|
Scarica
l'articolo in PDF
Marco Zupi
Si può sconfiggere la povertà
ed. Laterza, Bari, 2003, pp. 147, € 7,50.
Gianmarco
Machiorlatti
In “Si
può sconfiggere la povertà?” Marco Zupi, vicedirettore del CeSpi
(Centro Studi di Politica Internazionale) di Roma e docente di
economia politica, si pone alcuni interrogativi.
Anzitutto egli si interroga su cosa si intenda esattamente oggi con il
termine povertà e se tale fenomeno sia in diminuzione o in aumento. In
seguito si chiede se la povertà sia la stessa nei differenti paesi e
se si sia fatto, o si possa fare, qualcosa di efficace per contrastare
la povertà di massa.
Attraverso l’analisi della povertà o forse sarebbe più opportuno dire
delle povertà l’autore getta uno sguardo globale sullo stato
dell’economia mondiale dando una lettura critica ad alcune
interpretazioni ed indirizzi economici che sembrano oggi governare
l’economia e le economie.
Non pare un testo in cui si può intravedere la soluzione al problema e
nemmeno si può parlare di tesi rivoluzionarie che vengono a
surclassare l’impostazione classica dell’economia politica, ma
certamente Zupi apre uno spiraglio su un tema che è ancora «un crimine
imperdonabile» (p. 20).
Egli, attraverso gli strumenti classici dell’economia, descrive una
situazione che a livello mondiale coinvolge milioni di persone e che,
quando diventa fenomeno di massa, assume le caratteristiche di vera e
propria emergenza umanitaria.
E’ forse l’economia di mercato ad essere responsabile di tale
situazione? O è vero il contrario? E’ forse la globalizzazione –
derivata necessaria di quest’economia – ad essere il moltiplicatore
del divario tra ricchi e poveri? O la globalizzazione è piuttosto un
vantaggio?
Zupi è chiaro in questo senso: «L’impressione è che le affermazioni
nette, secondo cui l’economia di mercato, in ogni caso, quasi
automaticamente, favorisce la riduzione della povertà in tutti i
paesi, abbiano un contenuto squisitamente ideologico; esattamente come
la visione opposta, secondo cui questo sistema accrescerà
inevitabilmente la povertà e l’allargamento della forbice distributiva
tra chi ha e chi non ha. « (…) La globalizzazione in quanto tale non
diventa nient’altro che lo stesso sistema internazionale messo a nudo,
dove quest’ultimo è l’insieme interrelato di influenze ineguali o più
esattamente di nuovi rapporti di potere in cerca di legittimazione»
(p. 26).
Ma anzitutto che cos’è la povertà?
In prima approssimazione, pur dichiarandone il carattere riduttivo,
l’autore parla di povertà in termini di scarso reddito disponibile, ma
immediatamente ne dà un’accezione più ampia e parla di povertà in
termini di insufficiente disponibilità, controllo e gestione di
risorse naturali, finanziarie, organizzative e umane che permettano
alle persone di operare proprie scelte e di vivere dignitosamente.
E’ con questi presupposti che Zupi, attraverso un excursus storico che
parte dalla filosofia greca, approda ai nuovi concetti socio-politici
di povertà.
E’ l’ispirazione di tipo anti-utilitarista, di una giustizia sociale
come equità di Rawls, è il concetto di “chances di vita”, di
opportunità come indicatore di democrazia di Dahrendorf, è il
principio giustizialista di Paul Streeten, ma è soprattutto il
pensiero economico del premio nobel Amartya Sen che con il concetto di
entitlement – attribuzione – secondo cui la capacità di
disporre di beni e servizi dipende sia dalle condizioni sociali,
politiche, economiche e giuridiche della società in cui si vive, sia
dalla posizione dell’individuo in essa, che portano Zupi a definire la
povertà in modo relazionale e in termini di esclusione sociale. «La
povertà non è più la condizione di chi vive al di sotto della soglia
di povertà; nella realtà di oggi molte persone occupate e sane possono
rischiare di cadere indipendentemente dalle proprie caratteristiche e
comportamenti, nelle maglie di cambiamenti strutturali economici
(ristrutturazioni aziendali, perdita di status sociale, malattia) che
creano esclusione sociale» (p. 26).
