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Il
concetto di capitale sociale
Stefania Di Giacomo
1.
Carattere multidisciplinare del capitale sociale
Il capitale sociale, inteso come patrimonio di atteggiamenti e
credenze condivisi da una determinata comunità, costituisce uno dei
pre-requisiti della cooperazione e dell’attività organizzata. Il
crescente interesse che il capitale sociale suscita in sociologi,
economisti, politologi, antropologi ne mette in luce il suo carattere
multidisciplinare. Dal canto suo, la sociologia enfatizza le
caratteristiche dell’organizzazione sociale come la fiducia, le norme
di reciprocità e le reti di impegno civico. La scienza politica si
sofferma invece sul ruolo delle istituzioni e delle norme politiche e
sociali nel formare il comportamento umano.
Dagli studi atropologici si
deriva il naturale istinto associativo dell’uomo. Tra questi Fukuyama
(1999) sottolinea le basi biologiche dell’ordine sociale e le radici
del capitale sociale nella natura umana. La letteratura economica
spiega come le persone, nell’obiettivo di massimizzare la loro utilità
personale, decidono di interagire con gli altri e di utilizzare le
risorse del capitale sociale per condurre vari tipi di attività di
gruppo (Glaeser, 2001). In generale, gli economisti, nelle loro
trattazioni, al termine di capitale sociale preferiscono quello di
bene relazionale, che Gui (1995) definisce come “un bene capitale
intangibile, che risiede nei rapporti interpersonali di lunga durata e
produce benefici sia intrinseci che strumentali”.
In Woolcock (1998) e Woolcock e Narayan (2000) è presentato un
approccio multidimensionale al capitale sociale, dove viene
sottolineata l’importanza sia delle relazioni sociali che delle loro
differenti combinazioni ai fini dello sviluppo economico. In tale
trattazione il capitale sociale viene racchiuso in quattro dimensioni:
i) l’estensione delle associazioni orizzontali; ii) la natura dei
legami sociali all’interno di comunità; iii) la qualità delle
istituzioni di governo; iv) la natura delle relazioni tra società
civile e stato[1].
Piselli (2001) infine sostiene che “il concetto di capitale sociale
è un concetto situazionale e dinamico, che non si riferisce a un
‘oggetto’ specifico, non può essere appiattito in rigide definizioni,
ma deve essere interpretato, di volta in volta, in relazione agli
attori, ai fini che perseguono, e al contesto in cui agiscono”.
-
Accezioni
di capitale sociale
Il concetto di capitale sociale
compare per la prima volta nei lavori presenti nella teoria
sociologica classica. In particolare nelle ricerche sulla
solidarietà di classe in Marx e Engels, sullo spirito pubblico
in Tocqueville, sulla solidarietà in Durkheim, su
comunità e società in Tönnies, sul denaro e lo
spirito pubblico in Rimmel e sulle comunità religiose e sul
potere in Weber (per un ampio resoconto sulle radici storiche
del concetto si veda Woolcock, 1998).
Tuttavia è ad Hanifan (1916) che risale il primo riferimento a
tale concetto nel suo significato più moderno, sottolineandone
l’importanza per l’educazione e le comunità locali. Ad ogni modo, i
più importanti studiosi ai quali si deve l’elaborazione vera e propria
del concetto di capitale sociale sono Bourdieu, Coleman e Putnam.
Nella sua teoria dei diversi tipi di capitale, Bourdieu (1986)
definisce il capitale sociale (distinguendolo dal capitale economico e
culturale) come “l’insieme delle risorse attuali e potenziali legate
al possesso di una rete stabile di relazioni più o meno
istituzionalizzate di conoscenza e riconoscenza reciproca”. Tale rete
di relazioni personali è diret -tamente mobilitabile da un individuo
per perseguire i propri fini e migliorare la propria posizione sociale
(Bourdieu, 1980). Pertanto il capitale sociale identifica un
particolare insieme di risorse – quelle presenti nelle relazioni che
un individuo mantiene con la collettività circostante – al disuguale
possesso delle quali è associata nel processo di riproduzione sociale
una diseguale opportunità di collocazione lungo la gerarchia della
stratificazione (Bourdieu, Passeron 1977).
