|
Scarica
l'articolo in PDF
Attualità di Rosmini
Domenico Mariani
Il 1°
Luglio 1855, dopo otto ore di dolorosa agonia, si spegneva a Stresa
Antonio Rosmini-Serbati, il filosofo-teologo fondatore di un Istituto
religioso, venerato e compianto dai suoi figli spirituali, dagli
amici, discepoli, vescovi sacerdoti e laici.[1]
Quest’anno quindi ricorre il 150° anniversario della sua morte.
Dopo la
lunga notte della questione rosminiana e la lenta risalita del
suo nome e del suo pensiero dagli inizi del Novecento ad oggi, ci
chiediamo: quale è l’attualità di Rosmini, oggi, e la sua influenza
sulla società in genere e in particolare sulla società italiana? Prima
di rispondere all’interessante quesito, credo sia opportuno elencare
alcuni fatti che hanno permesso una innegabile rivalutazione di
Rosmini ed una sua maggiore conoscenza.
Innanzitutto la pubblicazione della poderosa Vita di Antonio
Rosmini e del suo Epistolario completo[2],
la fondazione della Rivista Rosminiana (1906) e del
Bollettino di spiritualità Charitas[3],l’Edizione
nazionale delle opere di Rosmini che nel 1975 si unisce e diventa
tutt’uno con l’Edizione critica ed è tuttora in corso
[4].
Poi va
ricordata – dopo il riuscito Congresso Internazionale Rosminiano di
Stresa del 1955 – l’istituzione del Centro Internazionale di Studi
Rosminiani di Stresa (1966), che organizza ogni anno dei corsi
estivi, cui partecipano centinaia di giovani e professori universitari
per trattare temi di attualità nello spirito rosminiano[5].
Tra le molte attività di questo centro Studi ricorderò solo la
pubblicazione della Bibliografia rosminiana (scritti di Rosmini
o su Rosmini, ad oggi 10 volumi) e il Grande Dizionario antologico
del pensiero di A.Rosmini, edito nel 2001 da Città Nuova Editrice[6].
Infine
hanno dato un prezioso contributo alla conoscenza e stima di Rosmini
nel mondo ecclesiale i pronunciamenti dei Papi post-conciliari. A
cominciare da Giovanni XXIII, che fece uno dei suoi ultimi ritiri
spirituali sulle Massime di perfezione cristiana, assumendole
come propria regola di condotta[7]
e che manifestò a Padre Giovanni Gaddo l’intenzione di rivedere la
questione rosminiana[8].
Paolo VI tolse praticamente dall’Indice dei libri proibiti Le
cinque piaghe della santa Chiesa, dando il permesso a Mons. Riva
di pubblicarle[9]
e, in un’udienza generale, dichiarò: “Tutti i suoi pensieri [di
Rosmini] indicano uno spirito degno di essere conosciuto, imitato e
forse invocato anche come protettore dal cielo”[10].
Giovanni Paolo I definì Rosmini “un uomo di vastissima cultura, di
integra fede cristiana, un maestro di sapienza filosofica e morale che
vedeva con chiarezza nelle strutture ecclesiali i ritardi e le
inadempienze evangeliche e pastorali della Chiesa”[11].
Ma chi
fece fare al nome di Rosmini un grande balzo in avanti all’interno
della Chiesa fu il Papa Giovanni Paolo II. In un’udienza particolare
ai padri Rosminiani ebbe parole di alta stima per Rosmini, per il suo
“…impegno per un intenso lavoro intellettuale…tutto proteso a far
conoscere il Vangelo”, per la sua sensibilità “al grande
problema dell’armonia tra fede e ragione”[12].
Nel Febbraio 1994 diede disposizioni alla Congregazione per le Cause
dei Santi perché s’iniziasse la Causa di Beatificazione di Antonio
Rosmini; il 14.9.1998 segnalò Rosmini come uno degli “esempi
significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto
considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede”[13];infine
restituì integralmente il pensiero di Rosmini alla Chiesa il 1° Luglio
2001, quando per suo volere fu pubblicata sull’Osservatore Romano
una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui si
dichiara che “si possono attualmente considerare oramai superati i
motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali, che
hanno determinato la promulgazione del Decreto ‘Post Obitum’… E ciò a
motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così inteso e
condannato dal medesimo Decreto, non appartiene in realtà alla
autentica posizione del Rosmini”[14].
Da tutti
questi fatti – conclude il Padre Umberto Muratore “si può
legittimamente arguire che Rosmini oggi gode un buon indice di
gradimento. La generazione a noi contemporanea è disposta a
scommettere sul suo nome e sul suo complesso patrimonio culturale, per
trovare strade sensate e raccogliere le sfide della modernità. In
altre parole, l’esperienza di vita e di pensiero di Rosmini può
diventare per noi una saggia eredità, per accompagnarci con rinnovata
speranza nel terzo millennio, ormai iniziato”[15].
Rosmini
oggi è meglio conosciuto nel mondo anglosassone: è dal 1835 che i
Rosminiani lavorano nel Regno Unito, e poi in Irlanda e negli Stati
Uniti d’America: la traduzione in Inglese delle opere di Rosmini
facilita la divulgazione del suo pensiero. In Francia c’è una buona
tradizione di cultura rosminiana, fin dai tempi in cui Rosmini assunse
la cura dell’Abbazia di Tamié e Gustavo di Cavour ne promoveva il
pensiero dalle pagine dei giornali[16].
