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Come ottenere comportamenti etici da parte
delle imprese in una società globalizzata?
Lezione inaugurale del III
Master “Management e Responsabilità Sociale d’Impresa”
Roma, 18 novembre 2005
Vera Zamagni
L’espressione Responsabilità Sociale dell’Impresa traduce
dall’inglese Corporate Social Responsibility, dove è
l’aggettivo “corporate” a non corrispondere con precisione
all’italiano. Infatti “impresa” è un sostantivo che si applica a
qualsiasi forma di attività economica condotta da un agente
(imprenditore) che rischia in proprio, mentre l’ag-gettivo “corporate”
si applica a quella particolare forma d’impresa che è la “corporation”,
ossia in italiano la grande impresa capitalistica. In realtà, il
problema che la RSI vuole affrontare riguarda proprio la
corporation che fin da subito è stata estranea a quella “naturale”
responsabilità sociale che le varie altre forme d’impresa
(artigianali, civili, cooperative) hanno sempre dimostrato di avere,
per il radicamento sul territorio che le caratterizza e anche per la
loro limitata dimensione, che non consente alcun “potere di mercato”.
E’, invece, la grande dimensione della corporation, insieme con
la cosiddetta “organizzazione scientifica del lavoro”, ossia la catena
di montaggio, e con la sua presenza pluri-nazionale, che hanno
contribuito a rendere la gerarchia di comando che governa la
corporation sempre più estranea non solo ai lavoratori che
eseguono, ma anche al contesto territoriale che ospita la grande
impresa, mentre il suo elevato grado di potere di mercato l’ha spinta
a vessare fornitori e amministrazioni pubbliche, piuttosto che a
collaborare con essi. Quanto ai consumatori, questi vengono “indotti”
al consumo da pubblicità sempre più invadenti e subliminari, piuttosto
che persuasi della bontà del prodotto stesso da un’informazione
trasparente.
In questo paper affronterò dapprima gli sviluppi che hanno generato la
corporation e le modalità operative che questa ha assunto.
Vedremo poi quali “barriere” sono state poste dalla legislazione per
evitare comportamenti irresponsabili, quando non del tutto
fraudolenti, da parte delle grandi imprese. Da ultimo, analizzeremo
che cosa può fare la RSI e infine trarremo qualche conclusione.
1. Come si sviluppa la moderna società di capitali.
Risale all’XI secolo l’introduzione in Occidente (Venezia e Genova in
primis)[1]
della “commenda”, ossia di quella forma d’impresa che poi diventerà
generalizzata che permetteva l’investimento di capitale da parte di
soggetti che non erano direttamente interessati all’impresa,
utilizzando la formula della responsabilità limitata[2].
A beneficiarne furono in primo luogo le imprese marittime, poi con
l’appellativo di accomandita il contratto a responsabilità limitata
venne esteso anche ad altre attività commerciali ed industriali[3].
Nel corso del XVI secolo nacquero in Olanda le borse[4]
e nel XVII secolo tra Olanda, Gran Bretagna e Francia le società per
azioni; è in questo contesto che si verificarono i primi importanti
episodi speculativi, che necessitarono dei primi interventi pubblici
volti a controllare la speculazione finanziaria. Forse il più curioso
è quello della “mania dei tulipani” che scoppiò nella borsa di
Amsterdam tra 1636 e 1637. I bulbi, importati dall’Oriente, erano
stati perfezionati dagli agronomi olandesi e venivano molto apprezzati
e venduti a caro prezzo. Sorsero società di produzione e commercio dei
bulbi di tulipano, le cui azioni venivano scambiate in borsa a prezzi
sempre più elevati, cosicchè chi voleva comperarle ipotecò case e
terreni. Quando nel febbraio 1637 si verificò il crollo del corso
delle azioni, le autorità dovettero intervenire a bloccare il panico,
proclamando la moratoria dei pagamenti e l’annullamento dei contratti
più evidentemente esagerati[5].
Ma sicuramente l’episodio speculativo più noto per i suoi estesi
effetti macroeconomici e per la legislazione che provocò fu quello
legato a John Law (1716-1720), emerso nello snodo tra il finanziamento
delle grandi Compagnie per il commercio con l’America, l’Asia e
l’Africa, l’immissione di circolazione cartacea e il collocamento di
debito pubblico. L’originale nesso che John Law costruì fra i diversi
flussi finanziari sopra citati finì in un colossale crollo che si
propagò dalla piazza originaria (Parigi) attraverso tutti gli altri
centri finanziari europei, un po’ per l’impianto troppo avveniristico
del sistema di Law, un po’ per la mancanza di controlli sulla
costituzione di nuove società per azioni e sulla loro quotazione in
borsa[6].
Fu soprattutto in Gran Bretagna che con il Bubble Act del 1720
tali controlli iniziarono ad essere resi stringenti, pur senza poter
sconfiggere definitivamente né la speculazione né le crisi finanziarie[7].