Anche Coleman (1988) da una
definizione strumentale di capitale sociale, ben distinto dal capitale
fisico (beni strumentali tangibili – materiali o monetari) e dal
capitale umano (capacità e abilità acquisite dagli individui nel
tempo): “il capitale sociale è inerente alla struttura delle
relazioni tra persone. Non risiede né nei singoli individui, né negli
elementi fisici della produzione”. Secondo il sociologo, la
nozione di “sociale” fa riferimento a “relazioni tra persone”, mentre
il concetto di “capitale” implica che le relazioni interpersonali
costituiscono risorse con conseguenze economiche.
Come l’autore (1990) fa osservare, il termine capitale sociale come
“risorse per gli individui” fu introdotto da Loury (1977) per indicare
l’insieme delle risorse radicate nelle relazioni familiari e
comunitarie rilevanti ai fini dell’accumulo di capitale umano dei
bambini e dei giovani.
Coleman (1990) identifica sei forme diverse di relazioni sociali:
obblighi e aspettative ed il potenziale informativo incorporato nelle
relazioni sociali, l’esistenza di norme sociali con sanzioni
effettive, la presenza di relazioni gerarchiche ed orizzontali e le
organizzazioni intenzionali.
Secondo il politologo Putnam (1993) “per capitale sociale s’intende
la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di
associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza
dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune
accordo”. Qui il capitale sociale sta ad identificare quei
requisiti culturali, quali la struttura delle relazioni, i valori e le
norme, che favoriscono un ordine sociale contraddistinto dalla
generale cooperazione per il bene pubblico. Qualche anno più tardi,
Putnam (2000) sostiene ancor più esplicitamente che “il capitale
sociale è strettamente connesso al concetto di ‘senso civico’”.
I successivi tentativi di ulteriore elaborazione del concetto di
capitale sociale sono stati numerosi. Tra questi Pizzorno (2001)
afferma «[i]l capitale sociale, costituito dalle relazioni sociali in
possesso di un individuo, costituisce […] nient’altro che un
insieme di risorse che costui può utilizzare, assieme ad altre
risorse, per meglio perseguire i propri fini».
L’autore distingue due tipi di capitale sociale: 1) il capitale
sociale di solidarietà, il quale «si basa su quel tipo di
relazioni sociali che sorgono, o vengono sostenute, grazie a gruppi
coesi i cui membri sono legati l’uno all’altro in maniera forte e
duratura, ed è quindi prevedibile che agiscano secondo principi di
solidarietà di gruppo»; 2) il capitale sociale di reciprocità:
«qui il capitale sociale si costituisce nella relazione tra due parti,
in cui l’una anticipa l’aiuto dell’altra nel perseguire i suoi fini,
in quanto ipotizza che si costituisca un rapporto diadico di mutuo
appoggio». Questo secondo tipo di capitale sociale si costituisce
prevalentemente sulla base di legami deboli.
Lin (2001) definisce il capitale sociale come «investimento in
relazioni sociali con rendimenti attesi nel mercato». Tale
investimento è determinante per le chance individuali, poiché, ad
esempio, il possesso di capitale sociale favorisce chi cerca
un’occupazione[2]
o, più in generale, favorisce l’acquisizione di un particolare status.
Glaeser et al.
(2002) trattano il
capitale sociale, e quindi le relazioni sociali, secondo una visione
economica (ottimizzazione individuale soggetta a vincoli). La loro
definizione di capitale sociale comprende tutte quelle
“caratteristiche sociali di una persona – carisma, abilità sociali –
in grado di fargli conseguire rendimenti di mercato”. Pertanto nella
loro struttura formale non si associa direttamente il capitale sociale
alle relazioni con gli altri.
In generale, dagli approcci al capitale sociale che si sono finora
susseguiti si potrebbe affermare che il concetto di capitale sociale
si basi sulle sue fonti (relazioni e norme radicate nell’ampia
struttura socio - economica - istituzionale di una società) piuttosto
che sulle sue conseguenze (fiducia e cooperazione). Quest’ultime
pertanto non sono considerate capitale sociale di per sé e non
esistono indipendentemente dalle relazioni sociali.
Paldam e Svendsen (2000) invece propongono una lettura dei
lavori classici e recenti sul capitale sociale in cui la definizione
di capitale sociale è capovolta. Per gli autori è la fiducia che
esiste in una comunità la vera fonte del capitale sociale, mentre le
norme sociali e la cooperazione sono le conseguenze. In questa ottica
gli autori interpretano la definizione di capitale sociale di Coleman
(1988) come “l’abilità delle persone a lavorare insieme in gruppi e
organizzazioni per obiettivi comuni”, che dipende dal grado con cui le
comunità condividono norme e valori sociali.
