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L’origine
ideologica delle idee di mutamento e di sviluppo
Alberto Lo Presti
Solo
pochi anni fa le due principali categorie che gli economisti, i
sociologi, gli storici, gli antropologi, adottavano in molti frangenti
della propria attività intellettuale erano quelle di sviluppo e di
mutamento. Si studiavano i fenomeni storici e sociali agitati
dall’onda delle profonde trasformazioni sociali e civili che stavano
rapidamente sconvolgendo gli scenari planetari, preoccupati per
l’emergenza di nuovi problemi globali e di nuove minacciose questioni
che potevano coinvolgere lo stesso destino del genere umano. Nacquero
nuove teorie del mutamento e i metodi della pianificazione sociale, la
sociologia e l’economia dello sviluppo, e altri settori importanti,
che hanno costruito un filone importantissimo (e celebrato) delle
scienze sociali.
E oggi? Sembrano temi passati di moda, che hanno perso la loro forza
propulsiva. Fusi nel grande, e confuso, calderone concettuale del
globalismo, stanno lentamente redegrendo a categorie storiche utili
per comprendere un certo passato. La loro caratura operativa si è
sbiadita, lo spessore disciplinare pure.
Questo contributo vuole mettere in rilievo il carattere ideologico che
tali categorie hanno posseduto fin dalla loro origine, e con ciò
spiegare la parabola concettuale del mutamento e dello sviluppo
ricorrendo all’esaurimento della spinta ideologica iniziale. Come a
dire: le categorie di mutamento e di sviluppo, oggi, sopravvivono a
stenti, perché il carattere ideologico che ne aveva nutrito gli
orizzonti è tramontato. Una ideologia, la loro, che pur innestandosi
su quelle sorte nel diciannovesimo secolo, aveva prodotto significati
propri, prospettive nuove, che oggi, appunto, sono state soppiantate
dalla globalizzazione incipiente e tracimante in ogni aspetto del
pensiero contemporaneo.
1. Dalla Rivoluzione proletaria alla Rivoluzione manageriale
Ad avviso di Karl Polanyi, il diciannovesimo secolo fu uno fra i
secoli più tranquilli che la storia ricordi. Al di là di qualche
insurrezione interna e di qualche conflitto localizzato, generalmente
si potè conservare un generale livello di pace[1].
È noto il ruolo che Polanyi assegna all’alta finanza in questo gioco
di equilibri geopolitici e ideologici, ed è altrettanto noto come
questa tesi di Polanyi non abbia trovato sempre consenso fra gli
storici[2].
Di sicuro, ogni valutazione sul diciannovesimo secolo risente delle
convulse vicende storiche del secolo successivo. Come se il
diciannovesimo secolo non si ponga in altro modo se non in un’ottica
“introduttiva” a quello che Hobsbawm definisce “secolo breve”, cioè il
ventesimo secolo, quello dei “grandi cataclismi”. Le trasformazioni
del ventesimo secolo non furono solo di natura politica, non si trattò
solo di un’epoca segnata dal crollo dei grandi imperi secolari, da due
guerre mondiali, dalle grandi rivoluzioni e dalla conseguente
costruzione di imperi geopolitici, da altre rivoluzioni di minore
portata ma ugualmente assai significative, dalla travolgente avanzata
dei regimi fascisti e dei totalitarismi. Fu anche il secolo dello
spostamento del baricentro politico ed economico dall’Europa al nord
America e nel quale si portò a compimento quella che spesso viene
identificata come seconda rivoluzione industriale.
Di fronte al suo svolgersi, si deve riconoscere che il ventesimo
secolo segna un’era nella quale l’uomo si è adoperato per diminuire le
incertezze del suo futuro e, all’insegna della progettazione e della
pianificazione della sua vita quotidiana, ha fatto dell’avvenire una
specifica ragione tecnico-sociale. In modo un po’ provocatorio, si
potrebbe dire che i primi futurologi del ventesimo secolo sono stati i
vari Taylor, Ford, Beveridge, Keynes. L’avvenire, nel ventesimo
secolo, si tecnicizza, diventa materia di progetto e di strategia.
Abbandona l’esclusività della sua dimensione ideologica e politica e
si trasferisce nel campo dell’azione e dell’organizzazione.
La descrizione più suggestiva delle trasformazioni in atto, dal punto
di vista ideologico, ci è provenuta probabilmente dal filosofo James
Burnham, il quale espresse il cambiamento in atto in termini di
passaggio dall’ideologia rivoluzionaria alla rivoluzione manageriale[3].
