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Neo-populismo e
globalizzazione
Antonio Riccio
Con il
termine “populismo” è stato storicamente designato in Occidente il
movimento politico-culturale russo Narodnicestvo,
sviluppatosi nell’ultimo quarto del 19° secolo e durato sino alla
rivoluzione russa, i cui seguaci si dicono Narodniki, in
italiano populisti. Il movimento nasce dal tronco positivistico
della sociologia e del socialismo agrario di P. L. Lavrov e N.
Michajlovskij e si divide in varie correnti, da quella quasi liberale
a quella vicina al marxismo. Ebbe come espressione caratteristica la
rivista Russkoe Bogatsvo (La ricchezza russa), dal 1876
al 1918, cambiando nel tempo diversi nomi. Animati da profonda fede
nel contadino russo, contrari al burocratismo zarista e propensi a
“saltare” la fase dell’industrialismo occidentale, i populisti
aspiravano ad un socialismo rurale basato sulla obscina o
comunità rurale russa. Al populismo è ispirato “l’andare verso il
popolo” degli intellettuali russi della fine del secolo, nonché
l’opera di organizzazioni diverse, a carattere più rivoluzionario.
Con lo stesso nome sono stati designati anche alcuni movimenti
politici culturali o letterari, di tendenza ed ispirazione popolare,
quali il Partito Populista o Partito del Popolo negli
S.U., e il Movimento populista russo. Negli USA il
Populist o People’s Party ebbe vita dal 1891 al 1908
raggruppando formazioni di operai e agricoltori.
[1]
Il populismo sembra nascere quindi da un mix tra moderna
scienza sociale ed un arcaico mito russo della comunità contadina
e della madre terra, rivendicate come bene comune per
auton-omasia.
Di che utilità può essere oggi questo termine? E’ lecito applicarlo a
fenomeni e contesti storicamente diversi? In quali forme
attuali possibili possiamo ancora rintracciarlo, ovvero quali
dinamiche e trasformazioni esibisce nel mutato sce-nario
contemporaneo?
Da un punto di vista antropologico, il populismo può essere
interpretato come una tipica espressione sincretica tra
tradizione/cambiamento; un fenomeno di resistenza alle
trasformazioni dell’assetto sociale e politico, che si oppone ad esse
ma cerca al contempo di trarne anche vantaggi.
In questo senso più ampio il populismo appare come un progetto
di “liberazione” e ‘riscatto’ di masse popolari subordinate, in epoche
e contesti storico-culturali anche assai diversi.
Una forma di populismo si può rintracciare ad esempio, nel
movimento operaio occidentale, inteso come progetto di
emancipazione (marxista) dalla subalternità, nella prospettiva
di una conquista e direzione futura dello Stato da parte del popolo.
Il richiamo al potere dei lavoratori, contrapposto al potere
del capitale, costituisce lo sfondo mitico di una resistenza
popolare al mondo moderno ed alla rivoluzione industriale, soprattutto
nei suoi esiti più “selvaggi” e “disumani”. La lotta sociale faceva
ricorso a parole d’ordine nuove (rivoluzione
proletaria) ed a solidarietà antiche (contadine e rurali).
Il movimento al tempo stesso, si richiamava a conoscenze scientifiche
moderno (il Socialismo scientifico).
Ma possiamo trovare tracce di populismo anche in esperienze
diverse, come nelle mitologie delle razze, del sangue, delle
antiche grandezze patrie, delle guerre come origine di un nuovo
ordine, della civiltà che redime dalla barbarie popoli
d’oltremare. Anche qui troveremo riferimenti a valori ancestrali ma
anche a forme di legittimazione scientifica moderne (razziologia)
che, coniugate, proucono una ideologia di oppressione e sfruttamento,
eticamente giustificato come “missione” di civilizzazione, sviluppo e
progresso.
Ma l’aspetto più negativo attribuito al “populismo” starebbe in un
altro carattere tipico, ovvero il fatto che, nonostante questo
programma sociale e politico sia spesso fondato su interessi
contrari al popolo e funzionali invece a classi o gruppi
sociali ristretti, tuttavia riesce ad esercitare una sapiente
manipolazione dell’immaginario collettivo, coinvolgendo le masse in
avventure ed imprese fatte sentire come rispondenti alle loro
esigenze più profonde (tra questi i miti ideologici fascisti del
“posto al sole” o “dell’Italia proletaria”).