Nella seconda metà dell’Ottocento assistiamo ad un altro anello
significativo dell’evoluzione della società per azioni, che ha luogo
negli Stati Uniti, un paese che raccoglie e rilancia in un modo tutto
particolare l’eredità europea. Muovendosi in un’area geografica
immensa, ma sottopopolata e priva di strutture di mercato, i soggetti
imprenditoriali americani tesero fin da subito a creare grossi
complessi produttivi che mettevano la dimensione al primo posto,
rivelando forti tendenze monopolistiche che dovettero essere
contrastate attraverso provvedimenti legislativi. Fu così che già dal
1890 con il primo Sherman Act la Corporation americana si trovò
di fronte ad un legislatore deciso a non permettere un esito letale
per la concorrenza – ossia la nascita di monopoli – anche se non
incline a contrastare radicalmente l’ascesa dimensionale delle imprese
produttive, come aveva fatto invece con le banche attraverso il
Banking Act del 1864. In quest’ultimo caso, infatti, la legge
americana si era spinta ad imporre la piccola dimensione, impedendo la
proliferazione di sportelli da parte della stessa banca e mantenendo
quindi un sistema bancario fortemente frammentato[8].
Non potendo dunque esaurire in un singolo settore la sua ansia di
crescita dimensionale, la corporation iniziò a integrarsi
verticalmente, poi a crescere per linee laterali più o meno
complementari diventando un congelomerata, quindi ad espandersi
all’estero multinazinalizzandosi. Questo modello di impresa si affermò
con difficoltà in Europa e Giappone, dove più a lungo resistettero le
piccole imprese familiari e i sistemi di impresa organizzati in
cluster locali o in gruppi più o meno coesi (famosi sono gli
zaibatsu, poi keiretsu giapponesi). Il suo controllo
divenne sempre più problematico e dunque si sviluppò un sistema
stratificato di managers che formano una gerarchia ben strutturata e
funzionale, la quale ha comunque fatto sorgere una serie di
problematiche di controllo non indifferenti[9].
L’ultimo anello della catena che ha portato la società di capitali
alla loro configurazione attuale è costituito nella seconda metà del
Novecento dalla globalizzazione e finanziarizzazione del mercato
internazionale. Con la globalizzazione, le grandi imprese diventano da
multinazionali a transnazionali: se la multinazionale replicava il
proprio impianto produttivo all’interno di ciascun paese in cui era
presente, minimizzando gli scambi internazionali e obbedendo alle
legislazioni nazionali, con la transnazionale il processo produttivo
viene articolato su livello mondiale, con l’obiettivo di porre le
legislazioni nazionali al servizio dell’impresa, la quale colloca i
processi a più alta intensità di lavoro nei paesi dove il lavoro costa
meno, i processi a più alta intensità di capitale nei paesi dove il
capitale è più a buon mercato ed è meno tassato e così via,
perseguendo la propria logica di massimizzazione del profitto
attraverso un intenso commercio internazionale di prodotti intermedi
trasferiti spesso a prezzi di comodo[10]
fino ad arrivare sui mercati di consumo con prezzi altamente
concorrenziali. Il governo di simili transnazionali è diventato ancora
più complesso, nella misura in cui l’intero processo produttivo è
scomposto in passaggi realizzati in più nazioni con legislazioni
differenti, mentalità, usi e costumi differenti.
Quanto alla finanziarizzazione, l’abbandono del sistema di Bretton
Woods nei primi anni 1970 e l’adozione di tassi di cambio flessibili
hanno fatto piombare il mondo in un vortice speculativo che non poteva
verificarsi con il gold standard, sia pur in presenza di
controlli assai più sofisticati che non in passato e di una
collaborazione tra banche centrali mai sperimentata prima, che hanno
finora evitato crisi mondiali. Questo nuovo assetto dei pagamenti
internazionali, in passato esistito solo in periodi di guerra (in cui
gli stati attivavano altri controlli amministrativi) ha determinato il
duplicarsi dei mercati finanziari fra transazioni a pronti e
transazioni a termine (spot and future markets), con la nascita
di servizi finanziari di copertura dei rischi (hedging). Su
questa base si sono innestate le “innovazioni finanziarie”,
sostanzialmente basate sulla cartolarizzazione (securitization)
dei debiti[11],
sui derivati (derivatives) e sulle operazioni over the
counter (oppure anche dette off balance-sheet, che sono
plafond di impegni di pagamento non registrati in bilancio da
utilizzare in caso di bisogno). Sono così di molto aumentate le
occasioni per far soldi a mezzo di soldi con la mobilitazione di
capitali a breve termine (hot money) in operazioni di
arbitraggio, accompagnata dall’uso delle cosiddette innovazioni
finanziarie e delle transazioni off-shore nei “paradisi
fiscali”, dove i movimenti di capitale hanno una tassazione nulla o
vicina allo zero e non sono richiesti di trasparenza informativa,
potendo quindi facilmente occultare un riciclaggio di capitali
guadagnati illecitamente o degli artifici contabili truffaldini. La
finanza, che è storicamente nata per aiutare i poveri ad uscire dalla
loro indigenza (si pensi ai Monti di Pietà, alle Casse di Risparmio,
alle banche popolari e alle cooperative di credito) e per convogliare
i risparmi a scopi produttivi a beneficio dell’intera società, è
diventata largamente autoreferenziale.