Questi concetti devono quindi integrare la differenziazione classica
di povertà assoluta e povertà relativa. Dove povertà assoluta indica
la situazione di privazione di un individuo o di un gruppo di
individui, indipendentemente dalla situazione delle altre persone che
non appartengono a quel gruppo, cioè dalla quota non-povera della
collettività. Essa è caratterizzata da privazioni gravi circa i
bisogni umani fondamentali, che comprendono il cibo, l’acqua potabile,
l’igiene, la salute, l’istruzione, un’abitazione e l’informazione.
Aspetti questi che non dipendono solo dal reddito, ma anche
dall’accesso ai servizi sociali.
Il concetto di povertà relativa indica come si è sempre poveri in
relazione a qualcun altro: esso mira a esprimere la carenza di beni e
servizi in riferimento al livello di vita medio dell’ambiente sociale
considerato.
In ultima analisi povertà è assenza e inadeguatezza di risposte ai
bisogni materiali, ma anche inadeguatezze sociali, in termini di
ruoli, obblighi, convenzioni, stima. Alla luce di tutto questo si può
parlare di aumento o diminuzione della povertà a livello globale?
Zupi risponde in modo netto. «La povertà di massa si è sempre
accompagnata a regimi di distribuzione delle risorse e delle
opportunità di accedervi altamente iniqui e di elevata concentrazione
delle ricchezze. E’ però molto difficile e fuorviante tentare di
stabilire se la povertà sia aumentata o diminuita nel corso dei
secoli, proprio per la natura relativa del concetto di povertà che
abbiamo illustrato. Stime parziali che sono state fatte a titolo
comparativo non sembrano particolarmente illuminanti» (p. 38).
Seguono nella trattazione dell’autore una cinquantina di pagine
dedicate alla descrizione della povertà nel modo di oggi. La povertà
di molti paesi africani hanno cause con radici nel periodo coloniale:
la correlazione tra povertà e malattie infettive e il circolo vizioso
di povertà e indebitamento verso l’estero.
E’ interessante il caso dell’India, grande potenza con un livello di
persone al di sotto della soglia di povertà ancora altissimo, luogo di
grandi contraddizioni, ma anche punto di incontro di culture e civiltà
millenarie che sono il fondamento di una coesistenza che spinge la
federazione indiana ad affacciarsi al tavolo dei paesi maggiormente
industrializzati.
La povertà rurale è indotta dalla natura ostile nei paesi dell’aera
dell’estremo oriente, da degrado ambientale indotto dall’uomo, da
discriminazione sociale, tipica di quel fenomeno globale che è
l’inurbamento “forzato” dei contadini e la loro conseguente
ghettizzazione e marginalizzazione.
Il caso del Brasile mostra un paese di straordinarie potenzialità,
ricchissimo di risorse naturali di ogni tipo, grande quanto un
continente, ma dove regna una povertà da forte disuguaglianza
socio-economica e iniqua distribuzione delle risorse.
L’Italia è una nazione che è passata attraverso fasi alterne di
povertà e sviluppo e dove sono presenti da sempre sacche
piuttosto diffuse di povertà, ma anche ampie zone – territoriali e
sociali –dove l’aumento della ricchezza è stato tale e tanto da
cambiare la fisionomia dell’intero paese e farne una nazione moderna e
industrializzata. Italia è però anche luogo della crisi industriale,
del ripensamento del welfare e dell’esplosione della povertà da
precarizzazione del lavoro, del ridimensionamento di quello che negli
anni ottanta era stato definito “modello Italia”: una
caratterizzazione del terziario tutta propria, capace di essere
propulsore – in quegli anni – dello sviluppo del Paese.
A fronte di quest’analisi Zupi disegna per l’Italia e per le società
del mondo occidentale (o industrializzato in genere) un nuovo profilo
di povertà caratterizzato da almeno quattro fattori principali, che
corrispondono ad altrettante dimensioni della vita umana:
1) il primo fattore è riferito alla sopravvivenza, ed emerge nei casi
di povertà estrema;
2) il secondo fattore è legato alla carenza del reddito (inerente alla
disoccupazione in Europa e all’occupazione mal retribuita negli Stati
Uniti);
3) il terzo fattore è riferito alle conoscenze, ossia agli esclusi dal
mondo dell’educazione, dell’informazione e della comunicazione;
4) il quarto fattore si riferisce all’impoverimento della qualità
della vita e delle relazioni sociali nella società post-industriale,
misurabile secondo l’autore con indicatori come il numero di suicidi,
le spese per gli psicofarmaci, il traffico, lo stress, il numero degli
omicidi volontari, l’anomia, il numero di ore passate davanti alla tv.
