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Piccola Impresa e scelta strategica per la RSI.
Un’analisi dei modelli ed approcci aziendali alla RSI,
dalla letturatura alla realta’ delle PMI italiane
Riccardo Balzano
1.
La specificità del mondo delle aziende di piccola dimensione
nell’approccio alla RSI.
La cultura della responsabilità sociale d’impresa, oggi, viene
concepita come una risorsa strategica per lo sviluppo delle aziende,
ed in particolare delle PMI, una chiave di investimento utile per
l’accrescimento della propria competitività. È necessario, quindi,
discutere e promuovere la cultura delle PMI nel campo della RSI come
stimolo per l’innovazione e lo sviluppo economico e sociale.
L’Italia è conosciuta, infatti, per la sua grande concentrazione di
piccole imprese; ciò che è peculiare nel sistema produttivo italiano è
la dimensione aziendale: oltre il 98% del totale delle imprese opera
con meno di 100 dipendenti e, di queste, oltre il 90% ha meno di 20
addetti, con una media di 7 dipendenti per unità. Tale fenomeno è di
grande rilievo poiché sottolinea come un processo di sviluppo
sostenuto, anche in Paesi con elevati costi della manodopera e del
denaro, non è necessariamente legato alla presenza della grande impresa.
Le PMI, e particolarmente quelle a struttura familiare che
caratterizzano sostanzialmente la realtà Italiana, fondate su valori
quali proprietà privata, responsabilità individuale, libera competizione, costituiscono secondo molti pareri la spina dorsale dei sistemi
economici liberali di stampo occidentale.
Costituiscono infatti uno dei modelli di proprietà che può essere
riscontrato in tutti i singoli sistemi economici nazionali, accanto
alle formule tipiche quali aziende a controllo finanziario, public
companies, o aziende a partecipazione statale.
Molti sono i temi di grande interesse e attualità che animano la
discussione e la ricerca della “via” della PMI alla responsabilità
sociale, e non mancano esempi ed esperienze originali ed innovative,
che offrono materia per nuovi ed interessanti spunti di riflessione.
Tra questi, la reazione alla globalizzazione, la comunicazione,
l’attenzione all’ambiente, la redditività delle imprese, l’etica e la
trasparenza, l’imprenditoria femminile, l’analisi storica e
congiunturale di alcuni settori. Il filo conduttore di tutte le
situazioni, casi ed esperienze, al di là della singola caratteristica
specificità, è di mettere a fuoco la classe imprenditoriale italiana
confrontandola, quando possibile, con le situazioni registrate negli
altri Paesi anche se, purtroppo, non sempre, le best practice a
livello internazionale hanno origine in Italia, e sempre più spesso
ci si ritrova a dover inseguire gli altri Paesi, nel percorso
complesso e faticoso, ma anche stimolante e costruttivo della RSI.
Un fattore condizionante della situazione nazionale, è proprio dato
dalla composizione del sistema industriale/produttivo, polverizzato in milioni di piccole e piccolissime imprese, per le quali i
modelli e le pratiche sviluppate per le grandi imprese e le
multinazionali, non costituiscono un campo di applicazione neppur
lontanamente accostabile.
Questa caratteristica di particolarità strutturale, se trova
validità nel campo dei modelli e delle prassi applicative, diviene
ancor più vera e significativa nel livello della dimensione etica e
valoriale vissuta e praticata dalle PMI, rispetto a quanto vale per le
grandi imprese. Le PMI assumono caratteristiche specifiche in quasi
tutte le dimensioni chiave per la costruzione di modelli e
comportamenti utili alla RSI.
Esiste quindi una specificità caratteristica della piccola impresa
per:
- il sistema dei valori praticati e la dinamica con la quale evolvono;
- la dimensione etica con la quale viene vissuta l’attività
imprenditoriale;
- gli assetti ed i modelli di governance aziendale;
- i condizionamenti ambientali, familiari, contestuali del fare
impresa;
- i processi di definizione e sviluppo delle strategie aziendali;
- il set di strumenti, percorsi, metodologie ed atteggiamenti utili
per la RSI;
- i processi di comunicazione e l’impatto da essi generato.
