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Alle
radici dei meccanismi dell’ identità culturale nei paesi dei Grandi
Laghi
Jean de Dieu Ndikumana
Aloys Toyi
Al di
là dei complessi problemi di natura socio-economica e politica che
affliggono l’Africa contemporanea emergono questioni inquietanti
legate al difficile rapporto fra tradizioni etniche diverse nella
regione sovente indicata come l’“Africa dei Grandi Laghi”.
Vorremmo qui prospettare una ricerca teorica per risalire alle radici
e ai fondamenti dei rapporti conflittuali tra le diverse popolazioni
dell’Africa dei Grandi Laghi. Si tratta soprattutto di analizzare
razionalmente i confini di questo conflitto, capire i meccanismi
dell'identità culturale e allargare così lo sguardo sulla nostra
società, comprendere la nostra cultura e, piuttosto che assistere o
subire i cambiamenti, diventarne, per quanto possibile, protagonisti.
1. IDENTITÀ CULTURALE
I. 1. Concetto di identità culturale.
Questo termine associa due significati molto importanti. Il primo
è quello del concetto di “identità”, che nell’ambito
dell’esistenza ha un significato quando si ha una persona in relazione
con altri individui con i quali forma un gruppo sociale, ad esempio la
famiglia, le associazioni, la nazione. L'identità si riferisce alla
percezione che ogni individuo ha di se stesso, cioè della propria
coscienza.
Questa percezione dell’identità non è solo individuale, essa è il
riconoscimento reciproco fra l'individuo e la società e comporta
pertanto un aspetto soggettivo (la percezione del fatto che gli altri
riconoscono l'individuo, la sua identificazione e la sua continuità).
Il secondo è quello del termine "culturale” il quale ha invece
un significato più tipicamente sociologico. Esso deriva dal termine
cultura inteso come patrimonio globale evolutivo dell'individuo e dei
gruppi sociali ai quali egli appartiene. Questo patrimonio culturale è
dunque formato dalle norme di condotta, dai valori, dagli usi e dal
linguaggio che uniscono o diversificano i gruppi umani. Quando
parliamo di identità culturale di una persona indichiamo la sua
identità globale, cioè una costellazione di svariate identificazioni
particolari riferite ad altrettante appartenenze culturali distinte,
in un processo dinamico costante.
Quando si parla di diritto alla propria identità culturale (il primo
dei diritti culturali) questa viene definita sulla base di una
triplice dialettica:
- la prima dialettica è quella della diversificazione/coesione.
L'identità culturale è luogo di formazione del legame sociale e
politico; essa, lo ripetiamo, si costituisce per un processo
interattivo di assimilazione e di differenziazione nel rapporto con
l'altro. Un’identificazione è una creazione di legami. L'identità
indica un "io" che si costituisce a partire da un plurale attraverso
un movimento di andata-ritorno, d'integrazione ma anche di rigetto. In
questo senso implica una dialettica continua di diversificazione/
coesione;
- la seconda dialettica che contribuisce alla definizione
dell'identità culturale è la dialettica particolare/universale.
L'identità è il rapporto tra il dritto e il rovescio o il "faccia a
faccia" tra il carattere personale e quello comunitario, tra individuo
e società. La persona individuale non è isolata, la sua individualità
più originale si esprime quando essa si pone "di fronte" all'altro
(sia individuo o comunità). Se si afferma l'identità come un diritto
alla differenza senza indicare l'altra faccia, la somiglianza, il
diritto alla mia identità si trasforma in pseudo-diritto. L'esperienza
democratica consiste meno nel giocare la carta dell'universale contro
quella del singolare e viceversa che nel vivere la tensione storica,
quella cioè che si pone tra il singolare e l'universale senza
rinunciare all'uno o all'altro;
- la terza dialettica che costituisce la dinamica di ogni diritto
culturale (primo tra i quali il diritto alla propria identità
culturale) è la dialettica del processo/risultato. L'identità
culturale non è un dato fossilizzato, essa comporta un atto permanente
di identificazione che suppone nello stesso tempo la tradizione (quel
patrimonio identitario che ci è stato trasmesso per nascita o
attraverso i cicli vitali dell'uomo) e la libertà che esprimono le
diversità volontarie, le scelte etiche dell'uomo. Qualsiasi
identificazione di una soggettività (sia essa il soggetto personale o
comunitario) si effettua su ciò che abbiamo definito il faccia a
faccia tra tradizione e libertà, senza il quale non si può concepire
il diritto all'identità.