«Questi quattro fattori definiscono un quadro molto complesso e
stratificato di società (…) Le condizioni di insicurezza e di povertà
si sono estremizzate quando il sistema statale di sicurezza e
assistenza pubblica è entrato in crisi, non riuscendo più ad assolvere
alla tradizionale funzione di ammortizzatore sociale e quando le
politiche di tassazione e di redistribuzione non hanno svolto una
funzione di sostegno ai poveri» (p. 103).
Negli ultimi cinquant’anni la politica ha tentato delle risposte che
per la verità sono risultate piuttosto parziali e spesso inadeguate.
Dalla via dell’industrializzazione forzata tipica degli anni cinquanta
e sessanta, si è passati ai miracoli dell’innovazione tecnologica nel
campo dell’industria, dell’agricoltura, della sanità e dell’educazione
vero e proprio miraggio per molti paesi in via di sviluppo, ma legato
a miopi politiche – che hanno guardato spesso al medio e al breve
periodo – non ha dato i risultati sperati.
La cosiddetta disciplina del “consenso di Washington” attraverso
interventi di politica economica neoliberista ha coagulato il pensiero
e gli sforzi della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale
e del Tesoro statunitense applicando ai paesi in via di sviluppo
ricette economiche che in ultima analisi si sono dimostrate purtroppo
fallimentari e spesso deleterie tanto da aumentarne la povertà.
Le politiche sociali – specialmente nei paesi occidentali – il
Welfare State e il Workfare State stanno purtroppo pagando
pesantemente la crisi dello sviluppo economico e la nuova
organizzazione del lavoro.
E in ultimo, il flusso degli aiuti internazionali e degli investimenti
diretti esteri che sconta la differenza tra “il dire e il fare”
soprattutto per quanto riguarda gli investimenti dove il settore
privato è ovviamente orientato legittimamente alle prospettive di
profitto e ai paesi emergenti ed è naturalmente disattento verso
obiettivi di riduzione della povertà e verso i paesi più poveri.
Ma che cosa fare?
L’autore, pur consapevole dei propri limiti e dell’impossibiltà di
produrre ricette esaustive, tenta di definire alla fine del suo libro
alcuni punti che ritiene i “pilastri” per una “battaglia” alla povertà
soprattutto per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo o
non-sviluppati. Molto in sintesi essi sono:
- più democrazia e libertà (valori che debbono diventare planetari,
non imposti, ma conquistati);
- più crescita economica e meno disuguaglianza (se la crescita
economica è importante essa non è fondamentale e soprattutto non può
prescindere dalla distribuzione del reddito);
- migliorare il quadro macroeconomico e finanziario a favore dei più
poveri (uscire dall’empasse del “consenso di Washington” e abbandonare
l’impostazione neo-liberista che si è dimostrata fallimentare per
portare al centro degli interventi i più poveri con una combinazione
integrata di interventi economici e sociali);
- valorizzare le differenze di comunità, territori, istituzioni e
sistemi produttivi;
- promuovere forme dignitose di lavoro e investire nello sviluppo
locale;
- aumentare le spese sociali a livello internazionale, nazionale e
locale;
- assicurare coerenza tra le politiche dei governi, che significa:
a) regolare, controllare e ridurre il commercio di armi,
b)garantire condizioni di vita dignitose attraverso le politiche
migratorie,
c) orientare la finanza internazionale a favore degli interessi dei
poveri,
d) non più “due pesi e due misure” nel commercio internazionale,
e) un premio per gli investimenti socialmente e ambientalmente
responsabili
- favorire aggregazioni regionali che condividano lo stesso progetto
politico (una via alternativa al “consenso di Washington”, una ricerca
di nuove forme cooperative, una pratica vitale di democrazia
policentrica).
Questa è una strada necessaria poiché, seppur consapevole dell’enorme
benessere prodotto dalla civiltà contemporanea, per Zupi la povertà di
massa rimane «il costo più alto non pagato dalla società contemporanea
del benessere, la faccia non presentabile del capitalismo nella fase
di nuova globalizzazione» (p. 126).
Scarica
l'articolo in PDF
|