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Per
un approccio ermeneutico al consumo simbolico nella post-modernità
Paolo Contini
La
società contemporanea, variamente definita dalla letteratura
sociologica, si connota, tra il resto, quale “società
dell’informazione” o “società della comunicazione”. I due termini,
apparentemente prossimi, in quanto ad estensione semantica, rivelano
due aspetti assolutamente antitetici dal punto di vista relazionale.
Uso l’espressione “società dell’informazione” per definire la
direzione della trasmissione del senso, una società caratterizzata,
dal punto di vista comunicazionale, da meri atti trasmissori: uno
stimolo viene inviato, ma il feed back è assai flebile.
Per “società della comunicazione” intendo invece quel modello
relazionale per il quale la “trasmissione” del senso (universo
simbolo) è solo parte, non intero: società della comunicazione è quel
contesto connotato da dinamiche comunicative tali da favorire la
costruzione di nuovi significati attraverso la condivisione di
informazioni. La comunicazione si sostanzia di relazioni di
reciprocità. Comunicazione è, stricto sensu, “communio facere”.
Stante questa premessa, che condensa in poche righe un’area che non è
opportuno indagare in questa sede (ma per la quale si rimanda ad
approfondimenti specifici), partiamo dall’assunto secondo il quale la
nostra società glocalizzata[1]
è società dell’informazione che tende (anela) a un altro “dover
essere”, tende a diventare società della comunicazione.
In altra sede ho sostenuto e argomentato l’esigenza di individualità[2],
di riconoscimento dell’identità singolare quale reazione alle tendenze
globalizzanti e, in quanto tali, spersonalizzanti.
Questo discorso è da riferirsi sia a contesti comunicativi personali,
sia a contesti comunicativi commerciali. In questo lavoro vorrei
proporre qualche considerazione in merito a questo secondo ambito.
È opinione condivisa che sia necessario conciliare la comunicazione
(nell’accezione di cui sopra) con la pressante esigenza di
individualità che è caratteristica esistenziale dell’uomo
contemporaneo, e le tendenze attuali si muovono esattamente in questa
direzione.
Ciò avviene, anzitutto, tentando di rispettare gli individui, creando
degli argini di comportamento, per non ferire le sensibilità dei
soggetti, che si sono scoperte con gradi e caratteri differenti. Se è
vero che, comunque, i limiti imposti con questi argini sono limiti
generici e non particolari, è anche vero che questi consentono di
applicare un più ampio ventaglio di opportunità per tutelare il
singolo soggetto. Iniziata a capire l’esistenza di diverse possibili
reazioni ad uno stimolo, ciò che si può fare è smussare le spigolosità
dello stimolo, al fine di attutire i divergenti impatti e rendere tutte
le risposte più morbide ed ovattate. Evitare l’estremismo sembra
dunque essere la strategia migliore per rispettare le rinnovate
esigenze del singolo e le massificanti esigenze delle istituzioni:
eppure è qualcosa di più che un semplice ritorno al virtus in
media stat.
Anzitutto la vecchia formula latina, che porta alla vittoria della
mediocritas, deve essere letta da ambo i suoi lati: se il
singolo va tutelato — per essere rispettato nella sua integrità di
individuo e non solo nel suo essere consumatore — è pur vero che non è
minorato; non si potrà perciò né vedere sempre nella comunicazione di
stampo pubblicitario una trappola ed una diavoleria per raggirare il
pover’uomo di turno[3],
né tanto meno — cosa forse più importante — si potrà vedere in questa
particolare forma di comunicazione un male in sé per sé; ciò, infatti,
vorrebbe dire che il consumo — a cui questa vuole spingere — è sempre
e comunque un male, cosa che non può esser detta.
La pubblicità, anzi, sta diventando sempre più una vera e propria
forma culturale, tanto da investire di sé l’intero mondo delle
comunicazioni[4]:
pubblicità significa, letteralmente, rendere pubblico, è un far
conoscere sulla base del quale si innesta poi un voler far fare. La
comunicazione attuale, quindi, perde la distinzione fra informazione e
pubblicità: ogni informazione diventa automaticamente pubblicità, nel
momento in cui si ha più interesse per l’aspetto sociale, cioè per il
fatto di divenire pubblica, anziché nell’essere un dato che aggiunga
qualcosa di nuovo al “già detto”. Se l’aspetto relazionale supera — o
ingloba — quello sostanziale, se è più importante una piccola
innovazione diffusa ad una grande innovazione saputa da pochi[5],
siamo in una realtà nella quale il passaggio da informazione a
pubblicità è già avvenuto[6].