In Spagna e nell’America Latina specialmente in Argentina –
l’introduzione del pensiero di Rosmini è ancora allo stato embrionale,
malgrado gli sforzi del compianto Michele Federico Sciacca. Di recente
sono state tradotte opere di Rosmini in russo e in lingua polacca[17].
Dove però si è aperta una via di maggior interesse per il pensiero di
Rosmini è ora in Germania: una relazione di Anna Maria Tripodi
sull’Osservatore Romano del 25.5.2005 informa intorno al Convegno
Italo-Tedesco di Loveno di Menaggio (27/4-1/5/2005) su “Rosmini e
la filosofia tedesca”, durante il quale per la prima volta si sono
incontrati esperti Italiani di Rosmini e specialisti di Kant e
dell’Idealismo tedesco.
Ma è in
Italia dove il pensiero di Rosmini ha avuto un gran numero di cultori
e dove il suo influsso è stato maggiormente sentito, sia perché
Rosmini ha scritto in Italiano sia per l’interesse che il suo ‘sistema
della verità’ ha suscitato fin dal secolo XIX
[18].
L’aspetto più studiato del pensiero di Rosmini è stato quello
filosofico, ma quello che forse oggi potrebbe essere più incisivo è
quello teologico e spirituale. Ne fornirò alcuni esempi.
L’attualità del pensiero di Rosmini nel clima opprimente e di vuoto di
valori della cultura moderna è la sua capacità di opporsi alla sfida
del nichilismo, ereditato dagli ultimi decenni del Novecento.
Il
nichilismo passivo, tendenza di pensiero molto diffusa ai nostri
giorni, è pericolosissimo perché è una rinuncia a tutti i valori: non
solo a quelli soprannaturali (la fede in Dio, nella vita eterna, nella
grazia ecc.,), ma anche ai valori naturali, quali la verità, il bene,
gli ideali umani del vivere sociale. Ci si rassegna a vivere nella
quotidianità, senza ambizioni, senza scatti verso ciò che può
migliorare l’uomo e renderlo, se non felice, almeno sereno e
tranquillo. La via dello scetticismo è l’accettazione della tragicità
dell’esistenza senza lamenti, senza speranza, senza illusioni.
Una volta
ci si domandava: dove abita l’uomo in quanto uomo? E la risposta
suonava: l’uomo abita nell’incrocio tra bisogno e desiderio. Il mito
di Ercole al bivio rappresentava l’uomo del lavoro e della
lotta per la sopravvivenza che, dando prova di coraggio e di
sacrificio, si trovava a dover scegliere tra virtù e vizio, tra
autenticità di vita morale e lusinga di sensibilità appagata. Il
tentativo di risposta a tale quesito decideva dell’indicazione
metaforica sul dove abita l’uomo. Ora, la ragione
metafisicamente decapitata si risolve in ragione strumentale che
mitizza unicamente l’ordine dei mezzi (Max Horkheimer e Theodor W.
Adorno). Con il nichilismo, poi, neppure l’ordine dei mezzi si salva.
Un secolo
fa scriveva i suoi presentimenti Frederik Nietzsche: “Descrivo ciò
che verrà: l’avvento del nichilismo […]. L’uomo moderno crede
sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo
cadere; il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più
vasto; si avverte sempre più il vuoto e la povertà dei valori; il
movimento è inarrestabile, sebbene si sia tentato in grande stile di
rallentarlo. Alla fine l’uomo osa una critica dei valori in generale;
ne riconosce l’origine, conosce abbastanza per non credere più in
nessun valore: ecco il pathos, il nuovo brivido […]”. E
concludeva: “Quella che racconto è la storia dei prossimi due
secoli”[19].
E neppure si può ignorare l’avvertimento di Heidegger, quando
scriveva: “La pietra di paragone più dura, ma anche meno
ingannevole, per saggiare il carattere genuino e la forza di un
filosofo è se egli esperisca subito e dalle fondamenta, nell’essere
dell’ente, la vicinanza del niente. Colui al quale questa esperienza
rimane preclusa sta definitivamente e senza speranza fuori dalla
filosofia”[20].
La
riflessione sulla consistenza filosofica del nichilismo mette in
rilievo dei punti che non convincono. Ad esempio, ci si chiede: il
nichilismo è l’approdo di tutta la metafisica occidentale o è il punto
d’arrivo di una scheggia impazzita di quelle filosofie? La prima
ipotesi è quella abbracciata da Nietzsche e Heidegger e opporsi ad
essa sarebbe una follia. La seconda ipotesi rappresenta il nichilismo
come un momento di stanchezza del pensare filosofico e darebbe luogo
ad un approfondimento per andare oltre la linea del nichilismo.
Un altro
interrogativo, interno alle conclusioni a cui arriva il nichilismo, è
questa: è mai possibile che la ragione giunga alla negazione di sé,
senza generare il sospetto che vi si nasconda un assurdo? L’homo
sapiens che si annulla, proprio attraverso l’esercizio delle sue
funzioni? Come dire: l’occhio diventa cieco proprio con l’esercizio
del vedere? Certo è entrato nel corso del ragionamento un elemento
tossico, un virus che ha portato la ragione alla sua
auto-distruzione.
