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La
sociologia critica di Sorokin, un inno d’amore alla sociologia
Gianmarco Machiorlatti
La
modernità di Pitrim Sorokin (1889 -1968) risiede non soltanto nel suo
grande apporto alla sociologia e alle scienze umane in genere, ma
piuttosto nella sua capacità di avere profeticamente cercato orizzonti
possibili, anche se a volte con slanci arditi, per il futuro delle
scienze sociali.
Alcuni autori, come Dahrendorf in Società e sociologia in America
(1963), definiscono “sociologia critica” la produzione del
sociologo russo allineandolo al pensiero di Veblen, Gerth, Riesman e
di Mills e distinguendo tre linee della critica sorokiniana: alla
teoria sociologica, al meto-do sociologico, alla società
contemporanea. Ad esse si deve però aggiungere un quarto elemento che
diventa fondamentale per la comprensione del pensiero di Sorokin e che
si può considerare nell'ambito della sua “sociologia della crisi” -
per usare un'espressione di C. Marletti - ma che «ha soprattutto
l'aspetto e il contenuto di critica ricostruttiva».[1]
1. Critica alle teorie
Mentre in genere si parla di critica sorokiniana come se fosse
unicamente rivolta ai metodi, il contributo più importante apportato
da Sorokin allo sviluppo della sociologia, comincia dalla sua analisi
critica di tutti i modelli di società e di uomo precedentemente
elaborati dalla teoria sociologica. «In un momento in cui la
sociologia americana si stava disperdendo in una rete fittissima di
indagini senza sufficiente bagaglio di presupposti teorici, che
fossero non solamente di pura tecnica della ricerca, egli riaccende
fra gli addetti ai lavori il dibattito intorno alla teoria su di un
piano propriamente sociologico».[2]
Egli compie questo tipo di operazione avviando a nuovi indirizzi
teorici i suoi allievi e collaboratori di Harvard, fra cui si
ricordano B. Barber, K. Davis, G. Homans, F. Kluckhohn, R.K. Merton e
T. Parsone (che poi svilupperanno la grande sociologia americana del
secolo scorso) offrendo un proprio sistema di sociologia generale che
spinge le ricerche da un piano puramente descrittivo ad uno
comprensivo, stimolando con ciò un dibattito sulle premesse teoriche.
Egli allarga gli orizzonti della sociologia statunitense aiutandola ad
uscire dalle dimensioni provinciali in cui si era chiusa e
rimettendola in contatto con i grandi teorizzatori europei. Infine
induce i ricercatori americani a “pensare”, offrendo al loro giudizio
tutta la teoria sociologica disponibile ed esponen-dola secondo un
personale “filtro critico”.
Il molteplice contributo dato da Sorokin alla sociologia americana, e
quindi a tutta la sociologia, non è ancora valutato a sufficienza:
mentre si insiste sulla sua critica al metodo quantitativo, critica
tutto sommato marginale e contingente, si trascura il ben più
sostanzioso lavoro da lui compiuto con le sue opere e saggi di storia
delle teorie sociologiche, fra i quali i fondamentali sono costituiti
da Contemporary Social Theories (1928) e Sociological
Theories of Today (1966). Si tratta di due opere che egli stesso
qualifica come “rassegne critiche” e, a distanza di quasi quarant'anni
l'una dall'altra, mantengono lo stesso significato. Esaminando infatti
il loro contenuto si rileva come ambedue siano guidate da una
fondamentale unità logica e di metodo: appare evidente come esse
costituiscano tappe di uno stesso disegno critico e di un unico
poderoso tentativo di riesporre in una sistemazione chiarificatrice e
feconda oltre un secolo di teorizzazione.
Fatte queste osservazioni sull’impostazione critica delle opere
storiche di Sorokin, bisogna ricordare che, fra le varie critiche del
sociologo russo, di importanza fondamentale si può consi-derare quella
che egli presenta verso le “teorie evolutive unidirezionali” che vede
predominanti nelle concezioni della società a lui contemporanee.