La definizione di identità culturale concepita sulla base della
triplice dialettica (particolare/universale; processo/risultato;
diversificazione/coesione) corrisponde alla definizione di identità
culturale adottata dal progetto relativo a una "dichiarazione dei
diritti culturali" formulata dal Consiglio d'Europa e dall'UNESCO.
Ai fini di questa dichiarazione con l'espressione "identità culturale"
si intende l'insieme dei riferimenti culturali tramite i quali una
persona o un gruppo si definisce, si manifesta e desidera essere
riconosciuto; l'identità culturale implica le libertà inerenti alla
dignità della persona e integra in un processo permanente la diversità
culturale, il particolare e l'universale, la memoria e il progetto.
I. 2. Identità o identificazione.
È significativo il fatto che la nozione di identità culturale sia
evocata principalmente in congiunture o situazioni di conflitto.
L’identità non è mai acquisita nella tranquillità, essa è rivendicata
come garanzia contro la minaccia di essere trascurati o annientati che
può essere rappresentata da un’“altra identità” o da una cancellazione
dell’identità stessa (spersonalizzazione).[1]
Al limite è la nozione stessa ad essere una contraddizione in termini,
sarebbe più esatto dire che l’identità è un processo della tradizione,
è uno dei nomi privilegiati della tradizione nelle società
contemporanee e precisamente nella cultura. In realtà non si può fare
riferimento solo a una o a più identità, si deve fare riferimento
all’identificazione stessa. In pratica per determinare noi stessi
abbiamo bisogno di riconoscere l’azione degli altri e, dall’altra
parte, ci aspettiamo che le nostre azioni siano dagli altri
riconosciute. Senza questo nessuno è in grado di determinare se
stesso, ciò che è o ciò che vuole essere.
L’identificazione avviene dunque attraverso una serie di processi di
riconoscimento. Ogni nostra azione viene sanzionata positivamente o
negativamente dagli altri e attraverso questa esperienza impariamo a
identificare noi stessi. Il riscontro è necessario.
Naturalmente ciò ha valore solo se gli altri sono da noi riconosciuti
come dotati di significato o di valore, non ci interessa il
riconoscimento da parte di coloro ai quali non attribuiamo alcun
significato. È qui che diventa decisivo il costituirsi di «cerchie di
riconoscimento» sufficientemente omogenee da poter garantire che il
processo vada a buon fine: è qui che avviene il passaggio
dall’identità individuale a quella collettiva. Naturalmente nel caso
più specifico dei soggetti collettivi è poi necessario che questo
processo sia stabilizzato, istituzionalizzato.
Diventano dunque fondamentali quei ruoli sociali o confini nazionali
che determinano un’identità collettiva definita in base ad una
differenza rispetto a qualcun’altro. Uno dei caratteri fondamentali
della dinamica del riconoscimento è che essa è legata in modo
inscindibile ad una certa distinzione, ad una certa differenza (come
un’onorificenza, che non avrebbe significato se fosse concessa a
tutti).
II. IDENTITÀ CULTURALE NEI PAESI DELL’ AFRICA DEI GRANDI LAGHI
II. 1. L’espressione « L’Africa dei Grandi Laghi »
In origine è stata utilizzata dagli esploratori come gli inglesi
Richard Francis Burton (1841-1890) e John Rowlands Henry Morton
Stanley (1841- 1904) che andavano alla ricerca della sorgente del
fiume Nilo. In seguito a questa espressione è stata preferita quella
di “Africa inter-lacustre”. Nel convegno organizzato a Bujumbura nel
settembre del 1979, dedicato all’“antica civiltà dei popoli dei grandi
laghi”, l’espressione “inter-lacustre” ha avuto un momento di favore
per indicare l’insieme di paesi composto dalla Tanzania, l’Uganda, il
Congo, il Ruanda e il Burundi. Questo termine in realtà era improprio
in quanto evocava un’immagine caratterizzata dalla presenza di specchi
d’acqua molto lontana dall’effettiva situazione geografica di questa
regione dominata dalle montagne. In realtà l’espressione “la regione
dei grandi laghi” in Africa trova la sua ragion d’essere nella
presenza dei cinque grandi laghi: Vittoria, Alberto, Edoardo, Kivu e
Tanganica. La rete idrografica della regione dei grandi laghi è
particolarmente fitta.