Tale passaggio è, però, obbligato; dovremmo altrimenti ipotizzare come
possibile una informazione pura, ovvero un’informazione che non abbia
alcun interesse a divenire pubblica e, dunque, a diventare pubblicità:
tale interesse è, però, insito in ogni comunicazione, visto che il fine
dell’emittente è esattamente quello di farsi conoscere[7]
e, magari, di influenzare il contesto circostante con la propria
comunicazione.
La pubblicità parimenti alle altre forme di comunicazione, crea quel
sostrato su cui tutti ci muoviamo, l’unica differenza è che, mentre
nell’informazione pura il soggetto recettore sa di ricevere notizie
che costruiranno il suo contesto, al contrario nella pubblicità i
simboli ed i valori sono riportati in chiave ludica, “leggera”, non
hanno spessore e perciò sono più facilmente veicolabili, ma anche più
difficilmente controllabili — proprio perché causano reazioni istintive
e non razionalizzate. Giocare con l’istinto è più facile, ma anche più
pericoloso.
La pubblicità diventa l’espressione di una certa angolatura dalla
quale non solo guardare la realtà, ma costruire i bisogni necessari
per permettere a quella stessa realtà di rimanere in vita[8]:
oggigiorno la pubblicità struttura il nostro contesto ed i nostri
bisogni più di quanto non facciano le altre forme di comunicazione,
ciò, anzitutto, perché ha un ricambio talmente veloce da riuscire a
mantenere il ritmo frenetico della nostra vita contemporanea, a
sopportare tutti i cambiamenti cui siamo sottoposti e a cui
sottoponiamo gli elementi che condividono la nostra realtà.
Inoltre, la pubblicità è in grado di costruire un contesto per noi più
agevole da abitare di quanto non siano in grado di fare le altre forme
comunicative, anche — e forse proprio — a causa della sua
frammentazione. Mentre le forme di comunicazione classica si basano
sulla linearità dell’espressione e della formulazione, su una
consecutio, che deve essere mantenuta, la pubblicità può
permettersi l’assenza di consequenzialità, anzi: l’insieme degli spot
e delle differenti forme pubblicitarie[9]
si basa proprio su questo melting–pot di colori, forme e suoni.
Potremmo dire che forma tipica dell’espressività post–moderna non è il
singolo spot, ma l’insieme degli stessi, ciò perché mentre nel singolo
restano vivi gli elementi di linearità — per cui ogni spot è un
microcosmo in sé chiuso ed organizzato, come una microscopica novella
— nell’insieme di questi, la linearità si perde completamente e non si
può, in alcun modo, creare una motivazione logica alla sequenzialità
con cui questi si presentano, né si può porli in relazione, se non per
contrasto, magari per contrapposizione.
La poliedricità, la semplice mancanza di unità o, se si vuole,
addirittura l’incoerenza del mondo pubblicitario visto nel suo insieme
— grazie al quale vengono veicolati tutti i tipi di valori ed il loro
opposto, contemporaneamente — fa capire quanto non ci sia nulla di
più donchisciottesco ed inutile che voler vedere, nelle comunicazioni
commerciali, un attacco verso le abitudini inveterate ed un tentativo
di modifica della mentalità preesistente. L’assurdità di tale
approccio, al problema della comprensione del mondo pubblicitario,
risiede in due elementi: il primo è la mancanza di unità dei valori
che vengono veicolati; il secondo risiede nel fatto che, anzi, quando
bisogna comunicare qualcosa si ricorre spesso, per far accettare il
proprio punto di vista, ad una “piattaforma comune”, dalla quale
l’altro interlocutore non possa più di tanto distaccarsi e che sia
costituita, perciò, proprio dalle banalità e dalle evidenze che
sorgono dal contesto.
