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La
comunicazione e la responsabilita’ sociale d’impresa
Daniele
Carelli
Il
legame tra la Corporate Social Responsability e la comunicazione
d’impresa è indiscutibilmente molto importante.
Partiamo da una premessa, per spazzare via ogni briciolo di ipocrisia:
in molte aziende che si professano “socially responsible”, tutto ciò
che ufficialmente l’azienda compie in stile CSR, è demandato ad un
piccolo ufficio all’interno dell’area comunicazione che ha l’obiettivo
più o meno dichiarato di creare, sviluppare e difendere un alone di
bontà dell’azienda. Un ufficio che come altri ha un suo budget (spesso
anche esiguo) e un compito arduo. La grande moda della CSR è infatti
fenomeno di reazione ai grandi scandali finanziari, ambientali e
sociali in cui molte aziende si sono ritrovate. Per cui ora un po’
tutti (soprattutto coloro che si sentono più colpevoli) corrono ai
ripari, rifugiandosi nel paracadute CSR, che sembra offrire svariate
possibilità di manovra. Attenzione: un approccio superficiale alla
responsabilità sociale, per dare un po’ di smalto alla propria
immagine offuscata, può avere un effetto negativo e perverso.
Ma ritorniamo alla CSR, quella buona per davvero (come dice la
pubblicità): è una filosofia di gestione, che per i puristi, dovrebbe
garantire agli imprenditori seguaci una competitività in termini anche
economici. Non solo per far presa su consumatori critici, etici o
responsabili (varie sono le denominazioni con sfumature diverse, le
vedremo più avanti), che sono tra l’altro un segmento di mercato
numericamente ancora esiguo, ma perché dovrebbe permettere di definire
una strategia sostenibile di medio-lungo periodo, riducendo una serie
di rischi aziendali, attraendo dunque sia capitali che risorse umane
qualificate.
Questo ovviamente non deve far pensare che comunicare la propria
“responsabilità sociale” non sia importante, tutt’altro. Comunicare la
propria adesione (sia essa pura o strumentale) ad un modo di fare
impresa “responsabile” è parte integrante della strategia. Perché
proprio sulla comunicazione e sullo scambio di informazioni si basa
l’approccio multistakeholder alle radici della Responsabilità Sociale.
Per questo è molto importante che una componente all’interno dell’area
comunicazione di un impresa sia preposta a gestire la CSR. A patto che
non sia l’unica componente aziendale ad occuparsene, perché in tal
caso la sua credibilità verrebbe meno.
Dopo questa premessa dovuta, passiamo ad analizzare come, quando, cosa
e perché le aziende “responsabili” comunicano. Abbiamo già anticipato
un po’ di temi. Le aziende (la stragrande maggioranza e soprattutto le
più grandi) decidono di convertirsi alla CSR per migliorare la propria
reputazione, sviluppando relazioni “fair” con i vari stakeholders: i
consumatori, sempre più raffinati ed attenti, l’opinione pubblica,
sensibile a fenomeni sociali e ambientali, le amministrazioni locali,
ma anche i propri lavoratori, i propri partner, i propri azionisti
(soprattutto i risparmiatori e gli azionisti “etici”), la comunità
finanziaria.
Il primo passo dunque per una strategia CSR è individuare i propri
stakeholders, suddividendoli in categorie omogenee; non esiste in tal
senso un criterio valido universalmente anche se solitamente vengono
individuati sei macro gruppi (azionisti, lavoratori, fornitori,
clienti, pubblica amministrazione e collettività).
Per ogni gruppo individuato si dovrà quindi analizzare importanza per
l’impresa e criticità del rapporto. Si dovrà fare del vero e proprio
marketing: capire che cosa quel target vuole, come soddisfarlo, cosa
possiamo dargli (e cosa no). La differenza di un processo CSR rispetto
ad un marketing relazionale è (o dovrebbe essere) l’approccio
cooperativistico con lo stakeholder, ovvero il coinvolgimento nelle
scelte aziendali. Questo non significa solo perdere potere, ma anche
condividere responsabilità (si pensi alla governance partecipata dei
lavoratori: in Germania, ha portato alla decisione condivisa di
aumentare le ore di lavoro a parità di salario). E proprio in questo
rapporto con lo stakeholder che diventa fondamentale la comunicazione,
non solo dunque in uscita ma anche in entrata.
E’ dunque importante organizzare l’area Comunicazione d’impresa
coordinando tutte le varie funzioni: marketing, comunicazione interna,
rapporti con le associazioni, con le Università, con le Pubblica
Amministrazioni, l’ufficio stampa, unità di ascolto (non solo per i
clienti).
Un processo di “responsabilizzazione” si può gestire in maniera
strutturata, attivando un processo di redazione di bilancio sociale.
Il Bilancio Sociale, per inciso, è lo strumento della comunicazione
CSR per eccellenza; come infatti il bilancio d’esercizio comunica alla
comunità (finanziaria e non) risultati economici e stato patrimoniale
dell’impresa, così il bilancio sociale misura i risultati “sociali” e
“stima” il capitale di relazioni dell’impresa con i suoi stakeholders.
