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Politiche
dell’immigrazione in Europa
Luigi
Troiani
L’Europa è storicamente paese d’emigrazione: basti guardare a come
gli europei hanno colonizzato interi continenti (le Americhe, l’Oceania), a come si siano impiantati in ampi territori dell’Africa e
dell’Asia[1].
Soltanto verso la fine del XX secolo l’Europa diventa autentico
paese d’immigrazione, dopo aver teorizzato, ancora negli anni ’70,
la possibilità di restare a “immigrazione zero”[2].
Il
fenomeno immigratorio diventa strutturale nella seconda metà degli
anni ’90, per tre concause. La caduta dei regimi comunisti nei paesi
vicini dell’Europa centro-orientale aggiunge un ulteriore flusso di
risorse umane alla mano d’opera offerta da decenni dalla fascia
meridionale del Mediterraneo. Accordi intergovernativi rendono
sempre più facili i passaggi alle frontiere, all’interno del
crescere dei fenomeni di globalizzazione dell’economia, e del
turismo internazionale. La crisi demografica e l’invecchiamento
della popolazione europea rendono irrinunciabile l’acquisizione di
lavoro esterno, per il mantenimento dell’espansione economica nel
vecchio continente[3].
Alla metà degli anni 2000, la presenza di lavoratori stranieri nei
paesi membri si attesta tra il 4 e il 5% della popolazione totale[4],
e contribuisce per ¼ alla crescita occupazionale annua.
Per contestare questa progressione storica, non mette conto
citare casi anteriori d’immigrazione legati a paesi come Olanda[5],
Francia, Regno Unito, Belgio. Certamente qui si sperimentarono
consistenti fenomeni d’immigrazione già negli anni settanta. Ma si
trattava di movimenti strettamente legati al passato coloniale: si
caratterizzavano per rappresentare una sorta di circolazione interna
al mercato monoculturale e monolinguistico ereditato dall’epoca
coloniale e da accordi espliciti o impliciti tra metropoli ed ex
territori ultramarini[6].
Non c’è da stupirsi se i paesi europei e l’Unione arrivino,
allo storico appuntamento con i flussi d’immigrazione, impreparati
sia sotto il pro-filo delle politiche dell’accoglienza che delle
rego-lamentazioni d’accompagnamento. Le ingenuità, gli errori di
fronte all’affluire in Europa di masse d’immigrati regolari e
clandestini, trovano spiegazione anche nella totale impreparazione
continentale alla novità[7].
Impreparazione che nei paesi trovatisi da bacini d’emigrazione netta
a ricettori d’immigra-zione netta (Spagna e Italia dapprima, poi
Grecia e ora alcune delle nuove democrazie centro-orientali), è
risultata anche maggiore[8].
Si pensi che in Italia il primo provvedimento che affronta specificamente l’immigrazione è del febbraio 1990, la cosiddetta legge
Martelli. Si dà il caso che quindici anni dopo il nostro paese conti
già due milioni ottocentomila immigrati regolari, contro i tre
milioni e mezzo della Francia[9],
con un’incidenza percentuale che in ambedue i paesi va ad aggirarsi
intorno al 5%.
In cerca di una
strategia
“I problemi sono posti a livello di due ca-tegorie
d’emigranti: quelli già ospitati legalmente nei Paesi membri, quelli
che vi sono entrati o che vi entreranno illegalmente. Per gli
emigrati già presenti legalmente nei Paesi europei, le questioni
riguardano essenzialmente la qualificazione del loro inserimento
nella società di accoglimento: secondo delle situazioni nazionali,
ciò concerne i sistemi d’istruzione e di qualificazione professionale, i livelli salariali, la politica di
ricongiungimento dei
nuclei familiari, l’atteggiamento verso le naturalizzazioni, la
protezione sociale, la partecipazione alla vita sindacale e
all’elettorato attivo almeno per le liste locali e amministrative.
Obiettivamente più complesso il quadro attinente gli spazi illegali
dell’emigrazione…”. Considerazioni davvero attuali: peccato
che risalgano a vent’anni fa![10]
Sembra che la società europea non sia riuscita, in un ventennio, a
spostare significativamente i termini della questione migratoria.
Identificare le ragioni dei nostri insuccessi e comprendere quali
azioni strategiche andrebbero assunte, è un modo di contribuire alla
ricerca delle soluzioni. D’altronde, ed è l’altro elemento da tener
presente per collocare storicamente le attuali politi-che
dell’Unione in materia di migranti, le migrazioni di cui l’Europa ha
conoscenza e con sapevolezza, tra la fine della seconda guerra
mondiale e la caduta del muro di Berlino, sono soprattutto quelle
interne al continente, tra un sud italiano, spagnolo,
portoghese, greco con eccesso di popolazione rispetto alle capacità
produttive, e un centro-nord che preme l’acceleratore dello sviluppo. Dette migrazioni, che sino alla seconda guerra si dirigevano
verso i continenti nuovi d’America ed Asia, o trovavano sfogo nelle
avventure coloniali, diventano parte degli accordi d’integrazione
che i paesi europei vengono a sottoscrivere dagli anni cinquanta in
poi.
Sin
dall’inizio, le nascenti istituzioni europee si confrontano con la
necessità di una politica migratoria comune, che guardi anche al
profilo sociale dei movimenti umani che le esigenze della
ricostruzione post bellica e l’espansione capitalistica degli anni
’50 stanno mettendo in essere. Il trattato di Roma che, nel 1957,
crea la Comunità economica europea, adotta il principio della
libera circolazione dei lavoratori[11].
Torna sulla materia l’Atto unico europeo, firmato a Lussemburgo il
17 febbraio 1986. Il documento realizza il passaggio dal mercato
“comune” a quello “interno”, prevedendo il pro-gressivo abbattimento
delle frontiere interne sia per i cittadini dei paesi membri che per
i familiari del cittadino comunitario originari di paesi terzi. La
mi-sura sulla libera circolazione non tocca soltanto chi presta
lavoro. Si estende a pensionati, studenti e altre categorie non
regolate dal trattato istitutivo della Cee, e diventa effettiva dal
1 gennaio 1993.
Il
momento più alto è rappresentato dal trattato dell’Unione europea,
sottoscritto a Maastricht il 7 febbraio 1992. Viene introdotto il
concetto di cittadinanza dell’Unione[12],
s’istituisce la figura del Mediatore europeo, si affida al
Parlamento europeo il compito di organizzare Commissioni di
inchiesta[13].
Le misure toccano direttamente i soggetti interessati alle
migrazioni, sia quelle interne al territorio unionale, sia quelle da
e per paesi terzi. Più in particolare, per gli ospiti in arrivo da
paesi terzi, il trattato affida alla cooperazione intergovernativa
la lotta contro l’immigrazione clandestina e la criminalità collegata, ponendola nelle mani del Consiglio dei ministri dell’Unione[14].
L’ulteriore passo in avanti avviene con il completamento di
alcuni presupposti del trattato di Maastricht, operato attraverso il
trattato di Amsterdam dell’ottobre 1997[15].
L’Ue s’impegna a lavorare nei settori della Giustizia e degli Affari
interni. In questo contesto, le disposizioni riguardanti gli
immigrati da paesi terzi, la loro circolazione nel territorio
unionale, le modalità del soggiorno, sono affidate agli organi
dell’Unione e non solo più alla cooperazione intergovernativa. Il
trattato, a conferma di quanto le competenze sulle migrazioni appaiano sensibili, fissa che l’entrata in vigore delle nuove
competenze unionale in materia d’immigrazione ed asilo, accada
cinque anni dopo l’entrata in vigore del trattato.
Le
novità, rispetto a Ma-astricht, sono significative. Così l’art. 63
ricerca uno schema legale di riferimento comune sullo status degli
immigrati da paesi terzi. Al § 3, ad esempio, Amsterdam fissa in
quali situazioni i cittadini di stati terzi possano, per il periodo
massimo di mesi tre, circolare liberamente nel territorio unionale.
Mentre il paragrafo 4 dello stesso articolo stabilisce le condizioni
alle quali detti cittadini, nel caso di regolare situazione, possono
soggiornare in altri paesi membri.
In quanto all’asilo, il paragrafo 1 richiama la convenzione di
Ginevra del 28 luglio 1951 e il protocollo del 31 gennaio 1967.
Inoltre, nel testo aggiornato del 1998, il trattato consente il
ricorso presso la Corte[16]
di giustizia se è violata la Conven-zione europea dei diritti
fondamentali del Consiglio d’Europa.