II. 2. Un popolamento
complesso
« L’Africa inter-lacustre è abitata da vari popoli fra i quali
i principali sono i Banganda, i Banyankole, i Banyoro, i Banyarwanda,
i Banyambo, i Bahaya, i Bashi, i Bashubi, i Barundi e i Baha e ognuno
parla una propria lingua. All’interno di questi popoli si distinguono
delle categorie sociali che si differenziano soprattutto per una
tendenza alla specializzazione economica e che presentano in una certa
misura delle somiglianze morfologiche».[2]
Così per esempio:
I BAHUMA (Tanzania), i BAHIMA (Tanzania e Uganda), i BATUTSI
(Tanzania, Burundi, Ruanda), i BALUZI (R.D.C) erano dediti
maggiormente all’allevamento dei bovini.
I BAIRU, i BANYAMBO, i BAHUTU, i BALEGA si dedicavano soprattutto
all’agricoltura.
I BATWA, i BANAKALANGA si orientavano piuttosto verso la pesca e la
caccia.
Esiste un complesso sistema di clan diverso da un paese all’altro:
- esistono paesi con un numero ridotto di grandi clan: in Uganda
esistono una quarantina di clan con nomi di totem tramite i quali i
loro membri si riconoscono e il Ruanda ha diciotto clan comuni ai
Bahutu, Batutsi e Batwa.
- esistono paesi con una divisione in clan molto frammentata: il
Burundi con 220 clan e la Tanzania con circa 300 clan. Contrariamente
al Ruanda e all’Uganda questi clan sono al tempo stesso comuni e
particolari, c’è accavallamento e non integrazione.
La relativa varietà dei caratteri somatici e alcuni tratti della
specializzazione nell’ambito delle attività lavorative hanno spinto
molti autori a considerare i Batwa, i Bahima, i Batutsi, i Bairu e i
Bahutu prima come delle tribù, poi come delle etnie.
La questione cruciale è: a partire da quale periodo l’uomo ha occupato
le terre dell’Africa dei Grandi Laghi? E quali furono le prime
popolazioni che abitarono le foreste e le savane dell’Africa
inter-lacustre?
Nella regione dei grandi laghi fino ad oggi non sono ancora stati
scoperti fossili di “Australopiteco”, di “Uomo di Neanderthal” o di
“Homo Sapiens”, mentre oggetti d’uso comune appartenenti alle tre età
si trovano in misura significativa. La testimonianza di queste antiche
tracce della presenza umana mostrano che il popolamento dell’Africa
inter-lacustre deve essere fatto risalire alla preistoria o a tempi
ancora più remoti. La relativa varietà dei caratteri somatici portò
molti autori a spiegare il popolamento e anche la civilizzazione di
questa regione secondo uno schema d’invasione più meno recente da
parte delle diverse razze venute dall’Asia, dall’Oceania o dalle
regioni settentrionali del continente africano. I progressi della
ricerca portano ad esprimersi con estrema prudenza sulla questione del
popolamento. I fenomeni di metissage, di acculturazione, di
diversificazione per allontanamento, in breve la storia profonda di
questo popolo impedisce di credere ad una sorta di esistenza eterna
delle “etnie” quali si presentano nel ventunesimo secolo. Il
popolamento di quelli che diventeranno i regni dei grandi laghi
affonda le sue radici nella notte dei tempi.
III. STRUMENTALIZZAZIONE DELLE CATEGORIE ETNICHE
III. 1. Il potere tradizionale: la sovranità come simbolo di
unificazione.
Il regno dei grandi laghi dell’Africa orientale sorprendeva per la
coesione e la complessità delle sue strutture in una società che non
disponeva né di ricchezze né di scrittura e nella quale la tecnologia
rimaneva un fenomeno precario. In genere le classi che detenevano il
potere si distinguevano dalle altre per il loro stile di vita, per un
proprio linguaggio e vocabolario particolare e per la pratica della
cultura sociale. Questa pratica e queste usanze permettevano loro di
creare una coscienza comunitaria e di mantenere un certo equilibrio
nella società. L’autorità politica apparteneva ad una classe ben
definita. « Accanto alle tre categorie (Bahutu, Batwa e Batutsi)
abbiamo dei gruppi di nobili che detengono il potere chiamati “BAGANWA”.
