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Per un approccio ermeneutico al consumo simbolico nella post-modernità
Paolo Contini La
società contemporanea, variamente definita dalla letteratura
sociologica, si connota, tra il resto, quale “società
dell’informazione” o “società della comunicazione”. La comunicazione
si sostanzia di relazioni di reciprocità. Comunicazione è, stricto
sensu, “communio facere”. Se esiste un consumo corretto ed un
consumo esasperato, un consumo egoistico ed un consumo altruistico,
verrebbe da chiedersi se non possa esistere anche nel campo della
comunicazione, un’esasperazione, un consumismo della comunicazione.
La risposta, ad un interrogativo che si pone più come retorico che
come problematico, appare scontata: non solo esiste un consumismo
della comunicazione, ovvero una comunicazione privata della sua ragion
d’esser e che vive senza comunicarci nulla, semplicemente per unirci,
ma addirittura possiamo riconoscere questo tipo di comunicazione
proprio nella “comunicazione di parte”, come è la pubblicità. La
similitudine fra consumismo nel consumo e nella comunicazione, però,
termina qui, infatti mentre esiste un consumo puro, che non è intriso
di consumismo, al contrario non può esistere una comunicazione pura,
privata di consumismo della comunicazione.
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