|
Scarica
l'articolo in PDF
Anacronismi ideologici
Alberto Lo
Presti
Luca Mencacci
L’inizio della campagna elettorale non è incoraggiante. O almeno,
possono goderne solo coloro che sono avvezzi allo scontro senza
quartiere, che mettono la forza al servizio della passione. Si tratta
di quelli che considerano la vittoria solo se è anche “schiacciante”
(ma perché si deve vincere schiacciando l’avversario?), o pensano che,
alla resa dei conti, uno, e uno solo, deve rimanere in piedi.
A noi, questo modo di competere, e di fare politica, fa ribrezzo. Non
solo: dal punto di vista storico è un anacronismo. Un anacronismo
perdurante, va ammesso, ma ugualmente antistorico. Le campagne
elettorali politiche dal 1994 ad oggi sono state le più laceranti che
la storia del nostro Paese abbia mai conosciuto. E non si può cadere
nella tentazione di individuare responsabili a destra o a sinistra, il
clima politico è degenerato e basta. Che si tratti di affibbiare alle
forze post-comuniste i crimini staliniani e, con ciò, di
delegittimarli dal punto di vista democratico, o che si veda nel capo
del governo il Grande fratello di orwelliana memoria, quindi un
naturale nemico della democrazia, poco importa. Di fatto, le forze in
competizione faticano a riconoscersi come soggetti politici in
competizione elettorale per il governo del Paese. L’oggetto del
contendere non è il governo, ma il sistema politico. Se vince
l’avversario è il totalitarismo, e le scelte democratiche sarebbero in
pericolo. Questo, più o meno, è il messaggio. In Europa, siamo molto
più vicini alla competizione ukraina fra Yuschenko e Yanukovic che
alla competizione tedesca fra la Merkel e Schroeder. Prendiamone atto.
Soprattutto, consideriamo che questo effetto perverso è davvero
anacronistico. E questo, sostanzialmente, per due ragioni.
La prima riguarda la caduta della grande contrapposizione ideologica
fra mondo sovietico e mondo occidentale. Una volta scongiurato il
pericolo comunista, allontanato definitivamente l’esito rivoluzionario
dalla storia, avviati verso una normalizzazione politica che possa
proporsi al di là delle grandi costruzioni ideologiche, era legittimo
aspettarsi un confronto politico maturo, di tipo anglosassone, dove
nessuno accusa l’avversario di essere anti-democratico, o di volere un
regime, o di fondare una tirannia, ma ci si confronta sui diversi
programmi politici, sul modo di organizzare il welfare, sulle scelte
di politica interna ed estera, e così via. Come può essere accaduto
che il clima politico italiano abbia rafforzato lo scontro? Caduto il
muro di Berlino, in Italia si sono rafforzate le palizzate.
Ma, a dire il vero, il fenomeno è ancora più strano, se si ammette la
seconda ragione. Neanche in piena guerra fredda, governo e opposizione
del Belpaese si scambiavano sberle simili a quelle di oggi. Il
conflitto ideologico, alimentato dalla contrapposizione planetaria fra
est e ovest, non ha quasi mai valicato certi limiti all’interno della
cosiddetta nostra politica parlamentare. Anzi, avvennero delle
efficaci e straordinarie azioni di ricucitura delle lacerazioni
ideologiche, come la politica morotea e fanfaniana che riuscì a
portare Nenni e il Partito socialista al Governo, o come il tanto
vituperato (ingiustamente) «consociativismo». Il consociativismo si è
sviluppato negli anni ’70 e ’80 ed è stato quella particolare formula
secondo la quale i partiti di governo e quelli dell’opposizione, data
l’impossibilità storicamente verificate dell’alternanza, si sono messi
a promuovere una politica di associazione, di convergenze decisionali
(si ricorda quella amena formula delle «convergenze parallele»), di
spartizione consensuale delle risorse e delle cariche pubbliche.
Spesso si sente dire che il carattere truffaldino della classe
politica italiana è la causa principale del consociativismo.
Attenzione, il consociativismo iniziò con figure quali Moro e
Berlinguer (il compromesso storico) i quali, per rispondere alle
tensioni derivate dalla crisi economica, dalle trame antidemocratiche
da parte dei servizi segreti, dalle violenze operate dalle opposizioni
extraparlamentari di destra e di sinistra, da un tasso di inflazione
sopra il 15%, tentarono di dare risposte convergenti su alcune
questioni di fondo, in ordine alla stabilità del sistema politico
italiano. Vorremmo ricordare che la formula consociativa si attuò,
nella sua concretezza, nel governo monocolore di «solidarietà
nazionale» presieduto da Andreotti negli anni 76-79 (sono questi gli
anni del famoso appello di Montanelli di votare DC «turandosi il
naso»). Fu un governo, quello di Andreotti del 1976, spesso
individuato come «monocolore delle astensioni». Praticamente, nacque
con i voti della DC e con l’astensione di tutti i partiti dell’arco
costituzionale, sulla base di un programma concordato e verificato,
per via ufficiosa, da tutte le forze dell’astensione. Questa politica
delle astensioni permetterà, sempre in quegli anni, a Giulio Carlo
Argan, comunista, di essere il primo sindaco di Roma laico, a Pietro
Ingrao di essere eletto presidente della Camera dei Deputati, ecc. La
politica del consociativismo ufficioso fu pagata dalla DC e dal PCI.
