|
Scarica
l'articolo in PDF
Economia civile
La
rivoluzione commerciale che fece seguito all’anno Mille generò una
crescente domanda di denaro e quindi di credito (data la scarsa
circolazione monetaria che precedette quei secoli). I Padri dei primi
secoli (Ambrogio, Agostino, Gerolamo) avevano condannato il prestito
ad interesse, senza distinguere tra interesse e usura, equiparandoli
al furto.
Nel corso del medioevo la questione dell’usura e degli interessi sul
denaro in generale maturò, fino a trovare una prima giustificazione
anche da parte del pensiero teologico (in quello laico in fondo non
era mai mancata, se si considera che tutti i codici dell’antichità,
tra qui quello di Giustiniano, si preoccupavano di stabilire quale
fosse il tasso “giusto” a cui dare in prestito il denaro). Nei secoli
XI e soprattutto XII si iniziò dapprima a distinguere tra interesse
e usura, e a giustificare l’interesse come compenso per il
lucrum cessans e il damnum emergens, mentre l’usura era
condannata perché legata al solo prestito in denaro (ex vi mutui).
Carlo Cattaneo in uno studio sulle Interdizioni imposte dalla legge
civile agli israeliti (nel quale gettava parecchia luce sulle
reali ragioni economiche che avevano portato e portavano ancora nel
suo tempo a leggi contro gli ebrei), così scriveva ricostruendo la
storia della proibizione dell’usura: <<L’errore “che ogni interesse è
usura” sinoreggiava le menti. Ma l’insegnamento delle leggi romane
risurto nelle università, cominciava a ristabilire la legalità
dell’interesse. Quindi si cercava di conciliare le opinioni
estreme con sottili distinguo di usure lucratorie e usure
compensatorie, di lucro cessante e danno emergente, si cercava di
palliare con termini fittizi, con vendite simulate, con cambi e
ricambi>>.
Il capitale di queste protobanche etiche, che oggi trovano una
continuazione ideale nelle varie forme di microcredito, o nelle casse
rurali, si accumulava per mezzo di collette, sottoscrizioni, eredità,
donazioni, depositi vincolanti e questue.
Il monte di Recanati, uno dei primi, era retto da quattro ufficiali,
uno per quartiere, con l’assistenza di due notai, che avevano il
compito di tenere accuratamente i libri contabili delle entrate e
delle uscite e di staccare le bollette dei pignoranti. Il
valore dell’oggetto lasciato in pegno doveva superare di almeno un
terzo la somma di denaro, e se alla scadenza il prestito non veniva
restituito il pegno veniva venduto in aste periodiche. Il denaro <<si
conservava in una cassa chiusa con tre chiavi, una delle quali era
tenuta dai priori, seconda dagli ufficiali e la terza dai notai. Si
richiedeva che i pegni fossero idonei e che venissero ritirati ogni
sei mesi>>. I pignoranti dovevano giurare di essere veramente
bisognosi, di prendere il denaro per sé e non per altri e non potevano
aver credito per più di una volta all’anno. I prestiti erano
obbligatoriamente di piccola entità (oggi diremmo microcredito), in
modo da arrivare a più persone possibile. Nel contratto per la
stipulazione di un nuovo monte ad Ascoli (siamo oramai nel 1589)
leggiamo altri particolari del loro funzionamento che risultano di
particolare interesse:
essendoche di raggione, natura e pietà l’huomo sia più obbligato a
sovvenire per li Compatrioti che altri estranei, però vuole che li
poveri Cittadini di Ascoli siano al prestare preferiti non solo alli
poveri estranei, ma anche alli poveri dello Stato della città
d’Ascoli, et indi poi vuole anco siamo preferiti i Contadini poveri
del nostro Stato all’altri poveri d’estranee giurisdizioni.
E’ dunque la città, l’essere cittadini, il legame di reciprocità sul
quale si fonda la riflessione su prestiti, interessi e restituzione.
Inoltre in questa frase vi è affermato in nuce quel
principio di sussidiarietà che nei secoli successivi diventerà uno
dei principi base della dottrina sociale cristiana, e oggi
dell’Europa. Interessante notare che all’articolo 7 dei <<capitoli
aggiuntivi >>, sempre in quel contratto si legga che <<il montista non
possa imprestare in modo alcuno…sopra armi di qualunque sorte si
siano>>.
Inoltre, i monti svolgevano altre funzioni ausiliarie, tra cui
provvedere le doti per le spose povere, <<tollere inimicizie, mettere
pace, tollere discordie in cause civili et criminali>>, e anche
adattarsi a <<fare da paraninfi>> fungendo da <<mediatori tra famiglie
per matrimoni>>.
L. Bruni, S. Zamagni,
“Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino,
Bologna, 2004, p. 38 40.
Scarica
l'articolo in PDF
|