Sono le grandi famiglie fra le quali viene scelto il capo o sovrano,
la loro vocazione è quella di governare. Certi gruppi come i Babito
del Bunyoro e i Baganwa del Burundi si consideravano differenti delle
altre parti della popolazione, altri come i Banyiginya del Ruanda
appartenevano ai
Batutsi e i Bahinda dello Nkore si dicevano hima.»[3]
La penetrazione dell’autorità regale nella rete delle discendenze ha
seguito tre vie: quella dell’alleanza matrimoniale (certe famiglie
forniscono delle spose di stirpe regale secondo un’alternanza
particolarmente controllata e severa quando si tratta delle future
regine madri); quella delle posizioni dei funzionari della corte
(basate su certi privilegi o incarichi pratici e di protocollo
politico) e quella della linea di discendenza sacra (soprattutto le
cerimonie di iniziazione offrivano alla comunità l’opportunità di
verificare le doti profetiche ed i poteri di coloro che avrebbero
potuto ricoprire il ruolo di capo). La sovranità era un simbolo di
unificazione, cioè il sovrano era una figura nella quale si
identificano tutte le componenti sociali, così era minore la
possibilità di frustrazione causata dall’assunzione totale e assoluta
del potere da parte di una sola componente etnica, anche se
maggioritaria.
III. 2. Le identità nazionali e il potere coloniale.
III. 2. 1. L'amministrazione indiretta tedesca.
A differenza delle altre regioni dell’Africa orientale tedesca
amministrate in maniera diretta dal governo, appoggiato spesso da
intermediari arabi, il Burundi, il Ruanda e il protettorato di Bukoba
furono soggetti ad un’amministrazione indiretta, cioè le autorità
tedesche di Dar-Es-Salam controllavano le autorità tradizionali sul
posto.
Nel 1906, i tedeschi crearono due protettorati distinti: Ruanda e
Urundi. Quest’ultimo avrà Usumbura come capitale fino al 1912. I
tedeschi hanno introdotto in questi paesi l’uso della moneta (la Rupia
d'argento e lo Heller di rame). L'amministrazione tedesca aveva
previsto un assestamento della rete stradale e aveva messo a punto un
progetto per la costruzione di una ferrovia che unisse il lago
Tanganica e l’Oceano Indiano passando per Tabora e la Ruvubu, aveva
anche istituito un servizio di battello a vapore sul lago Tanganica.
In ambito agricolo i tedeschi hanno introdotto la patata e altre
culture acquatiche oltre al caffè, e avevano iniziato una politica
forestale nella regione. Dal punto di vista della sanità, hanno fatto
grandi sforzi per debellare alcune malattie epidemiche quali il vaiolo
e la malattia del sonno. Sul piano della formazione intellettuale
prevedevano di formare dei quadri a partire dall’elite tradizionale,
cosi furono aperte delle scuole. La colonizzazione tedesca ebbe fine
con l’inizio della Prima Guerra Mondiale.
III. 2. 2. L’annessione del Ruanda-Urundi da parte del Belgio.
Al momento dell’entrata in vigore del patto della S.D.N., parte
integrante del trattato di pace di Versailles, tutte le vecchie
colonie tedesche sono state dichiarate paesi sotto “mandato”. I
potenti vincitori al trattato di Versailles riconoscono ai paesi
dell’Africa centrale lo statuto di mandato B.[4]
Il 21 Agosto 1925 il Belgio vota una legge sul governo del
Ruanda-Urundi decidendo di annettere amministrativamente il territorio
sotto il mandato del Congo Belga. Annettendo il Ruanda-Urundi il
Belgio realizza un vecchio sogno del re belga Leopoldo II: costituire
un impero del Congo-Ruanda-Urundi. La ragione fondamentale è di ordine
economico: « Il Ruanda-Urundi per la sua densità di popolazione è
profondamente diverso dal Congo e soprattutto dalla regione del
Katanga, dove la mancanza di mano d’opera è preoccupante. Per
sfruttare le infinite ricchezze del paese si prevede subito di
incanalare l’emigrazione dei Burundesi e dei Banyarwanda verso le
colonie. In secondo luogo, per fornire cibo ad alcune regioni del
Congo sarà un aiuto prezioso la produzione alimentare abbondante della
pianura della Rusizi».[5]
III. 2. 3. Migrazioni dei Burundesi e dei Banyarwanda verso i paesi
limitrofi.