Burnham propose la rivoluzione manageriale quale risposta definitiva
alle vecchie contrapposizioni fra capitalismo e socialismo. La sua
previsione fu la seguente: in mezzo secolo, il regime capitalista, con
la sua ideologia liberale, con la divisione della società secondo la
contrapposizione fra proprietari e proletari, sarà spazzato via da una
pacifica e silenziosa rivoluzione che porterà al potere una «nuova
classe sociale», munita di una propria coscienza di classe e di
interessi specifici: la classe dei manager, cioè di quei
gestori del processo produttivo che, di fatto, già controllano i mezzi
di produzione. In effetti, Burnham aveva già di fronte l’esperienza
sovietica, nella quale la classe dei burocrati e dei tecnocrati stava
rendendo vane le attese del più genuino socialismo, ma rilevante era
la sua pretesa di estendere questo meccanismo anche alle società
capitalistiche. Le profezie di Burnham si completavano con la
suddivisione delle aree del mondo in funzione del predominio delle
classe manageriali nei rispettivi luoghi di influenza. L’universo
gestito dai manager avrebbe dovuto trovare il seguente ordine: l’area
di influenza degli Stati Uniti, l’area della Germania, quella del
Giappone (si osservi come l’Unione Sovietica, nell’intenzione di
Burnham, avrebbe dovuto seguire una ulteriore divisione fra l’area
d’influenza orientale, quella giapponese, e quella invece europea e
tedesca).
Questo passaggio da un avvenire “politico” a uno “strategico e
manageriale” è meno brusco di quanto possa apparire. O almeno così
spera di chiarire l'articolazione dei temi affrontati in questo
capitolo.
2. Lo Sviluppo e l’occidentalizzazione del mondo
Preliminarmente, si può cominciare con l’osservare che il concetto
di sviluppo non coincide con quello di crescita. Nell’idea di sviluppo
è contemplato un arrivo, un fine, una piena maturazione, che nella
generale idea di crescita può non essere presente. La presenza di
questo elemento teleologico indica la positività connessa al processo
di sviluppo. Per esempio, la maturazione personale - cioè lo
sviluppo del comportamento - è sempre una cosa giusta e
raccomandabile. Un altro carattere dello sviluppo, più o meno
generalmente inteso, è quello della continuità. Nello sviluppo c’è una
progressione, magari lenta, senza bruschi salti o gravi interruzioni.
Il cambiamento avviene con continuità e ogni stato nuovo dipende dal
precedente secondo una concatenazione metodica. La progressione può
essere descritta da tappe successive. In ultimo, il concetto di
sviluppo spesso sottintende una certa irreversibilità generale del
mutamento in atto.
In questa sintetica descrizione dei caratteri dello sviluppo,
riusciamo in modo visibile ad accertare il facile connubio che si
stabilisce con il concetto di sistema. È proprio del sistema procedere
verso uno stadio non solo successivo, ma in un certo senso
“superiore”, senza che si verifichino brusche trasformazioni, per cui
quasi sempre un nuovo stato di equilibrio è stato raggiunto in
conformità ad alcuni caratteri rinviabili allo stato d’equilibrio
precedente.
Spesso si pensa che il concetto di sviluppo sia sorto nel ventesimo
secolo, e in particolar modo nel secondo dopoguerra, quando l'ordine
internazionale, le forme di interazione economica e l'estensione dei
mercati, crearono condizioni nuove per il cambiamento sociale. In
realtà, l'origine delle concezioni sullo sviluppo, tenendo comunque
presente la distinzione dai concetti di progresso, crescita,
modernizzazione, è ben radicata nel diciannovesimo secolo[4].
Storicamente, nel diciannovesimo secolo lo sviluppo è pensato
unicamente in termini immanentistici, secondo il modello esemplare del
caso indiano. Si fa notare che John Stuart Mill scrisse il suo
Logic and Principles of Political Economy, una pietra miliare per
la formulazione del concetto di sviluppo, mentre era impiegato delle
British East India Company. Lo sviluppo del capitalismo indiano fu il
risultato dell'abbattimento di una struttura di valori sociali
tradizionali e, sulle forme etiche e sociali da riscrivere daccapo, si
inserirono i semi del nascente e progrediente capitalismo borghese.
Ovviamente, si tratta quindi di un concetto immanente che rivela,
però, una precisa dimensione di «tutela» (trusteeship) politica
ed economica, assicurata da una realtà politica ed economica (il
sistema inglese nel caso specifico indiano) che aveva i mezzi per
autodefinirsi sviluppata e per esercitare il potere del proprio
sviluppo: «without trusteeship there is no devllopment doctrine»[5].