Per quanto riguarda il contributo
del pensiero sociale cristiano all’elaborazione del concetto di
capitale sociale, nell'Enciclica Centesimus annus Giovanni Paolo II,
parlando dell’impresa tra etica e profitto, afferma che il
valore dell'impresa è immateriale, relazionale, sociale.
Riguardo la dimensione sociale dell'impresa, si sostiene che l'intima
realtà dell'impresa è proprio di natura sociale. L'impresa si nutre di
socialità, che rappresenta anche la sua ricchezza economica.
Riguardo invece al capitale sociale, se ne sottolinea il suo carattere
"immateriale" e la sua essenza di ricchezza "pubblica", anche quando a
produrlo sono imprese a carattere prettamente privato. Per questo
l'impresa si nutre di capitale sociale, ma anche produce
incessantemente capitale sociale, non solo al proprio interno ma
anche, inevitabilmente, nella comunità sociale circostante.
Contemporaneamente il capitale sociale esistente nelle reti di fiducia
e solidarietà sociale all'esterno dell'impresa costituisce una
ricchezza anche interna all'impresa stessa.
Nel Compendio della Dottrina Sociale
della Chiesa (2004) il capitale sociale viene visto come indicatore
della capacità di collaborazione di una collettività, frutto
dell’investimento in legami fiduciari reciproci. Tale definizione la
si ritrova nella riflessione della dottrina sociale riguardante il
rapporto tra lavoro e capitale, dove vengono messe in evidenza sia la
priorità intrinseca del primo sul secondo sia la loro
complementarietà. Riguardo a quest’ultimo punto, la disponibilità dei
lavoratori a tessere relazioni, lavorare insieme e perseguire
obiettivi comuni comporta una prospettiva nuova nei rapporti tra
lavoro e capitale, dove la dimensione soggettiva del lavoro tende ad
essere più decisiva e importante di quella oggettiva, a differenza
della vecchia organizzazione del lavoro dove il soggetto finiva per
venire appiattito sull’oggetto, sulla macchina.
Da tutti i contributi precedentemente analizzati si può
riassumere quanto segue. Gli elementi costitutivi del capitale sociale
sono: le relazioni interpersonali, le norme sociali e la fiducia. Gli
elementi caratterizzanti il capitale sociale invece sono: la comunità
(il capitale sociale è radicato nel gruppo e non nella persona) e la
funzionalità (il capitale sociale può migliorare le performance
economiche).
-
Il
capitale sociale nella scienza economica
Il capitale sociale porta nella
scienza economica una importante caratteristica della scienza sociale:
la caratteristica dell’attore come essere socializzato, il cui
comportamento non è semplicemente governato dal self-interest
ma da norme, istituzioni e relazioni sociali tra individui (Bagnasco,
2001; Comim e Carey, 2001; Sciolla, 2002).
Il capitale sociale, inteso come relazioni interpersonali,
norme sociali e fiducia, conta per l’attività economica come fattore
di produzione (input produttivo e/o produttività totale dei fattori) e
come determinante dei costi di transazione, come già sostenuto da
Baker nel 1990.
Le relazioni sociali, attraverso la condivisione di informazioni e il
coordinamento, risolvono i problemi di asimmetria informativa e di
comportamenti opportunisti e contribuiscono ad attenuare i fallimenti
del mercato dovuti alla mancanza o accuratezza delle informazioni. In
tale contesto, Collier (1998, 2002) sostiene che le relazioni sociali
generano almeno tre tipi di esternalità. Esse facilitano la
trasmissione di conoscenza riguardo il comportamento degli altri e dei
mercati e facilitano l’azione collettiva, riducendo opportunismi,
fallimenti di mercato e problemi di free riding.
In ambito produttivo, le relazioni sociali non sono solo un input
nella funzione di produzione, bensì, come la tecnologia, un fattore in
grado di rafforzare l’efficienza dell’intera funzione di produzione.
Pertanto nel dibattito sulle differenze di reddito tra nazioni il
capitale sociale entra, al pari delle risorse naturali, del capitale
fisico e del capitale umano, nello spiegare tale gap.
Le norme sociali, introducendo
sanzioni sociali contro l’opportunismo, abbassano i costi di
transazione connessi con gli scambi (Platteau, 1998 a,b; Collier,
1998, 2002; Ostrom, 1999), mentre producendo cooperazione spontanea
aumentano l’output della società (Collier, 1998, 2002; Fukuyama,
1995). Secondo Fukuyama (1995) norme sociali che si estendono al di là della
famiglia e della parentela costituiscono per la società una forma di
capitale che contribuisce, al pari delle altre forme di capitale, allo
sviluppo di solide e grandi organizzazioni industriali private,
governate da manager di professione e con proprietà dispersa.