Queste ambiguità, tipiche delle derive populiste, trovano in effetti
ascolto e risonanze favorevoli in una cultura popolare spesso
vittima di facili manipolazioni da parte di culture egemoni, come
esito della propria storica marginalità sociale.
Che dire del populismo nell’epoca dei mass-media? La sua
deriva contemporanea è più difficile da decifrare e analizzare.
Anzitutto perché la subalternità popolare è oggi più ambigua,
più sfumata e complessa a definirsi. Se da un lato gode di un potere
tutto suo (il potere del consumatore) d’altra parte questo
grande target subisce una forte manipolazione culturale
che modella il suo universo simbolico, sempre più amministrato
dall’industria televisiva di massa.[2]
Le nuove forme del populismo contemporaneo appaiono legate
proprio al medium televisivo, come fonte di consenso verso
stili di vita e forme di pensiero, che potremmo definire populismo
mediatico, capace di assumere aspetti diversi.
Le riflessioni più attuali sul neo-populismo sono state elaborate sul
fenomeno politico-culturale del “berlusconismo”.[3]
Al di là degli aspetti politici, che qui non
interessano, è utile invece capire i modi e le forme culturali in cui
si manifesta o si declina oggi, secondo alcuni studiosi, questa forma
di neo-populismo. Umberto Eco, ad esempio, analizzando da
semiologo la campagna elettorale di Forza Italia (elezioni politiche
del 2001), vi individua un nuovo ed originale modo di fare politica
che definisce “spot-oriented”. Questo modello, veicolato
attraverso media diversi (cartellonistica, manifesto
elettorale, annuncio pubblicitario), impiegherebbe tuttavia forme di
comunicazione politica paradossalmente riprese dal modello
veterocomunista o sessantottardo.
Questo modello impiegava slogan efficaci e comprensibili,
ripetuti costantemente e quasi ossessivamente, tra i quali ricorrevano
alcuni temi-guida del tempo, quali la denuncia imperialistica
americana come causa della fame nel mondo, la denuncia della
magistratura cattiva (che ritroviamo, mutatis mutandis, nel
Polo); l’idea di un rivolgimento insieme globale e radicale che per il
veterocomunismo era nello slogan di “cambiare le cose” e nel Polo
diventa una non meglio definita “Italia che ho in mente”,
ripetutamente espressa dal suo leader.
Infine la monopolizzazione di valori comuni (la pace, la democrazia,
la figura di Garibaldi) che venivano trasformati dal comunismo in
valori di parte, quindi capaci di aggregare/arruolare
immediatamete chiunque si trovasse a parlare di questi temi.
Egualmente nel Polo, alcuni valori-base, del tutto generici (quali “la
libertà”, la “italianità”, tra lo sportivo ed il patriottico, o la
“sicurezza”) sono monopolizzati come simboli-chiave, capaci di
arruolare inconsapevolmente “la gente” comune, che comunemente li
nomina, li manifesta, li esprime.
Se assumiamo come primo carattere costitutivo del populismo “l’andare
verso il popolo” degli intellettuali russi della fine del secolo,
possiamo trovare un corrispondente contemporaneo nell’andare “verso
la gente” in versione berlusconiana. Il termine “gente”
nella sua apparente genericità, trova un target di riferimento
nelle vaste “masse mediatiche” accomunate da “un
sentire comune” tipico di un aggregato indistinto ma unificato dal
medium televisivo commerciale, come spazio di informazione, ludico
e cognitivo.
Questo strano mix di pratiche politiche antiche (veterocomuniste)
riproposte attraverso media contemporanei, è legato al fatto
che altrettanto paradossalmente il nuovo partito politico trova i suoi
intellettuali e consiglieri soprattutto tra gli ex sessantottini ed ex
comunisti, esperti di un rapporto con le masse alle quali per
l’appunto il Polo si rivolge, nella consapevolezza che il
disfacimento ideologico ha prodotto la perdita dell’ identità sociale
classica, basata sul censo, sostituita da una generica appartenenza
comune – secondo Eco – all’universo dei valori massmediatici, quindi
sensibili al richiamo populista.