È l'origine del significato spesso ideologico che il concetto di
sviluppo ha assunto e si è trovato, in alcune circostanze, a mantenere
ancora oggi.
Probabilmente, spetta a Walt W. Rostow il titolo di caposcuola dei
teorici dello sviluppo. «Tutte le società, per le loro caratteristiche
economiche, possono essere classificate in una di queste cinque
categorie: la società tradizionale, la fase delle condizioni
preliminari per il decollo, il decollo, il passaggio alla maturità e
il periodo del grande consumo di massa»[6].
Il programma teorico di Rostow è ben illustrato da questo suo celebre
schema dello sviluppo storico. In pratica, tutti i sistemi
socio-economici hanno un divenire segnato dallo sviluppo, pensato
stadio per stadio, metaforicamente assimilato alle fasi del decollo di
un aeroplano, fino alla conclusione ideale di un benessere scandito
dal consumo. L’opera si costruisce su di una ricca e completa
documentazione di carattere storico e statistico, la quale gli
consente di condurre un’analisi comparata dello sviluppo di società
industriali differenti, fra Europa e America del Nord, l’India, la
Cina, il Giappone e anche l’America Latina.
La visione di Rostow è quanto mai sociocentrica[7].
Probabilmente, risente del clima di confronto fra il sistema
occidentale e quello sovietico, che Rostow si ostina a chiamare russo.
Innanzitutto, le società tradizionali, quelle precedenti a qualsiasi
discorso di sviluppo, sembrano rappresentare in Rostow il punto zero
di qualsiasi condizione storica. Esse sono dominate dalla scarsità e
da una certa immobilità che sembra farne delle società in perenne
stato di coma civile. Queste società non hanno che l’aspirazione di
trovare quell’impulso organizzativo, scientifico o di chissà che altro
tipo, in grado di consentire un aumento della produzione. Eppure, gli
studi antropologici hanno da tempo messo in rilievo come questa
condizione non sia affatto reale e fra le società tradizionali si
riconosce non un impedimento oggettivo alla crescita della produzione
ma un rifiuto culturale all’accumulazione[8].
Proseguendo nello schema dello sviluppo di Rostow, durante il periodo
nel quale si realizzano le condizioni preliminari per il decollo «si
diffonde […] l’idea che il progresso economico non solo sia possibile,
ma che esso sia una condizione necessaria per qualche altro scopo,
ritenuto buono, si chiami esso dignità nazionale, profitto privato,
benessere generale, o una vita migliore per i figli»[9].
In pratica, assaporato il profumo della modernità, ogni società
politica assume un unico scopo: completare il percorso, prendere il
volo, decollare verso lo sviluppo. Il decollo (take off, e tale
concetto ebbe subito una grande fortuna nel linguaggio dei teorici
dello sviluppo): «è l’intervallo in cui le vecchie remore e resistenze
a un deciso sviluppo sono definitivamente superate. Le forze tendenti
al progresso economico, che avevano prodotto solo limitate eruzioni e
isole di attività moderna, si espandono e giungono a dominare l’intera
società. Lo sviluppo ne diviene condizione normale. L’interesse
composto viene per così dire incorporato nel costume e nella struttura
istituzionale»[10].
Si osservi come il passaggio al costume e alla struttura istituzionale
riproponga nello schema di Rostow la condizione materialistica del
pensiero marxista dell’anticipo logico (se non cronologico) fra la
struttura economica e le sovrastrutture. Lo sviluppo, cioè, investe
tutte le dimensioni dell’agire umano-sociale e, a questo punto, niente
potrà più essere come prima e la nuova modernità soppianta, e rinnega,
la tradizione. Infine, si ha la maturazione del processo iniziato così
da lontano, cioè il periodo del grande consumo di massa,
caratterizzato dal fordismo americano, cioè dalla re-distribuzione ai
lavoratori degli aumenti di produttività al fine di accrescere il
consumo, con annesso sistema previdenziale.
Attorno al pensiero di Rostow si accese una polemica notevole. I
limiti della sua impostazione sono evidenti. Egli tratta le civiltà
come fossero delle libere e indipendenti organizzazioni che devono
trovare al proprio interno la sollecitazione allo sviluppo. Il
«ritardo» di una rispetto ad un’altra, in questo senso, sembra essere
solo imputabile a motivi interni alla sua struttura sociale. È
esclusa, quindi, la spiegazione forse più appropriata alle differenze
nel livello di sviluppo, cioè quella che vuole l’arretratezza di
alcune civiltà imputabile all’arricchimento senza scrupoli di altre.