E’ interessante e necessario, a questo punto, comprendere il complesso
rapporto di valori, aspettative, ed interessi intercorrente nella
PMI tra impresa ed imprenditore, che in molti casi, è l’elemento
fondamentale che caratterizza sostanzialmente la dimensione sociale
ed operativa dell’azione aziendale. La ragione stessa dell’intraprendere, la vision di un modello esistenziale non solo professionale,
ma ontologico.
Come accade in ogni impresa, i comportamenti delle PMI sono
profondamente condizionati dai valori e dalla visone imprenditoriale
dei cosiddetti “attori chiave” aziendali, ma in questo specifico
caso, i comportamenti e lo stile direzionale risentono di una
particolare specificità, che può essere orientata alla eticità o meno,
ma comunque derivata dall’assetto di collegamento alla struttura
familiare di riferimento.
La piccola e media impresa è comunque molto caratterizzata in senso
individuale e accentra nella figura del proprietario imprenditore una
pluralità di funzioni tecniche e di ruoli che è difficile separare.
Particolarmente nella fase di definizione strategico/gestionale, e
nelle fasi critiche di cambiamenti significativi di strategia (come
per i nostri fini l’adozione di pratiche per la RSI), la
sovrapposizione di ruoli imprenditoriali, manageriali e familiari
concentrati nella figura del proprietario-imprenditore-manager
garantisce una polarizzazione di capacità decisionale che abilita
un’operatività altamente finalizzata e un controllo unitario.
Si tratta di una situazione sostanzialmente irriproducibile in altri
contesti aziendali di grandi dimensioni, che presenta un elevato grado
di specificità e, quindi, difficilmente trasferibile e riproducibile.
2. Il valore della leadership
imprenditoriale nei processi di visioning strategico e gestione
aziendale
L’impresa, nella visione degli imprenditori (che spesso
coincide con quella di se stessi e della propria attività come
persone - cioè per ciò che si è, non per ciò che si fa), è
un’organizzazione che elabora una specifica cultura orientata a
soddisfare domande e a intercettare bisogni.
Un’adeguata visione d’impresa implica la capacità di cogliere i
processi organizzativi in un’ottica dinamica, imparare a osservare i
mercati e il mondo sociale nella loro realtà effettuale, usare il
marketing in modo creativo padroneggiando tutte le tecniche di ricerca
e di analisi, affrontare problemi di comunicazione pubblica e
politica.
Ricerche condotte a livello nazionale presso i piccoli imprenditori[1],
segnalano come l’intraprendenza (imprenditorialità) risulta essere
il fattore che motivo la scelta fondamentale di intraprendere e quindi
di affermarsi a capo di un’azienda. Subito dopo viene la realizzazione
di un’idea innovativa a indicare la necessità di rimanere sempre al
passo con i tempi, proponendosi l’imprenditore nel ruolo di creatore
di idee utili al vivere quotidiano.
In ogni caso, questo modello concettuale che gli imprenditori hanno di
sé, rivela quanto sia ritenuto fondamentale, per la maggior parte
degli imprenditori, incrementare le proprie competenze sul campo,
acquisendo una sempre maggiore esperienza lavorativa, con la quale
crescere come leader e migliorare sempre più la gestione della propria
azienda.
Da questa analisi, si è ricavato che le caratteristiche considerate
più rilevanti sono la vision, il ruolo dei collaboratori, l’integrità
e l’innovazione. Per vision si intende quindi la capacità dell’imprenditore di saper indicare la direzione
complessiva dell’operare.
L’organizzazione aziendale della PMI presenta dunque un elevato grado
di dipendenza dall’imprenditore: ciò restringe le possibilità di
sviluppo ed aumenta la vulnerabilità dell’impresa.