Già a partire degli anni venti si assistette ad un movimento
migratorio spontaneo di persone che lasciavano definitivamente o
temporaneamente il Ruanda-Urundi. Le autorità tedesche pensarono
subito di usare la mano d’opera abbondante del Ruanda e del Burundi
nelle piantagioni della costa dell’Oceano Indiano, dove la densità
della popolazione era minore. Le autorità mandatarie fecero di tutto
per orientare i movimenti migratori verso il Congo Belga, dove il
lavoro nelle aziende del Katanga e nelle piantagioni del Kivu
attendeva un aumento della mano d’opera. « Le autorità mandatarie
prevedevano di insediare dei Burundesi e dei Banyarwanda nella regione
del Katanga, nelle zone di Mugila e Marungu, luoghi dove le condizioni
climatiche e agricole erano quasi uguali a quelle del territorio sotto
mandato (...) si vedrà costituirsi rapidamente una vera e propria
colonia di popolamento di gente originaria del Ruanda-Urundi.»[6]
Tab. 1. La migrazione verso
l’Africa orientale
Anno
|
Barundi |
Banyarwanda |
|
1933 |
231 |
1 708 |
|
1934 |
200 |
2 016 |
|
1935 |
131 |
2 358 |
|
1936 |
492 |
3 501 |
|
1937 |
1 446 |
2 988 |
|
1938 |
3 105 |
4 522 |
|
1939 |
3 024 |
4 993 |
|
1940 |
2 910 |
4 790 |
|
Totale |
11
539 |
26
876 |
| |
Tab. 2. Emigrazione verso
il Congo
Anno
|
Barundi |
Banyarwanda |
|
1930 |
4250 |
2965 |
|
1931 |
2690 |
4170 |
|
1933 |
1442 |
6812 |
|
1934 |
5639 |
11149 |
|
1935 |
12811 |
24118 |
|
1936 |
29391 |
20949 |
|
1937 |
19089 |
25734 |
|
1938 |
24501 |
24202 |
|
1940 |
38886 |
22384 |
|
Totale |
162135 |
144513 |
| |
« Alla
S.D.N. la Commissione permanente per i mandati cominciò a preoccuparsi
seriamente di questa emigrazione nel 1925 (…). Dieci anni dopo la
stessa Commissione chiese dei chiarimenti sul problema che definì
‘gravissimo per il futuro’. Non avendo nessun potere se non quello di
raccomandazione, la S.D.N. non riuscì a fermare questo movimento
migratorio, quindi il Belgio fu libero di agire a suo piacimento. Il
Belgio trovava nell’emigrazione una sorta di valvola di sicurezza sul
piano sociale, allo stesso tempo il suo alleato britannico poteva
usare in Uganda una mano d’opera docile e a buono mercato.»[7]
Nel suo rapporto annuale dal 1925-1926, Mons. Gorju, vescovo del
Burundi, parla di un sentimento nuovo per quella società, cioè
l’invidia del denaro e dei vestiti moderni che causa la migrazione dei
giovani verso la Tanzania, l’Uganda e il Congo Belga. «Elle a», scrive
il vescovo, «déjà emporté vers Bukoba, vers l’Uganda ou même la
Katanga un certain nombre de jeunes.(…). L’exode ira
croissant sans doute, car l’union minière du Katanga est en train de
créer à Usumbura un camp important pour faciliter l’embarquement et le
débarquement des travailleurs qu’elle enrôle »[8].
Nella sua relazione annuale per il 1948-1949 lo stesso vescovo parla
del pericolo di questa migrazione per la cristianità perché « le
départ des jeunes vers l’Uganda cause la séparation des parents avec
leurs enfants et des femmes avec leurs maris »[9].
Conclusione
La realtà di questa regione ci fà ben comprendere che i conflitti
che dilaniano la nostra sub-regione sono conflitti multiformi ma anche
multietnici, che esigono quindi un approccio multidimensionale. Lo
schema facile e semplicistico del genere “conflitto Hutu-Tutsi” per il
Ruanda e il Burundi, la questione della nazionalità nell’Est dello
Zaire causata dalla migrazione dei Ruandesi e Burundesi durante la
colonizzazione per fornire mano d’opera alle zone delle miniere non
sono che una faccia di questo conflitto nel quale i protagonisti sono
ben felici di confondere le tracce.