La finanza ha assunto aspetti di vero e proprio gioco d’azzardo (gambling)
con l’utilizzo, iniziato da Michael Milken negli anni 1980, dei
cosiddetti junk bonds (titoli spazzatura), obbligazioni di
società con merito di credito basso, ma rendimenti elevati per
compensare l’elevato rischio di default. Si è dimostrato che su
una media pluriennale, pur scontando i tassi di default, i
rendimenti medi di fondi basati sui junk bonds sono stati
superiori a quelli di fondi composti da obbligazioni “normali”. Si è
dunque venuto a creare a livello mondiale un “castello” finanziario
sempre più imponente e sempre più distante dalla base reale
dell’economia. Anche le società produttive sono state costrette ad
esercitarsi sui mercati finanziari, per allargare la platea dei loro
finanziatori, per impiegare il cash flow, per sostenere la
redditività dell’azienda, finendo talora stritolate dagli eccessi
speculativi degli uffici finanziari loro o altrui.
Si può ricordare in questo contesto il famoso caso capitato all’ENI
nel luglio 1985. Era nell’aria una svalutazione della lira, ma l’ENI
non sapeva che Bankitalia l’aveva programmata per il lunedì 22 luglio.
Il venerdì mattina precedente, 19 luglio, il direttore finanziario
dell’ENI Mario Gabbrielli ordinò di acquistare al fixing 125 milioni
di $ per il rimborso di un prestito attraverso la Banca San Paolo.
Bankitalia insistette con il funzionario (senza che Gabrielli potesse
essere avvertito perché in viaggio senza telefono) affinchè
l’operazione fosse rinviata al lunedì successivo, ma la Banca San
Paolo procedette, acquistando dollari a 2200 lire per $ invece che a
1900 (il lunedì successivo, la lira fu svalutata a 1950 lire per $).
L’ENI sborsò 35 mld lire in più[12],
ma intentò causa al San Paolo, vincendola in Cassazione nel 1998 ed
ottenendo il risarcimento. Gabbrielli dovette però lasciare la
direzione finanziaria dell’ENI, sull’onda delle accuse a lui rivolte.
In una recente intervista[13],
Gabbrielli non solo chiarisce la sua innocenza rispetto al caso in
questione, ma rivela che nei dodici mesi precedenti con opportune
operazioni sui cambi aveva fatto risparmiare all’ENI ben 250 mld lire,
il che, nel contesto della presente argomentazione, serve a chiarire
quanto una società produttiva può guadagnare o perdere per motivi
meramente legati alla fluttuazione dei cambi.
Ma persino fondi amministrati con criteri “scientifici” da illustri e
specchiate personalità possono rivelare rischi paurosi. E’ il caso del
fondo LTCM (Long Term Capital Management), creato nel 1994 con
1,3 mld $ da soci di elevata professionalità fra cui due premi Nobel,
che avevano pensato di applicare modelli matematici di previsione
dell’andamento del mercato basati sull’assunto di riduzione
progressiva dei divari fra i prezzi sui vari mercati. Attraverso il
leverage (ossia la leva finanziaria, anche detta indebitamento) e
le operazioni over the counter, il fondo aumentò a dismisura il
suo giro d’affari. In alcuni momenti l’indebitamento fu pari a 40-50
volte il capitale, ma gli affari sembravano fiorire, persuadendo anche
molte istituzioni ad investire nel fondo. Nel 1995 si ottenne un tasso
di rendimento del 43%, nel 1996 del 41% e nel 1997 del 17%. La crisi
asiatica e quella russa del 1998 diedero però un colpo fatale al
fondo, che cercò di liquidare le proprie posizioni maggiormente
speculative, facendo ulteriormente diminuire il prezzo dei titoli, di
cui deteneva una larga fetta. Per evitare un crack di proporzioni
incalcolabili, la Federal Reserve americana riunì nel settembre del
1998 i principali creditori, che ricapitalizzarono l’LTCM, esautorando
i precedenti proprietari del fondo, i quali persero tutti i loro
capitali[14].
2. Il controllo della corporation.
Nella corporation in linea di principio i managers
hanno il potere di controllare l’amministrazione dell’azienda e la
proprietà nomina i managers. Ora, questa separazione fra proprietà e
controllo, tanto discussa dalla letteratura e per lungo tempo
giudicata positivamente[15],
ha presentato col tempo seri problemi, in gran parte connessi con il
predominio dei managers, che hanno oscurato le capacità di
supervisione dei managers da parte della proprietà[16].
I managers, infatti, hanno cercato di influire sempre più pesantemente
nella nomina dei consiglieri di amministrazione, per avere dei
rappresentanti della proprietà a loro favorevoli, vanificando dunque
il potere di controllo sui managers da parte dei consigli di
amministrazione[17].
Inoltre, vantando una asset specificity sempre maggiore, hanno
dato la stura ad una escalation dei loro compensi, che si è portata
dietro una escalation dell’intero sistema di incentivi monetari su cui
la gerarchia manageriale è basata[18].