Come si vede, Amsterdam statuisce un legame inscindibile, e che da
qui in poi sarà tenuto ben fermo dalle politiche unionali, tra
soppressione dei residui ostacoli alla libera circolazione delle
persone e il rafforzamento della sicurezza. Amsterdam è possibile,
perché esiste Schengen: il che è senz’altro vero per i cittadini
dell’Unione, ma ri-guarda immediatamente anche i diritti dei
cittadini dei paesi terzi, una volta che abbiano fatto ingresso
legale nel territorio dell’Ue. Politiche del sociale (ministeri del
lavoro, della pari opportunità, delle politiche sociali), della
sicurezza (ministeri dell’interno e della giustizia), della
giustizia (ministeri di grazia e giustizia), procedono di
conserva, attraverso coordinamenti politici e amministrativi tesi ad
allargare le maglie degli ingressi dai paesi esteri, restringendo al
più basso livello possibile i rischi collegati in termini di
sicurezza, igiene e salute pubblica. Si guardi alla politica dei
visti, unionalizzata, quella dell’immigrazione, quella riguardante i
diritti dei cittadini regolarizzati provenienti da paesi terzi, le
norme attinenti i passaggi alle frontiere, le misure per gestire le
concessioni d’asilo e la cooperazione giudiziaria civile.
Sembra appropriato rilevare qui la creazione dell’Agenzia europea
per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne
degli stati membri dell’Ue (Frontex), finalizzata ad adottare
ed elevare il grado di gestione integrata dei servizi di vigilanza
agli ingressi. L’Agenzia è creata con Regolamento (CE) n. 2007/2004
del Consiglio, del 26 ottobre 2004, in vigore un mese dopo, essendo
pubblicato nella G:U L 349 del 25 no-vembre 2004. La responsabilità
del controllo alle frontiere esterne (regolate dalle disposizioni
del diritto comunitario in quanto ad attraversamento delle
frontiere esterne da parte di persone) resta agli stati membri, ma
l’Agenzia semplifica l’applicazione delle misure comunitarie in
materia, attuali e successive. L’Agenzia fa: ricerca, informazione,
formazione, monitoraggio, assistenza tecnica e operativa rafforzata,
sostegno per l’organizzazione di rimpatrio congiunto nel caso di
residenze illegali di stranieri[17].
L’Agenzia funziona dal 1 maggio 2005 e, in base alla Decisione
2005/358/CE del Consiglio, del 26 aprile 2005, attinente la gestione
della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli stati
membri, con sede a Varsavia. Si avvale delle decisioni prese dal
Consiglio dei ministri degli Interni e della Giustizia dei 15 nel
2003 e trasmesse al Consiglio europeo del 16 e 17 ottobre di quell’anno.
Là, oltre alla decisione sull’Agenzia, furono fissati i principi
delle “quote d’ingresso europee”, dei “dati biometrici” sul
passaporto, dei “paesi sicuri” (ai cui cittadini non viene concesso
asilo politico).
L’Unione nella diversità: anche verso gli immigrati
Sul piano giuridico, l’Italia e gli altri
“ri-tardatari”, incontrano paradossalmente meno problemi per
adeguarsi alle politiche che l’Ue va costruendo intorno agli
immigranti. Non disponendo, in materia d’immigrazioni, di un
consolidato in quanto a leggi, regole amministrative, giurisprudenza
nazionali, frappongono meno rimostranze ed
osservazioni di fronte all’iniziativa dell’Unione. Un’iniziativa
che, per la natura stessa dell’acquis comunitario, si spinge
più avanti delle tradizioni nazionali, in quanto a salvaguardia dei
diritti umani e delle libertà fondamentali. Ciò che è risultato
particolarmente evidente in quanto a diritto d’asilo, diritto di
ricongiungimento e a vivere in famiglia[18],
diritto di protezione giuridica contro le procedure d’espulsione.
Italia, Spagna e le altre nazioni followers, non hanno, ad
esempio, esperienza della chiusura totale delle frontiere, quando
provvedimenti di questo tipo erano stati adottati da altri paesi
europei intorno alla metà degli anni ’70, in occasione della crisi
economica, seguita al subitaneo innalzamento dei costi petroliferi,
che avrebbe contribuito al programma di “immigrazione zero”. Per la
stessa ragione, detti paesi non hanno visto sorgere quei movimenti
politici sciovinisti e razzisti che nei paesi d’immigrazione
storica, ad esempio la Francia, hanno condotto campagne xenofobe e
antiimmigrazione, vendendo alle opinioni pubbliche soluzioni
comunque fuori dalla portata delle presenti generazioni[19].
Sono i retroterra nazionali a spiegare come, al di là
dei principi condivisi con la sottoscrizione di convenzioni e
trattati, i governi dei paesi membri fatichino a far funzionare
un’autentica politica europea globale delle immigrazioni. Tali
retroterra vanno esaminati dal punto di vista dei governi e delle
culture di accoglienza, e dal punto di vista delle culture allogene
che vengono a collocarsi nei contesti europei. Il ritardo, e quindi
la sostanziale debolezza di partenza, delle nazioni followers,
spiega anche perché il concerto chiesto da paesi come l’Italia[20]
e la Spagna, di fronte alla pressione demografica dei più disperati,
in arrivo attraverso il Mediterraneo, non trovi inizialmente che
parziale accoglimento, con conseguenze deleterie per gli immigrati
sotto il profilo sociale e sanitario, e sia per gli immigrati che i
cittadini comunitari sotto il profilo della sicurezza[21].
Ciò detto, va escluso che si stia registrando nel
territorio dell’Ue l’accentuazione dei percorsi nazionali
all’immigrazione. Al contrario, si va co-struendo un acquis
comunitario in materia d’immi-grazione, che alla lunga finirà per
prevalere sui per-corsi nazionali sin qui compiuti. Il processo è
insie-me causa ed effetto della maturazione, nell’ambito delle
opinioni pubbliche dei paesi membri, della convinzione che l’Unione
debba assumere maggiore rilievo nelle questioni riguardanti gli
immigrati, per gli aspetti di sicurezza e di giustizia sociale che
superano le specificità nazionali. Si sono inoltre rilevati, negli
ultimi tempi, i forti limiti che soluzioni basate esclusivamente sul
vissuto nazionale generano.
Si prenda il modo opposto con cui i due paesi europei più
rile-vanti, Germania e Francia, hanno storicamente affrontato la
questione della concessione della cittadinanza a stranieri. In
Germania il ius sanguinis, da sempre richiamato come
fondamento del Volk germanico, ha generato, nei decenni
della grande immigrazione dei Gastarbeiter turchi e mediterranei, la cultura della sovrapposizione di prossimità tra comunità
etno-culturali destinate a restare comunque separate. In opposizione
a questo modello, la Francia ha portato avanti il progetto della
“cittadinanza repubblicana”, naturalizzando sulla base del ius
soli chi fosse nato in territorio repubblicano. Ambedue le
posizioni sono sottoposte a critica. La Germania, alla luce dello
scarso risultato dell’operazione d’integrazione veloce dei länder
orientali, condotta secondo i canoni sperimentati nei decenni di
welfare “pesante”, con formazione professionale e inserimento “economico” degli immigrati, riapre la questione della
cittadinanza basata sull’etnia, anche perché nel frattempo il numero
degli stranieri è ulteriormente cresciuto[22].
La Francia, dopo la lezione della rivolta nella vasta banlieu
maghrebina, s’interroga sui limiti di una scelta che ha
naturalizzato immigrati che si sentono gli “indigeni” della
Repubblica[23].
Né il revisionismo tocca soltanto la coppia di testa
franco tedesca. Il Regno Unito che, mentre
ancora si lecca le ferite per le sommosse etniche del 2001, scopre
cittadini britannici figli di immigrati tra gli attentatori islamici
del 7 luglio[24],
si chiede se il metodo della lotta alla dischiminazione etnica per
via giudiziaria sia sufficiente[25].
Il Regno Unito ha storicamente sposato il multiculturalismo
tollerante, dove i gruppi di minoranza sono persino sostenuti nel
mostrare la loro specificità e distinzione, scontato che accettino
quella degli altri. L’Olanda, per mesi e mesi in stato di choc per
l’assassinio del regista Theo van Gogh commesso da radicali islamici[26],
inizia a dubitare del complesso sistema di partecipazione
istituzionale politica e sociale adottato da decenni per favorire
l’integrazione degli immigrati, con il fulcro dell’attribuzione
agli emigrati del diritto a partecipare alle elezioni locali[27]
e scelte non molto dissimili da quella britannica in fatto di esaltazione delle specificità etniche e nazionali. Danimarca e paesi
scandinavi, che su uno schema simile avevano costruito il rapporto
con le comunità immigrate, accentuano anch’essi la fase del
ripensamento. In quanto all’Italia, da sempre favorevole a politiche
dell’Unione sull’immigrazione, guarda con attenzione a come le
situazioni nazionali vadano convergendo verso medesime conclusioni
pragmatiche: affidare all’Unione il compito di ispirare, verso gli
immigrati, comportamenti adeguati e per quanto possibile uniformi in
tutti i paesi membri.