Non è però questa la sede adatta ad approfondire un argomento tanto
complesso e vasto che coinvolge più le società di revisione che non le
agenzie di comunicazione.
L’idea di fondo comunque è che per organizzare una comunicazione di
tipo CSR bisogna partire con un esame di coscienza: si può ad esempio
usare il sistema di autovalutazione proposto dal Ministero del Welfare
che nonostante i suoi limiti, è un buon punto di partenza e che un
Consiglio di Amministrazione può decidere di utilizzare senza troppi
sforzi economici.
Il più delle volte però la necessità o l’opportunità di sviluppare
strategie CSR (e relative campagne comunicazionali) nasce da
contingenze: leggi o proposte di legge, notizie del momento,
comportamenti dei concorrenti, propri errori passati, movimenti
d’opinione pubblica, opportunità e minacce del territorio. In tal
senso un buon ufficio stampa, preparato sui temi, può fornire dei
validi input su cui lavorare.
Si cercherà ora di tracciare un quadro dei vari tipi di comunicazione
incentrate sui temi della CSR partendo da esempi concreti. Ovvero da
quelle imprese che comunicano in un modo o nell’altro la propria
responsabilità sociale. Potremmo individuare tre diverse tipologie:
le comunicazione istituzionale, le campagne commerciali e il CRM.
La comunicazione istituzionale è certamente la più importante: ha
sempre maggior rilievo il marchio dell’impresa e sono assets sempre
più importanti quelli immateriali come la reputazione e l’immagine. Le
aziende infatti spendono sempre di più per infondere nei proprio
clienti emozioni e per far loro condividere un senso di appartenenza
quasi mistico ad un marchio. Quante campagne pubblicitarie sono ormai
slegate da qualunque prodotto o servizio, e invece ruotano su
sentimenti e su stili di vita? E’ chiaro dunque quanto sia importante
presentarsi bene, come un azienda responsabile, che sa essere un buon
cittadino (nel mondo anglosassone si usa il termine cittadinanza
d’impresa). E in questo ambito un occhio di riguardo va posto sulle
campagne di protesta e di boicottaggio, portate avanti da associazioni
ambientaliste e Ong, dai classici della Coca Cola e Nestlè, ai più
nuovi come Kleenex e Gordon’s (denunciati da Greenpeace).
Un modello di comunicazione istituzionale da “purista” del socialmente
responsabile è Coop, che dallo spot televisivo fino al packaging dei
suoi prodotti a marchio, fa leva su molti elementi rilevanti:
ambiente, condizione dei lavoratori (soprattutto dei prodotti “private
labels”), qualità, genuinità, prezzi contenuti, trasparenza. Ora se da
un lato Coop è notoriamente un’azienda legata a certi temi,
sicuramente alcune delle strategie e delle campagne comunicazionali
vengono da opportunità e/o minacce. La recente campagna sul latte in
polvere a basso prezzo ha saputo cogliere il malcontento (e una bella
fetta di mercato) dei clienti di un settore con i prezzi più alti
d’Europa. Mentre la Polo equosolidale (lanciata a mezzo stampa e
banner su Internet) amplia l’assortimento mirato ai consumatori
“solidali”, in un momento in cui gli scandali sulle condizioni di vita
dei lavoratori del tessile hanno riempito le prime pagine dei
giornali.
Varie compagnie petrolifere pubblicizzano il proprio impegno
strategico per lo sviluppo di energie alternative (Total, Esso); Basf
richiama l’attenzione sull’importanza per la società dei suoi
prodotti (“Contributo
invisibile – Successo evidente” lo slogan). Vodafone
punta sul riciclo delle batterie e comunica il suo bilancio di
sostenibilità (con una bella campagna a mezzo stampa disegnata dai
bambini “vediamo il mondo con gli occhi di domani”). Chiquita vince il
premio Ethic Award e pubblicizza l’evento dichiarandosi
"Il primo casco che protegge l'ambiente e i
lavoratori".
Restando nel comparto alimentare Granarolo, Barilla, Parmigiano
Reggiano esaltano i controlli di filiera e il rispetto della natura
(Tv e stampa). Qualche parola in più va spesa per Granarolo cui
certamente ha giovato lo scandalo del primo concorrente Parmalat, ma
che è uno degli esempi di azienda socialmente responsabile, che dalla
propria strategia integrata responsabile ha saputo cogliere un grosso
successo di mercato.
Sull’italianità si concentrano in molti: Fiat, Ferrarelle, Nastro
Azzurro, Peg Perego. Da una parte ad enfatizzare la qualità del Made
in Italy, dall’altra a far leva sull’obbligo morale degli italiani a
supportare la produzione nostrana.
Una menzione speciale merita la comunicazione di Trenitalia: da una
parte la campagna autodenuncia i propri difetti storici (ritardi,
affollamento, sporcizia), dichiarando una volontà precisa di
miglioramento, dall’altro la pubblicità che parla di comprare un
biglietto ferroviario per raggiungere Matera, unica provincia italiana
non raggiunta dai treni italiani, che ha fatto infuriare cittadini e
amministratori lucani. L’importante è cominciare ad inquadrare i
propri difetti.