Fra questi incentivi, da notare particolarmente sono le stock
options, che fanno diventare i managers stessi proprietari delle
imprese e dunque singolarmente interessati alla valorizzazione delle
loro azioni.
Quando poi fra i proprietari si sono fatti largo i fondi pensione e
una quantità di altri soggetti non imprenditoriali, interessati ai
flussi di rendimento monetario annui più che alla salute a lungo
termine delle imprese, i managers hanno incominciato a sposare il
cosiddetto “cortotermismo”, ossia una filosofia di alti rendimenti sul
breve termine, raggiunti con tutti gli strumenti disponibili: rinviare
costi e ammortamenti al futuro, tagliare drasticamente i rami
d’azienda (al momento poco fiorenti, acquisire o vendere scatole più o
meno vuote allo scopo di ottenere guadagni di arbitraggio, tagliare
selvaggiamente il personale (downsizing), finendo col governare
l’impresa non più interessandosi a sviluppare i suoi prodotti
salvaguardando la dignità di chi vi lavora, ma badando esclusivamente
a raggiungere rendimenti finanziari interessanti (attraverso i
capital gains) per gli azionisti (rule by numbers oppure
by ratios). Se la tendenza è questa, si può comprendere come sia
spianata ai managers la strada che li spinge verso il baratro dei
comportamenti illeciti, senza che dall’interno dell’azienda vi siano
sufficienti “anticorpi” per fermarli. Se gli azionisti, dunque,
vengono tenuti all’oscuro o vengono solo parzialmente informati o sono
conniventi, e così anche i sindaci delle imprese, quali sono oggi le
barriere esistenti per bloccare la strada dei comportamenti nelle
società di capitali?
Una prima barriera può essere fornita dalle società di
revisione/certificazione, quando vengono opportunamente utilizzate.
Porterò un esempio assai interessante, emerso nel corso del mio lavoro
di ricerca per ricostruire la storia dell’Italcementi[19].
Nel mese di febbraio 1992, Giampiero Pesenti, che era da tempo alla
ricerca di internazionalizzare la sua florida azienda cementiera
nazionale, venne a sapere che Paribas, la quale deteneva la
maggioranza delle azioni dell’azienda francese Ciments Français,
seconda azienda cementiera francese, ampiamente multinazionalizzata,
era disponibile alla vendita. Iniziarono le trattative, nel corso
delle quali si venne ad evidenziare l’elevato indebitamento
dell’azienda francese, che forniva il motivo ufficiale per cui Paribas
ne favoriva l’alienazione. Dopo vari ripensamenti, il 26 aprile 1992
l’Italcementi ne decise l’acquisizione, pattuendone il prezzo, con la
clausola di poter far verificare tutti i conti dell’azienda nel corso
dell’anno successivo all’accordo.
Nell’estate del 1992 l’Italcementi inviò la società di revisione Kpmg
Peat Marwick per fare un’audit sui conti del 1991. Questi scoprirono
varie operazioni irregolari, che coprivano altro indebitamento.
Paribas e l’intero Consiglio di amministrazione di Ciments Français
proclamarono di non saperne nulla e la responsabilità ricadde sul
presidente-direttore generale Pierre Conso, che si dovette dimettere e
in seguito subire procedimenti ammnistrativi. Paribas dovette
riconoscere ad Italcementi un consistente indennizzo, successivamente
(1994) quasi raddoppiato in sede di accordo definitivo. Quello che vi
è da notare in questa vicenda è che la società di revisione che lavorò
per conto di Italcementi era particolarmente motivata ad approfondire
i conti di Ciments Français; non altrettanto si può dire quando le
società di revisione eseguono il controllo sui conti della stessa
azienda che paga la loro parcella. Possono semplicemente essere
superficiali, perchè considerano l’azienda per cui lavorano al di
sopra di ogni sospetto; oppure possono anch’esse venire
“addomesticate”, come i recenti scandali finanziari americani ed
europei dimostrano.
Una seconda barriera che potrebbe fare argine alla corruzione delle
società di capitali può essere costituita dalle banche finanziatrici,
che dovrebbero disporre di informazioni di prima mano sullo stato
delle imprese e dovrebbero chiudere i rubinetti del credito quando il
“merito di credito” raggiunge parametri inaccettabili, segnalando
all’impresa stessa e ai mercati che l’azienda ha bisogno di un
ridirezionamento, prima che sia troppo tardi e i danni si siano
moltiplicati. Ora, in questo campo il comportamento delle banche ha
seguito nella storia due grandi filoni[20],
legati a due sistemi bancari diversi: il sistema orientato al mercato
(USA), dove le banche giocano un ruolo marginale, e il sistema
orientato alla banca (Germania, Giappone), dove invece la banca svolge
un ruolo importante fino ad essere, in certi casi, il centro del
sistema delle imprese. In un sistema orientato alla banca le banche
sono in genere “universali” (o miste), pronte ad offrire alle imprese
ogni sorta di servizio “dalla culla alla bara”, ossia dal collocamento
delle azioni all’inizio delle attività all’eventuale liquidazione o
salvataggio in situazione di difficoltà. Per meglio conoscere
dall’interno lo stato delle imprese, le banche universali erano use
piazzare qualche loro rappresentante nei consigli di amministrazione
delle imprese, dando luogo a partecipazioni incrociate che sono un
tratto distintivo dei sistemi orientati alla banca. In generale, il
sistema di banca universale attiva una forte responsabilizzazione
delle banche nei confronti non solo del finanziamento, ma della
perforance delle imprese.