I conflitti che devastano la regione dei grandi laghi sono la
giustapposizione di conflitti tra alcune etnie, tra alcuni politici,
tra alcune regioni, tra individui, tra ricchi e poveri, governanti e
governati, oppressori ed oppressi, dittatori e democratici, ecc.
Le loro radici fondamentali ci sembrano essere economiche e politiche.
Questi conflitti sono scoppiati quando il tessuto sociale che ne
costruisce lo sfondo si è deteriorato ed è diventato incapace di
produrre anticorpi se non per sradicare il male almeno per attenuarne
i danni.
Gli scontri recenti tra gruppi si sono intensificati soprattutto dopo
l’indebolimento delle dittature dovuto al crollo del blocco sovietico
e alla moltiplicazione delle tensioni all’interno dei nostri paesi.
Dopo la fine della guerra fredda il Burundi, il Ruanda e la Repubblica
Democratica del Congo vivono una situazione economica drammatica che
colpisce soprattutto i giovani. Questa deriva viene vissuta sotto
forma di insicurezza rispetto all’avvenire, alla disoccupazione, alla
fame, alla miseria e provoca così nervosismo, scoraggiamento e rivolta
nella popolazione. Sopraffatti dagli avvenimenti per aver scelto nei
nostri paesi una gestione dilettantistica del potere basata sul
saccheggio sistematico delle ricchezze, i politici si dedicano ora ai
favoritismi, alle divisioni, agli antagonismi abilmente presentati con
un linguaggio menzognero.
Il sistema dittatoriale funziona così su un fondo di menzogna e di
violenza omicida. Il potere fa diventare norma questa mancanza di
misura, questa scissione, questa confusione e rovesciamento di valori.
Questa menzogna viene imposta con la forza di un’evidenza al di sopra
di ogni contestazione. Sopravvivere, emergere in questo sistema è
possibile solo al prezzo di complicità con le istanze che
sistematizzano la menzogna e la violenza.
Incapaci di presentare un progetto di società che raggiunga
l’unanimità, i politici, per coprire la loro mediocrità, aizzano la
popolazione contro se stessa sulla base dell’etnia, della provenienza
geografica, della religione, della ricchezza, ecc.
[1]
Balibar, E., Identità culturale, Ed. Franco Angeli, Milano,
1991, p. 27.
[2]
E. Mworoha, Peuples et
rois d’Afrique des Lacs, Les Nouvelles Editions Africaines,
Dakar-Abidjan, 1977, p. 22.
[3]
E., Mworoha, Op.Cit., p.30.
[4]
Si deve al Generale Smuts, rappresentante
dell’Africa del Sud alla conferenza di Pace, la proposta di creare
dei mandati internazionali. Le sue idee sono esposte in un
opuscolo intitolato: The League of Nations: A Practical Suggestion,
apparso a Londra nel 1918. L’art. 22 del Patto della Società delle
Nazioni stabilisce tre tipi di mandati secondo il grado di
sviluppo dei popoli, la loro situazione geografica, le loro
condizioni economiche. Il
mandato A riguarda i paesi dell’antico Impero Ottomano, Palestina,
Irak, Siria; il mandato B si riferisce ai paesi dell’Africa
centrale che , avendo raggiunto un certo grado di sviluppo, devono
essere amministrati dal mandatario secondo certe obbligazioni; i
paesi del mandato C (isole del Pacifico e del Sud Ovest africano
sono amministrati come parte integrante del territorio del
mandatario.
Cfr. J. Gahama, Le Burundi sous administrations
belge, Kart hala, Paris, 1983, pp. 37-38.
[5]
J. Gahama, Ibidem, p. 47.
[6]
cfr J. Gahama, Op. Cit. , pp. 372 - 378
[7]
J. Gahama, Op. Cit., p. 381.
[8]
Vicariat apostolique de l’Ourundi; Rapport annuel 1925-1926,
Maison-carrée, p. 97.
[9]
Vicariat apostolique de l’Ourundi; Rapport annuel 1948-1949,
Maison-carrée, p. 58.
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