Il PCI, nelle elezioni del 1979, perse circa il 4% rispetto alle
politiche precedenti, mentre la DC uscì sfilacciata in mille rivoli
interni. Dopo la parentesi Spadolini, sarà Craxi che riuscirà a
ricomporre, sotto una nuova veste, le componenti di un sistema
bloccato, attraverso una dinamica di rapporti di forza fra i partiti
governanti che presto condurrà il sistema politico italiano dal
consociativismo alla logica spartitoria (il CAF, il patto Craxi,
Andreotti, Forlani, giustamente vituperabile). Di fatto, comunque,
molte barriere fra il comunismo e le forze liberali erano state
abbassate già durante gli anni ’70. Si pensi che Enrico Berlinguer,
per esempio, così si espresse nel 1977, a Mosca nel quadro delle
celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Rivoluzione
d’Ottobre: «La politica e gli obiettivi del Partito Comunista Italiano
sono rivolti a realizzare una società nuova, socialista che garantisce
tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il
carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di
diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale e
ideale». Soprattutto la svolta in capo di relazioni internazionali è
indicativa per capire l’indebolimento della cappa ideologica
verificatosi alla fine degli anni settanta. La tematica europea,
l’alleanza atlantica, il rapporto con il mondo in via di sviluppo
condurrà, nell’ottobre 1977, alla sottoscrizione di una comune mozione
di politica estera da parte della DC, del PCI e di tutti i partiti
dell’astensione.
Nonostante queste ragioni storiche e politiche, la febbre ideologica
in Italia ha avuto un picco incredibile, e un fattore di
catalizzazione è stata la discesa in campo di Berlusconi. Il suo
intervento sulla scena politica ha significato, nei modi e negli
argomenti presentati, un ritorno ad una guerra ideologica dal sapore
antico, ma con delle caratteristiche moderne. Berlusconi è sceso in
campo per impedire alle forze illiberali comuniste, post-comuniste, e
catto-comuniste di prendere il potere (approfittando del vuoto
lasciato dalla DC). Lo spauracchio della sovietizzazione dell’Italia,
del regime delle sinistre, gli è servito parecchio per aggregare il
consenso e per affermare la propria forza. Da sinistra, dove
l’attitudine allo scontro ideologico è ben radicata nella tradizione
dell’azione politica, non è stato difficile ribattere all’ideologia
berlusconiana con una ideologia uguale e contraria. Prendendo a spunto
la collocazione di Berlusconi nel campo del potere delle comunicazioni
e della forza economica e finanziaria, è stato facile agitare la
bandiera del regista occulto che pone la politica al servizio dei
propri interessi.
Non può sfuggire che il clima ideologico è al servizio della
propaganda politica in vista della ricerca del consenso. Vale a dire,
i toni si esagerano in campagna elettorale per manifesta rincorsa
all’elettore indeciso. Ma ciò non elimina il problema di fondo, di
natura etica ovviamente, ma anche di natura politica. Si tratta della
questione della rappresentanza politica e del rapporto cittadini
elettori. Senza dilungarci troppo sull’argomento, delegittimare
l’avversario significa delegittimare, schernire, anche coloro che
rappresenta. E in caso di vittoria elettorale, questo mina alla base
il rapporto di rappresentanza politica. Il Presidente del Consiglio
dei Ministri è il capo del governo di tutti i cittadini italiani, non
solo di quelli che lo hanno votato. La considerazione è scolastica,
eppure va recuperata. Il clima politico non è deteriorato solo ai
vertici delle forze politiche, ma via via fino ai livelli inferiori,
fino alle amministrazioni locali, fino ai comitati di quartiere.
L’esito delle elezioni non è affatto scontato, la nuova isterica legge
elettorale sta producendo, come si era potuto prevedere, un clima di
scontro di tutti contro tutti. Di tutto questo, non si sentiva davvero
il bisogno. Questo nostro clima ideologico è anacronistico;
superiamolo definitivamente e scriviamo un’altra storia. Sarà
sufficiente, in cabina elettorale, orientare la propria scelta tenendo
ben presente quali sono state le forze che hanno contribuito a buttare
benzina sul fuoco ideologico, e preferire, se possibile, quel sano
moderatismo politico spesso presente nelle forze in competizione,
anche se a volte offuscato dalle urla dei più facinorosi.
Scarica
l'articolo in PDF
|