Ancora: è
possibile che tutta la storia del pensiero filosofico
occidentale sia nient’altro che un cumulo di macerie da rimuovere? La
filosofia, che si è interrogata per millenni, conclude col dire che
non c’è una risposta, che tutto è notte, che tutto è senza fondamento?
Infine:
non è forse il nichilismo frutto di visioni parziali, e quindi
astratte? Non può darsi che, per la fretta di giungere ad una sintesi,
abbia sacrificato l’analisi, la visione paziente e laboriosa di
tutti gli elementi originari da mettere nel conto? Non sarebbe per
caso, il nichilismo, un ritorno – con parole nuove e in forma ridotta
– a un’antica teoria della filosofia gnostica? Che cosa ripropone,
infatti, se non la ‘caduta’ di un mondo, opaco e senza risposte, nel
tempo e nello spazio per qualche inspiegabile peccato originale?
L’uomo rimarrebbe solo con la sua ragione inutile, rassegnato a non
porsi più domande di senso, diffidente verso qualunque proposta
alternativa che non avrebbe che il senso di una bella favola.
I
limiti del nichilismo sono ravvisabili in lacune ben visibili. La
prima lacuna sta nella aprioristica convinzione che, quando l’uomo
pensa, non possa mai uscire dal soggetto. Tale convinzione – che
Rosmini chiamerà soggettivismo - genera un altro errore, cioè
la convinzione che ogni idea sia creazione del pensiero stesso, cioè
semplice modificazione del soggetto pensante. Se ciò fosse vero,
esisterebbe un solo modo di essere, l’essere reale, soggettivo,
generante l’essere ideale e l’essere morale. Allora ogni idea non
sarebbe che un concetto (concettualismo di Abelardo) o un
semplice flatus vocis (nominalismo di Roscellino). Se si
cade in questa trappola, il nichilismo è inevitabile: il nichilismo
infatti è la negazione di ogni verità e di ogni valore oggettivo. La
verità non è altro che una visione ideale, come una visione ideale è
il valore o la legge, a cui la volontà obbedisce quando compie il
bene. Se l’ideale diventa soggettivo, diventa logico negare ogni
verità e valore che valgano al di là del soggetto che li pensa:“Ora
se l’universale e l’ideale non è la luce autorevole che dimostri il
buono ed il reo, non v’ha più ragione di ubbidire ad una volontà
legislatrice. Ma se l’ideale non è un vero oggetto, ma è cosa
soggettiva ed umana, cessa ogni suo valore di mostrare e di provar
checchessia: quindi è tolta via l’autorità stessa della volontà
divina”[21].
Di qui
l’alternativa suggerita da Rosmini: la distinzione tra soggetto e
oggetto, tra realtà e idealità come due modi di essere categoricamente
distinti, due modi dello stesso essere, “due relazioni essenziali
dello stesso essere”. Allora la verità oggettiva è data al
soggetto nell’intuito originario dell’essere, e con la verità è data
la legge, è data la possibilità del valore o bene morale.
Ognuno
vede che già nel fenomeno della conoscenza umana si annida la presenza
dell’essere: non c’è antropologia che non sia al tempo stesso
ontologia. E l’essere che viene dato alla mente non è un prodotto
della mente, ma è forma oggettiva di essa, distinta dalla mente
stessa. E’ su questa oggettività formale dell’essere che si pone il
fondamento di una filosofia immune dal nichilismo, che si vince ogni
relativizzazione o soggettivismo. E’ in essa che si trova anche il
ponte per un discorso sulla trascendenza o comunione tra uomo e Dio.
L’altra
lacuna originaria del nichilismo è il non aver bene afferrato la
natura degli enti contingenti, cioè del reale finito. Il
contingente, infatti, si presenta come un ente incompleto, senza un
principio o causa prima. L’anello che unisce l’effetto alla causa
nascosta è l’atto creativo, che non è da noi percepito, perché
l’atto creativo è Dio stesso, l’invisibile. Noi dunque vediamo le
cose, ma non possiamo coglierle nel loro nascere. Quindi non vediamo
il primo atto che le fonda: le cose ci appaiono come staccate
dall’essere da cui dipendono, quasi nuotanti nel nulla, non-enti.
Inoltre l’atto creativo è un atto libero della volontà di Dio, un
evento quindi che sfugge alla nostra razionalità: la ragione non può
trovare alcun nesso necessario tra l’Essere causa e gli enti finiti
effetti estrinseci, i quali – abitando al di fuori di Dio – rimangono
termini impropri dell’Essere che li ha voluti. Così – non pensati
nell’Essere Assoluto, non avendo un essere in cui poterli pensare – i
contingenti sono pensati dall’uomo nell’essere ideale che egli riceve
nell’intuito. Di conseguenza gli enti reali al pensiero dell’uomo si
presentano “come un mistero, come un arcano: prodotti senza causa,
esistenti senza ragione”. L’oscurità che ogni cosa si porta nelle
sue viscere, se non si appoggia sulla creazione come suo principio
originario, getta un’ombra pesante sull’intera realtà, che diventa un
enigma impenetrabile. Dall’accettazione della realtà come enigma, al
nichilismo il passo è brevissimo[22].