Poiché la risorsa chiave e, per le cose già dette, scarsa, risulta
quella della leadership imprenditoriale, è fondamentale che a un
certo livello di sviluppo il titolare si liberi progressivamente da
compiti di tipo prevalentemente direzionale e operativo, per rendersi
disponibile per compiti di tipo strategico.[2]
Raramente le scelte strategiche compiute dalle PMI trovano riscontro
in processi di elaborazione formalizzati. In quasi tutte le imprese
di successo, sono però riscontrabili due elementi: una forte
consapevolezza delle proprie competenze critiche e una chiara vision
di come l’azienda possa costruire su di esse una superiorità
competitiva ed economica.
Applicando, il più delle volte magari inconsapevolmente, quelli che
sono individuati come gli approcci più avanzati in tema di processi di
pianificazione strategica
[3],
nelle imprese studiate l’attenzione è posta più sul visioning che
sul planning.
Non si assiste quindi alla definizione minuziosa di strategie
competitive, mentre le scelte strategiche sono riassunte in un disegno
di ciò che l’impresa desidera diventare e che funge da guida per
l’intera organizzazione. L’attore principale del processo di
definizione della vision è certamente l’imprenditore, nel momento in
cui il processo di creazione dell’impresa nasce dall’interazione tra
più soggetti ognuno dei quali contribuisce all’idea imprenditoriale.
E’ quindi l’imprenditore a svolgere il ruolo critico di attivatore di
risorse e competenze. Le PMI che sono state in grado di eccellere sono
generalmente “trainate” dalla vision elaborata dagli “spiriti
imprenditoriali” che le guidano e che spesso le hanno fondate.
Tornando quindi al processo di visioning strategico che orienta i
comportamenti e l’operatività dinamica delle PMI, la funzione di
leadership quasi assoluta ricoperta dall’imprenditore-manager riporta
al centro della questione l’assetto dei valori imprenditoriali che
costituiscono il set di riferimento dal quale discende
l’elaborazione delle strategie aziendali. Un’analisi di questo tipo
è infatti finalizzata a comprendere e descrivere la dinamica che
caratterizza la formazione della strategia d’impresa in termini
generali.
Applicare il modello della dinamica della strategia per descrivere la
complessa interazione fra valori dell’imprenditore/amministratore
delegato (il corrispettivo dell’anglosassone CEO), cultura aziendale,
decisioni e azioni, e servirà a definire sul fronte della RSI, le
scelte strategiche per la motivazione del personale, per la
soddisfazione degli stakeholder, per i processi di innovazione, ecc.
Il modello che assumiamo[4]
propone l’analisi dei processi di gestione strategica dell’azienda.
L’intento è quello di interpretare i processi secondo i quali si
formano le intenzioni strategiche del management e come tali
intenzioni possono trasformarsi in strategia realizzata.
Il modello si basa sulla definizione fondamentale di alcune
“variabili” che caratterizzano il sistema aziendale, ed influiscono
sul complesso stesso di definizione strategica. Queste si ripartiscono in due categorie:
- Orientamento strategico di fondo (OSF): modelli mentali del top
management, valori, convincimenti e atteggiamenti di fondo che
si sono costruiti con il tempo, a seguito dell’esperienza accumulata;
-
Strategia intenzionale dell’imprenditore/AD: obiettivi e
intendimenti strategici, nonché piani per realizzarli;
-
Strategia realizzata: posizionamento strategico, assetto
organizzativo, cultura e valori aziendali di fatto operanti; variabili
espressive di performance;
- Portafoglio di iniziative / innovazioni strategiche e
operative: progetti e idee di business in fase di sperimentazione e
sviluppo nonché innovazioni (non ancora realizzate) atte a far
crescere la produttività
- Processi di apprendimento di valori e di modelli mentali,
attraverso l’osservazione dei risultati delle proprie decisioni,
incorporati nella strategia realizzata;
- Processi di formazione della strategia intenzionale: analisi della
situazione da gestire; visioning; pianificazione strategica;
apprendimento ex post;
-
Processi di realizzazione della strategia intenzionale:
-- di comunicazione e condivisione della strategia intenzionale;
-- di lancio di sfide aziendali e di gestione dei
progetti in cui esse si traducono;
-- di gestione dei fondamentali processi manageriali (decisione,
pianificazione, bud- geting, controllo, valutazione e gestione del
personale);
- Processi di generazione delle innovazioni: sono stimolati
dalle opportunità ambientali e dalle caratteristiche culturali e
morfologiche del contesto aziendale;
- Processi di selezione e realizzazione delle innovazioni:
fungono da filtro rispetto alle varie iniziative emergenti.