Inoltre, ed è l’aspetto più propriamente antropologico, le
argomentazioni populiste più ricorrenti nelle tesi a favore di
Berlusconi, sono evidentemente basate su credenze antiche e
popolari, a volte con evidenti valenze di tipo magico-utilitaristico.
Una prima credenza sostiene che essendo il leader già
ricco, non avrà bisogno di rubare denaro pubblico; la seconda che è
indifferente che “faccia i suoi interessi” purché “permetta anche a me
di fari i miei”; la terza è legata ad una più complessa credenza
mitica dei così detti “culti del cargo” di cui diremo appresso.
Le prime due argomentazioni rientrano in una psicologia popolare assai
radicata e diffusa, propensa a colludere con il potente ed il
fortunato, specie se divenuto tale non per condizione ascritta, ma per
“abilità personali”, tra le quali da sempre primeggiano nel sistema di
valori popolari l’astuzia (la metis greca, sussidio del
‘debole’ o dell’uomo comune per affermarsi contro i forti ed i
potenti, leggi i politici[4]),
l’abilità manipolativa, comunicativa e relazionale
(grande comunicatore), e non ultimo, un sentire ed un
esprimersi “vicino” alle modalità espressive ed emotive
dei ceti medi. Ma accanto a questi argomenti o “credenze” che traggono
origine dalla loro “prossimità” con l’esperienza comune della “gente”
e con dinamiche proiettive ed identificative, la terza (e più
implicita) credenza è legata proprio alla ricchezza del
leader ed a concetti antropologici classici quali il mana
ed i culti del cargo. Di cosa si tratta?
Si tratta, com’è noto dalla amplissima letteratura etnografica,
di concetti e pratiche elaborate da popolazioni polinesiane oppresse
dal colonialismo, attraverso la credenza nell’arrivo miracoloso ed
imminente di navi da carico (cargo, appunto), colme di
ricchezza (come quelle che vedevano arrivare per i loro dominatori
bianchi), portata per loro dagli antenati mitici, per riscattarli da
una subordinazione insieme economica e politica, emancipandoli dal
dominio dei loro amministratori coloniali.[5]
L’elemento irrazionale e magico del populismo nostrano (che non
è affatto un sistema consapevole e voluto, ma un fenomeno culturale,
in gran parte implicito, dotato di una sua interna logica), sta nel
fatto che la sua leadership, fortemente personalistica,
alimenta in forme del tutto inconsapevoli la credenza nella qualità
magica del mana; una proprietà che si trasmette per contatto
e per vicinanza e che opera, nel caso in questione, sul
principio (sotteso ed implicito) che un leader che ha saputo
diventare enormemente ricco possa far partecipare della sua
ricchezza anche chi viene da lui governato[6].
Persuasione, aggiunge l’autore, tipica del teledipendente che segue le
trasmissioni di giochi miliardari che inchiodano le masse alla
televisione per l’identificazione e la partecipazione fortissima
all’esperienza individuale del ‘diventare miliardario’.
Da questa analisi possiamo ricavare alcune interessanti
conclusioni su questa forma di neo-populismo nostrano, utili per
un’antropologia delle moderne società complesse.
L’avvento (o il ritorno, se volete) di questo fenomeno mostra
anzitutto come sia cambiata la stessa struttura sociologica del nostro
paese. Un paese in cui, paradossalmente, il vero partito di massa
attuale non è più rappresentato dalle forze della sinistra, ma da
una nuova forza centrista e moderata che adotta le tecniche
comunicative proprie di un partito di massa.
