiltà e cultura umana che non sia orientata
metafisicamente … con una vita personale tesa da parte di ciascuno ad
una realtà spirituale, che lo porti al di là di se stesso››[11].
Il bilancio su quelli che Maritain avrebbe definito ‹‹umanesimi
contemporanei›› era perciò pieno di perplessità. Essi potevano essere
ammirati per taluni aspetti, giustificati per altri, ma non po- tevano
essere comunque pienamente approvati. In fondo la persona umana nel
loro contesto veniva stravolta perché circoscritta e valutata solo per
certi aspetti. Non solo, l’uomo nella sua singolarità, nell’esplicare
le sue doti non è in tali umanesimi neppure aiutato perché schiacciato
dalle macchine del sistema. ‹‹Il gigantismo nelle istituzioni, l’ano-
nimato, l’impersonale che copre le responsabilità sin- golari sono
peccato grave contro la persona. Ed è peccato grave contro la persona
ridurre un uomo vivente a una sola delle sue funzioni, considerare gli
operai come elementi della produzione e la loro salute ed i loro
impegni familiari come settore di perdita, spesa inutile,
infruttuosa››[12].
Si pone così il problema di arricchire questi umanesimi e questo per
Mounier è possibile solo recuperando (assieme a tutte le conquiste
dell’epoca moderna) tutti contributi specifici che il cristia- nesimo
ha portato al patrimonio spirituale dell’- Occidente. Si tratta perciò
prima di tutto di valutare ‹‹l’affermazione di un certo assoluto
d’esistenza, di un certo valore di singolarità e di una certa in-
dipendenza inalienabile nei confronti di ogni col- lettività››[13].
Questo discorso è da rivolgersi, nell’- ottica cristiana, ad ogni
uomo. Non solo ai dotti come si faceva nell’antichità classica o ai
capitalisti, ai camerati o ai proletari come fa il mondo contemporaneo
ma a tutti indistintamente. Tale discorso però può rischiare di
restare una illusione come tante altre, per questo Mounier propone
strumenti capaci di realizzarlo al fine di creare quello che egli
stesso chiama un ‹‹sistema politico personalista››.
2. Una nuova epoca storica
Mounier è estremamente convinto che per il ‹‹personalismo››
(teoria presentata da molti spesso erroneamente) è giunto il momento
della verità di prendere cioè concretamente coscienza della sua
missione storica abbandonando quella specie di spiritualismi
inconsistenti che molti gli hanno opportunamente rimproverato. Far
questo significa che il personalismo deve proporre concretamente un
nuovo modello di educazione, di cultura, di eco- nomia, di lavoro, di
vita familiare, di servizi sociali e di pluralismo democratico, il
personalismo deve insomma proporre un nuovo ‹‹stile e metodo di vita››.
Fra tutti questi aspetti quello che doveva stare più a cuore a Mounier
era il problema edu- cativo fino ad allora effettuato in modo non
certo adeguato per la dignità umana. Infatti ‹‹l’edu- cazione non ha
per scopo di foggiare il fanciullo al conformismo di un ambiente
sociale o di una dottrina dello stato … L’educazione non riguarda
essenzialmente il cittadino, né il mestiere, né la figura sociale…
Essa ha la missione di promuovere delle persone capaci di vivere e di
impegnarsi come persone››[14].
L’educazione quindi interessa l’uomo totale, per questo deve cercare
di prospettare dei fini cercando poi di far scaturire una vera e
propria fede per il perseguimento di tali finalità. Prospettare però
non significa obbligare. Neppure lo Stato ha quindi il diritto di
imporre la propria ‹‹teoria›› o ‹‹dottrina›› sulla vita degli uomini.
Si potrebbe perciò affermare che l’educazione, secondo Mou- nier, deve
essere neutrale. Nell’accezione di un concetto di neutralità intesa
‹‹in quanto non pro- pone, implicitamente o no, preferenza per alcun
sistema di valori oggettivi››[15];
fermo restando, però, che l’unico valore che deve essere mantenuto
saldo è la possibilità di formare e far sviluppare la persona. Questo
aspetto non potrà mai essere trascurato perché un sistema educativo
che voglia essere neutrale fino a questo punto rischierebbe invece di
essere indifferente verso un problema così importante. Importante,
come ce lo ricordano gli Stati totalitari che fondano il loro presente
ed il loro futuro sull’educazione di Stato, che considerano il
principale compito per la stabilità del loro sistema. Ma ugualmente
importante deve essere per la democrazia che può solo crescere e
svilupparsi se permette il libero esplicarsi delle doti di ciascuna
persona. Per realizzare questo intento occorre permettere alle varie
‹‹collettività›› spirituali, familiari, professionali, ecc., di
portare il loro contributo di vita, di tradizioni, di esperienza, di
originalità e di innovazioni per la formazione delle future persone.