Scrive Sorokin ne La mobilità sociale (1965): «Dopo la legge
dei tre stadi di Comte e la formula del progresso di Spencer molti
sociologi, antropologi, storici e filosofi sociali hanno cercato di
individuare centinaia di tendenze storiche e di leggi del progresso e
dell'evoluzione (...) Anche a me non dispiacerebbe poter considerare
il processo storico come una specie di curriculum univer-sitario, nel
quale le società passano attraverso gli stadi delle matricole, dei
fagioli, e così via, per laurearsi infine in un paradiso concesso loro
da un “legislatore del progresso”: ma non sono riuscito a
verificare questa concezione così graziosa della storia».[3]
L'ottimismo illuministico che crede in un progresso continuo, la
visione astratta di un cammino umano verso un perfezionamento sempre
crescente gli sembrano posizioni preconcette: ad esse egli oppone il
risultato di una rigorosa analisi «della vera storia dell'uomo».[4]
Stesso rigore e stessa vis polemica troviamo nella sua opera
critica per eccellenza: Mode ed utopie nella sociologia moderna e
scienze collegate (1956).In essa le teorie contro cui si
concentrano le argomentazioni di Sorokin sono: la teoria del ritardo
culturale di Ogburn, la teoria fattoriale o del fattore dominante
(riferita, seppur in aspetti opposti, a Max Weber e Karl Marx), le
teorie negati-vistiche, esternalistiche, fisicisti-che.
Contro Ogburn, Weber e Marx il nostro autore innanzi tutto sostiene
che non è scientifico distinguere troppo nettamente i fattori
materiali (oggetti, strumenti) da quelli non materiali (significati,
valori, norme); questi si “oggettivano” e si comunicano attraverso
quelli e gli uni e gli altri sono connessi, formando la totalità
socioculturale. Per Sorokin, quando W. Ogburn considera la cultura
materiale come fattore dominante e come variabile indipendente (di cui
la cultura non-materiale sarebbe una semplice funzione) e quando K.
Marx pone l'economia come fattore determinante della storia sociale,
non fanno altro che «attribuire una indebita supervalutazione a ciò
che è solo una parte, e una parte strumentale»[5]
della realtà socioculturale. Così pure Weber, quando considera la
religione protestante come il fattore che ha determinato il sorgere
del capitalismo, ha una visione parziale della realtà, e «commette
l'errore di condizionare il sistema ad una sua parte, sia pure una
parte profonda come la religione».[6]
Per il sociologo russo queste sono tutte visioni unilaterali della
realtà sociale e dei dina-mismi delle trasformazioni storiche. «La
visione veramente completa si ha quando si scopre che non è il fattore
economico che ha prodotto il protestantesimo, né che questo è stato a
produrre il capitalismo, ma quando si prende atto che tutti e due
questi sistemi in concomitanza con i sistemi scientifici, filosofici,
estetici, legali, etici e politici, si trasformarono in modo
interdipendente come parti del nascente super-sistema sensista nella
cultura europea»[7].
Appare chiaro come Sorokin rimanga in qualche modo sempre
fedele alla sua impostazione socio-logica di tipo sistemico, al suo
universo socio-culturale concepito come totalità in cammino, in cui le
trasformazioni generali non si accontentano di essere spiegate con un
singolo fattore concreto, ma richiedono un continuo riferimento alla
“premessa maggiore”, cioè al tipo di verità fondamentale –
senso-riale, razionale, intuitiva - che im-pregna di sé tutte le
manifestazioni vitali di un'epoca.
In Mode e utopie nella sociologia moderna e scienze collegate
su questa base di visione integrale della realtà umana egli respinge
anche le teorie che chiama “negativistiche” perché improntate
sull'analisi di fenomeni negativi o patologici: aggressività,
conflitto, devianze varie come prosti-tuzione, alcoolismo,
delinquenza. «Tali sociologie, nel migliore dei casi, sono
impegnate a studiare fenomeni esteriori o che urgono sull'uomo
esterno, quali i consumi, l'organizzazione e l'industria-lizzazione, o
pongono i fattori fisici esterni come base per la spiegazione dei
fenomeni umani (teorie esternaliste). Talvolta addirittura trattano
questi fenomeni fisici e parlano di "fisica sociale" e di “meccanica
mentale” (teorie fisicistiche)».[8]
L'aspetto che in tali teorie sociologiche e psicologiche che Sorokin
più condanna, è che esse trascurano le energie spirituali dell'uomo.