Fra l’altro, se l’obiettivo di Rostow era quello di costruire una
teoria politico-economica alternativa a quella di Marx, di fatto il
suo tentativo ha forse solo ribaltato simmetricamente la prospettiva
marxista conservandone tuttavia i difetti principali. Vale a dire che
nella teoria di Rostow c’è una filosofia della storia di matrice
fordista invece che materialista, è contemplata la missione storico
mondiale dell’industria invece che del proletariato, il consumo di
massa subentra alla lotta di classe, il mercato al partito comunista
internazionale, ecc.
È ovvio che la modernizzazione pensata da Rostow non è altro che una
sorta di occidentalizzazione del mondo. Senza alcun dubbio, il
divenire delle società tradizionali è ancora oggi parecchio
sollecitato dai modelli di sviluppo delle realtà occidentali
modernizzate. È tuttavia più consono discutere di «ibridazione dello
sviluppo»[11],
nel senso che si constata l’emergere di un sincretismo complesso, nel
quale società modernizzate dal punto di vista economico non lo sono
dal punto di vita civile o politico, con il gran numero di varianti a
questa distonia presentati dai fenomeni storici contemporanei.
Il ritorno a certe forme ideologiche di concezione dell’avvenire ha
potuto assumere tratti assai evidenti nelle opere di intellettuali
successivi a Rostow. In particolare, piano piano è divenuta chiara la
posizione che i “migliori”, i “primi”, esercitano la propria
supremazia avanzando la pretesa di dominare il futuro. Per esempio,
questa limitante pretesa è espressa bene da Jan Tinbergen, quando
afferma che «una popolazione piuttosto povera, come media generale,
non saprà prevedere lontano e quindi sarà interessata a profitti
immediati. Essa si accontenta di vivere alla giornata e ogni suo
componente penserà a se stesso»[12].
Vale a dire, forzando un po’ il discorso, che l’avvenire è roba per
ricchi, gli altri possono solo stare a guardare, aspettando che
qualcuno gli dica cosa succederà loro.
Il successo riscosso dalla concezione della modernizzazione del
ventesimo secolo deve molto alle teorie dello sviluppo, soprattutto
nella prima fase della loro elaborazione. D’altronde, in un certo
senso con quelle teorie si mettevano d’accordo tutti. Per i paesi già
sviluppati del mondo occidentale si trattava di continuare a credere
nel ritmo di crescita interno e nella collaborazione internazionale,
in particolare rivolta ad ostacolare il diffondersi del marxismo. Per
i paesi in via di sviluppo, invece, si concretizzava un’aspirazione
particolarmente visibile nelle nuove classi dirigenti, le quali
diffondevano i segnali di un progressivo stile occidentale nelle loro
realtà tradizionali. L’avvenire, in pratica, sembrava soddisfare
tutti, anche se presto si attuò una decisa reazione a questo ottimismo
ideologico. In particolare, furono alcuni studiosi di orientamento
marxista nel mondo occidentale e alcuni intellettuali dei paesi in via
di sviluppo a mettere in rilievo le contraddizioni implicite nel
programma di modernizzazione basato sullo sviluppo. Paul A. Baran e
Paul M. Sweezy pubblicarono, nel 1966, Monopoly Capital,
illustrando con concetti diversi il rapporto fra i paesi in via di
sviluppo e le potenze occidentali. Recuperando alcune teorie che già
Lenin e R. Luxemburg avevano avuto modo di esporre, gli intellettuali
statunitensi misero in rilievo come il XX secolo sia di fatto
caratterizzato dalla progressiva formazione dell’egemonia
nordamericana, la quale soppianta, in termini di rapporto di potere e
di dominio politico ed economico, il colonialismo europeo. In tale
situa-zione, il capitalismo concorrenziale cede il passo al
capitalismo monopolistico il quale, confermando con ciò le previsioni
di Lenin[13],
è basato sull’as-sociazione del capitale industriale con quello
finan-ziario. Attraverso il gioco delle concentrazioni, queste società
controllano il mercato e, di con-seguenza, controllano pure i prezzi.
Questi ultimi, nonostante i notevoli aumenti di produttività, non
diminuiscono e permettono l’accumulazione di enormi surplus. La
questione principale, quindi, è l’assorbimento di questo surplus,
poiché il capitalismo monopolistico è incapace di creare una domanda
effettiva sufficiente ad assicurare la piena occupazione del lavoro e
del capitale[14].