Come è noto[21],
l’Italia ha sempre avuto un sistema orientato alla banca, ma non
sempre un sistema di banche universali. In particolare, con la legge
bancaria del 1936 che decretava la fine dell’adesione italiana alla
banca universale si è messo in esistenza un peculiare sistema bancario
in cui la banca era specializzata nel credito a breve termine (banche
commerciali) o nel credito a lungo termine (istituti di credito
speciale, di proprietà pubblica, di cui i più importanti furono IMI e
Mediobanca[22]).
Questo sistema finì con l’attivare una prassi contraria all’assunzione
di responsabilità da parte delle banche italiane nei confronti delle
imprese, che si manifestò con tre fenomeni inquietanti. Il primo è
noto come pluriaffidamento, emerso negli anni 1950 come effetto
sia della legislazione del 1936 sia del “miracolo economico” che
sosteneva le fortune delle imprese industriali, letteralmente
“rincorse” dalle banche che offrivano credito. La prassi di avvalersi
di più di una banca per le richieste di finanziamento, fornendo il
minimo di informazioni, si generalizzò al punto da provocare una vera
e propria estraneità delle banche rispetto ai progetti industriali
delle imprese, cui veniva richiesto un collaterale immobiliare, spesso
di dubbia liquidabilità[23].
Il secondo fenomeno è quello della cosiddetta doppia
intermediazione, che si manifestò negli anni 1970, quando con
l’inflazione il pubblico non si rivelò più desideroso di acquistare le
obbligazioni a tasso fisso degli ICS, per finanziare i quali la Banca
d’Italia impose alle banche commerciali di assorbire le obbligazioni
degli ICS. Come scrive Piluso: “il doppio passaggio dei fondi
intermediati non si associava, nei due momenti in cui ciò sarebbe
potuto avvenire, con alcun vaglio del merito di credito dei
destinatari reali dei finanziamenti”[24].
Infine, il terzo fenomeno è quello del credito agevolato e della
programmazione, che si fecero largo in Italia tra fine anni 1950 e
anni 1960, inizialmente per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno, ma
poi proliferati fino a coprire svariati ambiti. Era lo stato che
assumeva su di sé le decisioni di sostenere certi investimenti e
forniva a varie imprese (per lo più pubbliche, ma non solo) la
legittimazione a ricorrere al credito bancario, soprattutto presso gli
ICS, vanificando qualsiasi “pretesa” di questi ultimi di giudicare sul
merito di credito.
La privatizzazione delle banche (con la loro crescita dimensionale) ed
il ritorno alla banca universale iniziate dalla riforma bancaria Amato
del 1993, in un contesto di innovazioni tecnologiche e finanziarie (si
pensi alle cartolarizzazioni e all’estensione dei servizi bancari) non
hanno riportato in auge quelle forme di relationship banking
connesse con la banca universale. Con Basilea 1 e Basilea 2 si è
provveduto ad un abbattimento dei rischi, ma soprattutto attraverso la
loro ripartizione, favorendo lo spostamento dell’attenzione dei
banchieri “dalla valutazione delle imprese alla gestione del rischio,
rinunciando a selezionare direttamente le imprese e i progetti di
investimento innovativi”[25].
La “centrale dei rischi”, inoltre, ossia il database dei bilanci delle
imprese italiane attivato nel corso degli anni 1980, non include le
posizioni debitorie con intermediari non italiani.
E’ così che si è arrivati a casi limite ben noti. La ristrutturazione
della Ferruzzi - Montedison iniziata nel 1993[26]
accertò nel 1992 un indebitamento di oltre 32.000 mld lire (quasi 17
mld Euro), suddiviso in ben 311 banche. Ancora più paradigmatico è il
caso Parmalat. Le oltre 250 società del gruppo, molte delle quali
estere, erano affidate da 120 banche, fra cui tutte le maggiori
italiane e molte primarie banche estere (Bank of America, Citigroup,
Santander, Abn Amro, Barclays, Deutsche Bank), con un indebitamento
che dopo il crack superò i 14 mld Euro. L’occultamento dei dati
nascondeva anche artifici contabili truffaldini, che però non potevano
sfuggire alle banche se queste avessero veramente esercitato il
controllo, tanto è vero che il commissario della Parmalat Bondi ha
citato, oltre alle società di certificazione, anche alcune banche per
correità.