Non tengono conto delle realtà più profonde e più vere della sua
natura. Ignorano che l'amore, la coo-perazione, i valori ideali sono
tanta parte della con-vivenza umana ed hanno sul cammino della storia
una efficacia concreta e stimolante «intorno ai cui effetti non si
compiono - come invece si dovrebbe - sufficienti studi e ricerche».[9]
Questi - prosegue Sorokin - sono rivolti con assoluta preferenza verso
gli effetti della lotta e degli egoismi individuali e di gruppo, come
se fossero le uniche forze valide nella dinamica sociale e nella
storia dell'uomo. «Ciò presuppone una concezione antropologica che
i sostenitori tendono a presentare come scientifica: ma le loro prove
sono basate su esperimenti di laboratorio condotti su animali e spesso
non fanno altro che generalizzare casi patologici studiati dalla
psico-logia clinica. Tutto ciò sembra valido nella menta-lità
sensista, agli individui di questa cultura e persino agli scienziati,
presso i quali è anzi invalsa la moda di ritenere illusorie e
non-scientifiche le teorie qualitative».[10]
Ma una obiettiva verifica storica ed un'analisi completa - o per dirla
con Sorokin, integrale - e non preconcetta della realtà umana
dimostrano quanto parziale, inesatta e deformante sia una tale
impo-stazione, che egli vede purtroppo prevalere nel mondo suo
contemporaneo in un momento di crisi generale.
2. Critica ai metodi
L'intento principale di Sorokin in Mode e utopie nella
sociologia moderna e scienze collegate (1956), seppur in quest'opera
siano contenute come già evidenziato in precedenza critiche alla
teoria sociologica, è quello di “demolire radicalmente” certi metodi
di ricerca.
L'obiettivo centrale contro cui Sorokin combatte è l'invasione della
tecnica nel pensiero sociologico. Per il sociologo russo, essa ha
fatto sì che per molti anni prevalessero ricerche di tipo quantitativo
che in alcune zone, specialmente gli Stati Uniti, erano diventate
esclusive rispetto ad altri tipi di ricerca, ed inoltre essa,
superando l'intento iniziale, ha finito per investire direttamente
l'uomo introducendo il concetto che egli fosse totalmente definibile
in termini di elaborazione scientifica e tecnologica.
«Noi viviamo nell'età della testocrazia»[11]
scrive ad un certo punto Sorokin lamentando come «i
testocratici siano riusciti a vendere i loro test, facendoli passare
per metodi strettamente scien-tifici, precisi, operazionali e
infallibili».[12]
Egli, dopo aver parlato dell'uso diffuso dei test e dei
numerosi tipi che ne sono stati elaborati, dichiara di essere
consapevole che la sua opposizione sarà considerata “sacrilega”.
Tuttavia non omette di demolire i test artificiali, che chiama “test
carta e penna”, opponendo loro «i più rigorosi e più autentici test
dell'attività reale ed intellettuale»[13]
a cui gli individui sono sottoposti dalle prove della vita e
della capacità selezionatrice delle strutture sociali. Più che come
indagini psico-sociali con pretese scientifiche, egli afferma che i
test sono adatti a giochi e spettacoli.
Ma altre ampie critiche egli riserva a quel metodo di
interpretazione dei dati, basato completamente sulla loro riduzione a
numeri, statistiche, grafici, formule matematiche. La sociologia e la
psicologia diventano allora “numerologia” o meglio “numerolatria”. E
l'impe-gno di ricercatori sociali e psicologi nel ridurre in quantità
misurabili realtà che invece sono qualità-tive, egli lo chiama “quantofrenia”.
In questa critica coinvolge nomi come K. Lewin, S.C. Dodd, G.K. Zipf e
P. Lazarsfeld.
Proseguendo nel suo esame critico passa a porre in rilievo la
inadeguatezza dei modelli fisici dei quali, a suo giudizio, i
ricercatori troppo vogliono servirsi per spiegare i fenomeni sociali e
la vita dei piccoli gruppi in particolare. Attacca perciò numerosi
autori di “fisica sociale” e di “psicologia fisicista”; essi troppo
fiduciosi nella “meccanica mentale” e «dimentichi dei significati e
dei valori, in coerenza delle proprie teorie fisicistiche, applicano i
metodi delle scienze fisiche allo studio dell'uomo».[14]
Prima e durante l'esame dei tre punti citati – “quantofrenia”,
“numerologia” e “culto della fisica sociale” - Sorokin trova
l'occasione più volte per denunciare la «inutile elaborazione
dell'ovvio”,[15]
l'uso cioè dei termini mutuati dalla matematica e dalla fisica
che hanno l'effetto di complicare la comprensione di realtà semplici,
il ricorso a “terminologia
strana: gergo oscuro e pseudo-scientifico»[16]
in sostituzione di parole comuni, al solo scopo di far credere
che siano stati elaborati dei nuovi concetti. E' probabile però che a
questo punto non sia la teoria e neppure tanto il metodo quanto invece
il costume il vero bersaglio della sua critica.