Queste variabili di livello e di flusso, presenti con
caratteristiche e specificità diverse in tutte le imprese,
interagiscono tra loro nel contesto connettivo causale, che si crea
con l’instaurarsi di circuiti relazionali di causa-effetto.
Una classificazione generale di questi circuiti relazionali è la
seguente:
·
Il circuito del controllo strategico;
·
Il circuito della formazione delle intenzioni strategiche;
·
Il circuito dell’imprenditorialità e dell’iniziativa diffusa;
·
Il circuito dell’apprendimento dei modelli mentali e
dell’Orientamento Strategico di Fondo.
Rappresentando la relazione tra questi diversi circuiti di
elaborazione, si arriva a rappresentare una mappa concettuale
dell’intero processo di definizione dinamica delle strategie,
indicando con la qualità dinamica la variazione costante e adattativa
del sistema di orientamento strategico agli impulsi esterni ed interni
al sistema azienda.
Figura
1. I processi di formazione, diffusione, revisione dei valori del
top management

Fonte:
Coda, Mollona[5]
Il
principale dei processi descritti è il circuito del controllo
strategico (1 in figura), nel quale svolge una funzione propulsiva il
“gap” esistente fra situazione desiderata e situazione effettiva, che
evidentemente si tende a voler colmare.
La caratteristica propulsiva, motrice, dell’interoprocesso, discende
infatti dalla funzione di stimolo esercitata dal dover “chiudere” il
varco (gap) fra obiettivi (strategia intenzionale) e risultati
(strategia realizzata).
A tal fine, il sistema si autoalimenta, nella logica di tensione verso
le ambizioni e le intenzioni operative. Ai fini della sostenibilità
dell’intero
processo, il gap non deve essere mai del tutto eliminato, ed occorre
interrogarsi sulla “qualità” del gap esistente. Il rischio, infatti, è
che molta ambizione e superficialità di analisi oppure analisi approfondite ma non sorrette da una concezione etica dell’impresa (che
viene piegata agli interessi del gruppo di controllo) contrassegnano
negativamente il gap, dal quale, dunque, sprigiona una tensione
distruttrice.
Su questo processo primario, si innesta il Circuito della formazione
delle intenzioni strategiche (2 in figura), che a partire
dall’analisi dei risultati conseguiti, genera nuovi stimoli ed
indicazioni per la ridefinizione intenzionale. Di questo progetto è
protagonista il management aziendale, e nelle PMI assolutamente l’imprenditore. Quello che deve essere sottolineato, è che la modifica delle
intenzioni strategiche sulla base dell’osservazione delle azioni
passate non implica necessariamente che debbano modificarsi anche le
convinzioni e i valori di fondo del top management, che anzi
solitamente restano consolidate.
Il terzo circuito, il circuito dell’imprenditorialità e
dell’iniziativa diffusa (3 in figura), rappresenta processi di
innovazione bottom-up che sono espressione di fenomeni di
imprenditorialità interna (nel caso di innovazioni strategiche) o di
progetti coinvolgenti volti a generare innovazioni operative.