Se gli azionisti non controllano, le società di certificazione non
fanno il proprio mestiere e le banche si chiamano fuori, come si
collocano rispetto alle barriere poste ai comportamenti irresponsabili
delle imprese le autorità indipendenti? Secondo quanto è stato anche
recentemente ribadito[27],
il disegno istituzionale delle autorità esistenti in Italia non è
unitario, essendo queste state promosse alla spicciolata dal 1974[28]
in poi sull’onda di bisogni diversi e dunque la risposta non può
essere univoca. Quello che si può in generale affermare è che il loro
obbiettivo è nella grande maggioranza dei casi diverso rispetto a
quello di contrastare la corruzione finanziaria. Soltanto la vigilanza
della Banca d’Italia sulle banche e quella analoga dell’ISVAP sulle
assicurazioni esercitano in linea di principio un controllo sulla
gestione tecnica, finanziaria, patrimoniale e contabile, mentre tutte
le altre agenzie si concentrano su particolari aspetti dell’attività
economica delle aziende sottoposte al loro controllo: pubblicità
ingannevole, fusioni ed incorporazioni, correttezza nell’applicazione
delle leggi regolative del mercato. Anche la Consob, che è preposta al
controllo delle aziende quotate, lo esercita in relazione alla
trasparenza del mercato borsistico (obblighi informativi, opa,
ordinato svolgimento delle negoziazioni, insider trading, aggiotaggio)
più che con obiettivi di monitoraggio dell’andamento delle aziende
stesse. In più va ricordato che, in ogni caso, le aziende quotate
sottoposte alla Consob sono un’esigua minoranza delle aziende
italiane.
Un crack come quello di Parmalat si è dunque potuto verificare anche
perché la Consob si accontenta di una correttezza “formale” dei
bilanci, mentre la Banca d’Italia dichiarò che non le spettava il
controllo delle aziende affidate dalle banche. Ricapitolando quanto
fin qui detto con applicazione alla Parmalat, si è registrata la
seguente sequenza di falliti controlli:
a)
gli azionisti di controllo della Parmalat (ossia la famiglia
Tanzi) furono essi stessi ad ordinare ai managers di truccare i
bilanci per coprire i buchi soprattutto di un’espansione
internazionale e di gruppo disordinata, già fin dai primi anni 1990,
forse sperando in qualche inversione di tendenza della spirale
dell’indebitamento, che puntualmente non si verificò;
b)
le società di certificazione furono accomodanti;
c)
le banche, molte delle quali non potevano non sapere e alcune
delle quali erano state “ammorbidite” da Tanzi, si trinceravano dietro
il rischio sopportabile a causa del pluriaffidamento, con l’avallo di
Bankitalia, che non vedeva motivi di instabilità nel sistema;
d)
la Consob non aveva identificato motivi formali di sanzione;
e)
nessuno aveva sotto controllo la parte internazionale
dell’indebitamento di Parmalat, dove si verificarono le falsificazioni
più clamorose[29].
In realtà, furono gli analisti di R&S di Mediobanca nel luglio del
2003 ad esprimere le prime valutazioni pubbliche allarmate sul futuro
del gruppo Tanzi, a cui Mediobanca aveva già rifiutato credito in
precedenza, a causa dell’opacità dei bilanci. Questo conferma quanto
da molti studiosi ritenuto, ossia che Mediobanca sia stata l’unica
vera banca d’affari italiana. La sequenza sopra riportata chiarisce,
dunque, che non esistono oggi barriere insuperabili per fermare la
corruzione finanziaria delle società di capitali, quando proviene dal
suo stesso interno. Le imprese che imboccano la strada della
corruzione possono continuare per molti anni a fronteggiare le
barriere frapposte dalla legislazione e dalla corretta prassi
aziendale, facendo uso di qualche misura volta ad ottenere
comportamenti collusivi da parte di vari “controllori”, ma soprattutto
avvalendosi dei “buchi” informativi permessi dalla prassi del
pluriaffidamento e dalla mancanza di un sistema di controlli su scala
mondiale.
3. La Responsabilità Sociale dell’Impresa
Visto che le barriere legislative esterne ai comportamenti
illeciti ed irresponsabili delle imprese non stanno dando risultati
sufficienti, e che oltre ai problemi sopra elencati di illeciti
sanzionabili dal potere giudiziario, molti altri ancora sono i
comportamenti censurabili da parte delle imprese, si sta oggi provando
a fare leva su quella che, se applicata, è la barriera “naturale”,
ossia il comportamento socialmente responsabile. Oggi si parla dunque
tanto di Responsabilità Sociale dell’Impresa (RSI o CSR, corporate
social responsibility)[30]
proprio perché tale comportamento socialmente responsabile trova
maggiore difficoltà che nel passato ad essere la norma,
particolarmente nelle grandi imprese, ma un po’ dovunque. Ciò è
avvenuto essenzialmente per quattro motivi: a) l’individualismo
esasperato che spinge i detentori di profitti a tenerli per sé, invece
di metterli a servizio del “bene comune” (in passato erano più diffusi
gli imprenditori “sociali”; b) il prevalere della cosiddetta “teoria
dei due tempi”: la produzione massimizza i profitti con qualsiasi
mezzo, senza riguardo a considerazioni etiche, e successivamente la
distribuzione dei profitti può incorporare considerazioni etiche; c)
lo sradicarsi dell’impresa da un ambiente sociale a cui doveva rendere
conto a causa dei fenomeni di delocalizzazione e
multinazionalizzazione; d) lo scollegarsi della finanza dall’aspetto
reale dell’economia.