Questa novità ha creato alle forze di sinistra un vero problema di
identità; quello di basarsi su un elettorato non più popolare,
bensì formato da ceti emergenti, professionisti del
terziario, proba-bilmente eredi di una mitica classe operaia
che non esiste più. Ne deriva un singolare paradosso, acutamente
individuato da Umberto Eco: che il “vero” ultimo comunista finisca per
essere proprio il leader anticomunista del Polo. Sentiremo
dunque - si domanda ironicamente Umberto Eco - Berlusconi incitare: “Avanti
o Popolo! ”?[7]
Questa analisi sul neo-populismo fa riflettere sulla
origine degli emergenti modelli politici italiani, e sulla crisi di
quelli tradizionali, in modo ironico e inedito, da un punto di vista
semiotico, ma tutto ‘interno’ alla nostra realtà politica.
Da un punto di vista antropologico, possiamo invece ricercare i
livelli di relazione di questo fenomeno, non solo interni alla
politica, ma estesi al contesto globale del nostro tempo.
Se ripercorriamo la sintetica analisi storica di apertura, potremmo
dire che il populismo storico rappresenta l’emergere dell’utopia
nella pratica politica. E’ una cosa nuova e rivoluzionaria, nel senso
che introduce tensione e fantasia nel regno del calcolo
politico e dell’esercizio del potere.
L’utopia populista era centrata nel rifiuto dell’industrialismo
come necessaria fase di sviluppo e nella redistribuzione
delle terre come alternativa alla produzione capitalista agraria. Si
può leggere questa invenzione culturale come rifiuto del
capitalismo industriale e del suo modello di sviluppo (urbano,
di massa), in favore di un recupero (rivoluzionario;
etimologicamente, ritorno alle origini) della cultura di comunità
(contadina), matrice di relazioni vitali e autentiche, e quindi di un’altra
forma possibile di sviluppo.
Interessante notare che questa tensione nasce dal solco del
positivismo, del socialismo agrario, cioè di
correnti razionaliste. Come a legittimarsi sul piano
intellettuale e scientifico, ed al contempo, ad elaborare una prima
reazione anti-intellettuale ed anti-razionalistica alla politica
classica.
Il carattere utopico di questo populismo non è tanto nella sua
tensione ad una diversa cultura economica ed ad un diverso sistema di
valori, ma la sua improponibilità per l’evidente distanza dal
clima culturale più ampio.
Anche il populismo post-moderno, sembra individuare un nuovo
soggetto, che richiama le Folle solitarie di Riesman[8]:
la gente, massa mediatica generica, nuovo soggetto raggiungibile
attraverso la comunicazione televisiva e depositario della
sovranità popolare, diffusamente e confusamente ostile verso ogni
potere istituzionale (giudiziario, politico, ecc.) come verso il
cambiamento culturale in atto e fenomeni correlati, quali la
immigrazione e la globalizzazione.
I nemici da combattere diventano i politici di professione e di
‘fede’, i sostenitori di passate ideologie collettivistiche,
(comunisti), ma anche i militanti della ‘vecchia politica’, nonché gli
oppositori critici verso il Polo delle Libertà, di ogni estrazione e
tipo. Tutti responsabili di attentare alla “libertà”: valore-base
afferente ad un liberalismo in genere riferito alla “libertà di
intraprendere e di fare”, vista come salvifico e provvidenziale motore
di ‘sviluppo’, quasi automatico e naturale, una volta rimossi gli
impedimenti burocratici e capziosi alla “sana” vitalità economica
della “società civile”.
Ai suoi simpatizzanti questo nuovo (ma anche antico) modello di fare
politica propone l’identificazione in una nuova figura o
modello di leader, che, come sottolinea, tra gli altri, M. F.
R. Kets De Vries, psicologo franco-canadese, direttore dell’
insead, scuola europea
per la preparazione dei manager[9],
appare assai distante da matrici intellettuali e politiche, e
più vicino invece al mondo della “società civile”; della prassi,
dell’azione, della vita economica (imprenditore, manager). Di
conseguenza il modello operativo di riferimento non è più l’Ente o
l’Istituzione (entrambe pubbliche) ma l’azienda (privata, e per
di più spesso di famiglia), ed il “paese”; ovvero mondi
particolari e particolaristici, “vicini alla gente”: per questo più
sensibili e partecipi delle istanze e bisogni personali o
particolari di vasti e articolati strati popolari.