Ciò che è certo, problemi tra comunità immigrate e
nazionali sono venuti a manifestarsi sia dove ha prevalso l’integrazionismo
(Francia) sia dove è stato premiato il multiculturalismo (Gran
Bretagna e Olanda). E’ anche certo che nessun paese europeo abbia
scelto politiche di assimilazione, come stanno facendo da qualche
tempo molti stati degli Stati Uniti (abbandonando la teoria del
melting pot multiculturale), contrastando la formazione di
ridotti abitativi etnici, consentendo l’uso anche di lingue
d’origine ma non in situazioni ufficiali (è il caso dello spagnolo
con i latinos[28]).
Qualche interessante precedente è già disponibile, ad
esempio in materia d’educazione scolastica.
Altrettanto può notarsi, in fatto di regola-rizzazione degli
immigrati clandestini. Qui la Spagna ha segnato l’esperienza più
profonda, avendo deciso una campagna, il 7 febbraio 2005,
particolarmente generosa verso gli immigrati, includendovi la
riapertura di termini per la regola-rizzazione di irregolari. La
campagna ha riaperto in Europa il dibattito sul meccanismo di
early warning, “un sistema reciproco di informazione e allarme
preventivo”, portato al Consiglio dei ministri del 24 febbraio 2005.
I timori rispetto alle azioni di regolarizzazione partono da una constatazione,
fatta propria dalla Commissione europea in un suo documento
ufficiale: “l’esperienza dimostra che le iniziative di
regolarizzazione funzionano da fattore di traino per
l’immigrazione illegale”[29]
Alla ricerca di una politica dell’Unione per gli immigrati
Sulla base di quanto dettato dal trattato d’Amsterdam,
il Consiglio europeo di Tampere, nell’ottobre 1999, dichiara che
“gli aspetti separati, ma strettamente connessi, dell’asilo e della
migra-zione richiedono la definizione di una politica comune dell’Ue”,
elencando le questioni da includere in detta politica:
·
partenariato con i paesi d’origine,
·
regime comune nelle politiche sull’asilo,
·
equo (fair) trattamento dei cittadini dei paesi terzi,
·
gestione (management) dei flussi migratori.
Quel Consiglio riconosce, nel paragrafo 20 delle Conclusioni, “la
necessità di un ravvicinamento delle legislazioni nazionali
relative alle condizioni di ammissione e soggiorno dei cittadini dei
paesi terzi, in base a una valutazione comune sia degli sviluppi
economici e demografici all’interno dell’Unione, sia della
situazione dei paesi di origine”. Risulta chiaro, ai capi di
stato e di governo europei, che le immigrazioni non sono più un
aspetto secondario, complementare alla libera circolazione interna
dei lavoratori, ma un fenomeno a sé stante, piuttosto ponderoso
verso il quale occorre predisporre un quadro giuridico-istituzionale
di riferimento ad hoc.
La Commissione europea, riprendendo le conclusioni della Presidenza[30],
rileverà, in Comuni-cazione successiva[31],
che le politiche d’immigrazione zero vanno considerate non più
adeguate ai bisogni dei paesi membri, alle prese con il flusso
d’immigrati illegali alimentato da contrabbando e tratta d’esseri
umani. Con le consapevolezze dell’oggi, può risultare curioso
leggere in quella Comunicazione del novembre 2000: “vari Stati
membri hanno già iniziato ad assumere cittadini di paesi terzi al di
fuori dell’Unione. In tale situazione occorre scegliere tra
continuare a pensare che l’Unione possa persistere nell’opporsi alle
pressioni migratorie, oppure accettare l’immigrazione come fenomeno
destinato a proseguire, che va adeguatamente regolato…”. Solo
cinque anni fa la Commissione non si sente ancora autorizzata a
guardare in faccia quanto sta accadendo con le immigrazioni, perché
“sull’ammissione e l’integrazione dei cittadini dei paesi terzi
i pareri negli Stati membri sono molto divergenti”.
L’uscita dall’incertezza, l’organo comunitario sembra trovarla in
un suggerimento, dal tono sommesso, corrispondente a una banalità: “In
tale contesto, la Commissione ritiene che ai lavoratori migranti
dovrebbero essere messi a disposizione canali di immigrazione legale”.
Più autorevolmente la Commissione rileva anche il bisogno di
coor-dinare sotto il segno della trasparenza le politiche
tradizionalmente condotte dagli stati membri[32],
affinché non danneggino altri settori della politica Ue, come i
controlli alle frontiere interne, gli impe-gni comunitari
internazionali a norma dell’accordo Gats (Accordo generale sugli
scambi di servizi), la strategia europea per l’occupazione.
Conseguentemente la Commissione fissa le ma-terie sulle quali gli
stati membri sono chiamati a decidere:
·
procedura per il controllo dei flussi migratori,
·
consultazione tra stati membri sui temi della migrazione,
·
condizioni d’ammissione e soggiorno di cittadini di paesi
terzi per motivi di lavoro e diversi,
·
standard e procedure per il rilascio di visti di lunga durata
e permessi di soggiorno,
·
definizione di un insieme di diritti uniformi per i cittadini
di paesi terzi,
·
criteri e condizioni alle quali si consenta lo sta-bilimento
e il lavoro negli stati membri,
·
una Carta dei diritti fondamentali a garanzia dell’equo
trattamento dei cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente
nell’Unione, e della promozione della diversità.
L’Unione, tirando le fila di quanto avviato a Tampere, è in grado di
far muovere passi istitu-zionali in materia d’asilo e immigrazione.
In termini politici, le decisioni sull’immigrazione comprenderanno
la lotta all’immigrazione illegale, la costruzione di relazioni
specifiche con i paesi d’origine e di transito in particolare
sotto il profilo della dimensione umanitaria e dell’asilo[33],
la fornitura dei mezzi necessari alla rapida integrazione della
popolazione migrante nella società europea e per lo sradicamento di
razzismo e xenofobia[34].
In termini pratici, il programma di lavoro transita attraverso:
·
il cosiddetto “Quadro di controllo”[35]
·
incontri di ministri come quello informale di Marsiglia nel
luglio 2000
·
conferenze come quelle su cosviluppo e immigrati (6-7 luglio
2000), sulle reti d’immigrazione illegale (20-21 luglio),
sull’integrazione degli immigrati (5-6 ottobre 2000), sulla
riuscita integrazione del mercato del lavoro (4-5 luglio 2002), sul
ruolo della società civile nella promozione dell’integrazione (in
collaborazione con il Comitato economico e sociale, settembre 2002),
sulla gestione della migrazione a beneficio dell’Europa (Atene 15-16
maggio 2003);
·
la proclamazione della “Carta dei diritti fondamentali” nel
dicembre 2001
·
piani d’azione diretti a specifici paesi o regioni, basati in
particolare sulla valorizzazione delle rimesse e sulla gestione
degli eccessi di migra-zioni intellettuali e scientifiche[36],
all’interno di misure di partenariato.
In particolare riguardo all’ultimo aspetto evocato, la Commissione
ha operato perché le migrazioni, specie quelle tra paesi vicini,
fossero assunte dentro uno schema di mobilità che preve-desse
il mantenimento e la rivalutazione dei rapporti con il paese
d’origine, ad esempio attraverso l’utilizzo di fattori
d’imprenditorialità (risorse finanziarie, rapporti personali,
competenze, strumentazioni scientifiche e tecnologiche, etc.)
acquisiti nel paese d’accoglienza.
Le politiche della Commissione e dall’Ue in materia d’immigrazione
vanno tuttavia giudicate soprattutto in base a come viene evolvendo
la questione del trattamento dei cittadini di paesi terzi,
all’interno del ribadito bisogno di adottare un’impostazione globale
nella gestione o rego-lazione dei flussi migratori.
Dopo Tampere, la Commissione, al fine di pro-muovere l’istituzione
di un adeguato quadro giuridico per l’integrazione di cittadini di
paesi terzi già in territorio unionale, ha avanzato diverse proposte
e misure:
·
estendere il coordinamento comunitario dei regimi di
sicurezza sociale fissato dal regolamento (CEE) n. 1408/71 ai
lavoratori subordinati ed autonomi assicurati in uno stato membro,
anche se cittadini di paesi terzi;
·
modificare il regolamento 1612/68, per raffor-zare lo stato
giuridico dei cittadini di paesi terzi familiari di lavoratori Ue;
·
consentire ai lavoratori subordinati e autonomi di paesi
terzi, che già soggiornano legalmente in uno stato membro, di
fornire servizi in altri stati membri;
·
colpire la discriminazione basata sulla razza o sull’origine
etnica, nel campo dell’occupazione, della formazione, della
protezione sociale (incluse sanità e sicurezza sociale),
dell’istruzione e della fornitura di beni e servizi alloggio
incluso;
·
assegnare quasi 100 milioni d’euro su sei anni, dal 1 gennaio
2001, per azioni di lotta alle di-scriminazioni fondate tra l’altro
sulla razza, l’origine etnica, la religione;
·
risolvere la questione dei ricongiungimenti a partire dai
contenuti della Direttiva pubblicata nel 2000[37];
·
varare la Carta dei diritti fondamentali, con una serie di
principi universali validi anche per i cittadini dei paesi terzi, ad
esempio in materia sociale come la tutela in caso di licenziamento
ingiustificato e le condizioni relative alle condizioni di lavoro;
·
fissare limiti chiari ed evidenti tra i diritti
all’immigrazione legale e i rischi di quella ille-gale, attraverso
controlli e misure di regolazione della mobilità.