Tuttavia, il richiamo alla RSI si verifica molto spesso sull’onda di
una rivolta di consumatori e dipendenti nei confronti di comportamenti
amorali, quando non immorali, in relazione a: a) trattamento della
forza lavoro, soprattutto nei paesi in via di sviluppo; b) pubblicità
ingannevole; c) territori di insediamento maltrattati (inquinati, resi
insicuri, abbandonati); d) contraffazione dei prodotti e prezzi
artificialmente alti. Si tratta, dunque, di un richiamo “imposto”
dall’esterno, che induce da parte dell’impresa reazioni del tutto
strumentali, aggiungendo qualche vincolo in più (oltre alla
legislazione vigente) all’obiettivo di massimizzazione dei profitti,
ma che non cambia in profondità le prassi aziendali. Così strumentale
è a volte l’uso della RSI che il bilancio sociale, deputato a dar
conto dei livelli di RSI raggiunti da un’impresa, viene stilato
ex-post da un consulente esterno, senza alcun coinvolgimento né dei
processi decisionali, né dei managers dell’impresa[31].
Comportamenti socialmente responsabili, anche se “imposti”
dall’esterno e adottati strumentalmente, sono sempre preferibili a
comportamenti irresponsabili, ma il loro carattere “estrinseco” non ne
garantisce la continuità nel tempo. La sostenibilità non è garantita,
perché in tutte le situazioni di conflitto fra i legittimi interessi
dei molteplici agenti coinvolti in un processo di produzione la
soluzione “giusta” può andare in rotta di collisione con la
massimizzazione del profitto da distribuire agli azionisti e dunque
non sarà adottata se non ricorrendo ad una fermezza di convinzioni
capace di far superare le ragioni della convenienza immediata.
Anche l’ancoraggio all’etica della responsabilità, che sta alla base
della teoria dell’impresa come multi-stakeholder, è insufficiente.
Infatti, su tale etica della responsabilità si può stilare un
“contratto sociale” condiviso fra tutti gli stakeholders dell’impresa,
contratto che fissa i canoni di comportamento collettivamente
condivisi e li formalizza in un “codice etico”. Ma chi garantisce che
questi canoni vengano poi effettivamente praticati? In parte può
essere utilizzato a questo scopo il meccanismo della “reputazione”, ma
anche questa può essere una carta limitata dalla grave incapacità di
molti stakeholders di conoscere adeguatamente ciò che l’impresa
effettivamente fa o potrebbe fare.
Se dunque tutti i sistemi di enforcement esogeno (inclusa
l’etica della responsabiltà) si rivelano inadeguati, solo una
motivazione intrinseca ad adottare il codice di comportamento
concordato può assicurare il risultato; occorre cioè un ancoraggio
della RSI all’etica delle virtù. La soluzione al problema del
comportamento socialmente responsabile delle imprese non è quella di
costringerle a guadagnare di meno attraverso la fissazione di un
vincolo in più (la RSI, oltre ai vincoli già legalmente vigenti), ma
quella di offrire all’impresa una più completa visione del suo bene,
attraverso la dimostrazione teorico-pratica che un’impresa socialmente
responsabile è un’impresa civile e civilizzante, ossia un’impresa che
aumenta il grado di civiltà di una società e contribuisce a renderla
sostenibile nel tempo, perché più integralmente “umana”.
A questo scopo, occorre che le istituzioni intervengano sull’assetto
istituzionale della società in modo che questo incoraggi la diffusione
delle virtù civiche attraverso l’educazione e il sostegno alle
iniziative che danno vita ad imprese socialmente responsabili. Occorre
sviluppare standard condivisi per la redazione dei bilanci sociali e
allargare l’utilizzo delle società di certificazione di buone pratiche
aziendali (che sono società diverse da quelle di certificazione dei
bilanci tradizionali, come ad esempio quelle per la certificazione
ambientale). Ma, soprattutto, occorre che le persone non abbiano paura
di sostenere le imprese “civili”, impegnandovisi direttamente e
studiando le modalità per meglio farle funzionare, perché solo
dall’esempio molti potranno imparare.
Un master come quello dell’Angelicum su “Management e responsabilità
sociale dell’impresa” può essere una punta di diamante nella direzione
di diffondere le conoscenze necessarie e nel formare lo spirito
giusto, capace di mantenere (o restituire) al mercato e all’impresa la
loro dimensione autenticamente umana.
[1] È probabile che tale
contratto venisse già usato in precedenza nei commerci arabi e
bizantini.
[2]
G. Felloni, Profilo di storia economica dell’Europa dal
medioevo all’età contemporanea, Torino, 1997.
[3]
Si veda P.Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX
al XVIII secolo, Milano, 1995, pp. 451 e ss.