Egli attacca in modo vigoroso la “disonestà” di molti che
presenta come progressi della sociologia dei puri giochi di parole e
sfoga il suo sarcasmo sul comportamento di quelli che egli chiama “i
novelli Cristoforo Colombo” e considera «affetti dal complesso dello
scopritore»[17]
quei sociologi, psicologi e antropologi che “rubano” concetti
di autori precedenti senza citarli, oppure dichiarano di essere i
primi ad aver elaborato un dato metodo o una data ipotesi.
Sorokin, come egli stesso dirà, conduce una battaglia con «lo
spirito del lupo solitario»[18]
di chi si sente escluso, respinto e in qualche modo defraudato;
la sua polemica investe, oltre che i metodi e le mode, anche il
costume: «e senza dubbio egli si ritiene una vittima del
malco-stume»[19],
ma è probabile che la sua polemica sia contro un modo di fare
sociologia, contro il tentativo di ridurre la sociologia a pura
tecnica di ricerca e di precludere alla ricerca la profondità dei
valori e dei significati umani. Egli sente la sociologia tradita.
Con questo spirito la sua critica coinvolge le teorie, i metodi e il
costume accademico, «travolge persone e orientamenti, ponendosi
come una implacabile denuncia del riduzionismo e delle illusioni
pseudo-scientifiche e come sforzo pode-roso teso a riumanizzare la
sociologia, spingendola a scendere nelle profondità dell'uomo e della
sua storia. Bisogna scendere dentro il fenomeno em-piricamente
verificabile. Al di sotto di ciò che appare c'è ben altro. Anzi è al
di sotto di questa scorza che comincia la vera realtà: i significati,
i valori, le norme, per cui l'uomo è l'uomo e non un robot e neppure
un manichino».[20]
Ma questa netta presa di posizione da parte di Sorokin non lo
allontana dall'uso di metodi quantitativi nelle sue ricerche
sociologiche. Lo sottolinea anche Merton nel suo Teoria e struttura
sociale (1949), quando evidenzia come il sociologo russo ricorra
più di una volta alla statistica anche in modo “audace” seppur non
privo di “ambivalenza”: «l'ambivalenza di Sorokin sorge dal suo
sforzo di integrare sistemi di verità del tutto opposti».[21]
Ma trattando il metodo sorokiniano bisogna ricordare la
concezione che il sociologo russo ha della realtà totale integrale, «una
realtà che è un infinito molteplice, ha una sua composizione plurima e
dialettica come “coincidentia opposi-torum”, fatta di materia e di
spirito, di senso e di fede, di razionale e di irrazionale, di amore e
di odio, di quantità e qualità, tutti elementi intrecciati e
interagenti in vivente compossibilità della storia concreta dell'uomo».[22]
Sorokin in tutta la sua produzione non nega affatto i metodi
quantitativi: ne condanna l'uso esclusivo e assolutizzato, rifiutando
la pretesa di molti sociologi e scienziati sociali di ridurre tutta la
realtà umana alla parte empirica, cioè osservabile con i sensi, e
misurabile.[23]
«La sociologia» dice Sorokin «si è oggi ridotta ad essere
una vera e propria industria di ricerche, in cui i ricercatori non
hanno il tempo per approfondire seriamente i problemi considerati e
ancora meno tempo per coltivare il pensiero intuitivo e razionale, o
per sviluppare le loro menti in generale. Queste ricerche
mecca-nizzate portano all'incremento di un vasto esercito di “mano
d'opera delle ricerche”, costituita da individui che secondo Lao-Tse
“non sono mai dei saggi, mentre i saggi non sono mai ricercatori”.
Nessuna meraviglia quindi che questo vasto esercito non sia riuscito
ad arricchire la nostra conoscenza con nuove scoperte e nuove verità.