L’ultimo processo (4 in figura), il circuito
dell’apprendimento/revisione dei modelli mentali e dell’orientamento
strategico di fondo (OSF), è il processo di apprendimento che agisce
in maggior profondità, in quanto modifica i modelli mentali del
management, cioè va alla radice delle intenzioni strategiche. Oggetto
di revisione possono essere i convincimenti di fondo del top
management relativi al campo di attività, al ruolo dell’impresa
nell’arena o nelle arene competitive, il suo modo di essere e
funzionare, il significato del profitto come misura del successo, ma
anche l’atteggiamento di fondo di fronte alle leggi.
Figura 2. Il modello del successo aziendale basato sui
valori d’impresa

Fonte: Corbetta, 1998.
3.
Giustificazioni per la scelta strategica della responsabilita’ sociale
nelle imprese di piccola dimensione
Il collegamento tra la sistemizzazione dei processi di definizione
strategica nelle PMI, con l’ambito della RSI, deriva dalla discendenza
valoriale (valori etici, valori imprenditoriali, ecc.) che
caratterizza gli atteggiamenti dell’imprenditore /proprietario (o
della famiglia di riferimento nel caso delle aziende familiari), i
quali impattano in misura rilevante sull’elaborazione delle intenzioni
strategiche. Il sistema di valori positivamente alla base del successo
aziendale (o almeno condizione abilitante a questo fine) è
rappresentabile[6]
dalla forte connessione tra valori imprenditoriali-organizzativi che
definiscono l’OSF (orientamento strategico di fondo) dell’impresa:
·
Imprenditorialità/Stewardship (cioè il principio –guida che
spinge l’impresa e i singoli collaboratori a ricercare risposte
innovative ai cambiamenti ambientali associata alla disponibilità e
alla capacità di ascolto, apprendimento, tolleranza di ciò che è
diverso, assunzione di rischi);
·
Soddisfazione dei clienti;
·
Produttività;
·
Rispetto per tutte le risorse, strettamente correlato alla
trasparenza della comunicazione.
La
qualità dei processi di realizzazione della strategia intenzionale è
quindi decisiva ai fini del trasferimento dei valori positivi dell’imprenditore
attraverso la struttura: a tal fine sono fondamentali
processi di comunicazione chiari e incisivi, capacità di
coinvolgimento della struttura, meccanismi operativi coerenti con
l’esigenza di motivare il personale tutto a comportamenti ispirati
alla legalità, all’etica e alla responsabilità sociale. La RSI rientra
quindi in questo ambito, quando ad esempio diviene evidente il suo
contributo alle performance ed ai risultati conseguiti (strategia
realizzata), per esempio in termini di rating sociale ottenuto, di
reazioni degli stakeholders, di reputazione dell’impresa.
E’ quindi possibile proporre una ipotesi di rappresentazione grafica[7],
riassuntiva dell’integrazione e del rapporto tra il processo di
genesi/governance della strategia aziendale e di una strategia per
la RSI:
Figura 3. Impatto della RSI sui processi di governo della strategia
d’impresa

Fonte:
Minora, 2004 – 2005.
Tornando a considerare il livello di giustificazione operativa della
scelta strategica per la RSI, anche per aziende di piccole dimensioni,
si accompagnano alle considerazioni appena illustrate altri elementi
che dimostrano (aldilà dell’adozione della RSI come parte integrante
del sistema di genesi delle linee strategiche dell’agire aziendale),
come a ciascuna forma di investimento in CSR corrispondano specifiche
attese di miglioramento delle performance aziendali.
Un'iniziativa di cause related marketing, ad esempio, avrà in
primo piano un obiettivo di natura commerciale; l'offerta di servizi
aggiuntivi per i dipendenti e le loro famiglie (asili nido, servizi di
trasporto, ecc.) tenderà invece a rinsaldare il legame tra impresa e
collaboratori. Nella consapevolezza della necessità di dimostrare un
legame tra la scelta per la RSI e le performance economiche delle
imprese, è stato elaborato un modello in grado di illustrare i benefici che diverse azioni e comportamenti, possono efficacemente
sviluppare in qualità di ritorno positivo (fig. 4).