Il consumo, quindi, pur essendo
un rinnovatore costante della realtà sociale, invece di ergersi contro
quella stessa realtà, negandola, è costretto, per far accettare le
modifiche ed i cambiamenti e per farli vivere come un miglioramento
anziché come un semplice passaggio, a portarsi dietro un pezzo di quel
passato, un bagaglio di luoghi comuni accettati, sulla scorta dei
quali propugnare il mutamento; nihil ab nihilo, verrebbe da
dire: nessun futuro senza un passato da cui farlo sorgere. Si capisce,
allora, che anche la comunicazione non ha un valore chiuso in se
stesso, in ciò che effettivamente dice o tace, nelle parole o nelle
immagini utilizzate, ma il suo valore è collegabile — e collegato — a
tutto quello che si erge alle sue spalle: la comunicazione stricto
sensu diventa solo una parte della realtà comunicativa, in
quanto quest’ultima ingloba in sé il contesto ed esprime un insieme di
valori ben più ampio di quelli veicolabili esclusivamente con il
linguaggio stesso.
Si può tranquillamente affermare che la tendenza attuale è di
rendere sociale ogni tipo di rituale esistente: il Post–moderno fa
perdere la linea di confine fra pubblico e privato che tanto cara era
stata ai moderni, oggi l’ambiguità la fa da padrone e nel dubbio tutto
diviene, per volontà o per necessità, condiviso.
La condivisione estrema, la condivisione per il gusto di condividere —
al di là, poi di che cosa sia condiviso, cade nel consumismo.
Consumare non è un male, l’individuo è condannato a consumare, sia
singolarmente — per mantenersi in vita — sia socialmente — per
mantenere in vita la società — male diventa il consumo nevrotico, nel
quale ci si aspetta dai beni sempre altro rispetto a ciò che essi
possono, poi, realmente fornire.
La problematica del consumismo, del voler attribuire ai beni un potere
di eudemonia[10]
che questi non hanno, è antico, se c’è chi ritiene che la stessa
teoria platonica del Bene in sé, come assoluto di cui tutti i beni
particolari partecipano e a cui rimandano, sia legata all’ambivalenza
ricerca–delusione che è tipica delle merci[11].
La delusione, platonicamente, verrebbe dal fatto che l’oggetto di cui
noi godiamo partecipa del Bene di cui è composta l’Idea a cui si
riferisce, ma non è l’Idea, ne è solo un “surrogato”.
Il consumismo può, invero, essere letto anche attraverso un’altra
chiave di lettura, come sproporzione fra gli acquisti ed il livello
socio–economico delle famiglie: ovvero ciò che è consumo equilibrato
per una famiglia può essere letto come consumistico in un’altra. Il
problema del consumismo, dunque, più che sull’uso dei beni materiali e
su una astratta quantificazione delle spese sopportate, si gioca
all’interno di un rapporto, fatto di aspettative ed attese, che il
soggetto riversa sui beni e all’interno del suo rapporto con gli
altri.
Il consumo, quindi, assume il triplice aspetto di consumo puro, di
consumismo e di “consumo–donativo” — acquisti fatti per divenire doni.
Proprio l’ultima forma di consumo è fondamentale per riuscire, almeno
in parte, a smascherare buona parte del consumismo; gli oggetti più
inutili o più costosi, infatti, sono comprati al fine di essere
regalati: la gente non è materialista, è sociale.
Se esiste un consumo corretto ed un consumo esasperato, un consumo
egoistico ed un consumo altruistico, verrebbe da chiedersi se non
possa esistere anche nel campo della comunicazione, un’esasperazione,
un consumismo della comunicazione.
La risposta, ad un interrogativo che si pone più come retorico che
come problematico, appare scontata: non solo esiste un consumismo
della comunicazione, ovvero una comunicazione privata della sua ragion
d’esser e che vive senza comunicarci nulla, semplicemente per unirci,
ma addirittura possiamo riconoscere questo tipo di comunicazione
proprio nella “comunicazione di parte”, come è la pubblicità.
