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Una equa
distribuzione del reddito: la sfida per il Cile
secondo il pensiero sociale cristiano
Roberto
Valencia M.
L’insediamento di Michelle Bachelet, pri-ma donna presidente nella
storia del Sudamerica, ha acceso i riflettori sul Cile, mio paese. Per
chi conosce l'andamento della economia internazionale e dell'America
Latina in particolare, il Cile è attual-mente sinonimo di successo
economico, dal punto di vista della crescita economica e dello
sviluppo istituzionale e sociale.
Tutto il bene che si dice del nostro Paese viene riversato su ogni
cittadino cileno che lascia il suo paese ed attraversa l’oceano: tale
è la mia situazione di giornalista e -per il momento- studente di post
laurea in Italia. L’obbiettivo di questo articolo è mostrare grosso
modo il processo di modernizzazione economica, istituzionale e sociale
del Cile nell’ attuale contesto di globalizzazione, con una
particolare attenzione sulla principale sfida che ancora deve
risolvere la società locale: l'equa distribuzione del reddito. Mi
rifarò in particolare alla visione di questo problema sociale secondo
il pensiero sociale della Chiesa cilena.
Per cominciare voglio descrivere lo scenario in cui si è sviluppato il
Cile. Negli ultimi 26 anni l'economia nazionale è diventata un modello
di economia aperta al mondo, grazie alla ferma politica macroeconomica
sviluppata negli anni ottanta. Suo principale scopo è stato di
stabi-lizzare l'inserimento del paese nei mercati mondiale dei
capitali, del lavoro e dei beni, ovvero di parte-cipare alla
cosiddetta globalizzazione. Così, le autorità del paese hanno scelto
un modello che interagisce con il mondo attraverso l’esportazione che
è diventato il primo pilastro della economia cilena, rappresentando
oltre il 30% del Prodotto interno lordo (PIL).
In questo senso, dal punto di vista macro, l’economia cilena di libero
mercato è la più sana e solida dell’America Latina. Fin dal 1987 la
media annua della crescita del PIL è del 6%, mentre la media
dell'inflazione non supera il 4%. Allo stesso tempo durante il periodo
1990-2005, la spesa pub-blica è aumentata di oltre il 200%, la
crescita media della produttività è stata del 4,4%, quella del livello
dei salari del 3,3%, mentre il debito dello Stato è uno dei più bassi
al mondo (circa l’8% del PIL).
Sotto questa forte e sostenuta crescita economica la società cilena è
diventata più ricca. Il reddito pro capite – ovvero il PIL per ogni
abitante- è al primo posto dell'America Latina, poiché ogni cileno
guadagna in un anno circa 7.200 dollari nominali, che aumentano a
12.272 dollari se misu-riamo il PIL a parità del potere d’acquisto (PPA)
ovvero il livello dei prezzi che esistono nella sua economia riferiti
ad un determinato paniere di beni. Ciò vuol dire che le offerte dei
beni e servizi disponibili nella economia cilena è buona e mantiene un
certo equilibrio di prezzi rispetto al resto del mondo. Così ad
esempio se la media degli stipendi in Cile è di 500 euro, con questo
salario è possibile acquisire una maggiore quantità di beni rispetto
al mercato italiano.
La comunità internazionale si rende conto di questa situazione e
riconosce il Cile come paese leader dell'America Latina in termini di
sviluppo economico, istituzionale e umano. Ad esempio, nel campo
economico il Cile occupa il primo posto nella regione riguardo alla
libertà economica, com-petitività e competitività per lo sviluppo. E’
l’am-biente migliore per realizzare investimenti e affari economici
viste anche le migliori infrastrutture di trasporto e di
telecomunicazione.
In materia di progresso istituzionale e umano, il Cile è al primo
posto nel ranking dello sviluppo democratico latinoamericano, della
qualità di vita, della percezione di trasparenza. Riferito a quest’ultimo
punto, secondo il rapporto di Transparency international, il
Cile è il paese latino- americano con il minore livello di corruzione
nelle sue istituzione e anche al primo posto riguardo diritti politici
e libertà civile secondo il ranking realizzato dall’organismo
internazionale Freedom House che monitora il rispetto di varie
garanzie da parte degli Stati per i propri cittadini. Esiste dunque
una ottima valutazione dei meccanismi di funzionamento del Paese,
dovuto alle costanti riforme dell’amministrazione pubblica, in campo
tributario, giudiziario, educativo, sanitario e delle politiche di
welfare.