Il modello evidenzia quattro fondamentali ordini di benefici per
l'impresa:
§
Miglioramento di visibilità e reputazione;
§
Sviluppo della capacità di anticipazione;
§
Innalzamento del grado di motivazione/coinvolgimento del
personale;
§
Aumento del livello di sicurezza, e quindi di prevenzione di
eventi di crisi.
Figura 4. Processi/circuiti di generazione del vantaggio derivanti
da scelte per la RSI

Con le
dovute declinazioni ed adattamenti per la dimensione della PMI, il
modello evidenzia senz’altro le dimensioni fondamentali dei benefici
recuperabili a partire da pratiche di RSI.
4. Prassi strumenti cultura e comportamenti per la RSI nella realtà
operativa delle PMI italiane.
Aldilà dei modelli descrittivi dei processi strategici e di
giustificazione fondamentale, resta la necessità di verificare la
possibilità e la praticabilità di un possibile approccio delle PMI
alla responsabilità sociale, compatibilmente alla realtà operativa
ed alla capacità competitiva delle medesime imprese.
A tutt’oggi non esistendo ancora una definizione universalmente
accettata di Responsabilità Sociale d’Impresa, il concetto più
generalmente accettato nella cultura sociale degli imprenditori, è
rappresentato dalla convinzione che le imprese non possano limitarsi
al solo fare business e alla ricerca di profitti. In quest’ottica,
quindi, si può parlare del ruolo sociale dell’impresa intendendo con
ciò la funzione di creazione di valore non solo prettamente
economico, poiché i bisogni dell’uomo, che essa si prefigge di
soddisfare, travalicano tale aspetto.
Analizzando gli strumenti e gli standard ad oggi sviluppati per dare
corpo e sostanza alla e pratiche di RSI, una classificazione
uniformemente accettata è quella adottata da ORSA[8],
che cerca di riassumere al suo interno tutti gli strumenti utili a una
politica consapevole di responsabilità sociale, ovvero:
§
Valori, codici, governance e sistemi di gestione;
§
Accountability, auditing e reporting;
§
Strumenti di marketing sociale (Cause Related Marketing);
§
Finanza etica;
§
Strumenti di sviluppo risorse umane;
§
Partnership con la comunità;
§
Gestione dell’impatto ambientale;
§
Tutela dei diritti umani e globalizzazione.
Non
tutte queste forme si adattano ad un utilizzo operativo da parte delle
PMI, in particolare nella loro dimensione isolata ed autonoma, ma in
molti casi le esperienze condotte in maniera spesso spontanea da parte
di alcune aziende in tal senso innovatrici, aprono la strada per la
definizione di un modello, e successivamente di buone prassi applicative.
Per capire l’atteggiamento delle PMI rispetto alle tematiche della RSI,
almeno nella dimensione di concettualizzazione del tema e dei suoi
aspetti più significativi, la Fondazione NordEst di Venezia ha
condotto un’indagine che si è proposta di analizzare nel dettaglio la
diffusione dei principi e delle pratiche di responsabilità sociale tra
le imprese del Veneto (essendo il campione composto da 381 PMI della
provincia di Padova, più un Opinion Panel di testimoni privilegiati
utilizzato come termine di riferimento).
Si è osservato come tra le imprese vi sia un’attenzione mediamente
abbastanza diffusa alla necessità di coniugare le esigenze di sviluppo
economico con la sostenibilità dello stesso. A questo punto,
l’indagine si è spinta maggiormente all’interno dell’impresa per
capire come ed in quale misura questa attenzione faccia parte della
sua attività quotidiana, dei suoi valori e delle sue iniziative a
beneficio della società e del territorio di riferimento. Per
raggiungere tale scopo, è stato chiesto agli imprenditori (attori
chiave dell’intero processo) di assegnare una scala di priorità ad
alcuni fattori da cui può dipendere, in misura maggiore o minore, la
reputazione di un’impresa e, segnatamente, della propria impresa.