[4]
G. Borelli, Temi e problemi di storia economica europea,
Verona, 1993. La prima borsa fu quella di Anversa del 1531.
[5]
C.P. Kindleberger, Storia della finanza nell’Europa occidentale,
Cariplo-Laterza, 1981.
[6]
A.E. Murphy, John Law. Economic theorist and policy maker,
Oxford, OUP, 1997.
[7]
Sulla ricorrenza quasi decennale delle crisi finanziarie negli
anni 1551-1866, si veda C.P. Kindleberger, Euforia e panico.
Storia delle crisi finanziarie, Bari, Laterza, 1981. In
seguito, le crisi si diradarono, ma la loro virulenza non diminuì,
fino alla grande crisi internazionale del 1929-33, che portò ad
interventi legislativi ancora più drastici.
[8]
V. Zamagni, Dalla rivoluzione industriale all’integrazione
europea, Bologna, Il Mulino, 1999, cap. 5.
[10]
Cosa possibile, perché si tratta di trasferimenti all’interno
della medesima impresa, anche se registrati dalle statistiche
import-export perché attraversano confini nazionali.
[11]
Che permette lo smobilizzo di capitali reimpiegabili. Se il tasso
di rendimento atteso dai nuovi impieghi supera lo sconto
effettuato con la cartolarizzazione, l’operazione è attiva.
[12]
Si veda F. Briatico, Ascesa e declino del capitale pubblico in
Italia. Vicende e protagonisti, Bologna, Il Mulino, 2004, pp.
508-510.
[13]
A. Bernacchi, “Così la lira naufragò”, in Il Sole-24 Ore, 5
agosto 2005.
[14]
L. Bini Smaghi, Chi ci salva dalla prossima crisi finanziaria.
I vantaggi, le incognite, i rischi della globalizzazione,
Bologna, Il Mulino, 2000.
[15]
Si veda per tutti A. D. Chandler, Strategia e struttura,
Milano, Angeli, 1976.
[16]
Si veda a questo proposito l’interessante lavoro di M.J.Roe,
Strong managers weak owners. The political root
of American corporate finance,
Princeton, PUP, 1994 (trad. it. Manager forti azionisti
deboli. Economia, finanza e scelte politiche alla radice della
corporate governance, Milano, 1997).
[17]
Nelle società italiane a controllo familiare è piuttosto vero il
viceversa (è la proprietà ad annullare l’autonomia sia degli altri
consiglieri di amministrazione, sia dei managers).
[18]
Al contempo approfondendo il gap tra stipendi dei managers e
salari dei lavoratori, salito negli USA a livelli davvero
preoccupanti.
[19]
V. Zamagni, Italcementi. Dalla leadership nazionale
all’internazionalizzazione, Bergamo, 2005.
[20]
V. Zamagni (a cura di), Finance and the enterprise, Londra,
Academic Press, 1992.
[21]
V. Zamagni, Dalla periferia al centro, Bologna, Il Mulino,
2005.
[22]
Si veda S. La Francesca, Storia del sistema bancario italiano,
Bologna, Il Mulino, 2004.
[23]
M. De Cecco e G. Ferri, Le banche d’affari in Italia,
Bologna, Il Mulino, 1996.
[24]
G. Piluso, Il banchiere dimezzato. Finanza e impresa in Italia,
Venezia, Marsilio, 2004, p. 102.
[25]
Piluso, cit., p. 129.
[26]
E terminata con la dissoluzione e la vendita a pezzi di Montedison.
[27]
M. Clarich, Autorità indipendenti. Bilancio e prospettive di un
modello, Bologna, Il Mulino, 2005. Si veda anche F. Merusi e
M. Passaro, Le autorità indipendenti, Bologna, Il Mulino,
2003.
[28]
Anno di introduzione della Consob. In precedenza, era stata
attivata solo la vigilanza sulle banche, affidata, dopo alcune
tergiversazioni iniziali, alla Banca d’Italia.
[29]
V. Malagutti, Buconero spa. Dentro il crack Parmalat,
Roma-Bari, Laterza , 2004.
[30]
Il più recente lavoro che in 50 contributi per un totale di oltre
800 pagine offre uno sguardo complessivo sull’elaborazione in tema
di RSI è quello di L. Sacconi (a cura di), Responsabilità
sociale dell’impresa, ABI, Roma, 2005.
[31]
Si pensi che la Parmalat redigeva un bilancio sociale! Si può dire
che il modo di affrontare la RSI sia la questione che oggi
discrimina fra le imprese veramente “etiche” e quelle che fanno
dell’etica un uso solo strumentale. Come ebbe a dire il presidente
di Granarolo Luciano Sita in una recente intervista: “Un buon
codice etico dev’essere applicato, controllato e vissuto in prima
persona dal management. Perché non sia una foglia di fico va
elaborato e condiviso insieme agli stakeholder e non può essere
affidato a società di consulenza”. F. Tamburini, “L’etica rafforza
le leggi”, in Il Sole-24 Ore, 7 maggio 2005.
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