Apriamo una breve parentesi su quella nuova e crescente fetta di
consumatori “critici”, per i quali la scelta del prodotto da
acquistare non avviene più solo sulle leve della qualità e del prezzo,
ma anche di altri fattori, come la compatibilità ambientale, le
condizioni dei lavoratori, la reputazione dell’azienda.
Non esiste una tipologia ben definita; all’estremo ci sono gli
integralisti no global, anticapitalisti fino al midollo e schierati
indiscriminatamente contro tutte le multinazionali e le grandi
aziende: formano gruppi di acquisto solidali, acquistano prodotti del
commercio equo e solidale o comunque dell’ “altra economia”.
Accantoniamo per il momento questo segmento estremo. Esistono però i
consumatori “equi e solidali” (ricerca IREF), i consumatori critici
(ricerca dell’Eurisko), i risparmiatori etici (si veda in proposito il
crescente numero di fondi “etici”). Sono un numero rilevante? In
alcuni comparti merceologici evidentemente sì (caffè e banane), ma
complessivamente, almeno per il nostro paese, sono un segmento
ridotto. E decisamente irrilevante è il numero di risparmiatori
“etici”: a fronte del gran numero di fondi dedicati, la somma
complessiva investita è di gran lunga inferiore al 1% del totale (in
America è superiore al 10%).
Affrontiamo allora il discorso più propriamente commerciale: ovvero
l’azienda che associa al prodotto nuovi elementi, diversi dalle
classiche leve di marketing qualità-prezzo. Qui la parte del leone la
fa la componente ambientale-ecologica. Vedi scarpe, mattoni e pompe di
calore.
Acqua Lete fa leva sulla componente energetico - ambientale
(attraverso un accordo con Enel sull’energia verde) nella sua campagna
a mezzo cartellonistica e stampa con slogan “Nell’ambiente si dice
siamo i primi” (il riferimento all’energia verde è comparso anche
nello spot Tv); la questione acqua minerale (e quella più vasta della
privatizzazione dell’acqua) è tema caldo per gli ambientalisti. Non so
quanto la campagna ad hoc abbia avuto successo su questo target.
Illy Caffè si concentra ad esempio sulle condizioni dei lavoratori
(con le splendide foto di Salgado a mezzo stampa) e sul suo rapporto
diretto e “equo-premiante” con gli stessi; anche Lavazza, ha lanciato
un nuovo prodotto “equo” (Tierra Lavazza) con una campagna a mezzo
stampa e addirittura Nestlè annovera tra i suoi caffè un prodotto a
marchio Trasfair. Il caffè è uno degli storici prodotti del commercio
“equo e solidale” e la quota di mercato è indubbiamente rilevante,
anche per la presenza nella grande distribuzione. Credo vedremo presto
molti produttori lanciare referenze con queste caratteristiche “eque”.
Però mentre Illy ha reso il meccanismo strutturale e strategico nel
suo processo produttivo, Lavazza e Nestlè hanno semplicemente creato
un prodotto ad hoc di nicchia. Riuscirà a far breccia nei cuori (e
nelle tasche) dei consumatori etici? Ne dubito, soprattutto nel caso
di Nestlè che da decenni è oggetto di un duro boicottaggio.
Un discorso a parte merita il Cause-related marketing, ovvero le
campagne di sostegno delle aziende a cause sociali. Qui c’è solo
l’imbarazzo della scelta, dallo splendido spot della Saiwa (per
l’AISM), alla campagna “Don’t touch my sister” di Breil (Amnesty),
all’operazione Piatto Pieno di Svelto. Non sono veri esempi di
comportamento responsabile, ma un moderno approccio al filantropismo e
alla solidarietà, sebbene molte associazioni imprenditoriali (Anima e
Sodalitas su tutte) ne facciano il loro cavallo di battaglia CSR. Di
positivo c’è che, almeno a parole, si voglia rispettare la regola che
il rapporto costi di comunicazione/denaro destinato alla causa sociale
non può essere maggiore di uno. Ci riusciranno?
Concludo con un nuovo filone della pubblicità, che definirei
educativo. Heineken ad esempio informa i consumatori del rapporto
pericoloso alcol-guida (con lo spot del cane del cieco, che barcolla
dopo un sorso di birra): questo tema è tra l’altro ripreso dal nuovo
spot della Nastro Azzurro (“quando mi faccio una nastro azzurro poi
prendo il taxi di un altro”); l’uso responsabile dell’alcol è
sostenuto anche dall’associazione ASSOBIRRA (Confindustria). Sulla
stessa onda, Enel invita al risparmio energetico (contro i suoi
interessi?), Autostrade consiglia una guida responsabile (offrendo
anche un caffè gratuito per non addormentarsi), Mentadent invita alla
prevenzione dei problemi dentali organizzando visite dentistiche
gratuite. E’ un modo di comunicare molto interessante e virtuoso, cui
fa da contraltare la pubblicità scorretta, diseducativa, passibile di
denuncia all’autority della pubblicità.
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