La similitudine fra consumismo nel consumo e nella comunicazione,
però, termina qui, infatti mentre esiste un consumo puro, che non è
intriso di consumismo, al contrario non può esistere una comunicazione
pura, privata di consumismo della comunicazione. Possiamo consumare
il minimo indispensabile per la più stretta sopravvivenza, ma non
potremo mai avere una comunicazione che sia talmente pura da essere
esclusivamente informativa e non consumistica — nel senso di tesa a
creare un’unificazione fra i soggetti. Lo stesso Aristotele poneva come
difficile la possibilità dell’esistenza di una comunicazione costituita
esclusivamente da dati o da informazioni da trasmettere, che non
avesse alcuna componente suasiva o che non avesse elementi legati
alla mera costruzione di un contesto da condividere.
La similitudine fra la lingua e la
spada come strumenti di persuasione e l’implicita volonlà di
convincimento dell’altro che la parola nasconde, non possono esser
viste come negative, in quanto tale opera di persuasione nasce
dall’accettazione che, epistemologicamente, poche sono le dimensioni
all’interno delle quali si può parlare di certezze e si può affermare
che, provando a negare quelle certezze, si menta. Le infinite
dimensioni del possibile spingono gli uomini, chi più chi meno in
buona fede, a convincere gli altri della giustezza delle loro verità,
probabilmente anche perché loro stessi necessitano di rassicurasi sui
principi che hanno scelto a base della loro esistenza.
I principi razionali, che stanno alla base del modo nel quale
ognuno di noi imposta la propria vita, sono filtrati da elementi non
razionali, come le passioni e le emozioni, che diventano uno strumento
di percezione della realtà, sono esse stesse un “fatto conoscitivo”.
Quindi, non si può accettare l’ipotesi per cui le passioni fanno da
ostacolo all’espressione della razionalità, dovendosi invece
riconoscere alle emozioni un ruolo distinto, ma non contrastante con
quello della ragione: con ciò intendendo che una passione ci fa
istintivamente riconoscere un certo tipo di situazione — e ce la fa
catalogare come spiacevole o piacevole — ma non può poi dirci come
comportarci in tale situazione, perciò qui entra in gioco,
necessariamente, la ragione, per tenere conto di tutte la altre
variabili che le passioni non riescono a vedere.
Si potrebbe dire che le passioni sono monocolori, non riescono a
focalizzare l’insieme delle condizioni che creano un ambiente, al
contrario la razionalità ha capacità compositiva; è anche per questo,
probabilmente, che oggi la comunicazione preferisce far leva sui
sentimenti anziché sulle argomentazioni razionali: il Post–moderno
non è compositivo ma dispersivo ed, inoltre, laddove si faccia vedere
solo il recto della moneta, il verso non sarà in grado di influenzare
la scelta. In altri termini, ragionando in termini di razionalità, si
porta ad esplicitare sia le argomentazioni a favore sia quelle contro
un certo problema, ragionando in termini di passioni possiamo porre
in risalto un solo colore, un solo aspetto che ci interessa ed
escluderne gli altri. Le pulsioni sono esclusiviste, la razionalità
è inclusiva.
Una comunicazione emotiva sarà, perciò, più facilmente una
comunicazione che avrà successo nell’immediato, ma sarà anche una che
si spegnerà più rapidamente, visti gli “effetti collaterali” non
citati, che verranno prima o poi fuori. Nonostante ciò, è la
comunicazione che si preferisce: l’assenza del tempo e l’eterno
presente in cui viviamo portano a ridurre il pensiero del domani ed a
vivere stimolando l’oggi.
Si può intuire quanto una comunicazione emotiva sappia “mentire e
travestirsi” meglio di una razionale: nell’ultima, i beni che si
possono pubblicizzare sono limitati dal fatto di essere acquistabili,
si pone un confine chiaro con quei beni che non si possono comprare. I
valori, le idee, tutto ciò che non può essere direttamente comprato,
sarà venduto attraverso l’uso di strategie di comunicazione che
incollino al bene valori che esso, però, intrinsecamente, sa di non
avere, in maniera tale che il soggetto — pur capendo che acquista un
bene e non un valore e pur conoscendo le negatività dell’oggetto che
acquista — decida di acquistarlo proprio per i valori che veicola o
perché le sue funzionalità sono maggiori delle sue possibili critiche.