Sulla base di dette proposte e misure, l’Unione è arrivata a
suddividere in tre grandi categorie le azioni in materia di
politiche dell’immigrazione, sulla base delle ragioni che motivano
l’emigrante:
·
motivi umanitari,
·
ricongiungimento famigliare,
·
cause economiche e di mercato.
Se per la prima categoria fanno testo le già citate Convenzioni
internazionali, e per la seconda l’Unione risulta in regola con gli
standard di necessità riconosciuti in ambito Ocse[38],
la terza si presta a miglioramenti e aggiornamenti continui,
funzione anche dell’evolvere dei flussi[39].
Alla base delle politiche attive europee sull’immigrazione
economica, sta, come si è detto, l’acquisizione, dall’inizio degli
anni 2000, della cultura dell’immigrazione necessaria e utile. Come
scrive la Commissione nel documento del 2000: “… la politica
dell’immigrazione dovrebbe basarsi sul riconoscere che le pressioni
migratorie continueranno e che un’immigrazione ordinata può arrecare
vantaggi all’Ue, agli immigrati stessi e ai loro paesi di origine”[40].
In secondo luogo, riconosce la Commissione, solo il discrimine tra
immigrazione legale e illegale può offrire le necessarie garanzie in
termini d’ordinato sviluppo e sicurezza dei cittadini dei paesi
membri.
La legalizzazione degli immigrati illegali diventa, nella fase di
passaggio tra vecchia e nuova percezione del fenomeno migratorio, la
saldatura necessaria e indispensabile che, attraverso la
regolarizzazione della grande massa umana, spostatasi sul territorio
dei paesi membri in assenza di leggi europee adeguate, getta le
fondamenta per la successiva fase di regole sui flussi condivisi.
Mentre gli europei riconoscono che l’immigrazione è la risposta
ad un bisogno delle loro società, gli immigrati riconoscono in
genere la convenienza ad entrare nel regime di legalità e interessi
condivisi[41].
L’ammissione degli immigrati per motivi economici, diventa pratica
corrente con il nuovo millennio. Essa risponde ai bisogni della
domanda, e tende a mettersi a disposizione della sua flessibilità
e mutevolezza. Al tempo stesso la domanda tiene conto delle
disposizioni della legislazione comunitaria e degli accordi
bilaterali e multilaterali in vigore tra la Comunità, o la Comunità
e gli stati membri, da un lato, e i paesi terzi dall’altro. Si
attribuiscono agli immigrati i medesimi diritti e doveri dei
cittadini Ue, anche se in modo incrementale, attraverso
processi acquisitivi funzione della durata del periodo di
soggiorno previsto nelle condizioni d’ingresso. Punto d’arrivo è
l’integrazione della gente che pianifica di stabilirsi su una base
di lungo periodo nell’Ue: il periodo di 5 anni diventa il
riferimento fondamentale di ogni ragionamento di questo tipo.
L’altro riferimento è che l’immigrato di lungo periodo si vede
attribuito un trattamento pari a quello dei cittadini Ue su una
serie di questioni che vanno a coprire la maggioranza degli ambiti
socio-economici.
Hanno migliorato il clima, e spinto il dossier immigrazione in primo
piano tra le questioni dell’occupazione e del sociale, i Rapporti di
Primavera 2002 e 2003 della Commissione, con l’annuncio che le
politiche dell’immigrazione, dell’occupazione e del sociale andavano
interconnesse, alla luce delle scelte compiute dal Consiglio a
Lisbona nel marzo 2000 riguardo all’avanzamento tecnologico e
sociale europeo, abbisognando di un approccio comune[42].
La Commissione punta a stabilire un quadro giuridico coerente, che
fissi le condizioni di base e le procedure da applicare: spetta agli
stati membri adottare i provvedimenti nazionali d’ammissione dei
cittadini dei paesi terzi, fondandosi sui criteri fissati nelle
direttive comunitarie. Trasparenza, razionalità e flessibilità
devono essere i tre principi guida dell’azione degli stati. Anche al
fine di garantire il rispetto dei tre principi, nel 2002 è stata
istituita la Rete europea dell’immigrazione, Rem, con
l’obiettivo di migliorare la raccolta e lo scambio di informazioni
su tutti gli aspetti delle politiche di migrazione e asilo. A fine
novembre 2005, la Commissione ha adottato un libro verde sulla Rete,
in vista della conclusione della fase preparatoria nel 2006 e
l’adozione a fine anno della Rem rivista.
Aspetti critici delle immigrazioni nell’Ue e co-sviluppo
Pur
considerando che per la più parte dei paesi membri il flusso di
immigrati dagli anni ’90 si sia presentato come fenomeno
imprevedibile, può affermarsi che l’Ue e i paesi membri hanno trattato
la questione in modo non del tutto adeguato. In detto contesto, alcuni
passaggi, come l’attribuzione della cittadinanza civica (civic
citizenship) e l’adozione di pac-chetti di misure antidiscriminazione
(Consiglio dei ministri nel 2000 con le direttive sulla
discriminazione razziale e sulla discriminazione sull’occupazione
sommate a un programma d’azione comunitario), si sono mostrati
opportuni. Ma i limiti, specie sotto il profilo del coordinamento
delle politiche, appaiono evidenti.
Ad
esempio, sarebbe stato utile dotare le politiche comunitarie del
principio di differenziazione positiva, anche se si comprende il
rischio di transitare, nella fase di eventuale applicazione
amministrativa, in azioni discriminatorie verso i diversi gruppi di
immigrati.
La differenziazione operereibe, in primo luogo per paesi
di provenienza o, se si vuole, per culure di provenienza. E’ di
corrente evidenza, ad esempio, che l’immigrazione da paese centro
europeo con vocazione all’adesione o già membro, presenti in genere
caratteristiche diverse da quella proveniente da paese non europeo. Si
pensi a cosa finisca per comportare l’emigrazione intellettuale per il
continente africano, dove la scolarizzazione e in particolare la
culturizzazione superiore e universitària è fenomeno tuttora piuttosto
ristretto, in termini di “fuga dei cervelli”. Si è calcolato che
complessivamente ogni anno vadano via dall’Africa 23.000 docenti
universitari, più di 40.000 dottori di ricerca, oltre 50.000
professionisti di livello medioalto. Più in generale, si parla di 13
milioni di persone con alta formazione migrate da paesi in sviluppo,
pvs, verso i paesi Ocse, più della metà negli Stati Uniti. Si tratta
dell’uscita dai gironi dello sviluppo, di circa il 30% dei locali con
alta formazione[43]!
Non sempre queste risorse intellettuali e umane verranno reindirizzate
allo sviluppo dei paesi d’origine.
La Commissione, agli inizi di settembre 2005, ha posto con
ufficialità il problema, pubbli-cando una comunicazione per orientare
a politiche di co-sviluppo basate sulla valorizzazione delle rimesse,
nonché delle capacità imprenditoriali acquisite dagli immigrati nei
paesi europei[44].
Il documento, giustamente, pone al primo posto il bisogno di
identificare le competenze e le esperienze esistenti. Cerca, quindi,
di identificare le misure che potreb-bero sostenere i ritorni,
sull’esempio anche di quanto fatto dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni[45].
Non risolve la questione di un Codice di condotta per i paesi
membri e le imprese, che eviti il saccheggio delle risorse dei pvs,
anche se la-scia prevedere a breve indicazioni precise in materia. La
Commissione stabilisce, invece, il principio della compensazione.
Detto in altro modo: il paese che sottrae risorse intellettuali o
scientifiche a un paese in sviluppo, dovrebbe “risarcire” detto paese
attraverso forme di cooperazione strutturale con la realtà
d’origine, miranti a patti di sviluppo che rispettino i bisogni del
paese terzo.
La questione del co-sviluppo va considerata anche da
un’altra prospettiva: la diversificazione nelle qualifiche richieste
dai diversi gruppi di paesi dell’Ue agli immigrati.