Un altro
esempio di come il pensiero di Rosmini possa incidere profondamente
nella cultura moderna è la sua teoria personalistica.
Celebriamo
quest’anno anche i cento anni dalla nascita di Emmanuel Mounier
(1905-1950), che ha lasciato in eredità all’Occidente esasperatamente
individualista il suo pensiero sul personalismo comunitario:
pensiero raccolto e portato avanti dal suo allievo Paul Ricoeur,
recentemente scomparso. Se è vero che “il personalismo non è
qualcosa di compiuto…perché è più avanti che dietro a noi”[23],
è anche vero che il personalismo ha degli antesignani e che Rosmini fu
uno di questi.
Rosmini
definisce la persona “un soggetto intellettivo, in quanto contiene
un principio attivo supremo”[24].
Nell’uomo esistono il principio senziente, il principio
intelligente e il principio razionale. La ragione della sussistenza di
tutti i principi sta in quello che, fra tutti i principi, è il
supremo. Nell’uomo il principio più nobile e supremo è il principio
intelligente che opera (cioè che è unito alla volontà) e che
quindi chiamiamo principio razionale. Il principio razionale,
ossia la capacità dell’uomo di vedere l’essere ideale e di operare in
virtù della sua razionalità, è ciò che costituisce la persona. La
persona allora viene definita da Rosmini relazione sussistente
(‘in quanto…’), sussistente tra gli elementi che compongono
l’uomo e di cui un elemento è il principio supremo[25].
Infine,
Rosmini definisce la persona “il diritto sussistente”,
l’essenza del diritto, perché ha in sé tutti i costitutivi del diritto[26].
“Se dunque la persona è attività suprema per natura sua, egli è
manifesto che si dee trovare nelle altre persone il dovere morale
corrispondente di non lederla, di non fare un pensiero, un tentativo
volto ad offenderla o sottometterla, spogliandola della sua supremazia
naturale, come si scorge applicando il principio da noi stabilito di
‘riconoscere praticamente le cose per quelle che sono”[27].
Noi
sappiamo che la società è veramente civile ed umana nella misura in
cui riconosce e conserva le radici dell’autorità e della libertà nel
singolo individuo e le sue più nobili aspirazioni. Se il principio
dell’autorità e della libertà dev’essere mantenuto entro la sfera
della persona, allora è chiaro che tutto deve ruotare attorno alla
persona, tutto deve partire da lei – dai suoi bisogni e dalle sue
aspirazioni -, tutto deve tornare a lei. Il Governo, lo Stato,
qualunque tipo di società diventano mezzi al servizio della
persona, mentre la persona rimane l’unico fine ultimo della
vita dei singoli e della società.
Rosmini
riassume così la sua teoria personalistica: “Ciò che è, ma non è
persona, non può stare senza che ci sia una persona”[28].
La persona, per lui, è il fine concreto dell’universo, l’origine dei
diritti, il diritto stesso sussistente, incipiente bellezza
microcosmica specifica destinata, ove raggiungerà la vocazione eterna
che porta in sé come promessa e come compito, a rivestirsi a modo suo
di tutto l’universo. Ma da dove vengono alla persona questa autorità e
questa dignità originarie?
Essa non
potrebbe vantare tali titoli se non fosse a sua volta portatrice di
qualcosa che trascende la natura di cui è signora, cioè che trascende
i tempi, i luoghi, le culture, le razze, le religioni, le caste. Se
infatti in lei non ci fosse nulla di indipendente da tali legami
temporali, nulla che fosse al tempo stesso unico e partecipato da
tutti – condizione che può soddisfare solo un ente spirituale, nulla
di eccellente sugli altri beni della terra, l’individuo umano
rimarrebbe un oggetto materiale qualsiasi della terra, confuso tra
miriadi di altri oggetti contrassegnati inesorabilmente dai limiti
spaziali, temporali e culturali in cui sono nati. Senza nulla di
trascendente, non ci sarebbe ragione alcuna di dichiarare l’uomo
superiore agli altri oggetti, o fine rispetto alle altre creature e
agli stessi altri esseri umani.
L’elemento
che dà ragione della sua superiorità è l’essere intelligibile,
il quale, mostrandosi all’uomo fin dal primo istante della sua
esistenza, lo rende intelligente, volitivo e libero. Rosmini chiama
questo essere – per riguardo alla sua origine ultramondana e alla sua
natura infinita – il divino nella natura, l’eterno nell’uomo.
La
presenza del divino nell’uomo compie una duplice funzione: mantiene
aperta la via alla comunione con Dio e dà ragione della superiorità
dell’uomo su qualunque altra creatura. Di qui si comprende come in una
società, nella quale i legami col trascendente vengono dimenticati,
cadono nell’oblio anche le ragioni oggettive della dignità umana.
Toltagli la nobiltà dei suoi natali, l’uomo rimane un semplice ‘figlio
della terra’ (Nietzsche), un fragile essere organico fra
innumerevoli esseri come lui, che si distingue dalle altre specie
animali solo perché ha pensieri e desideri classificabili benissimo
come ‘passioni inutili’ (Sartre).