Questa è, in breve, una delle più importanti caratteristiche della
sociologia e della psicologia d'oggi. Che ci piaccia o no, ambedue
queste discipline si trovano in un vicolo cieco, alle prese con
chiacchiere evanescenti e soggettive: materiale che un tribunale
rifiuterebbe di considerare come prove o testimonianze, e a buon
diritto! Al momento attuale tanti di questi prodotti hanno già invaso
il mercato e non sappiamo cosa farcene. Una ulteriore espansione di
questa dannosa industria e le nostre discipline si troveranno sempre
più ridotte in uno stato di sterilità creativa e di pseudocoscienza.
L'unica vera via d'uscita è quella di ricorrere ad una sociologia e ad
una psicologia integrali, basate su una teoria integrale della verità,
che faccia buon uso dei metodi di conoscenza intuitivi,
logico-matematici, uniti a delle sane tecniche empiriche. Per quanto
difficile possa essere questa strada maestra alla verità ed alla
conoscenza scientifica, è l'unica che permetta una rinascita creativa
di queste scienze».
[24]
3. Critica sociale
Le osservazioni di sapore critico si trovano nelle opere di
Sorokin un po’ ovunque, anche se ce ne sono alcune esplicitamente
dirette ad analizzare la crisi sociale che, secondo il pensatore
russo, coinvolge tutta l'epoca a lui contemporanea.
Profondi ed in qualche misura drammatici sono gli esami della crisi
della civiltà che egli svolge in opere scritte appunto con tale
intento quali The Crisis of Our Age (1941) e S.O.S: The
Meaning of Our Crisis (1951).
In queste opere egli vede il mondo caratterizzato da un crescente
disordine economico e politico, le cui radici sono però di carattere
morale. Le vere cause della crisi sono nel fatto che la civiltà
moderna è impregnata di mentalità culturale sensistica, per cui i
valori prevalenti sono il perseguimento del piacere, l'affarismo, il
successo individuale, gli egoismi di gruppo e di razza.
Egli condivide con K. Marx l'idea «dell'inevitabilità della crisi
per la civiltà borghese, europea e americana»[25]
affermando di accostarsi anche a Spengler e ad altri “pensatori
critici”. La sua impostazione spiritualistica e la sua teoria delle
fluttuazioni gli danno però la possibilità di esaminare la crisi da
un'angolatura diversa e di intravederne anche le prime luci di
rinascita.
Questa che C. Gambescia definisce “angolatura moralistica”[26]
lo porta nei testi citati a rilevare ad esempio la diffusione
della più sfrenata licenza sessuale ed a polemizzare con le teorie di
S. Freud, che hanno favorito, a suo giudizio, l'accentuarsi del
problema sessuale nella letteratura, nell'arte, negli spettacoli e
tendono a dare «giustificazione pseudo-scientifica alle più ampie
forme di permessività».[27]
Ci troviamo di fronte a quella che egli definisce
“sessualizzazione della mentalità”: «(...) le proibizioni sessuali
sono presentate come principale causa delle frustrazioni, delle
malattie fisiche e mentali e della criminalità. La castità è
ridicolizzata come un falso pudore e una superstizione. La fedeltà fra
i coniugi è bollata come una ipocrisia sorpassata. Il padre dipinto
come un tiranno geloso, che desidera la castrazione dei figli per
prevenire l'incesto. L'homo sapiens è rimpiazzato dall'homo sexualis,
il quale non sarebbe altro che un ammasso di libido genitali, anali,
orali e cutanee».[28]
Questa specie di invasione non risparmia neppure il diritto (egli
parla di “diritto sensista”) che rende sempre più facili i divorzi; e
perfino la religione e la morale sono contaminate dal freu-dismo e
dalla psicoanalisi.
A tale considerazione si deve aggiungere che, in The Crisis of Our
Age, Sorokin esprime la più profonda sfiducia nella politica,
evidenziando con molteplici esempi storici, la forza corruttrice del
potere sulle classi dirigenti.