Nella sua Comunicazione del 2004 sul tema, la Commissione è molto
chiara[46]:
“The Commission’s recent Study on the links between legal and
illegal migration[47]
shows that, al Member States have channels for the admission of
labour migrants, notably for third-country nationals with specific
skills or workers for designated sectors. It is, however, not only
high skilled labour that is in demand as some, in particular
Southern European countries or recent immigration countries, have a
need for low-skilled workers. Admission of such workers is often
regulated through bilateral agreements with neighbouring or selected third countries,
the underlying motive being not only to meet the needs of the labour
market, but al relationships with third countries, historical links
and cultural exchanges, as well as to combat illegal migration”.
Importante, in quest’ambito l’accordo raggiunto il 30 marzo
2004 sulla Direttiva riguardante l’ammissione di studenti esteri.
Nello stesso ambito le direttive sui ricercatori scientifici e
l’ammissione di ricercatori stranieri nelle strutture dell’Ue. Un
passo anche più rilevante quello compiuto per attrarre nell’Ue i
talenti. Dal 2006 studenti esteri che completino i dottorati in
Europa, potrebbero vedersi offerta la cittadinanza, all’interno di
uno sforzo mirante ad attirare talenti e dare ulteriori opportinità
alle attività economiche europee collegate all’education[48]:
riguardati dalla misura prevista nell’agenda del vertice Ue di
primavera, quadri intellettuali universitari, ricercatori e
sviluppatori.
Un altro elemento di differenziazione è quello per età e
spesso, conseguentemente, per status culturale ed educativo. Si pensi
alle differenze, nello stesso nucleo familiare, tra padri e figli,
ovvero tra immigrati di prima, seconda e terza generazione. Spesso i
discendenti assumono la cittadinanza e studiano nei sistemi scolastici
d’accoglienza, parlano correttamente la lingua locale, finiscono per
appartenere al paese d’accoglienza molto più che a quello del genitore
di cui sono figli. Paradossalmente, lo si è visto nella rivolta
francese di fine 2005, questa situazione può ingenerare frustrazioni e
difficoltà che si riverberano sul tessuto sociale locale o cittadino.
Occorre, in tale contesto, uno sforzo specifico che sinora né le
istituzioni comunitarie, né i governi nazionali hanno saputo produrre.
Differenziazione si ritrova anche nell’ap-proccio delle
opinioni pubbliche e quindi del voto dei cittadini europei, rispetto
alle varie tipologie d’immigrazione. Da una ricerca del 2002 coordinata da Ilvo Diamanti e condotta dalla Fondazione Nord Est[49],
scaturiva che il 36% (quindi più di uno su tre) degli europei
considerava gli immigrati una minaccia all’ordine pubblico, la
sicurezza personale, l’occupazione. Si tratta di otto punti in più del
2000, evidentemente influenzati dagli avvenimenti del settembre 2001 e
quanto ne è seguito nei mesi successivi. In Spagna il dato era
passato, nel periodo, dal 14 al 36%; in Germania dal 30 al 41% (qui la
preoccupazione maggiore riguardava il mercato del lavoro, data la
forte pressione slava in zona). Si dà più fiducia (quasi l’80%) agli
immigrati da Europa e Stati Uniti, e meno fiducia agli altri (il
favore agli arabi arriva solo dal 37% degli intervistati, quello verso
i balcanici dal 45%, meglio per gli immigrati dal terzo mondo dal 57%,
per quelli dell’est europeo dal 56%, per gli immigrati dall’ex Urss
dal 49%).
La stessa ricerca, nell’edizione del novem-bre 2005,
evidenzia come i nuovi membri dell’Ue manifestino ancora più
preoccupazione, se non addirittura ostilità, verso gli immigrati:
Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria forniscono i dati più sensibili
sul tema, in particolare per ragioni legate al mercato occupazionale.
Nell’ambito dei Quindici, più abituati ai flussi immigratori, i
timori sono inferiori, e per lo più legati a fatti di sicurezza
personale: un aspetto rilevato in particolare in Italia[50].
Conclusioni
Nel
confronto con paesi di antica tradizione immigratoria, come gli Stati
Uniti, l’Europa sembra non aver ancora trovato la capacità di
integrare le seconde e terze generazioni d’immigrati. Dipende
probabilmente dal fatto che l’Ue non dispone di un pensiero forte
riguardo alla propria identità e natura. I paesi membri non dedicano
al culto dello stato, della costituzione, della bandiera, le energie e
gli investimenti che da sempre gli Stati Uniti adottano per integrare
le ondate d’immigrati che da secoli popolano quel paese. La scuola in
quest’ambito può molto, ma fa poco.
Scrive Economist: “In
America, the education levels, English-language
skills and intermarriage rates of immigrant groups rise over time. So
do income, home-ownership and political representation. This is the
natural course of assimilation. But it does not seem to work in
Europe. … There are few North African or Turkish representatives in
French or German politics”[51].
E però non mancano neppure negli Stati Uniti proble-mi relativi
a come integrare gli stranieri che entrano nel paese. E’ certo che
fattori come il lavoro[52],
l’avvio di attività imprenditoriali atonome, l’acquisto di terreni,
laboratori, abitazioni magari con sottoscrizione di mutuo, l’apertura
di un conto corrente bancario, sono segnali efficienti di integrazione[53].
In Italia, ad esempio, questi fattori denunciano valori piuttosto
elevati: il che significa che da noi l’integrazione funziona
relativamente bene, probabilmente per una certa debolezza del tessuto
sociale e istituzionale. La malleabilità e ospitalità del carattere
nazionale si somma ad un rapporto piuttosto debole con le istituzioni
politiche e simboliche, generando condizioni favorevoli
all’ampliamento della sfera di attività e relazioni dell’immigrato.
La
questione centrale appare ancora quella del coordinamento delle
politiche. Il ministro francese dell’interno Sarkozy, candidato alla
Presidenza nel 2007, mentre non sa risolvere la questione dei suoi
sans-papiers e si confronta con le associazioni di difesa dei
clandestini che denunciano metodi arbitrari delle autorità[54],
si spende per un metodo comunitario rafforzato di fronte ai flussi
immigratori[55]
e al rischio di terrorismo importato via immigrati. Il Consiglio di
Tampere, specie con Austria Danimarca e Germania, censura la Spagna
che, mentre chiede impegni comunitari, apre unilateralmente la sanatoria per i clandestini[56].
La
costituzione bocciata dai referendum francese e olandese attribuiva
poteri alle istituzioni comuni in materia di immigrazione. Occorrerà
probabilmente attendere il rilancio del processo costituzionale,
previsto dopo le elezioni in Francia, per offrire credibile soluzione
a questo, come ad altri problemi comunitari.
Note:
[1]
L’Italia può essere presa come simbolo di quest’affermazione.
L’emigrazione storica dal paese fa dire che la presenza italiana
fuori dai confini nazionali è oggi pari al 2% degli emigrati
mondiali.
[2]
La successione temporale dei fenomeni d’immigrazione nel
territorio dell’Ue, è mostrata da una serie di tabelle e grafici
fortemente dettagliati, annessi a Commission of the European
Communities, Com-munication from the Commission to the Council,
the European Parliament, the European Economic and Social
Committee and the Comittee of the Regions on Immigration,
Integration and Employment, Brussels 3.6.2003, COM (2003) 336
final.
[3]
Né si tratta di uno sviluppo esclusivamente europeo. Nel 1970, gli
emigranti internazionali costituivano più del 10% della
popolazione in 48 paesi. Nel 2000, il numero di paesi era salito a
70. Il dato in Global Commission on
International Migration (Gcim), Migration in an interconnected
world: New directions for action, Report, Ottobre 2005, pag. 42.
Dallo stesso rapporto si apprende che tra il 1990 e il
2000, l’immigrazione ha apportato l’89% della crescita della
popolazione censita in Europa.
[4]
Ci sono situazioni intensive a carattere nazionale (es. il
Lussemburgo), locale ad esempio in Italia città come Roma e Milano
con il 10% e oltre, di quartieri o zone dove concentrazioni anche
alte creano macchie o ghetti d’immigrati. L’esempio delle
banlieues francesi e delle rivolte ivi registrate nel novembre
2005 dà visione del fallimento di pre-concetti integrativi. Se in
Francia a farsi notare è uno spazio di periferia parigina come
Cliché-sous-Bois, a Berlino è Neukőlln a stragrande maggioranza
turca. In Italia, 2 milioni e mezzo di im-migrati vivono in aree
urbane.
[5]
I Paesi Bassi registrano, tra il 1995 e il 2002, la cresci-ta del
37% in quanto a numero d’immigrati.
[6]
Come dire che si trattava di un rapporto di domanda e offerta
interno alla dinamica post coloniale, piuttosto che di un rapporto
di mercato tra paese d’esportazione e d’importazione di mano
d’opera. Il dato risalta evidente dal confronto tra i due paesi
più importanti della Comunità europea di quegli anni. La Germania
aveva nel 1970 un numero d’africani immigrati pari a 40.000 unità.