La
presenza del divino nell’uomo è anche garanzia della legge morale
nell’uomo. Se il principio dell’etica è nell’individuo, e l’individuo
a sua volta sa di aver ricevuto questa etica da Dio, allora la persona
non solo può rivendicare il diritto all’autonomia e alla libertà, ma
ha un termine di paragone inestirpabile per giudicare se una legge è
giusta o ingiusta. Egli sa misurare il valore etico dei suoi costumi,
ha una norma che lo guida nella gerarchia dei beni, può differenziarsi
con coscienza serena dai gusti e dalle opinioni della massa, sa
distinguere tra piacere onesto e disonesto, tra l’utile e il giusto,
tra libertà e passione. Spento questo cielo interiore, oscurata cioè
la coscienza morale, l’individuo perde la bussola nella selva delle
opinioni e dei rapporti della vita esteriore, cammina senza sapere
dove va e agisce senza dominare le sue azioni e passioni.
Essere
portatore di una legge morale interiore significa, per la persona,
essere atonoma, essere legge a sé stessa: da qui il suo diritto
all’indipendenza ed alla libertà. Essere norma a sé stessi non
comporta il diritto a fare ciò che si vuole (questo equivarrebbe a
dire che non si ha una norma), ma il diritto di non essere ostacolato
nell’obbedire alla legge che l’uomo porta dentro.
Si può a
questo punto tentare di tracciare una carta d’identità della persona
nella società moderna. Essa è una canna fragile nella sua costituzione
biologica (Pascal), ma è portatrice di un seme di spiritualità che la
nobilita e la rende intangibile: l’elemento biologico e quello
spirituale, pur rimanendo distinti, si fondono in un tutt’uno, in un
Io originario, unico fra tutta la varietà degli esseri. La persona ha
in sé stessa la legge che le dice dove andare e come orientarsi fra le
molteplici vie aperte alla sua libera scelta. Nella misura in cui è
libera, è anche responsabile di fronte alla legge. Un campanello
interno più o meno sensibile, chiamato coscienza, scatta ad ogni sua
azione per approvare o disapprovare. Ogni atto libero compiuto in
accordo alla legge interna aumenta la sua libertà e la ricchezza della
sua personalità, ogni atto in disaccordo restringe l’una e l’altra.
Le altre
persone vive e defunte, mondane o ultramondane, sono come altrettanti
‘tu’ in cui la persona vede riflessa la propria immagine, con
gli stessi suoi diritti e doveri, con la sua stessa nobiltà d’origine.
Essa le tratta col rispetto dovuto a chi è ‘fine’, libertà
originaria autonoma e responsabile di fronte alla legge interiore
prima che a quella esteriore. L’uguaglianza di diritti e di doveri,
l’origine dallo stesso Padre, il comune destino ultramondano,
l’identica legge interiore di libertà e di responsabilità sviluppano
tra le persone il senso di fraternità e di comunione reciproca; la
capacità di ‘inoggettivarsi’ (Rosmini) negli altri, cioè di cogliere i
loro sentimenti e i loro diritti doveri come fossero
propri, dà il senso di solidarietà e di giustizia. Infine, il ‘tu’
di Dio illumina il mondo interiore dell’Io di una presenza viva
dialogante e dà a tutto l’universo dei propri pensieri ed affetti un
senso esteso e continuo di intimità religiosa.
Opportuna
allora mi sembra la conclusione che ne trae Mons. Riva: “Da una
visione della persona umana quale è data dalla dottrina rosminiana è
possibile intravedere un umanesimo globale, che non trascura
gli aspetti essenziali né quelli storici, quelli religiosi né quelli
civili, quelli individuali né quelli sociali, quelli umanistici né
quelli scientifici, quelli naturali né quelli soprannaturali, quelli
temporali né quelli ultraterreni e immortali”[29].
Passiamo
ora alla dottrina ecclesiologica di Antonio Rosmini, che non si trova
in un trattato unitario sulla Chiesa – se non, forse, nella
Filosofia del Diritto -, ma in varie opere che ci permettono di
ricostruire una sua dottrina intorno alla Chiesa sotto l’aspetto
finalistico - morale, ascetico, storico, teologico e mistico. Una
dottrina che risulta da una presenza continua dell’argomento al cuore
di Rosmini, che vi insiste come sulla realtà più cara e più importante
– ogni volta che se ne dà l’occasione – nelle sue trattazioni
filosofiche e teologiche, nelle sue opere morali ed ascetiche, nelle
sue lettere e nei suoi discorsi. Inoltre la sua vita è stata davvero
una operosità generosa per il bene della Chiesa, fino al desiderio di
spargere il suo sangue per essa: versamento incruento che Dio ha
gradito e ha unito a quello del suo divino Figlio.
Mi sembra
degno di rilievo quanto Rosmini dice della Chiesa , sia pure
incidentalmente, in una operetta giovanile, pubblicata a Milano nel
1826, dal titolo Saggio sulla Divina Provvidenza nel governo dei
beni e dei mali temporali. In questo Saggio, procedendo per la
duplice via della fede e della ragione, egli indaga le leggi secondo
cui la Provvidenza opera nel governo del mondo e giunge alla
conclusione che il fine dell’opera della Provvidenza è il bene morale
delle creature intelligenti, ma viene a specificare che questo bene -
nella sua realizzazione massima – si ottiene nella Chiesa di Gesù
Cristo[30].