E’ risultato che nella percezione diffusa degli imprenditori, il
principale fattore da cui dipende la reputazione di un’impresa al suo
esterno è costituito dal suo successo nel proprio settore di attività.
Più di ¾ degli interpellati, infatti, ha assegnato a tale variabile il
primo o il secondo posto nella scala che era stato loro chiesto di
costruire fra i 5 indicatori proposti. A seguire, troviamo poi la
qualità dei rapporti tenuti dall’impresa con i propri lavoratori,
che per più del 70% degli interpellati ha un forte peso nel
determinare la buona o cattiva reputazione dell’impresa agli occhi
della società. Più di un terzo del campione assegna al rapporto con il
territorio e l’ambiente un ruolo significativo nel condizionare
l’immagine complessiva dell’impresa, mentre gli altri due fattori
proposti, i rapporti con altri imprenditori e le relazioni con il
sindacato, occupano rispettivamente il penultimo e l’ultimo posto
nella scala formulata dai titolari d’impresa.
L’impressione che se ne ricava è di un’impresa la cui visione della
responsabilità sociale ha una declinazione quasi “intimista”, ovvero
che assume significato e sostanza più per gli aspetti interni (il
rapporto con i dipendenti) e per un carattere dell’attività propria
dell’impresa (avere successo nel proprio settore). Con più fatica,
invece, la buona reputazione di un’impresa viene intravista lungo
linee esterne con dimensioni che – almeno apparentemente – non
sembrano avere riverberi sull’attività produttiva ed economica.
E’ questo il caso, ad esempio, del rapporto con il territorio su cui
essa insiste e delle relazioni con altri imprenditori del proprio
settore di attività. Sotto questo profilo, deve far riflettere la
scarsa propensione al confronto con gli altri imprenditori che il
campione ha fatto emergere: il rapporto con gli altri soggetti del
panorama economico e produttivo sembra quindi limitarsi ad una
dimensione esclusivamente concorrenziale, mentre tarda ad emergere una
maggiore predisposizione al dialogo e alla collaborazione che
potrebbero costituire armi preziose per le PMI italiane, che
sostengono a fatica (e spesso singolarmente) il confronto competitivo
sui mercati globalizzati.
Appare opportuno, a questo punto, cercare di dare un’interpretazione
ai risultati appena proposti, e che possiamo assumere come
significativi per l’intera categoria delle PMI italiane, almeno a
livello di trend di orientamento generale. In primo luogo si ricava
che le azioni legate, in qualche modo, ad una visione etica e sociale
dell’attività d’impresa hanno un carattere, per così dire, promozionale per l’impresa, nel senso che
contribuiscono a rafforzarne
l’immagine positiva presso i clienti, i fornitori ed il territorio.
Ciononostante, solo un imprenditore su 4 scorge un ritorno economico,
quasi che per la maggioranza il miglioramento dell’immagine non
portasse anche all’acquisizione di nuovi clienti, al rafforzamento
della propria posizione sui mercati, all’incremento del proprio volume
di affari, e si esaurisse in una sorta di legittimazione ulteriore al
proprio operato. In realtà, è improbabile che queste due dimensioni,
economica e di immagine, possano essere davvero così scollegate l’una
dall’altra.
Probabilmente, gli imprenditori sono ancora portati a pensare che i
guadagni economici per le loro aziende possano derivare unicamente da
una riduzione dei costi di produzione o di approvvigionamento delle
materie prime o, ancora, della manodopera.Le imprese hanno già
compreso, quindi, in pieno le potenzialità di legittimazione ulteriore proprie delle azioni di RSI, mentre tardano ad individuarne,
forse anche per la mancanza di adeguati strumenti di quantificazione,
il ritorno in termini economici.