La Francia già nel 1968, era a quota 652.000. Nel 1975 la Germania
si era mossa a 71.000, ma la Francia era prossima a realizzare
1milione e 200.000 africani immigrati. Nel 1982 il distacco
strutturale è ancora più evidente perché, benché la Germania abbia
superato quota 100.000 africani e sia a 124.000, la Francia è
decollata oltre il milione e mezzo. Se non bastasse questo
paragone, si guardi al piccolo Belgio che, grazie all’importante
passato coloniale, nel citato 1982 è a quasi 144.000 immigrati
africani. I dati sono riela-borazione di informazioni fornite da
Eurostat, Foreign Population and Foreign Employees in the
Community, 8 febbraio 1985.
[7]
Scrive la Commissione europea nel 2000:
“… (l’immigrazione) era ritenuta prossima allo zero a partire
dagli anni ’70, mentre adesso con le opportunità economiche
disponibili nell’Ue non sembra più essere tale. Molti migranti per
motivi economici hanno tentato l’ingresso attraverso procedure di
asilo oppure canali illegali”. Commissione delle Comunità
europee, Comu-nicazione della Commissione al Consiglio e al
Parla-mento europeo su una Politica comunitaria in materia di
immigrazione, 22 novembre 2000, COM(2000) 757 de-finitivo. Il
documento può essere considerato base e premessa di ogni decisione
successiva delle istituzioni comunitarie in quanto a immigrazione.
[8]
Le migrazioni nette in Europa registrano annualmente, tra il 1992
e il 2003, il seguente andamento: saldo positivo di 1.200.000
immigrati all’inizio del ciclo, seguito da un saldo che scende di
continuo sino al 1997 (quell’anno si è a un positivo di mezzo
milione) per risalire poi incessantemente superando il dato del
1992 nel 2001 e schizzare a 2 milioni nel 2003. Notare che dal
2000, gli Stati Uniti hanno un saldo positivo rego-larmente
inferiore a quello europeo e che, dopo l’attacco alle Torri
gemelle, il distacco appare non colmabile (poco più di 1 milione è
il saldo del 2003). Consi-derando i 25, e prendendo in esame il
quinquennio 2000-2005, tutti i paesi membri, fatta eccezione di
quattro (Baltici e Polonia) hanno realizzato saldi positivi netti.
I saldi maggiori, nel quinquennio, sono stati realizzati,
nell’ordine, da: Spagna, Rft, Regno Unito, Italia.
[9]
Caritas-Migrantes, rapporto del novembre 2005. Contando gli
irregolari, probabilmente le distanze si accorcerebbero ancora.
Secondo la Gcim (v. nota n. 3) almeno 5 dei 56,1 milioni di
emigranti presenti in Europa nel 2000 avevano status di
irregolari: un rap-porto del 10%. Nel documento Cgcim dell’ottobre
2005, si stima a mezzo milione il numero degli irregolari in
arrivo ogni anno nei paesi europei.
[10]
L. Troiani, L’andamento demografico e l’emigrazione nella
prospettiva dell’integrazione economica euro-mediterranea, in
Iceps, L’Italia, la Cee e il Medi-terraneo: la politica di
cooperazione, Roma, 1986.
[11]
Prima degli accordi Ceca (Comunità europea del carbone e
dell’acciaio) del 18 aprile 1951 e del trattato di Roma, un paese
ricco di braccia come l’Italia spediva manovalanza in Belgio
perché lavorasse nelle locali miniere, ottenendo in cambio
carbone. Un patto in questo senso fu firmato il 28 giugno 1946 tra
i due governi interessati, sindacati consenzienti. Sarebbero
partiti duemila italiani a settimana, in particolare calabresi e
abruzzesi, e in cambio il Belgio ci avrebbe venduto 200 chili di
carbone al giorno per emigrato. Furono ottantamila i connazionali
che fecero quel viaggio, e non tutti tornarono. Tra questi i 136
che, nell’agosto 1956, perirono a Marcinelle, in una galleria a
1035 metri di profondità.
[12]
Il trattato sull’Unione europea recita, all’art. 8: “E’
istituita una cittadinanza dell’Unione. E’ cittadino dell’Unione
ogni persona che ha la nazionalità di uno Stato membro”. T. H
.Marshall definisce il concetto sociologico di cittadinanza, come
“forma di uguaglianza umana fondamentale connessa con il
concetto di piena appartenenza ad una comunità”, Cittadinanza
e classe sociale, 1950.
[13]
All’art. 138 D il trattato scrive: “Ogni cittadino dell’Unione
ha il diritto di petizione davanti al Parlamento europeo”. E
all’art. 138 E: “ogni cittadino dell’Unione può rivolgersi al
Mediatore comunitario”.
[14]
I ministri dell’interno dei paesi membri, già prima del trattato
di Maastricht, hanno avviato la buona pratica di consultazioni e
assunzione di misure comuni nella materia. Passaggi di forte
contenuto sono stati, in quest’ambito, la convenzione di Schengen
del 1985, e quella di Dublino sul diritto d’asilo.
[15]
Il trattato, firmato il 2 ottobre 1997, è entrato in vigore nel
maggio 1999.
[16]
Si faranno qui cenni essenziali all’attività della Corte europea
di giustizia, benché si abbia consapevolezza che proprio la Corte
sia stata motore dell’elaborazione graduale di un efficace sistema
di garanzia dei diritti fondamentali nell’Unione, anche in
assenza, nei trattati istitutivi, di normativa riguardante i
diritti fondamentali. E’ un’attività che, direttamente e
indirettamente, ha favorito l’inserimento degli immigrati e la
tutela dei loro diritti. Non si sottovaluti che la giurisprudenza
comunitaria prevale sempre su quella nazionale.
[17]
E’ evidente che alcune di queste operazioni costano, e anche
abbastanza. Il bilancio dell’Agenzia proviene da sovvenzione
comunitaria, contributo dei paesi associati a Schengen, compensi
per servizi forniti, contributi volontari degli stati membri.
[18]
I presupposti programmatici dell’Unione e la Con-venzione europea
dei diritti dell’uomo, rendono il diritto di vivere in famiglia
tra quelli meglio protetti. Può dirsi che la materia sia ormai
armonizzata nelle legislazioni nazionali, benché, come in tutta la
vicenda delle mi-grazioni da paesi terzi, continuino a sussistere
diffe-renziazioni anche significative tra le legislazioni dei
paesi membri. Limitazioni toccano in particolare, è il caso del
Belgio, il cosiddetto ricongiungimento “a cascata”: il famigliare
ricongiunto non può, a sua volta, essere attore d’ulteriori
ricongiungimenti. Altra diffe-renza riguarda il tempo che deve
trascorrere prima che maturi il diritto al ricongiungimento.
[19]
Per ragioni economiche e demografiche, l’Europa non può fare a
meno d’immigrati, come si è detto in pre-messa. La demagogia sugli
“ingressi zero” è stata rilan-ciata da precisi gruppi e
gruppuscoli politici, in occasione degli attentati di radice
islamica in Europa, come parte della campagna mediatica condotta
contro gli immigrati islamici.
[20]
Il nostro paese ha anche sue ragioni per insistere
sull’opportunità di una politica comune delle migrazioni. Come
altri stati periferici rispetto al centro Europa (eloquente il
caso delle relazioni tra Spagna e immigrati dal Marocco), si trova
a funzionare come porta d’ingresso dall’Africa e dall’Asia
meridionale vero i mercati ricchi dell’Europa centrale e
settenarionale, senza disporre di particolari risorse per
adempiere al sovraccarico di costi organizzativi necessari.
[21]
Gli sbarchi a Lampedusa e in altri punti dell’estremo sud
italiano, ad opera di disperati che spesso raccontano di compagni
di sventura deceduti e abbandonati in mare, testimoniano quanto
sia alto il carico di dispe-razione e morte accumulatosi in
Mediterraneo nell’ulti-mo decennio. Come rilevato nella precedente
nota, identico vissuto appartiene alla Spagna, in particolare per
l’afflusso illegale di africani alle isole Canarie. La Commissione
ha avuto nel maggio 2006 l’impegno di dodici stati membri a
fornire navi e aerei per il pattugliamento e l’avvistamento, e
assistenti per il soccorso. Solo in agosto il meccanismo si è
messo in moto, e comunque l’Ue in quanto tale ha confermato di non
potersi impegnare sulla materia, in quanto avrebbe bisogno del
voto unanime dei 50 ministri dell’interno e della giustizia: i
paesi nordici più la Germania sono riluttanti a conferire poteri
all’Unione in materia. Nel 2006, le autorità spagnole prevedono
sbarchi illegali, via Canarie, superiori ai 20.000 immigrati,
contro i 4.700 del 2005. Sempre per il 2006, le morti in mare dei
clandestini sono calcolate in numero superiore alle 3.000 unità.