Un sistema siffatto, in pratica, rischierebbe di cadere in una fase di
stagnazione, producendo in modo sempre meno redditizio beni che
fruttano un profitto sempre maggiore. La soluzione risiede in un
triplice intervento: la propaganda pubblicitaria che deve sollecitare
il pubblico a un consumo sempre maggiore, l’intervento dello Stato per
creare sempre nuove opportunità di consumo (per esempio la costruzione
di migliori vie di comunicazione in grado di accrescere la domanda di
mezzi di trasporto) e, infine, lo sviluppo ad opera dello Stato del
settore militare-industriale. Nelle parole di Ba-an e Sweezy: «Se si
assume la stabilità del capi-alismo monopolistico, con la sua provata
incapacità di fare uso razionale per scopi umani e pacifici del suo
enorme potenziale produttivo, è necessario de-idere se si preferisce
la disoccupazione di massa e l’irreparabilità caratteristiche della
grande depres-sione, o la relativa sicurezza di occupazione e di
benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari degli
anni quaranta e cinquanta»[15].
Per tale via, dalla denuncia delle contraddizioni implicite allo
sviluppo del sistema capitalistico nordame-ricano i nostri autori
passano all’esortazione di una rivoluzione mondiale operata non dal
proletariato, ma dai paesi del sud del mondo.
In conclusione, è stata condotta una rivisitazione strumentale delle
teorie dello sviluppo alle origini di questo ricco filone di studi, al
fine di porre in rilievo soprattutto il carattere vetero-ideologico
delle stesse. Il riciclo della «falsa coscienza», come Marx definiva
l’ideologia (pur rimanendone vittima la sua stessa dottrina), è
visibile ancora nelle contemporanee tendenze del dibattito sull’ordine
internazionale, i rischi e le opportunità globali, gli scenari
politici continentali e mondiali. Ancora una volta, se pure ve ne
dovesse essere ancora bisogno di ripeterlo, l’ideologia è meglio
prevenirla, che curarla.
[1]
K. Polanyi, The Great Transformation, Holt, Rinehart &
Winston, New York, 1944; tr. it., La grande trasformazione,
Einaudi, Torino, 1974, pp. 7 e ss.
[2]
Cf. S. Guarracino, Il Novecento e le sue storie, Bruno
Mondadori, Milano, 1997.
[3]
Cf. il cap. XII di J. Burnham, The Managerial Revolution: What
is happening in the World, John Day Co., New York, 1941.
L’analisi di Burnham ha avuto successivi approfondimenti,
fra i più importanti, e recenti, si segnala P. F. Drucker,
Managing in a Time of Great Change, Talley Books, New York,
1995; tr.it., Il grande cambiamento, Sperling & Kupfer,
Milano, 1996.
[4]
Si veda il capitolo 1 del fondamentale M.P. Cowen, R.W. Shenton,
Doctrines of Development, Routledge, London, New
York, 1996.
[6]
W.W. Rostow, The Stages of Economic Growth. A
Non-Communist Manifesto, Cambridge University Press,
Cambridge, 1960; tr. it., Gli stadi dello sviluppo economico,
Einaudi, Torino, 1962, p. 33.
[7]
Cf. G. Rist, Le Développement. Histoire d’une croyance
occidentale, Presses de la Fondation Nationale des Sciences
Politiques, Paris, 1996; tr. it., Sviluppo.
Storia di una credenza occidentale, Bollati Boringhieri,
Torino, 1997.
[8]
Cf. M. Sahlins, Stone Age Economics, Aldine Atherton,
Chicago and New York, 1972; tr. it., Economia dell’età della
pietra, Bompiani, Milano, 1980.
[9]
W.W. Rostow, Gli stadi dello sviluppo economico, cit., p.
36.
[11]
G. Rist, Sviluppo. Storia di una credenza occidentale, cit.,
p. 105.
[12]
J. Tinbergen, Ontwikkelingsplannen,
Kindler, München,
1967; tr. it., Sviluppo e pianificazione, il
Saggiatore, Milano, 1967, p. 19.
[113]
V. Lenin, L’imperialismo come fase suprema del capitalismo,
Edizioni in lingue estere, Mosca, 1948.
[14]
P. A. Baran, P.M. Sweezy, Monopoly Capital. An Essay on the
American Economic and Social Order, Monthly Review Press, New
York, 1966; tr.it., Il capitale monopolistico.
Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Einaudi,
Torino, 1968, pp. 68 e ss.
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