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Che Preaching Justice
Helen Alford
Francesco Compagnoni
Quando termina un periodo di tempo ben definito, come un secolo ad
esempio, è naturale tracciare un riassunto dei traguardi raggiunti in
quel periodo. Operazione che, pur nella dovuta serietà dell’analisi del
passato, ha anche un grande valore come programmazione dell’azione
futura. Ogni sguardo valutativo di quello che si è fatto ieri implica un
progetto per quello che si intende fare domani. Inoltre le singole
persone ritenute significative nel passato, vengono sempre ad assumere
un valore di modello da imitare, od eventualmente da rifiutare.
Il campo delle teorie sociali e dei movimenti corrispondenti è stato
particolarmente ricco nel XX secolo. Iniziato con il contrasto tra lo
stato liberale ed i movimenti popolari, è continuato con i tragici
esperimenti sovietico e fascista, per terminare con la grande
ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale; ricostruzione che si è
sviluppata e continuata nella globalizzazione.
La Chiesa cattolica ha seguito attentamente questo sviluppo storico ed è
stata parte attiva della vita sociale di tante nazioni, sia con
l’impegno sociale dei suoi membri che con l’elaborazione di teorie
sociali dei suoi studiosi. Nell’intento di presentare almeno una parte
del contributo della Chiesa noi abbiamo preso in considerazione i membri
di un Ordine religioso, in quanto esso rappresenta un gruppo con una
certa omogeneità. Si sarebbe potuto prendere qualsiasi altro Ordine o
famiglia spirituale abbastanza consistente ed ottenere probabilmente
risultati ugualmente apprezzabili per la collettività. Ma noi riteniamo
che la Chiesa cattolica e l’Ordine domenicano meritino una particolare
attenzione per quanto hanno prodotto e anche per quanto potranno ancora
offrire.
I cattolici, e i religiosi tra di loro in modo particolare, credono -
come noi crediamo - che la loro tradizione contiene un ampio nucleo di
verità e di attività che va messo a servizio di tutta la società umana.
Riteniamo quindi che gli uomini di cui si parla in questo libro abbiano
dato testimonianza sufficiente di quello che dalla nostra tradizione -
cristiana, cattolica, religiosa domenicana - può venire di bene in
azioni ed idee per la tutta la nostra società contemporanea. Essi quindi
rappresentano dei modelli rilevanti di pensiero e di realizzazione umana,
senza escludere che ne esistano altri significativi, anche al di fuori
della Chiesa storica, ad es. la figura del Mahatma Gandhi.
Il XX secolo è stato nella storia degli ordini religiosi cattolici,
specialmente in Europa, un secolo particolare. Per i domenicani è
iniziato con una situazione giuridica molto limitativa delle loro
libertà pubbliche, specialmente in stati cattolici come Francia e
Italia, è continuato con una crescita numerica fino al Concilio (da 1920
quindi, fino al 1960 circa), e finito con una progressiva riduzione
degli organici. Se all’inizio del secolo esso contava 4000 membri,
all’epoca del Vaticano II era giunto a circa 10000 (tra cui molti
giovani) per scendere all’inizio del terzo millennio a 7000 (tra cui
molti anziani).
La situazione cambia molto non solo nel corso dei 100 anni, ma bensì
anche a secondo della zona geografica. La presenza negli Stati Uniti
d’America ha radici recenti e soprattutto molto diverse da quelle
nell’America Centrale e del Sud. Contesti ampiamente diversi hanno la
presenza domenicana in Spagna e quella in Austria, paesi e stati pur
tradizionalmente cattolici, e ancor più quella in Germania sotto la
preminenza della Prussia, stato nato dalla riforma e dalla
secolarizzazione del XVII secolo.
Perciò l’introduzione al volume che noi abbiamo scritto, avrebbe dovuto
essere molto estesa e anche specifica per poter inquadrare
sufficientemente l’opera ed il pensiero dei pensatori e degli operatori
che vengono presentati. Senza di questo si rischia di non cogliere il
significato e la portata delle teorie e delle persone che si incontrano.
Ugualmente è necessario rifarsi alla situazione generale del XIX secolo
e tenerla ben presente. Si vedano perciò, ad es., i quattro capitoli di
Oskar Köhler dedicati alla Formazione del Cattolicesimo nella società
moderna nel penultimo volume della Storia della Chiesa pubblicata da
Hubert Jedin e tradotta in molte lingue.
Il volume quindi non ha inteso fare un’opera completa di storia del
pensiero e dell’azione sociale dell’ Ordine domenicano lungo l’ultimo
secolo. Questo lavoro dovrebbe essere inserito con cura nel quadro più
generale della storia della Chiesa Cattolica. Come ad esempio ha fatto
Wilhelm Weber, professore di morale sociale all’Università di Műnster in
Germania, alla fine degli anni ‘70 in Società e Stato come problema per
la Chiesa apparso come capitolo nell’ultimo volume (La Chiesa universale
nel XX secolo) del già citato Jedin. Infatti i domenicani si inseriscono
organicamente e primariamente nel quadro dell’azione sociale e cristiana
del loro Paese e solo successivamente il loro pensiero e la loro azione
acquisiscono valore per la Chiesa universale. Le singole analisi vengono
quindi presentate come contributo ad uno studio di sintesi che proponga
visioni d’insieme.