Frontex ha avuto a disposizione, per assistere le esigenze
manifestate da parte spagnola (e italiana) non più di 3 milioni di
euro. Per le ragioni su cui si tornerà più avanti nel testo, alla
Spagna, nel corso del Consiglio di Tampere del 21 settembre 2006,
sono rimproverate politiche lassiste sull’immigrazione, che
avrebbero stimolato l’incremento dei movimenti illegali in
entrata.
[22]
Si calcolano in Germania intorno al milione e mezzo di
clandestini. Gli immigrati stranieri in Germania presentano quasi
2 milioni di turchi e più di tre milioni e mezzo di musulmani. Gli
stranieri sono presenti soprattutto nei Länder occidentali, e ¼
abita nelle città con più di mezzo milione d’abitanti. Fino al
2000 nessuno poteva divenire cittadino tedesco se non era di
estrazione germanica, anche nel caso di genitori nati essi stessi
in Germania. Dal 2000 lo ius soli viene ad avere la sua
rilevanza in fatto di cittadinanza: ai figli di immigrati è
consentito di acquisire la cittadinanza attraverso il ius soli e
possono mantenere la cittadinanza doppia. Otto anni di residenza
nella Repubblica federale danno accesso alla cittadinanza. Una
legge in vigore dal 2003, riguardante la formazione e
l’insegnamento, sottolinea l’impegno verso l’integrazione degli
immigrati nella società. In Italia si richiedono 10 anni per
accedere alla cittadinanza: risultato è che poco più di 10.000
stranieri ottengono ogni anno la cittadinanza italiana, sulla base
del jus sanguinis o soli.
[23]
In un appello all’opinione pubblica, lo scorso settembre, appena
qualche mese prima delle sommosse urbane francesi ad opera di
francesi con radici maghrebine, intellettuali e militanti dalla
pelle scura, spalleggiati da ambienti della sinistra, si
definivano “gli indigeni della Repubblica”, “discendenti di
schiavi e deportati africani, figlie e figli di colonizzati e immigrati”. Mentre nelle scuole repubblicane, testi di storia
interpretano in positivo la vicenda coloniale, gli esponenti delle
comunità immigrate denunciano la marginalità sociale e culturale
della loro vita nel territorio metropolitano, prendendosela con la
“missione antislamica” dei media. Significativo, in quel contesto,
la pubblicazione di di Thomas Deltombe, “L’Islam imaginaire, La
construction médiatique de l’islamo-phobie en France, 1975-2005”,
quattrocento pagine di accuse e scossoni al pensiero dominante.
[24]
Il 7 luglio 2005, esplodono a Londra 4 bombe a timer, 1 su bus, 3
su treni della metro. Ci sono altre due bombe inesplose con timer.
Alla fine risultano c. 700 feriti e più di 50 morti.
[25]
Da buona società post coloniale, il Regno Unito è organizzato
secondo una scala di valori dove i gradini passano attraverso i
gruppi etnici. La gerarchizzazione si esprime sul luogo di lavoro,
nella ricerca dell’abita-zione, nei locali del divertimento e
della ristorazione.
[26]
Il 1 novembre 2001, a 47 anni, il controverso regista Theo Van
Gogh, autore di un film sulla condizione femminile nell’Islam, è
assassinato ad Amsterdam da un immigrato marocchino. Il presidente
della commis-sione parlamentare olandese incaricata di riferire
sull’evento, definisce l’assassino “un tipico immigrante di
seconda generazione”.
[27]
L’Italia ha inserito nella legge del 1998 sugli stranieri
residenti, il diritto di voto locale, ma solo la riforma
costituzionale ne consente la pratica. Gli stranieri con
cittadinanza estera possono votare alle elezioni muni-cipali di
Danimarca, Finlandia, Irlanda, Norvegia (non Ue), Olanda, Regno
Unito, Svezia. L’Irlanda è stato il primo paese a garantire, fin
dal 1963, il diritto di voto a tutti gli immigrati in posizione
regolare, indipen-dentemente dalla nazionalità. In Svezia, dal
1975, è consentito votare dopo tre anni di permanenza continua,
per elezioni comunali e regionali, e per i referendum. In Gran
Bretagna il diritto di voto vale per i cittadini Ue o Commonwealth.
In Islanda possono votare i soli scandinavi. In Portogallo:
peruviani, brasiliani, argen-tini, uruguaiani, norvegesi,
israeliani. In Svizzera il diritto al voto alle amministrative è
riconosciuto a tutti gli stranieri in tre cantoni su 26.
[28]
Si noti che i leader delle comunità ispaniche negli Stati Uniti,
hanno sollecitato maggiori dosi di inglese nelle scuole,
spaventati dalla possibile discriminazione di fatto che i figli
avrebbero sofferto da grandi, per un’eventuale ignoranza della
lingua e della cultura anglosassone.
[29]
Friso Roscam Abbing, portavoce Ue, Conferenza stampa del 12
febbraio 2005, riportata nel verbale pubblicato in Internet,
www.stranieriinitalia.it.
[30]
SN 200/99 (Conclusioni della Presidenza del Consiglio europeo di
Tampere, 15 &16 ottobre 1999).
[31]
Commissione delle Comunità europee, cit. in nota n. 7.
[32]
“Per regolare con successo i flussi migratori e quindi per
ridurre l’immigrazione illegale, l’Ue deve adottare una
impostazione coordinata, che tenga conto di tutti i vari aspetti
interconnessi del sistema migratorio, ed operare attraverso il
partenariato con i paesi di origine e transito”. Commissione
delle Comunità europee, cit. in nota n. 7, pag 13 dell’edizione
italiana.
[33]
In un’altra comunicazione (“Verso una procedura comune in
materia di asilo e uno status uniforme per la concessione
dell’asilo valido in tutta l’Unione”) della stessa epoca, la
Commissione affronta specificamene la questione dell’asilo. La
parola definitiva sull’asilo ar-riverà il 1 dicembre 2005, con
l’approvazione, da parte del Consiglio per la Giustizia e gli
Interni, della Direttiva sulle Procedure dell’Asilo. Da un lato si
vuole garantire il livello minimo di protezione in tutti gli stati
membri per le persone che hanno davvero bisogno della protezione
internazionale, e prevenire comportamenti fraudolenti. L’Italia,
con circolare del ministero degli Interni del 22 ottobre 2005 in
applicazione del Decreto Legislativo 30 maggio 2005 n. 140, aveva
proceduto ad incorporare la direttiva 2003/9/CE, con le norme
minime attinenti l’accoglienza dei richiedenti asilo nell’Ue.
[34]
Tra le agenzie della Comunità europea, viene a trovare posto l’Eumc,
Osservatorio europeo dei feno-meni di razzismo e xenofobia, con
sede a Vienna, istituito con regolamento (CE) n. 1035/97 del
Consiglio del 2 giugno 1997, che ha iniziato ad operare nel 1998.
La sua rete informativa (Rem) raccoglie dati e infor-mazioni,
anche attraverso uffici nazionali nei paesi mebri.
[35]
COM (200) 167, “Quadro di controllo per l’esame dei progressi
compiuti nella creazione di uno spazio di ‘libertà, sicurezza e
giustizia’ nell’Unione europea”.
[36]
In questo contesto, si noti che l’Unione, con gli anni 2000 inizia
ad elaborare e finanziare regolarmente progetti collegati ai
flussi di migrazione, destinati a rafforzare lo sviluppo nei paesi
di provenienza, scegliendo di “trattare responsabilmente” gli
effetti dei flussi migratori sui paesi d’origine. Strumento
privilegiato della scelta diverrà, nel corso del tempo,
l’attenzione alle rimesse finanziarie, come volano di sviluppo. Il
reddito pro capite, nelle situazioni meno gravi rappresentate
dalle nazioni dell’Europa centro-orientale e dalla Turchia, appare
mediamente inferiore di tre, quattro volte a quello dell’Ue-15.
Nelle situazioni estreme, Africa e Asia, s’incontrano dati
peggiori. Se si riflette che spesso l’immigrato arriva dalle zone
più arretrate del paese di provenienza, la forbice di reddito
mostra divaricazioni d’ulteriore grandezza. L’esempio più vicino,
Mediterraneo e dintorni, un circondario che da solo esprime oltre
il 70% dei movimenti globali d’emigrazione transito e
immigrazione, documenta che il prodotto interno lordo (Pil) nella
sponda nord (Ue-15) supera di circa dieci volte quello registrato
dalla sponda meridionale. Le rimesse di valuta dall’estero, in
termini di movimenti finanziari verso i paesi in via di sviluppo (Pvs)
hanno raggiunto nel mondo una cifra pari al totale degli
investimenti diretti esteri (Ide) nei Pvs. Nel 2005, secondo la
Banca mondiale, gli immigrati dai paesi poveri hanno spedito a
casa, attraverso i canali di trasferimento istituzionali come
banche servizi postali e money transfer, più di 167 miliardi di
dollari, superando di due volte l’importo atteso dalle politiche
d’aiuto. Lo stesso rapporto informa che una stima di quanto si
muove nei canali informali di trasferimento, consiglia di far
lievitare la somma delle rimesse di un ulteriore 50 per cento.