La Chiesa, quindi, qui si configura come la condizione in cui si
realizza sulla terra il maggior bene per le creature, come il termine
a cui la Provvidenza di Dio tutto conduce, seguendo il meraviglioso
disegno che la sua sapienza ha tracciato e in cui entrano tutti gli
avvenimenti e le vicende umane e creaturali, lo svolgersi - in una
parola – di tutte le cause seconde, fisiche e morali.
La
conferma di questo modo di sentire la Chiesa l’abbiamo in uno scritto
spirituale che segue di pochi anni, pubblicato a Roma nel 1830, e su
cui Rosmini ha già impostato tutta la sua vita. Il titolo di questo
libretto è Le Massime di perfezione cristiana. La sua mente
filosofica vede con assoluta chiarezza che vi è qualche cosa di
essenziale per l’uomo, qualcosa che deve venir prima di tutto il
resto e che perciò l’uomo deve ricercare come l’unum necessarium.
E questo dato necessario Rosmini lo formula così: “Desiderare
unicamente e infinitamente di piacere a Dio, cioè di essere giusto”[31].
La giustizia verso Dio esige anzitutto che l’uomo si purifichi dal
male e tenda allo acquisto della carità o amore di Dio, in cui
consiste la santità o perfezione dell’anima. Dio vuole questo
dall’uomo e soltanto questo è ‘essenziale’ per lui. Tutto il resto –
studio, attività, condizione di vita – è mezzo per raggiungere il
fine. Il cristiano allora tenderà con tutte le sue forze al fine e
lascerà a Dio la scelta dei mezzi: questo è quel principio di
passività che concretamente significa completa disponibilità di sé
a Dio.
Ma la
ricerca della giustizia è anche un riconoscere Dio, è prestargli “un’adorazione,
un ossequio, una sottomissione la più grande che sia possibile, il
che è quanto dire desiderare unicamente e infinitamente la gloria di
Dio”[32].
Ma che cosa dà a Dio la gloria maggiore, se non la Chiesa voluta da
Gesù Cristo? Quindi “il primo desiderio che viene figliato nel cuore
del cristiano da quello supremo della giustizia, si è quello
dell’incremento della gloria della Chiesa di Gesù Cristo” ed egli
opererà “a pro di essa dietro la divina chiamata”[33].
Nella
Filosofia del Diritto – un’opera della maturità – Rosmini parla
della Chiesa come società teocratica. Sa bene che questo modo
di dire suona male a certi orecchi liberali, tuttavia insiste nell’uso
dell’aggettivo teocratico perché la Chiesa è una vera società
tra Dio e gli uomini.
Che cosa è
una società? La definizione che egli ne dà è la seguente: “Ogni
società si costituisce da un bene comune, nel quale cospirino le
volontà di più persone al fine di goderselo tutte, o trarne tutte
profitto”[34].
E la società teocratica? “La società teocratica è quell’altissima
società nella quale gli uomini e Dio hanno un bene medesimo e in
comunione il partecipano e godono”[35].
Ora, la
società teocratica tra Dio e gli uomini può avere diversi gradi di
perfezione, a secondo che si consideri il bene comune che viene ad
essere partecipato. Se questo bene comune è la verità, che è “cosa
divina, ma non è Dio”, si ha “la società naturale del genere
umano, che è società teocratica in disegno”: manca a questo
disegno la realizzazione che pone nel suo pieno essere la società che
esso inizia[36].
La verità è un’appartenenza di Dio, ma si limita a far conoscere
speculativamente l’essenza delle cose, senza operare realmente
sull’uomo. E’ un vincolo quanto mai tenue, questo, congiungimento tra
Dio e gli uomini, ma è un vincolo sufficiente a costituire una
società, quella naturale del genere umano.
Ma se Dio
si comunicasse agli uomini con un’azione reale, si avrebbe un altro
grado della società teocratica, perché in tal caso il bene comune tra
Dio e gli uomini sarebbe Dio stesso. Ora, questo è quello che è
storicamente avvenuto con la comunicazione della grazia da
parte di Dio. La società teocratica naturale diventa ora società
teocratica soprannaturale. Ecco come si esprime Rosmini: “Un’azione
immediata, che Iddio opera nella sostanza dell’anima umana, dove
produce un sentimento fondamentale deiforme, è ciò che solleva l’uomo
sopra l’ordine della natura e lo fa entrare nello stato
soprannaturale. Quest’azione, che è Dio stesso, perché l’azione
immediata di Dio è Dio, il mette in comunicazione diretta con Dio, il
fa percepire Dio. Iddio sentito, percepito è quel sommo bene comune a
Dio e all’uomo, che mette nel suo esser compiuto la teocratica
società”[37].
Ma ci può
essere, tra Dio e l’uomo, una comunicazione ancora maggiore, è questa
è avvenuta quando Dio ha portato all’ultimo grado la sua società con
l’uomo con l’Incarnazione. In essa Dio nell’interezza della sua
sostanza si è congiunto all’uomo nella persona del Verbo: “Nel
Cristo dunque la società teocratica tra Dio e l’uomo toccò, e quasi
diremmo, travalicò il massimo della sua perfezione”[38].