‹‹Tutto sia messo in opera per assicurare il contatto tra le diverse
famiglie spiri- tuali della società, per affermare non un’unità
dogmatica, impossibile se non con la coercizione spirituale, ma
l’unità fraterna ed organica della città. E’ ancora là il ruolo dello
Stato personalista e si potrà studiare con le diverse collettività
naturali i mezzi materiali per realizzare questo contatto, nella
scuola così come nella professione››[16],
è questo l’unico modo per preparare l’avvento di una nuova epoca
storica.
Non basta però soltanto il cambiamento del sistema educativo per
aprire una nuova fase storica, occorre anche presentare una nuova
immagine della vita privata sia per la donna sia per l’uomo. Senza
soffermarci sui particolari di questa prospettiva (meriterebbero
certamente un commento almeno le pagine relative alla ‹‹persona››
della donna) occorre comunque tenere presente che per Mounier la vita
privata è uno ‹‹spazio di preparazione della persona, nell’incontro
della vita interiore con la vita collettiva, lo spazio confuso ma
vitale in cui l’una e l’altra mettono radice››[17].
Si tratta di una vita privata vista in modo nuovo che esce da un
chiuso egoismo fatto, molto spesso, di molte belle appa- renze che
nascondono il marciume di tanti ignobili compromessi. La vita privata
è stata purtroppo fino ad oggi intesa come sinonimo di vita familiare
borghese. Sovente infatti appare come una vita farisaica, espressione
di varie falsità che mirano a far apparire, per convenienza sociale,
certi aspetti completamente differenti da quella che è poi
l’autenticità dell’esistenza.
Anche per quel che concerne la vita privata ritorna così, sia pur
larvatamente, la polemica contro il capitalismo e il marxismo i quali
defor- mano entrambi la vita privata dell’individuo il primo
potenziandola eccessivamente, il secondo annullandola. Solo la
concezione personalista ‹‹non si oppone né alla vita interiore, né
alla vita pubblica, essa prepara l’una e l’altra a comunicarsi
recipro- camente le loro virtù››[18].
Ed è solo in questa osmosi reciproca tra pubblico e privato che la
persona scopre realmente la sua vocazione ed è capace di realizzarla.
3. Il problema economico
Nell’opera di Mounier una notevole parte è dedicata all’economia.
Le sue conclusioni riguardo al mondo economico destarono in molti una
serie di perplessità e di preoccupazioni perché, nella sua
irremovibile critica contro il capitalismo, sembrò a molti che Mounier
appoggiasse tacitamente un tipo di economia collettivista[19]
In realtà però era suo fermo proposito creare un sistema economico che
superasse le due realtà economiche in conflitto: capitalismo e
comunismo. E’ comunque soprattutto verso la mentalità capitalista che
Mounier riversa le sue critiche maggiori. Il capitalismo ha avuto
infatti il torto di aver falsato la natura umana conferendo alla sfera
economica delle dimensioni esorbitanti deformando così la visione
naturale della vita. Tutto è ormai visto secondo un’ottica economica e
tutto ciò che dovrebbe normalmente rientrare secondo ogni elementare
logica in un ordine esclusivamente umano è invece considerato ed
affrontato con la legge del profitto. Il capitalismo presenta così al
primo posto l’economia violando, in nome di vantaggi materiali, i più
elementari diritti della persona. Per questo Mounier, che vedeva
finalmente sorgere serie di alternative al capitalismo, si mostrava
sod- disfatto che si andasse sempre più estendendo un crescente clima
di insoddisfazioni che potessero modificare realmente la struttura
economica e sociale esistente. Questo però non sig- nificava né
schierarsi dalla parte dei comunisti né tanto meno provare nostalgia
per un passato ormai lontano per sempre e quindi non più
riproponibile. Le espressioni di Mounier a questo proposito non
lasciano dubbi: ‹‹La nostra opposizione al capitalismo deve dis-
tinguersi radicalmente da … critiche … falsate alla base. Essa
(inoltre) non parte affatto da un rimpianto del passato ma da un
desiderio di inventare l’avvenire con tutte le conquiste autentiche
del presente››[20].