Secondo T. Sorgi la critica sociale di Sorokin non è un elemento
aggiuntivo alla sua teoria sociologica, «non è qualcosa di staccato
e di sopraggiunto con l'andare degli anni».[29]
E' invece un elemento integrante della sua teoria delle
fluttuazioni e si pone come «risultato della sua analisi dei tre
supersistemi (di cui il presente è quello sensista) che egli studia
minuziosamente seguendo le linee metodologiche e teoriche già indicate
negli anni trenta nelle varie stesure di Social and Cultural Dynamics».[30]
Sono molti gli autori che sostengono che a questa sua analisi Sorokin
faccia spesso riferi-mento; a tal proposito è opportuno citare
diretta-mente le parole del sociologo russo riportando alcuni brani:
«Nel mio libro Social and Cultural Dynamics sono elencate numerose
prove a dimostrazione del fatto che il supersistema “sensista” che
domina la cultura occidentale è ormai entrato nella fase di
disintegrazione. Sulla base di queste prove, mi sono azzardato, verso
gli anni venti, a prevedere terribili guerre, rivoluzioni ed anarchie;
il completo disfacimento di tutti i valori religiosi, morali, estetici
e politici con il conseguente avvento della forza bruta, sostenuta
dalla frode, alla posizione di arbitro supremo nei rapporti
individuali e sociali; ondate di distruzione, di bestialità e
disumanità; dissoluzione del nucleo famigliare e del matri-monio;
volgarizzazione e decadenza della lette-ratura, della musica, della
pittura e della scultura, fin qui fiorenti; la tendenza sempre più
distruttiva delle scoperte e delle invenzioni scientifiche, ecc. E
predissi anche e sottolineai un aumento del nega-tivismo in generale.
In questa fase distruttiva, la mentalità “sensista” diventa sempre più
“patolo-gica”, “negativistica” e “sporca”. Rende mortali gli
immortali, brutta la bellezza, identifica il genio con la pazzia, i
santi con i maniaci superstiziosi, i capolavori con i successi di
cassetta. In tale cultura la quantità prende il posto della qualità e
la tecnica soppianta la creazione; tutti i valori sono travolti dalla
melma nauseante delle forme sociali...».[31]
E continua: «Nell'atmosfera della nostra cultura “sensista”, siamo
portati a credere nell'importanza della lotta per l'esistenza, degli
interessi egoistici, della più crudele competizione, dell'odio, degli
istinti bellici, degli impulsi sessuali, dell'istinto della morte e
della distruzione, nella potenza assoluta dei fattori eco-nomici,
della coercizione più bru-tale e di altre forze negative».[32]
Per il nostro autore oggi siamo di fronte a teorie secondo cui
sarebbero proprio questi tipi di forze negative a «determinare in
modo assoluto gli eventi storici ed il corso della vita degli
individui. Il marxismo e l'interpretazione economica della storia, il
freu-dianesimo e le sue spiegazioni del comportamento umano con la
libido e gli istinti di distruzione; le teorie darwiniane e biologiche
della lotta per l'esistenza come principale fattore dell'evoluzione
biologica, mentale e morale; perfino il motto delle camere di
commercio “la rivalità e la competizione hanno fatto grande
l'America”, queste ed altre simili teorie dominano la sociologia
contempo-ranea, l'economia, la psicologia, la psichiatria, la
biologia, l'antropologia, la filosofia della storia, la politica ed
altre discipline sociali e umanistiche».[33]
In questa progressiva decomposizione della società Sorokin non manca
di evidenziare il “tradimento degli intellettuali” e ne denuncia le
responsabilità: «Che ci piaccia o no, la parte più dannosa
di queste teorie negativistiche ha contribuito in modo notevolissimo
alla presente degradazione dell'uomo e di tutti i maggiori valori, da
quello supremo chiamato Dio (o con qualche altro nome), fino ai valori
di verità, di amore, di bellezza, di genio creativo, di santità, di
famiglia, di paternità, di maternità, di dovere, di sacrificio e di
rettitudine nei rapporti con il prossimo. Le ideologie negativistiche
hanno denigrato, degra- dato e avvelenato questi valori, contribuendo
ad accrescere la odierna lotta tra gli uomini, con la sua bestialità,
crudeltà, distruzione e miseria. La scienza distruttiva della morente
cultura "sensista" e le sue discipline psicosociali negativistiche,
sono le maggiori responsabili di questa tragedia. Le ultime, in nome
della scienza, hanno infettato la mente degli intellettuali, dei capi
di stato e di azienda, e degli altri leader come pure la massa dei