Ci si
potrebbe soffermare di più su questa concezione bellissima della
Chiesa di Cristo uscita dalla mente di Rosmini, ma vorrei aggiungere
solo una sottolineatura – tanto valorizzata dal Concilio Vaticano II -
sul sacerdozio comune dei fedeli[39].
Rosmini, di questo sacerdozio comune, specifica sette poteri o diritti
legati al Battesimo:
- il
potere costituente, cioè di ‘fondare’ la Chiesa aggregando ad essa
nuovi fedeli attraverso l’amministrazione del Battesimo,
- il
potere liturgico, che si esprime nel culto e nell’offerta di se stessi
a Dio,
- il
potere eucaristico, che si esercita nel ricevere l’Eucaristia, ma
anche nell’amministrarla a sé e agli altri,
- il
potere medicinale, che è la partecipazione al potere di sciogliere o
di legare proprio della Chiesa, attraverso la ricezione del sacramento
della Penitenza,
- il
potere ierogenito, cioè di essere ‘ generatori del sacro’, in quanto
ministri del Matrimonio e procreatori di vita nel corso della storia,
- il
potere didattico, chiamati come sono tutti al ‘ministero della Parola’
(LG, nn.35, 51),
- il
potere ordinativo, che concerne l’organizzazione e la vita della
Chiesa in generale. Questo potere è proprio del Papa e dei Vescovi, ma
anche i laici ‘influiscono’ nel governo della Chiesa con la
partecipazione attiva e responsabile nei vari ambiti[40].
A
proposito del potere ordinativo dei fedeli, si è molto equivocato sul
pensiero espresso da Rosmini nella più divulgata delle sue opere,
Le cinque piaghe della Santa Chiesa. Il filo conduttore dell’opera
è l’unità e la libertà della Chiesa e, nel capitolo
quarto, dove parla de la nomina dei vescovi abbandonata al potere
temporale, non propugna in fondo se non la prassi odierna: il Papa
nomina, il clero locale testimonia, il popolo dei fedeli è garante col
suo consenso.“Ogni società libera ha essenzialmente il diritto di
eleggersi i propri ufficiali. Questo diritto le è tanto essenziale e
inalienabile, quanto quello di esistere”[41].
Con questa
citazione chiudo questo articolo sulla attualità di Rosmini, ben
conscio di aver toccato solo alcuni temi, seppure ben rilevanti, in
una società multiculturale e globalizzata, come è la società del XXI
secolo in cui viviamo.
Note:
[1]
Per citare solo alcuni nomi di personalità che piansero la morte
di Rosmini, ricorderò: Pio IX (che non smise mai l’intenzione di
farlo Cardinale), i Vescovi del Piemonte (che aiutò nel difendere
la Chiesa dalle leggi eversive piemontesi dopo gli anni ’50),
sacerdoti e religiosi (Piantoni, Pendola, Buroni, Stoppani,
Pestalozza, Newman, l’arciprete di Rovereto Andrea Strosio), amici
(Manzoni, Bonghi, Tommaseo, Gustavo di Cavour), ammiratori e
discepoli (Pagano Paganini, Missaglia, Paravia, Tullio Dandolo,
A.Phillips de Lisle, Maria di Koenneritz), Società ed Accademie
(quella degli Agiati di Rovereto, della Crusca, dei Risorgenti di
Osimo, dei Filedoni di Perugia, ecc.). Con questa lista, però, si
è fatto un torto ai moltissimi nomi lasciati fuori.
[2]
La Vita di Antonio Rosmini – stampata nel 1897 ma diffusa
solo a partire dal 1905 – è opera del sacerdote Giambattista
Pagani ‘sacerdote dell’Istituto della Carità’, rivista e
aggiornata dal prof. Guido Rossi dell’Università di Padova nel
1955: sono due volumi di 841 pagine il primo e di 784 pagine il
secondo, Editore Manfrini di Rovereto.
L’Epistolario completo – in 13 volumi stampati dal 1887 al
1894 a Casale Monferrato, dalla Tip. Pane – risulterà molto più
nutrito nell’Opera omnia di Rosmini che è in corso di
stampa presso Città Nuova.
[3]
La Rivista Rosminiana, trimestrale, ha avuto come fondatore
il prof. Giuseppe Morando ed il prossimo anno celebrerà i cento
anni di vita. Il Bollettino Charitas, mensile, è stato
iniziato nel Luglio 1927 da padre Giovanni Pusineri, che lo
diresse fino alla morte (1964).
[4]
L’Edizione nazionale (il primo volume è del 1934) è stata
voluta dal Ministro della P.I. Giovanni Gentile e fu affidata alla
direzione di Enrico Castelli. L’Edizione critica è stata
voluta dal Michele Federico Sciacca, assunta dall’Editrice Città
Nuova ed ha pubblicato finora 40 volumi.
[5]
Al Centro Studi di Stresa vanno collegati altri due Centri
culturali, che promuovono la conoscenza di Rosmini: quello di
Durham in Inghilterra (1986), pensato e voluto da un benefattore
italiano per la diffusione delle opere di Rosmini tradotte in
lingua inglese (questi libri – finora sono 20 volumi a 4000 copie
ogni volume – vengono spediti alle università, seminari,
biblioteche, centri di cultura ed anche a singoli individui
studiosi di Rosmini); e il Centro culturale di Rovereto, sostenuto
dalla Provincia di Trento e collegato al Centro di Scienze
religiose trentino, unito alla ricchissima biblioteca di Casa
Rosmini, pubblica studi rosminiani e reboriani, organizza
convegni. A Roma, presso il Collegio Missionario A. Rosmini, c’è
una biblioteca rosminiana abbastanza fornita e aperta al pubblico.