Il personalismo non deve deridere ed osta- colare nessun progresso.
Persino la ‹‹tecnica›› usata dal capitalismo non deve essere
cancellata e boicottata, si tratta solo di vivificarla con un’etica
della persona che è sinora mancata. Nessuno può essere tanto pazzo da
negare i vantaggi che il progresso tecnico ha portato, e che potrebbe
ancora portare all’uomo. Molti hanno accusato la tecnica di aver fatto
da supporto al capitalismo e di non aver affatto considerato i
problemi vitali che si nas- condevano dietro molte delle sue
conquiste. ‹‹Ciò che si deve rimproverare alla civiltà della tecnica,
non è d’essere disumana in sé, ma di non essere ancora umanizzata e di
servire pertanto un sistema disumano››[21].
Per umanizzare la tecnica ed il cor- rispettivo sistema economico che
essa sostiene occorre stabilire alcuni principi per una economia al
servizio della persona. Tali principi dovranno sta- bilire un primato
del lavoro sul capitale, della responsabilità personale sull’apparato
economico, del servizio sociale sul profitto e degli organismi sui
meccanismi. L’attuazione di questi presupposti mi- ra, secondo Mounier,
a creare una economia plu- ralista che costituisce una logica sintesi
tra li- beralismo e collettivismo. Tale sintesi non distrugge i
presupposti ed i metodi dei due sistemi in lotta tra loro, ma ne
valorizzava i meriti e li armonizza tra loro. ‹‹Il personalismo
difende la collettivizzazione e salva la libertà, appoggiandola a una
economia autonoma ed agile invece di addossarla allo statalismo››[22].
Salvare soltanto la libertà economica era infatti agli occhi di
Mounier un vero e proprio scandalo perché non salvaguardava la
moltitudine dei lavoratori dall’incertez- za e dalla miseria. Per
uscire da questa oscura si- tuazione occorreva smet- terla col
salvaguardare l’es- clusivo rischio del capita- lista. ‹‹Come – si
chiedeva infatti Mounier – parlare ancora di rischio, dopo che le
imprese capitaliste fal- limentari, per il ricorso allo Stato, si sono
abituate ad una regola che si è felicemente formulata: indi-
viduazione dei profitti, collettivizzazione delle per- dite?››[23]
il che equivaleva a dire che il sistema capitalista divideva
scarsamente i vantaggi, ma distribuiva con rapidità e certezza le
perdite.
Non meno serie erano le riserve di Mounier nei confronti del comunismo
che a parer suo, con la scusa di cercare un dialogo col cristianesimo,
voleva esaurirlo totalmente nella dimensione sto- rica. Aspetto questo
che poteva certamente essere valido per una ideologia collettivista,
ma non certo per una religione che resta tale solo se conserva la sua
prospettiva ultraterrena. Eppure un dialogo con il comunismo appariva
a Mounier inevitabile in quanto il cristiano, pur non esaurendosi
nella sua dimensione sociale, non poteva certo ignorarla. Ecco perciò
che in questo dialogo occorre subito ribadire che i cristiani non
ritengono ‹‹che il solo impegno rivoluzionario appartenga al partito
comunista, né che la sola azione rivoluzionaria sia un’azione
politica. Il comunismo totalizza e pone
l’asse del problema umano sulla storia economico-politica, come un
cerchio intorno al suo centro. Il realismo cristiano descrive la
storia umana attorno a due poli, come una ellisse, un polo naturale e
un polo soprannaturale, il primo subordinato al secondo, benché il
secondo sia strettamente legato alle posizioni del primo››[24].