Ovviamente simili interpretazioni e convinzioni circa la natura e gli
effetti della RSI, da parte degli imprenditori di PMI, ne orienta le
scelte verso determinati strumenti di implementazione ed attività
intese come afferenti alle pratiche di responsabilità sociale.
Partendo dalla stessa ricerca sin qui utilizzata come riferimento
empirico, si ricava la seguente tassonomia di attività e strumenti,
organizzata in ordine decrescente per gradimento e significanza delle
attività utilizzate per dare concreta attuazione ai principi della
responsabilità sociale:
Come si vede, si assiste ad una polarizzazione dell’interesse e
dell’attenzione verso le sole forme della sicurezza/prevenzione sui
luoghi di lavoro, ed azioni di formazione/aggiornamento professionale, il che è indicativo della cultura di fondo degli
imprenditori e della rappresentazione che questi hanno di se stessi:
persone impegnate nella costruzione di un ambiente di lavoro “buono” e
portatrici di valori e conoscenze da trasmettere ad altri.

La
capacità di visioning vissuta come fondamentale caratteristica
dell’imprenditore, conferma il parallelo con il modello di forte
responsabilità personale alla guida dell’impresa (uomo solo al
comando), nel bene e nel male libero di scegliere la rotta, prevedere
le criticità, saper cogliere le opportunità. Un parallelo quasi
perfetto del modello di “visionary leader” sviluppato negli Stati
Uniti per i CEO innovatori.
Il tema centrale torna dunque sul perno del processo critico di
definizione della strategia aziendale (che include anche le scelte e
l’adozione dei comportamenti per la RSI), che pur rimanendo saldamente
in mano all’imprenditore/amministratore, subisce progressivamente
gli effetti di un’analisi critica condotta a partire dalle ragioni
dei processi di crescita aziendale, aggregazione delle PMI lungo le
filiere di creazione del valore o nei cluster produttivi integrati,
collegati direttamente all’ambiente sociale diretto (rapporto con i
dipendenti e collaboratori) ed alla dimensione locale di riferimento.
L’integrità personale e la sua riconoscibilità, giocano dunque un
ruolo importante nella definizione dell’imprenditore di successo, e
riassume in se una rappresentazione del complesso intreccio tra
personalità e ruolo professionale, che contraddistingue il piccolo
imprenditore, che giudica se stesso come persona prima ancora che
come businessman, nel quale sia sempre possibile riporre fiducia.
[1]
Cfr. Ricerca Ernst & Young 2003 su un campione composto dai soci
all’Associazione Imprenditore dell’Anno
[2] Giovanni
Costa – “La famiglia come risorsa e come problema nello sviluppo
delle piccole e medie imprese” – 1999 – CUOARIVISTA n. 2 Dossier:Strategia e sviluppo delle imprese nel Nordest.
[3] M.
Decastri – “Visione strategica ed innovazione organizzativa” –
1998 – n° 168 “Sviluppo & Organizzazione”.
[4] Coda,
Mollona – “IL GOVERNO DELLA DINAMICA DELLA STRATEGIA” - Working
Paper ISEA – Pubblicato su “Finanza, Marketing e Produzione”,
EGEA, n° 4, 2002.
[5]
Coda, Mollona – “IL GOVERNO DELLA DINAMICA DELLA STRATEGIA” -
Working Paper ISEA – Pubblicato su “Finanza, Marketing e
Produzione”, EGEA, n° 4, 2002.
[6] G.
Corbetta – “Corporate Values and Family Business”, 1998 - SDA
Bocconi, Milano
[7] Cfr.
Minora - “I processi di formazione, comunicazione, diffusione,
revisione dei valori del top management. Rielaborazione di “Il
governo della dinamica della strategia – Coda/Mollona” – Lucidi
delle lezioni del corso di “Etica e valori aziendali” Mario Minoja
e Luca Nannini (Università di Pisa – Facoltà di Economia Aziendale
- anno accademico 2004 – 2005)
[8]
Osservatorio sulla Responsabilità Sociale delle Aziende (ORSA).
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