Nella Costituzione di 1980 fu stabilito che lo sviluppo cileno dovesse
rispondere al seguente principio: lo Stato deve intervenire solo dove
e quando la famiglia e il mercato non riescono a provvedere beni e
servizi necessari ad una vita dignitosa. Questa premessa ha permesso
di focalizzare le politiche sociale nei campi della educazione,
sanità, previdenza e assistenza sociale.
Il tasso di povertà della popolazione cilena (16 milioni d’abitanti)
si ha ridotto fin dal 38% nel 1990 fino al 18% nel 2003; ciò significa
che attualmente circa 3 milioni di cileni vivono in uno stato di
povertà relativa che possiamo definire come la limitata possibilità di
acquistare beni o servizi basandoci sulla spesa mensile media delle
famiglie.
Altri esempi dell’efficienza delle politiche sociali cilene sono il
basso livello di analfabetismo in Cile che è il minore di America
Latina con un 4%, e la speranza di vita che è la maggiore della
regione e raggiunge i 77 anni. Il Cile è anche al primo posto in
Sudamerica rispetto ai livelli d’accesso ai servizi basici per la
popolazione: la copertura dell’acqua potabile nelle zone urbane
raggiunge il 99,7%, mentre la copertura fognaria è del 94%.
Rispetto ad altri indicatori sociali il Cile occupa il secondo posto
nella disponibilità di politiche per combattere la povertà e per lo
svi-luppo umano, e si situa al terzo posto rispetto al livello di
sanità per le madri.
A questo punto, esaminando gli ottimi livelli di crescita economica e
gli indicatori di sviluppo istituzionale e umano del Cile, possiamo
dire che il paese si trova davanti alle porte dello sviluppo.
Certamente la prospettiva di essere una società sviluppata vanno al di
là delle cifre econo-miche e quantitative. Ce lo dicono altri
indicatori come la libertà di stampa (il Cile è al quinto posto in
America Latina), la sostenibilità ambientale (nono), e soprattutto la
distribuzione del reddito (tredicesimo).
Attualmente la differenza fra il gruppo con maggiore reddito monetario
e il gruppo sociale più povere nel Cile è di quattordici volte. Il 20%
della popolazione cilena più ricca riceve il 56,5% della ricchezza
generata dal PIL, mentre il 20% più povero guadagna il 3,9% del
reddito globale del paese. E il rapporto aumenta ad oltre 34 se
pren-diamo il reddito del 10% più ricco della società (che riceva
41,2% del PIL) contro il 10% più povero il 1,2%.
L’equilibrio fra crescita economica, sviluppo e distribuzione equa
della ricchezza non è stato dunque ancora raggiunto per la società
cilena. La questione è seriamente affrontata da parte dello Stato,
delle organizzazioni imprenditoriali e della società civile che hanno
prodotto centinaia di docu-menti, studi e realizzato politiche
pubbliche, ma la sfida è completamente diversa dalla visione
econo-micista.
Qui arriviamo al ruolo che gioca in Cile la dottrina sociale della
Chiesa Cattolica. Possiamo certamente dire che il peggioramento nella
distri-buzione della ricchezza è un fallimento microeco-nomico del
mercato, ma parlando di persone, il problema acquista una natura più
complessa. Il vero rischio dietro la disuguaglianza è la frattura
sociale che si crea intorno all’accesso alle pari opportunità,
producendo un deficit di solidarietà che affetta negativamente l’etica
sociale delle persone.
Da questo punto di vista possiamo capire la preoccupazione della
Chiesa cilena. La massima autorità religiosa del paese, il Cardinale
di Santiago, Francisco Javier Errazuriz ha così sotto-lineato che la
distribuzione del reddito del Cile è scandalosa: “Che ci ispiri la
verità del recente compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: il
destino universale dei beni comporta un sforzo in comune indirizzato a
ottenere per ogni persona e per tutti i popoli le condizione
necessarie di un sviluppo integrale, in maniera che tutti possano
contribuire alla promozione di un mondo più umano”.