Il legame
fiducia-facilità di cooperazione è un’ importante “base sociale”
della produzione, così come sostenuto da Paldam (2000) e Paldam e
Svendsen (2000). Secondo loro, la fiducia è un fattore di produzione
al pari del capitale fisico ed è in grado di ridurre i costi di
transazione, l’ammontare di free riding e di conseguenza i costi di
monitoraggio. Tra i lavori empirici che studiano il nesso tra capitale
sociale e creazione di valore economico troviamo quelli di Nahapiet e
Ghoshal (1998) e di Tsai e Ghoshal (1998).
I primi nel loro studio, oltre a ripartire il capitale sociale
in tre dimensioni (strutturale, relazionale e cognitiva), enfatizzano
come esso, grazie ai vantaggi organizzativi che ne derivano, faciliti
la creazione e la ripartizione di nuovo capitale intellettuale. Quest’ultimo
fa riferimento alle capacità conoscitive di una collettività sociale,
quali l’organizzazione, le comunità intellettuali o le pratiche
professionali. La sua creazione avviene attraverso la combinazione e
lo scambio delle risorse intellettuali esistenti, sotto determinate
condizioni, tra le quali la motivazione e la convinzione che tutto ciò
crei valore.
I secondi, prendendo in considerazione nella loro analisi una grande
impresa elettronica multinazionale, trovano che l’interazione sociale
e la fiducia, facilitando la combinazione e lo scambio di risorse tra
differenti unità di business dell’impresa, hanno un effetto
significativo sull’innovazione di prodotto.
Dai precedenti contributi si può quindi concludere che differenze tra
imprese, incluse differenze in performance, possono derivare da
differenze nella loro abilità di creare e utilizzare capitale sociale
e che quelle imprese che sviluppano particolari configurazioni di
capitale sociale sono destinate ad avere più successo (Alvesson, 1992;
Starbuck, 1994).
Ad ogni modo, oltre tutti questi aspetti positivi del capitale sociale
in ambito economico, c’è anche da considerare il problema delle
trappole di povertà dei beni relazionali. Come sostenuto da Bruni e
Zamagni (2004), la sostituzione di beni relazionali (beni ad alta
intensità di tempo e bassa intensità di capitale) con beni di consumo
privato (beni ad alta intensità di capitale e consumo individuale)
produce una diminuzione della partecipazione sociale che riduce il
capitale sociale di un paese e, nel lungo termine, il suo sviluppo
economico. Questo perché le esternalità positive prodotte dal capitale
sociale sono messe in crisi dai meccanismi di evoluzione socio
culturale, conseguenti allo sviluppo economico. Infatti, forme
d’impresa e visioni etiche, per quanto utili allo sviluppo sociale,
spesso non si sviluppano a sufficienza per mancanza di incentivi
iniziali appropriati.
4. Il capitale sociale in ambito internazionale
A livello internazionale
si sono sviluppate numerose
indagini, da parte di importanti istituti, volte a costruire una
misura di capitale sociale condivisa, attraverso l’utilizzo di un
approccio il più possibile armonizzato e comparabile. Tra tali
iniziative troviamo quelle di World Bank, di Statistics Canada, degli
Stati Uniti, dell’OCSE, dell’Office for National Statistics (ONS)
della Gran Bretagna, di Statistics New Zealand, dell’Australian Bureau
of Statistics (ABS) e dell’Istat.
La World Bank è stata
all’avanguardia nell’evidenziare l’importanza del capitale sociale nel
contesto della riduzione della povertà e dello sviluppo sostenibile
nei paesi emergenti. Un aspetto importante nell’approccio di
misurazione del capitale sociale attuato dalla World Bank è stato
quello di identificare modelli di capitale sociale “bonding” (che
esiste in un gruppo e tra persone simili – esclusivo) e “bridging”
(che esiste tra gruppi differenti – inclusivo).
Nel rapporto OCSE sul benessere delle nazioni (2001) si sottolinea
come il capitale sociale contribuisce a spiegare non solo differenze
nell’organizzazione produttiva e nello sviluppo economico, ma anche
disparità in altri settori della vita sociale (quali la salute,
l’abitazione, etc.).