Anche per via di questa nuova e originale fonte di
legittimazione ed identificazione, la ricchezza è considerata come una
opportunità alla portata di tutti, sebbene (fatalmente) non per
tutti. “Farsi i propri interessi“ è quindi non solo moralmente
indifferente, ma anche “politicamente corretto”, nella misura in cui
sia permesso ad ognuno di farsi i suoi (una estrema sintesi del
‘liberalismo populista’ nostrano).
E’ utile notare come questo neopopulismo riveli impliciti
livelli di relazione con le nuove e diffuse forme di etnocentrismo
collettivo del nostro tempo. Queste sono oggi attivate e trovano
manifestazione nelle crescenti tensioni xenofobe e razziste
suscitate dalle ondate migratorie verso l’Europa, terra di
immigrazione e di speranza per numerosi flussi di lavoratori
extracomunitari, sfuggiti - a volte a rischio della propria vita -
alle condizioni di miseria dei loro paesi d’origine e giunti in Europa
spesso sull’onda di una mitizzazione (“millenaristica” o “messianica”)
sulle prospettive di vita futura.[10]
Questo fenomeno migratorio (che costituisce lo sfondo sociale più
rilevante del nostro tempo) può essere visto, contraddittoriamente,
sia come un pericolo ed una minaccia (“invasione”) nei
confronti della propria identità culturale, quanto come
provvidenziale opportunità, per strati imprenditoriali e
commerciali per i quali “gli immigrati” costituiscono un prezioso
potenziale economico come risorse lavorative a basso costo.
Questa duplice valenza associata agli “immigrati” visti come “diversi”
ma dei quali si percepisce il potenziale economico, può essere
abilmente utilizzata dal neo populismo nella sua ricerca di
consenso interno. E questo, mettendo in atto politiche di
“contenimento” della ‘invasione’ degli “extra-comunitari”, con
restrizioni di accesso che riducono soprattutto il potere
contrattuale di questi lavoratori consentendo ai datori di lavoro
di esercitare potenziali forme di sfruttamento e di discrezionalità
nell’impiego di un ampio patrimonio di forza-lavoro disponibile.
La loro precostituita irriducibilità culturale, che ne fa degli
estranei (extra-comunitari) e dei diversi
(“immigrati”) “giustifica” anche il percepirli e trattarli piuttosto
che come persone (portatrici di valori etico-sociali e
religiosi), come “merci”; ovvero come fasci di attributi
(forza-lavoro) per soddisfare i nostri bisogni (di arricchimento,
crescita e sviluppo), consegnandoli ad una visione ideologica
tipicamente “etnocentrica”[11].
Il richiamo populistico ad un mitico orizzonte di
sviluppo e di benessere individuale e collettivo insieme, appare
quanto meno incompatibile quindi con politiche di accoglienza e
condivisione, di tipo umanistico o “caritativo” nei confronti di
queste ampie fasce sociali marginali ma indispensabili e necessarie al
nostro futuro.
Nell’età della globalizzazione il neopopulismo può sfruttare le
tensioni xenofobe per legittimare politiche di omologazione degli
immigrati a merci, cioè vedere in loro mera forza-lavoro e
non persone, stravolgendo così il messaggio cristiano di un
umanesimo integrale ma, soprattutto, può mettere in crisi la stessa
possibilità di una convivenza multiculturale, alla quale peraltro
dovremo necessariamente educarci come condizione stessa del nostro
futuro.
Padre Alex Zanotelli, un missionario comboniano impegnato nel sociale,
scrive[12]
a proposito della normativa che restringe e disciplina i flussi
migratori nel nostro paese, che questa legge, “mette tra parentesi la
persona: quello che interessa è che l’immigrato lavori, non esista
come essere umano con una propria cultura o come cittadino. In questo
senso la legge avalla una mentalità secondo la quale l’immigrato
deve essere una merce da utilizzare. È legalmente riconosciuto
fintanto che serve al capitale e poi può essere rispedito al
mittente”.
Padre Zanottelli dice esplicitamente che si deve rifiutare questa
legge come “un insulto alla nostra umanità come alla fede cristiana”.
Propone forme di impegno e di lotta su due fronti: un appello alla
Chiesa italiana perché faccia nascere un movimento come il
Sanctuary Movement degli USA negli anni 80, per gli immigrati del
Salvador, Guatemala, Nicaragua.