[6]
Autore è il Padre Cirillo Bergamaschi: i quattro volumi raccolgono
in quasi 4000 pagine (ed anche in CD-rom) le voci più importanti
delle opere di Rosmini, facilitando così la consultazione da parte
degli studiosi.
[7]
Cfr. Giovanni XXIII, Il Giornale dell’anima, a cura di
Giulio Bevilacqua, Roma, Ed. di Storia e Letteratura 1964, pp.
308-317.
[8]
D. Mariani, Superiori e Vescovi rosminiani, Stresa,
Edizioni Rosminiane, Sodalitas 2003, p.174.
[9]
A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa,
Brescia, Morcelliana 1966, pp.433.
[10]
Bollettino Charitas 1972, n. 4 (Aprile), p.15.
[11]
C. Basotto, Albino Luciani, Libreria S.Pio X, Venezia 1990,
p.131.
[12]
Pusineri-Bessero Belti, Rosmini Stresa, Edizioni
Rosminiane 1989, p. 214. Anche in un’altra udienza (29.9.1998)
Giovanni Paolo II affermò che Rosmini “trascese il proprio
tempo e il proprio spazio per divenire un testimone universale, il
cui insegnamento è ancora oggi importante e opportuno”
(Documento della Congr. Gen. dell’Istituto della Carità, Roma
1998, p.41).
[13]
Enciclica Fides et Ratio, n. 74.
[14]
Cfr. Osservatore Romano, 30 Giugno-1° Luglio 2001, p.5.
[15]
U. Muratore, Conoscere Rosmini, Stresa, Edizioni Rosminiane
2002, p.38.
[16]
Recentemente sono stati professori di Lione e di Bordeaux a
studiare, scrivere e tradurre opere di Rosmini (R. Jolivet, M. L .Roure,
J. M. Trigeaud, M. C. Bergey, J. Plaisance - Léglise).
[17]
Le cinque piaghe della santa Chiesa sono state tradotte in
Russo da N. Ladaria nel 1999 e i Principi di scienza morale
sono stati tradotti in Polacco da A. M. Wierzbicki a Lublino nel
1999.
[18]
La Bibliografia Rosminiana di Cirillo Bergamaschi al
Gennaio 2003 annovera ben 15.909 titoli di studi su Rosmini.
[19]
F. Nietzsche, La volontà di potenza in Opere, a
cura di C. Colli e M. Montinari, Milano, Adelphi 1964 sgg., vol.
VIII, tomo II, pp. 265,266.
[20]
M. Heidegger, Nietzsche a cura di F. Volpi, Milano,
Adelphi 1994, p.382.
[21]
A. Rosmini, Teosofia, a cura di M. A. Raschini e P. P.
Ottonello, Roma, Città Nuova 1998, tono IV, n.1858.
[22]
Cfr. A. Rosmini, Teosofia cit., tomo IV, n. 1563 e n.
1706.
[23]
Cfr. A. Danese, Conversazione con Paul Ricoeur, in Nuova
Umanità, 27 (1983), p.106.
[24]
A. Rosmini, Antropologia in servizio della scienza morale,
Roma, Città Nuova 1954, libro IV, n. 769.
[25]
Ibid., n.833, in nota.
[26]
A. Rosmini, Filosofia del Diritto, Padova, Cedam 1967,
vol. I, n.52).
[28]
A. Rosmini, Logica, a cura di Vincenzo Sala, Roma, Città
Nuova 1984, n. 362, 4°.
[29]
C. Riva, Attualità di A. Rosmini, Roma, Ed. Studium 1970,
p. 129.
[30]
A. Rosmini, Teodicea (in cui è confluito in seguito il
detto Saggio sulla Divina Provvidenza) a cura di U. Muratore,
libro II, Roma, Città Nuova 1977, nr. 315-317.
[31]
A. Rosmini, Massime di perfezione cristiana, a cura di
Alfeo Valle, Roma, Città Nuova 1989, p. 33.
[33]
Ibid., p.45 e p. 53. Quanto sia importante questa chiarificazione
per la fede del cristiano, oggi, lo dimostra la disaffezione di
tanti che pur si dicono credenti in Dio e in Gesù Cristo, ma non
frequentano la Chiesa, non si accostano ai Sacramenti, non
ascoltano la voce dei Pastori.
[34]
A. Rosmini, Filosofia del Diritto (a cura di Rinaldo
Orecchia), Padova, Cedam 1969, vol. III, p.729.
[39]
Cost. dogmatica, Lumen Gentium, nn. 10 e 11.
[40]
Vedi: Alberto Neglia, Laici senza complessi, Messina,
E.S.U.R. 1988, pp.67-105.
[41]
A.Rosmini, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (a cura
di Clemente Riva), Brescia, Morcelliana 1966, p.167.
Scarica
l'articolo in PDF
|