sottoposti nutrendola di concezioni negativistiche, dogmi nichilisti,
credenze ciniche e ideologie degradanti, che hanno minato i più alti
valori spirituali ed hanno fornito una facile spiegazione di ogni cosa
per chi se ne accontenti. Direttamente o indirettamente, le ideologie
negativistiche hanno mol- to contribuito alla disorganizza- zione
mentale, morale e sociale dell'umanità ed hanno causato la tragedia
attuale. Questa tragedia comincia ora a minacciare l'esis- tenza
stessa dell'uomo e la continua- zione della sua missione creativa».[34]
Lasciando ora gli aspetti tipici della critica sociale si possono
evidenziare alcuni brani nei quali emerge in modo evidente l'aspetto
tipicamente “previsionale” del so-ciologo, infatti all'analisi
dettagliata delle radici profonde di una cultura egli unisce delle
previsioni sulla fine di un epoca: «La stupenda dimora della
cultura sensoria, eretta dall'uomo occidentale durante gli ultimi
cinque secoli, ha cominciato a disintegrarsi, mentre la nuova casa di
una cultura e di una società fondamentalmente diverse non è stata
ancora costruita. Simili periodi di transizione da uno degli aspetti
maggiori della realtà socioculturale a un altro, portano sempre a una
maggiore (totale) crisi di tale società e di tale cultura. Nelle mie
opere, e soprattutto in Social and Cultural Dynamics e nella
sua redazione ridotta intitolata The Crisis of Our Age, questo
e altri simili periodi di transizione e di crisi erano analizzati
dettagliatamente, e sulla base di questa analisi mi fu possibile già
negli anni venti diagnosticare la crisi e predire l'avvento di più
gigantesche e terribili guerre, di rivoluzioni e periodi di anarchia,
con tutto ciò che di terribile portano con sé: distruzioni
gigantesche, miseria, bestialità, malattie e molti altri fenomeni,
sino allo spostamento del centro creativo della storia dall'Europa,
che lo detenne per cinque secoli, al Pacifico e alle Americhe, con le
grandi culture redivive dell'India, della Cina, del Giappone, della
Russia e dell'Europa (una delle componenti anche se non più la
maggiore) come attori principali e portatori della fiaccola della
creatività negli anni futuri del dramma umano. Una citazione da
Social and Cultural Dynamics mostrerà una parte di questa diagnosi
e le sue conseguenze.“Ogni aspetto importante della vita,
dell'organizzazione e della cultura della società occidentale è in
profonda crisi (...) Il suo corpo e la sua mente sono ammalati, e
difficilmente si riscontra una parte di questo corpo che non sia
dolente, una fibra nervosa che funzioni a pieno ritmo (...) Stiamo
vivendo, pensando, agendo, alla fine di una splendida giornata
sensoriale durata seicento anni. I raggi obliqui del sole illuminano
ancora la gloria dell'epoca trascorsa. Ma la luce si affievolisce, e
nelle ombre che si addensano diviene sempre più difficile vedere
chiaramente e orientarsi con sicurezza nella confusa luce del
tramonto. La notte del periodo di transizione comincia a profilarsi
davanti a noi, con i suoi incubi, con le sue ombre paurose, con lo
strazio dei suoi orrori”».[35]
E’ probabile che parte delle cause di quell'isolamento subito
dall'ultimo Sorokin abbiano le loro radici in queste sue posizioni,
eppure il sociologo russo a questa società che egli vede immersa nella
sconfinata fede nel progresso continuo e assorbita nel ricercare il
benessere senza limiti, ricorda la validità dei suoi ammonimenti: «Quando
tutto ciò fu scritto, non c'erano né guerre né rivoluzioni, come non
c'era ancora stata la depressione del 1929. L'orizzonte della vita
socioculturale appariva chiaro, senza nuvole: in superficie tutto
sembrava perfetto, pieno di speranza. L'opinione prevalente dei
maggiori pensatori, come quella delle masse, era ottimistica.
Credevano tutti in una prosperità maggiore e migliore, alla scomparsa
delle guerre, alla fine degli spargimenti di sangue, nella
cooperazione interna-zionale e nella buona volontà della Società delle
Nazioni, nel miglioramento economico, mentale e morale dell'umanità e
in un continuo progresso. In una simile atmosfera le mie opinioni e i
miei ammonimenti si levarono come voce nel deserto: furono aspramente
giudicati come impossibili o sprezzantemente respinti come lunatici.
In un decennio o poco più, queste profezie lunatiche erano sul punto
di avverarsi: la crisi si era sviluppata secondo il "diagramma" della
mia dianosi e delle mie previsioni.