Le comunità ecumeniche statunitensi riaffermavano attraverso questo
movimento, il diritto di asilo (santuario) proprio della
tradizione biblica, facendosi carico di questi diseredati e
difendendoli dalla polizia sino all’aula del tribunale. Questa
risposta, potrebbe essere lo stimolo alla riaffermazione non solo del
diritto d’asilo, ma dei diritti internazioni e
fondamentali della persona umana sanciti dalla Costituzione e
dalle Convenzioni internazionali cui l’Italia aderisce, come hanno
rilevato l’ ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà), Amnesty
e MFS (Medici senza frontiere)[13].
Ancora più interessante è la proposta di Zanottelli, di istituire
processi formativi di base che portino la gente, le comunità di
base cattoliche, “a vedere nell’immigrato non un pericolo, una
minaccia, ma una ricchezza, un’occasione” di arricchimento culturale e
sociale.
Se il populismo, come questa breve rassegna ha cercato di mostrare,
tende a porsi come ibrida sintesi di re-integrazione di valori
e assetti sociali pregressi; di ritorno a presunte e mitiche idealità
fondanti l’identità nazionale (mescolati a temi, slogan e valori
emergenti della contemporaneità), allora potremmo cominciare a vedere
nel neo–populismo nostrano una resistenza ai nuovi
pressanti problemi della globalizzazione e dall’immigrazione di
massa, i due scenari del cambiamento socio-culturale contemporaneo.
A questo cambiamento il neo-populismo risponde con una difesa
del particolare, del privato e dell’individuale,
eretti a mete collettive, in stridente contrasto con una società
incamminata verso scenari e cittadinanze sempre più globali ed
inclusive.
Si profila pertanto una vera e propria mission non solo per gli
studiosi di scienze sociali ma per tutti coloro che operano
attivamente nella società civile, per promuovere una maggiore
consapevolezza del nostro tempo e del nostro ‘bisogno
dell’altro’ come realtà necessaria e come scenario di
convivenza futuro inevitabile. Ma, soprattutto, per
accrescere la consapevolezza che le ideologie di “sviluppo” ed il
razzismo xenofobo minacciano di negare i nostri stessi bisogni,
ed i diritti fondamentali della persona, allontanandoci dalla
meta comune di diventare “cittadini del mondo” e di costruire insieme
all’altro un destino migliore.
[1]
Dizionario Enciclopedico Italiano Treccani, Roma, 1970, p. 642,
vol. IX, voci: “Populismo” , “populista”.
[2]
C. Prandi, “Popolare”, cit. p. 908.
[3]
U. Eco, Vi spiego perché nel Cavaliere si nasconde un
comunista, La Repubblica, 3.4.2001; M. F. R. Kets De Vries
Leader, giullari e impostori, Ediz. Raffaele Cortina, 2001.
[4]
T. Ceccarini (a cura di), Athena l’ulivo l’aratro, elogio
dell’intelligenza pratica e dell’abilità tecnica, Editrice
Vela, Velletri, 1998.
[5]
P. Lawrence, Road belong Cargo, Manchester, University
Press, 1964; M. Massenzio, Cargo Cults: dall’evasione
mitica all’impegno emancipatorio, in: V. Lanternari, Festa,
carisma, apocalisse, Sellerio Edit., Palermo, 1983, pp.
305-348.
[6]
A. F. C. Wallace, Religion: An Anthropological view, Random
House, New York, 1966.
[8]
D. Riesmann, La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1956.
[9]
M.F.R. Kets De Vries, cit: 2001
[10]
V. Lanternari,Una nemesi storica: gli immigrati dal terzo mondo.
Aspetti etnoantropologici del fenomeno, in: Per una
società multiculturale, a cura di M. I. Macioti, Liguori
Editori, Napoli, 1989.
[11]
A. Catemario, Linee di Antropologia culturale, vol. I.
[12]
A. Zanottelli, Mosaico di Pace , luglio-agosto 2004.
[13]
www.redattoresociale.it 11.7.2002; 16.9.20.
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