Capire questa dif- ferenza è però difficile anche perché sul terreno
pratico comunismo e cristianesimo sembrano in un primo momento avere
gli stessi intenti. Ma forse ‹‹il mezzo migliore per allontanare il
pericolo (di una confusione) è di essere più totalmente cristia- ni››[25]diceva
Mounier riportando una frase di Dubois-Dumée. Recuperando e vivendo
una tale autenticità è possibile anche aiutare capitalisti e comunisti
a dialogare con una maggiore chiarezza ed evitare così quei conflitti
che spesso trascinano gli uomini sull’orlo della guerra.
4. I cristiani e la guerra
Problemi come quelli della pace e della guerra non potevano certo
essere trascurati da Mounier sia per il momento storico che viveva e
sia perché secondo lui tali problemi scaturivano da un dato di fatto
che stava a monte: la giustizia. E’ solo intatti alla luce della
giustizia che si può parlare di pace o di guerra. Ecco perché cercare
di attuare la pace non significa affatto improvvisare dei discorsi o
creare situazioni. La pace, soprattutto quella cristiana, è frutto di
un ordine interiore e di una giustizia visibile che opera
efficacemente nella realtà. Mounier ci suggerisce a questo proposito
uno dei temi fondamentali del pensiero politico cristiano classico: il
concetto di ordine. La riflessione è della massima importanza perché
l’ordine sembra essere divenuto nella difficile vita politica del
nostro secolo una prerogativa degli Stati autoritari e totalitari. Ma
così non è in quanto l’ordine socio-politico, espressione dell’ordine
interiore degli uomini, deve essere il presupposto essenziale delle
democrazie, poiché è da un ordine ricercato, voluto e difeso che può
nascere la giustizia. Per questo c’è bisogno di recuperare la pace
cristiana poiché, scaturendo essa dalla virtù di fortezza, è realmente
capace di operare nel concreto, superando le astrazioni di cui sono
vittime le ideologie.
Che questa impostazione non fosse un puro sogno ce lo confermano le
seguenti parole: ‹‹La nostra condizione temporale anzitutto ci impone
di agire come se la forza brutale fosse assente dal giuoco degli
uomini, mentre non ne sarà mai totalmente espulsa prima della
riconciliazione fi- nale››[26].
E’ quindi questo realismo che richiede la virtù di fortezza senza la
quale non solo mancherà la giustizia, ma anche la pace. Del resto
anche coloro che biasimano una simile virtù indiret- tamente la
richiedono. ‹‹Checché ne dica l’ide- alismo, non esiste un diritto che
non sia stato tagliato da una forza e neppure che si regga senza una
forza››[27].
Ecco perché occorre la fortezza cristiana perché essa diviene un’utile
garanzia contro il sopravvento delle forze brute, contro i falsi
pacifismi e contro le debolezze di vario genere che permettono
all’ingiustizia ed al male di trionfare sul bene. Pace che genera
giustizia quindi, ma giustizia che sopravvive grazie alla fortezza
alimentata continuamente da una silenziosa e fattiva carità: ecco
l’insegnamento migliore di Mounier, testi- moniato da una vita piena
di incomprensioni e di battaglie.
Note
[1]
Emmanuel Mounier nasce a Grenoble il 1°aprile del 1905. Si laureò
in filosofia con Jacques Chevalier nella sua città natale. Nel
1931 pubblica con G. Izard e M. Péguy: La pensée de Ch. Péguy
e nello stesso tempo, abbandonata l’idea di lavorare nell’ambito
universitario, si dedica alla preparazione del movimento e della
rivista ‹‹Esprit›› il cui primo numero uscirà nell’ottobre
del 1932. Nel 1935 si stabilisce a Bruxelles con la moglie per
insegnare filosofia al Liceo francese e nello stesso anno pubblica
‹‹Révolution personaliste et comunauaire››. Faranno seguito
nel 1936 due testi fondamentali per chiunque voglia capirlo. Si
tratta di ‹‹De la proprieté capitaliste à la proprieté humaine››
e ‹‹Manifeste au service du personalisme››. Allo scoppio
della guerra è soldato ausiliario e proprio in questo periodo
scrive ‹‹Personalisme et Christianisme››. Durante la guerra
seguirà varie vicissitudini passando di carcere in carcere dopo
che nell’agosto del 1941 la sua rivista era stata censurata dal
governo di Vichy. ‹‹Esprit›› riprenderà le pubblicazioni
nel 1944 e da allora Mounier pubblicherà altri interessanti studi
soprattutto sul marxismo e sulla Cina di Mao. Muore per infarto il
22 marzo 1950. Le opere di Mounier sono state raccolte in
Ouvres, 4 volumi, Ed. du Seuil, Paris. Tra le opere nel suo
pensiero meritano di essere ricordate: Mounier et sa génération
(Lettere, appunti, scritti inediti), Ed. du Seuil, Parigi
1956. Lacroix Jean,
Marxisme, existentialisme, personnalisme,
Presses Universitaire de France, Parigi 1949. Landersberg
Paul-Louis, Problémes du personnalisme, Ed. du Seuil,
Parigi 1952. Lestavel Jean, Introduction aux personnalismes,
La vie Nouvelle, Parigi 1961. Moix Candide, La pensée
d’Emmanuel Mounier, Ed. du Seuil, Parigi 1960.