Situato tra due epoche, mentre gli antichi valori decadono e i nuovi
non sono ancora consolidati e "interiorizzati", l'uomo di oggi si
ritrova profondamente confuso e perduto fra le rovine di un mondo e di
una società disintegrati. agisce come una barca senza timone gettata
qua e là dal vento delle sue tendenze animali, completamente libera
dal controllo delle forze razionali e superrazionali dell'uomo. In
simili condizioni, secondo l'osservazione di Platone e di Aristotele,
l'uomo è soggetto a divenire “la peggiore delle bestie”. E in realtà
egli è moralmente regredito al livello di un animale uma-no
sofisticato che giustifica per mezzo di ideologie presuntuose le
peggiori delle sue azioni».[36]
In fondo a queste analisi di natura etica e profetica, di una
sociologia che sconfina quasi nella filosofia della storia,
rimane sempre il sociologo. La sua teoria delle fluttuazioni
storiche, verificata da un'enorme documentazione empirica, lo pone
nella condizione di uscire da queste visioni pessi-mistiche con un
certo barlume di speranza: quanto più l'epoca sensista raggiunge il
fondo della crisi, tanto più vicino è il momento in cui l'umanità
dovrà riprendere la sua parabola ascendente.
Il sociologo russo confida fortemente che questa sia un'epoca di
transizione: «oltre di essa, comunque, probabilmente l'alba di una
nuova grande cultura è in attesa per salutare gli uomini del futuro.
(...) Tocca agli uomini d'oggi compren-dere i problemi dell'epoca e
rendere meno lungo e faticoso questo periodo di passaggio».[37]
Essi devono impegnarsi, sostiene Sorokin, in uno studio
“scientifico” dei fattori socioculturali: significati – valori –
norme, che potranno essere l'anima di un nuovo tipo di civiltà.
Note:
[1]
C. Marletti, Sorokin e la sociologia della crisi, in P.A.
Sorokin, La dinamica sociale e culturale, UTET, Torino
1975, p. 17.
[3]
P. A. Sorokin, La mobilità sociale, Comunità, Milano 1965,
p.167.
[5]
P. A. Sorokin, Mode e Utopie nella Sociologia Moderna e Scienze
Collegate, Ed. Universitaria, Firenze 1965, p. 86.
[19]
C. Gambescia, Introduzione in P.A. Sorokin, La crisi del
nostro tempo, Arianna , Casalecchio 2000, p.16
[21]
R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, Il Mulino,
Bologna 1959, p. 325.
[22]
T. Sorgi, Introduzione in P.A. Sorokin, Storia delle
teorie sociologiche, vol. II, Città Nuova, Roma 1974, p. 49.
[23]
Cfr. C. Marletti, Sorokin e la sociologia della crisi in P.
A. Sorokin, Dinamica sociale e culturale, UTET, Torino
1975, p. 23 e ss.
[24]
P. A. Sorokin, Mode e Utopie nella Sociologia Moderna e Scienze
Collegate, Ed. Universitaria, Firenze 1965, p. 329.
[25]
P. A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna,
Casalecchio 2000, p. 175.
[26]
Cfr. C. Gambescia, Introduzione in P.A. Sorokin, La
crisi del nostro tempo, Arianna, Casalecchio 2000, p. 29.
[27]
P. A. Sorokin, S.O.S. the meaning of our crisis, Beacon
Press, Boston 1951, p. 229.
[29]
T. Sorgi, Introduzione in P.A. Sorokin, Storia delle
teorie sociologiche, vol. II, Città Nuova, Roma 1974, p. 57.
[30]
C. Gambescia, Introduzione in P.A. Sorokin, La crisi del
nostro tempo, Arianna, Casalecchio 2000, p. 22.
[31]
P. A. Sorokin, Mode e Utopie nella Sociologia Moderna e Scienze
Collegate, Ed. Universitaria, Firenze 1965, p. 309.
[35]
P. A. Sorokin, L’Integralismo è la mia filosofia in W.
Burnett, a cura di, Questa è la mia filosofia, Bompiani Ed.,
Milano 1961, p. 265.
[37]
P. A. Sorokin, L’Integralismo è la mia filosofia, in W.
Burnett, a cura di, Questa è la mia filosofia, Bompiani Ed.,
Milano 1961, p. 253.
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