Altra fonte d’attenzione per le istituzioni Ue, il rischio di fuga
dei cervelli derivante da eccessivo assorbimento da parte dei
paesi membri di risorse intellettuali e scientifiche dei pvs. Aa.
Vv., Banca Mondiale, Rapporto n. 33988, 21 ottobre 2005.
[37]
GU C 116 del 24 aprile 2000, versione modificata COM (2000) 624.
[38]
Il diritto alla riunificazione famigliare trova accordo politico
tra i membri, nella direttiva del Consiglio del 27 febbraio 2003.
Vi si riconosce il diritto alla riuni-ficazione per i cittadini di
stati terzi in possesso di permesso di soggiorno di un anno o più,
con prospettive ragionevoli di ottenere residenza permanente. Gli
stati membri avranno titolo a richiedere, per l’esercizio del
diritto, che i paesi terzi siano in regola con le misure di
integrazione in accordo con la legge nazionale.
[39]
Si tenga presente che solo tre paesi già membri dell’Unione, Regno
Unito Svezia e Irlanda, hanno dato libero accesso alla forza
lavoro proveniente dai Dieci divenuti membri dell’Unione nel
maggio 2004. Come risultato 175.000 immigrati dall’est Europa sono
entrati nel Regno Unito per lavoro, 85.000 in Irlanda, 22.000 in
Svezia. La Francia ha emesso soltanto 1.660 permessi di lavoro per
polacchi negli 11 mesi successivi all’ampliamento.
Roger Blitz, London’s allure: European Arrivals
find hope and glory in a global metropolis, Financial Times, 27
October 2005, pag. 11.
[40]
Commissione delle Comunità europee, v. nota 7.
[41]
Philippe de Bruycker (supervisione), Regularisations of illegal
immigrants in the European Union, Collection of the Law Faculty,
Free University of Brussels, 2000.
[42]
C’è bisogno di “un approccio fresco all’immigrazione come un
mezzo per assicurare che alti livelli di occupazione e
produttività possano essere mantenuti nei decenni futuri. Al cuore
di ogni approccio, ci deve essere la migliore integrazione dei
migranti – che sono spesso in grado di offrire un sostanziale
contributo all’imprenditoria – nella società, prendendo al tempo
stesso in conto l’impatto dell’immigrazione sui paesi da dove
arrivano i migranti”. Commissione europea, Rapporto al
Consiglio europeo di primavera del 21 marzo 2003 sulla strategia
di rinnovamento economico sociale e ambientale”, COM (2003)5 del
14 gennaio 2003: “Scegliendo la crescita: conoscenza,
innovazione e occupazione in una società coesa”.
[43]
Per l’Africa, la questione è analizzata in M. Casper Operee, La
diaspora può aiutare lo sviluppo dell’Africa, Amicizia, 2005,
pag. 17-18. Per i pvs in genere, A. Stocchiero, La migrazione
delle persone con alte qualificazioni, Amicizia, dicembre 2005,
pag. 10-16.
[44]
In Italia si contano almeno 70mila imprenditori immigrati: in
testa slavi e marocchini.
[45]
Ci sono ritorni “definitivi”, “temporanei”, “virtuali” (attraverso
i sistemi di information technology e l’uso delle tecnologie della
comunicazione e dell’information society) come quelli previsti dai
programmi Return Action Programme e Aeneas.
[46]
Commission of the European Communities, Communication from the
Commission to the Council, the European Parliament, the European
Economic and Social Committee and the Committee of the Regions,
First Annual Report on Migration and Integration, Brussels, 16
July 2004, COM (2004) 508 final, pag. 4.
[47]
La Commissione si riferisce al documento COM (2004) 412.
[48]
Nel Regno Unito gli studenti esteri fanno entrare ogni anno €119
milioni. Nel 2002 risultavano presenti nelle Università dei paesi
membri quasi 450.000 studenti esteri, la maggioranza asiatici e
africani. Altri dettagli sulla misura prevista,
Sarah Laitner, Eu could offer citizenship to top students from
overseas, Financial Times, 14 dicembre 2005. L’Italia,
recettore di flussi di immigati a bassa qualificazione, risulta
essere l’unico paese occidentale a non offrire facilitazioni di
ingresso e cittadinanza per immigrati di qualità, neppure nelle
qualifiche professionali di cui il paese abbisogna.
[49]
La Fondazione ha avviato, dal 1999, un Osservatorio sull’opinione
pubblica in quanto a rapporto tra immi-grazione e cittadinanza in
Europa.
[50]“In
Italia l’immigrazione è vista soprattutto come una fonte di
insicurezza personale e di disordine pubblico. In pratica, quattro
persone su dieci vedono nella presenza dell’immigrato il rischio
di una possibile crescita dei tassi di criminalità. Questo timore
calato di oltre 10 punti percentuali dal 1999 al 2004, nell’ultimo
anno ha invertito il trend ed è tornato ad aumentare. I timori
connessi alla propria sicurezza sono avvertiti maggior-mente al
Nord e in particolare nel Nord Est, dove esistono 160 etnie. Gli
italiani restano diffidenti soprat-tutto nei confronti degli
arabi, dei turchi e dei balcanici”. v. www.ilPassaporto.it, 21
novembre 2005.
[51]
Charlemagne, Minority reports, Where Europe fails in its treatment
of minorities compared with America, The Economist, 12 novembre
2005.
[52]
E qui sta una delle dolenti note del confronto tra Ue e Usa.
Commentando gli eventi francesi del novembre 2005, tutti i
commentatori hanno sottolineato che si trattava di un evento
sociale non etnico-religioso, benché avesse come protagonisti i
figli di immigrati maghrebini di religione islamica. In Francia la
disoccupazione è intorno al 10%: tra gli immigrati e i figli
d’immigrati è almeno doppio e talvolta sino a quattro volte tanto.
Se si va a guardare alla disoccupazione tra gli immigrati negli
Stati Uniti, il fenomeno risulta praticamente inesistente, a causa
della flessibilità della struttura lavorativa americana. In un
dossier pubblicato da Le Monde nei giorni della rivolta delle
banlieues, risulta evidente che i giovani di seconda generazione
con origine extracomuitaria sono quelli con più scarsa
possibilità di lavorare, rispetto ai colleghi comunitari come
italiani, spagnoli, portoghesi. I maschi italiani e spagnoli hanno
la seguente situazione: occupati 88,6%, disoccupati 10,3%,
inattivi 1,1%. Gli algerini per le voci corrispondenti: 74,6%,
23,2%, 2%. Marocchini e tunisini 79%, 19,4%, 1,6%. I turchi 74,4%,
21,2%, 4,4%. La povertà relativa delle famiglie risente di questa
situazione occupazionale:
è povero il 15% delle famiglie formate da immigrati, mentre è
povero solo il 5,6% delle famiglie composte da non immigrati. Tra
gli immigrati le percentuali di povertà
delle famiglie, rispetto ai distinti raggruppamenti, risultano
come segue: europei 9,5%, maghrebini 22,6%, altri paesi 16%.
V. Le Monde del 15 novembre 2005, Economie,
Dossier, Les chiffres qui expliquent la rivolte des enfants
d’immigrés, pagg. I-IV. La tabella cui si fa riferimento è
a pag. III a corredo dell’articolo di Francine
Aizicovici, Des conditions de vie difficiles et beaucoup plus
précaires.
[53]“…a
Milano, per esempio, pare che circa un terzo dei mutui erogati
dagli istituti di credito venga concesso a immigrati. A livello
nazionali, il 21% dei servizi di microfinanza si rivolge oggi a
immigrati.” Giuliano da Empoli, Nomadi globali, risorsa
trascurata, Il Sole 24 Ore, 27 novembre 2005.
[54]
Laetitia Van Eeckhout, Sarkozy peine à refermer la polémique sur
les sans-papiers, Le Monde, 20 settembre 2006, pag. 1
[55]
“How can we believe, and make people believe, that we can
efficiently fight terrorism by gathering together a learned
assembly of 50 interior and justice ministers, giving them 2
minutes each to speak and then demanding that they decide
unanimously”, in Cooperation Elusive on EU Immigration,
International Herald Tribune, 1 settembre 2006.
[56]
Sarah Laitner e Fidelius Schmid,
Madrid under fire for policy on migrants,
Financial Times, 22 settembre 2006, pag. 4.
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