Abbagnano Nicola, Dizionario di filosofia, voce: Personalismo,
UTET, Torino. Melchiorre Virgilio, Il metodo di Mounier ed
altri saggi, Feltrinelli, Milano 1960. Montani M., Il
messaggio personalista di Emmanuel Mounier, Comunità, Milano
1959, Nédoncelle Maurice, Verso una filosofia dell’amore e
della persona, Ed.Paoline, Roma 1959; pp.203-206. Piacentini
T., Enciclopedia cattolica, voce: Personalismo, Città del
Vaticano, 1952, v. IX, col.1228. Prini Pietro, Verso una nuova
ontologia, Studium, Roma 1957; c.VI, pp.146-149. Rigobello A.,
Il contributo filosofico di E.Mounier, Bocca, Roma 1955.
Riverso M., Le istanze della pedagogia nel peronalismo di
E.Mounier, Libreria scientifica editrice, Napoli 1960, pp.154.
[2]
A. Lamacchia , Introduzione a ‹‹E.Mounier, Manifesto al
servizio del personalismo comunitario››, E.E., Bari 1975,
p.XXI.
[6]
Ibidem, p.20. E’ questo forse il motivo per il quale
Mounier venne accusato di aver deformato il marxismo inserendolo
in una visione spiritualista, inadeguata alla realtà politica
concreta. Vedi a questo proposito nel libro citato la nota
bibliografica di Ada Lamacchia a p. XLVI.
[8]
Cfr. ‹‹Esprit››, Des pseudo valeurs spirituelles
fascistes, del gennaio 1934.
[9]
‹‹L’individuo vive nella Nazione della quale è l’elemento
infinitesimale e passeggero, e di fini dei quali deve considerarsi
come l’organo e lo strumento››, Benito Mussolini, discorso del 10
marzo 1929,. Riportato nel citato libro di Mounier a p.37.
[12]
R. Laurenza, Introduzione a ‹‹E.Mounier, I cristiani e
la pace››, E.E. Bari, 1978, p.9.
[13]
E .Mounier, Personalismo e cristianesimo, E.E. Bari 1977, p.39.
[14]
E .Mounier, Manifesto, cit., pp.195-106.
[19]
Non era comunque questa una novità. Mounier fu spesso visto come
uno spalleggiatore di alcuni movimenti di sinistra. Gli
inconvenienti a questo proposito hanno radici lontane; risalgono
ai primi giorni di vita di ‹‹Esprit›› quando certi articoli
di Izard indispettirono fortemente Maritain che il 10-XI-1932
scrisse a Mounier: ‹‹Secondo il mio parere è molto importante che
si sappia esplicitamente che voi ponete il cristianesimo prima
della rivoluzione e che ciò che proponete è di preparare le
condizioni per una rivoluzione cristiana e non – il che sarebbe
tutto il contrario – un accordo su una ‘rivoluzione’ equivoca
presa come fine a se stessa››. Maritain - Mounier,
Corrispondenza, Brescia, 1976, p.77. Da allora i rapporti con
Izard ed il suo movimento ‹‹Troisiéme›› andarono sempre più
complicandosi fino alla definitiva separazione del 1933.
[20]
E Mounier, Manifesto, cit., p.157.
[24]
E. Mounier, Cristianità nella storia, Il saggio in que-
stione è ‹‹Cristianesimo e comunismo››, E.E., Bari, 1979, p.136.
[26]
E. Mounier, I cristiani e la pace, cit., p.29.
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