In una comunicazione di stampo
emotivo l’impostazione sarà completamente differente; il bene si lega
al valore che vuole rappresentare in maniera ricattatoria: solo un
dato acquisto porta a vivere secondo un dato valore ed ogni valore può
essere acquistato, venduto o scambiato, tutto è acquistabile come
fosse una caratteristica intrinseca dell’oggetto in sé. Arriviamo
così ad un feticismo dell’oggetto, che deve essere comprato — e
venerato — per far sì che si verifichino tutta una serie di condizioni
successive: l’oggetto esige, pretende, di esserci, se si vuole avere
in cambio la possibilità di vivere secondo un certo valore.
La doppia impostazione — comunicazione razionale od emotiva —
non è presente solo nel mondo dei messaggi di stampo commerciale ma,
ovviamente, in ogni tipo di messaggi. Assumendo la comunicazione il
carattere della pervasività in tutti gli ambiti del sociale, le sue
caratteristiche tendono ad essere le medesime in ogni campo. Nel mondo
della comunicazione personale, la comunicazione razionale ha, da
tempo, perso punteggio: ciò non solo per le osservazioni relative al
Post–moderno, viste in precedenza, ma anche e soprattutto perché
esclusivamente su un piano emotivo è sempre possibile avere una
dinamica relazionale e non una comunicazione monodirezionale — che è,
invece, tipica della comunicazione di stampo razionale — in quanto le
informazioni necessarie per sostenere un’ipotesi raramente sono
distribuite in maniera equa fra le persone, mentre le sensazioni ed i
sentimenti non pongono mai un interlocutore in una situazione di
sudditanza. La reciprocità, la possibilità di controbattere, sono
maggiori dove a parlare non sia la ragione ma il sentimento, proprio
perché la ragione si basa su dati che devono essere immessi
dall’esterno, mentre i sentimenti si basano su elementi già interni
all’uomo.
Entrambe, comunicazione e consumo, devono fare i conti tanto con la
sfera pubblica–razionale, quanto con quella intima–emozionale
dell’individuo e tentare di trovare un punto d’incontro fra le due
realtà: un punto d’incontro fra comunicazione e consumo, razionalità
ed emotività, al fine di creare un individuo completo in ogni sua
parte.
[1]
La definizione di glocalizzazione, processo per il quale la
globalizzazione diviene locale, è oggetto di ampio dibattito: a
tale proposito si veda in specie J. Mander – D. Goldsmith,
Glocalismo, L’alternativa strategica alla globalizzazione,
Arianna Editrice, Bologna, 1998
[2]
P. Contini, L’Oggetto e il senso, Aracne, Roma, 2005
[3]
Codeluppi V., Lo spettacolo della merce. I luoghi del consumo
dai passages a Disney World. Bompiani, Milano, 2000
[4]
Abbruzzese A., Colombo F. (a cura di), Dizionario della
pubblicità. Storia, tecniche,personaggi. Zanichelli, Bologna,
1994
[5]
Abbruzzese A., Dal Lago A., Dall’argilla alle reti, Costa e
Nolan, Faenza, 1999
[6]
Bettetini G., Fumagalli A., Quel che resta dei media,
Bompiani, Milano, 1996
[7]
Piro S., La grande svolta del marketing, in
Maximarketing, Abete, Roma, 1967; Baldini M., Storia della
comunicazione, Newton Compton, Roma, 1995; Baldini M., Il
linguaggio dei mistici, Queriniana, Brescia, 1986
[8]
Schudson M., Advertising, the Uneasy Persuasion, Routledge,
London, 1993
[9]
Kotler P., Scott. W. G., Marketing Management, Utet, Torino,
1993
[10]
A tale proposito cfr. Contini P., Mare Nostrum: culla
dell’etica nel pensiero occidentale. Per una proposta di
antropologia sociale del villaggio globale, in M. Di Bari (a
cura di), Istruzione, arte, cultura ed economia nell’area del
Mediterraneo, Regione Puglia Assessorato al Diritto allo
Studio, Settore Diritto allo Studio, C.R.S.E.C. BA16, Monopoli,
2006
[11]
Spaemann R., Felicità e benevolenza, Vita e pensiero,
Milano, 1995
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