Nel workshop organizzato dal Ministero dell’Istruzione
Ungherese e dall’OCSE (con la partecipazione di 13 paesi OCSE, della
Commissione Europea e dell’Eurostat), tenutosi a Budapest nel maggio
2003 sono state identificate quattro principali dimensioni del
capitale sociale: 1) Partecipazione sociale; 2) Reti sociali e aiuti;
3) Fiducia e reciprocità; 4) Partecipazione civile. L’Australian
Bureau of Statistics (ABS) ha recentemente sviluppato un set di
indicatori del capitale sociale per i quali vengono utilizzati dati
provenienti da risposte individuali: reti sociali e strutture di
supporto; partecipazione sociale e comunitaria; coinvolgimento civico
e politico ed empowerment; fiducia nelle persone e nelle
istituzioni sociali; tolleranza della diversità; altruismo,
filantropia e volontariato.
La “General Social Survey on Social Capital 2003”, realizzata da
Statistics Canada su un campione di circa 25 mila individui, prevede i
seguenti moduli: partecipazione sociale; partecipazione civica;
impegno politico; periodo di residenza nell’area, mobilità e sicurezza
nel quartiere; partecipazione religiosa; fiducia, reciprocità;
importanza di stabilire legami con persone con simile/differente
background culturale.
La “World Values Survey” (WVS) è un’indagine condotta da una rete
internazionale di sociologi che si propone di misurare i cambiamenti
nei valori e nelle credenze di base delle persone in più di 65 paesi.
Essa si basa sulla “European Values Survey”. I quesiti inerenti al
capitale sociale presenti nella WVS riguardano, per lo più, la fiducia
interpersonale o la fiducia dichiarata verso le istituzioni.
Negli Stati Uniti è stata sviluppata un’indagine telefonica su larga
scala per misurare il capitale sociale (“The Social Capital Community
Benchmark”). Inoltre, l’Iniziativa Inter-Americana su Capitale
Sociale, Etica e Sviluppo dell’Interamerican Development Bank con
l’appoggio del governo di Norvegia è orientata a promuovere il
rafforzamento dei valori etici e del capitale sociale nei paesi della
regione. Tra i suoi obiettivi troviamo: -cooperare in aree quali il
rafforzamento del volontariato, l’espansione della responsabilità
sociale delle imprese e l’adozione di codici etici da parte degli
attori sociali al fine di sviluppare il capitale sociale latente della
regione; -favorire la mobilizzazione del capitale sociale nella
preparazione ed esecuzione dei progetti di sviluppo da parte delle
organizzazioni internazionali e le agenzie governative; -promuovere
l’integrazione di programmi sistematici di insegnamento dell’etica per
lo sviluppo nei programmi educativi orientati allo sviluppo del
capitale sociale.
In Irlanda, dall’indagine del
2002 commissionata dal National Economic and Social Forum (NESF) sulle
principali dimensioni del capitale sociale (quali impegno sociale e
volontariato; efficacia sociale; partecipazione politica e civica;
reti di supporto sociale informale / sociability; norme di
fiducia e reciprocità) emerge che all’interno dell’Europa esiste una
grande differenza tra il Sud e il Nord del continente, con livelli di
fiducia molto più alti in Scandinavia.
In Italia l’Istat individua tre livelli di capitale sociale: micro
(prospettiva individuale: possibilità per un individuo di mobilitare
risorse attraverso una rete sociale); meso (prospettiva strutturale:
processo di sviluppo e distribuzione del capitale sociale nella rete);
macro (modalità della rete di radicarsi nel sistema politico sociale
ed economico). I tre livelli sono comunque interrelati. Inoltre l’Istat
per delineare il concetto di capitale sociale ha utilizzato le quattro
dimensioni individuate in ambito OCSE, a cui ha aggiunto “Controllo ed
efficacia” e “Percezione delle strutture e servizi pubblici”.
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[1]
Tale schema è recepito dalla
World Bank (1998) (si vedano i Social Capital Initiative
Working Papers) che nel definire il concetto include
caratteristiche sia della società civile, quali relazioni
orizzontali e verticali, che del governo, quali relazioni
istituzionali formalizzate, come sistema di governo, sistema
politico, sistema giudiziario, sistema giuridico, libertà civili e
politiche.
[2]
Già negli anni ’70 Granovetter, pur non parlando esplicitamente di
capitale sociale, dimostra come le reti sociali influenzano la
possibilità di trovare lavoro (Granovetter, 1973).
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