Questo è l’obbiettivo della dottrina sociale della Chiesa di fronte a
una diagnosi piuttosto negativa: sulla base dei dati del Programma di
Sviluppo Umano delle Nazione Unite, l’area sociale della Conferenza
episcopale del Cile ha evidenziato il collegamento fra differenze di
reddito e peggio-ramento della fiducia nei rapporti sociale. Così il
63% dei cileni più poveri pensa che le persone con un maggiore potere
d’acquisto vuole approfittarsi di loro; il 65% ritiene che la sua
opinione non è presa in considerazione dalla società e il 37% si sente
emarginata.
Alla luce di questa realtà la Chiesa cilena ha concluso la necessità
di approfondire il proprio ruolo sociale nella società attraverso una
“maggiore comprensione del senso che hanno le mutazioni sociali del
Cile, riprendendo il livello di pratica e rappresentazione della
dimensione sociale del van-gelo e la scelta per i poveri, e aumentando
la di-mensione comunitaria attraverso la valutazione dei vincoli
sociali, quali la fraternità, e la parteci-pazione per una convivenza
in pace”.
In questo senso, la proposta per migliorare la distribuzione del
reddito nel Cile deve riconoscere un punto riguardante tutta società:
il riconoscimento della vuoto etico per la soluzione di un problema
concreto. Infatti la Chiesa punta alla responsabilità sociale dei
cittadini riguardo alla povertà. Come diceva Giovanni XXIII: “La
prospe-rità economica di un popolo consiste, oltre che nella quantità
dei beni, nella giusta distribuzione degli stessi”.
A giudizio della Chiesa cilena, la disugua-glianza sociale attenta
alla coesione sociale della comunità che si deve costruire sulla base
della giustizia. Come ha affermato Benedetto XVI la giustizia è un
problema che concerne la ragione pratica, “ma per realizzare
giustamente la sua funzione la ragione si deve purificare
costantemente, perché la sua cecità etica, che deriva della
preponderanza dell’interesse e il potere che l’abbagliano, è un
pericolo che mai si può scontare totalmente”.
In conclusione questo è il mandato che abbiamo noi, umanisti
cristiani, intorno ai dibatti sugli aspetti etici della distribuzione
della ricchez-za: partendo da quello che ci dice il pensiero sociale
della Chiesa, superare la cecità etica e abbandonare l’arroganza
proprie delle passione ideologiche e le tentazione tecnocratiche che
tendono a dividere le attitudine fra i cosiddetti liberali e
conservatori. In questo senso, l’etica ci parla di andare
modes-tamente al discernimento del bene comune. L’esempio del Cile può
servire per illuminare quello spazio vuoto del rapporto fra crescita
econo-mica e il completo sviluppo sociale del paese.
Ranking
|
Autore |
data |
Paesi |
Posto.(1) |
Posto.(2) |
|
Sviluppo Democratico
latinoamericano |
Fondazione K. Adenauer |
2005 |
18 |
1 |
1° |
|
Povertà umana |
UNDP |
2005 |
103 |
2 |
2° |
|
Libertà economica |
The Wall Street Journal |
2005 |
155 |
11 |
1° |
|
Stato delle madre |
Save the Children |
2005 |
110 |
17 |
3° |
|
Competitività |
IMD
internazionale |
2005 |
60 |
19 |
1° |
|
Percezione di trasparenza |
Trasparency International |
2005 |
159 |
20 |
1° |
|
Libertà economica |
Istituto Fraser |
2005 |
127 |
20 |
1° |
|
Competitività per lo Sviluppo |
World Economic Forum |
2005-6 |
117 |
23 |
1° |
|
Telecomunicazioni |
World Economic Forum |
2005-6 |
115 |
29 |
1° |
|
Qualità mondiale di vita |
The
Economist |
2005 |
111 |
31 |
1° |
|
Globalizzazione |
A.T. Kearney/Foreign Policy |
2005 |
62 |
34 |
2° |
|
Sviluppo umano |
UNDP |
2005 |
177 |
37 |
2° |
|
Sostenibilità ambientale |
Università di Yale |
2005 |
146 |
42 |
9° |
|
Libertà di stampa |
Giornalisti senza frontiere |
2005 |
167 |
50 |
5° |
|
Distribuzione del reddito |
UNDP |
2005 |
124 |
113 |
13° |
(1) Posto del Cile rispetto al totale
di paesi nel ranking.
(2)
Posto del Cile rispetto ai paesi d’America Latina.
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