I domenicani nel XX secolo sono tutti formati rigorosamente nella
dottrina neotomista che garantiva allo stesso tempo unità dottrinale
alla Chiesa (enciclica Aeterni Patris di Leone XIII) e unità di
formazione ed azione all’Ordine. Molte dei fratelli presentati nel
volume sono stati alunni dell’Angelicum, la Scuola Universitaria
centrale dell’Ordine a Roma, oppure hanno avuto come maestri docenti
formati a tale scuola.
La dottrina di Tommaso in campo politico e sociale si prestava bene come
sfondo alla riflessione sulla modernità perché concepito nell’Europa
medievale delle Università e delle città libere, dove l’attività
commerciale era centrale.
E’ infatti nel XIII secolo che si sviluppano le attività commerciali e
bancarie legate al fiorire delle libere città italiane, fiamminghe e
dell’Ansa tedesca, dalle quali prese inizio l’economia civile che è alle
radici della nostra economia di mercato. Era un’epoca nella quale le
forze vive della società si schieravano contro il paternalismo feudale
in nome del popolo e dell’iniziativa privata: per questo il richiamarsi
ad essa ha ben potuto servire per opporsi agli stati nazionali
autoritari e centralizzatori nati dal XIX secolo e fiorenti nel XX. Le
nozioni di Bene Comune e di Legge Naturale, così tipicamente tomasiane,
saranno non solo centrali nella Dottrina sociale della Chiesa ufficiale
ma anche nei pensatori che, specialmente all’epoca del Concilio Vaticano
II, si opposero ad essa dall’interno della Chiesa più per problemi di
applicazione storica di tali principi che per contestazione teoretica.
Le personalità presenti nel volume sono sia dei teoretici come Welty e
Utz, che impegnati in movimenti sociali come Stratmann, Pire, Lévesque,
o a loro agio nei due campi come Lebret e Pinto de Oliveira. Ma anche
gli operatori non sono meri esecutori, bensì persone che dalla prassi e
dall’esperienza hanno tratto una dottrina e soprattutto l’hanno
comunicata. Ed hanno anche partecipato a movimenti, oppure li hanno
iniziati, per la realizzazione delle loro idee. Per questo motivo i
contributi sono organizzati in modo diverso. Per alcuni la biografia
sarà di poche righe, per altri il racconto della loro vita sarà
intrecciata con il percorso intellettuale dello sviluppo delle idee.
Alcuni dei contributi interessano il nostro tema anche per gli autori
degli stessi. E’ il caso di quelli di Pinto (etico sociale sia in
cattedra a Friburgo in Svizzera, che sul campo in Brasile), Engelhardt (attivo
negli ultimi trenta anni nella vita della chiesa in Germania, sia per un
rinnovamento del tomismo filosofico, che per una maggior apertura alle
istanze del socialismo), Puel e Lavigne (per lunghi anni membri e
direttori di Economie & Humanisme), De Clercq (successore di Rutten e
Van Gestel sulla cattedra di Lovanio), van Ooijen (per 15 anni membro
della Seconda Camera del parlamento olandese), Ockenfells (ordinario di
dottrina sociale della Chiesa a Trier in Germania ).
Ci si chiederà perché non compaiono suore domenicane tra le persone
studiate. Il motivo principale è che nella prima metà del secolo esse si
occupavano poco di studi superiori ed in seguito sono state talmente
impegnate nell’organizzazione dell’insegnamento anche superiore che non
hanno potuto produrre contributi teoretici apprezzabili a livello
mondiale. Non dimentichiamo però che sia nell’insegnamento primario che
secondario esse hanno giocato un ruolo deciso per tutta la Chiesa (come
negli USA). Attualmente iniziano ad evidenziarsi diverse personalità di
spicco, prima tra tutte Sr. Mary Nona Mc Greal (*1914) sotto la cui
direzione si sta pubblicando l’opera in più volumi: The Order of the
Preachers in the United States. Della stessa autrice si può vedere
Role
of a teaching sisterhood in American education. Catholic University of
America Press, Washington 1951.
La scelta delle figure da studiare è stata fatta inizialmente secondo un
piano prestabilito: tutte le figure rilevanti nel numero maggiore di
aree culturali. Successivamente abbiamo accettato i suggerimenti di
diversi autori e qualche volta abbiamo anche dovuto modificare il nostro
piano a causa di autori che sono venuti a mancare.
La scelta degli autori dei contributi è stata fatta in base alla loro
competenza in relazione alla persona da noi proposta. Qualche volte gli
autori stessi hanno proposto, causa la loro competenza specifica, le
figura da studiare. E’ il caso ad es. del contributo sui domenicani
Croati: dei quattro presentati, uno solo è veramente noto anche
all’estero. Lo stesso vale per il Sudafrica ed anche per la Gran
Bretagna. I curatori quindi hanno la responsabilità maggiore e
definitiva delle scelte, ma sono stati attivamente aiutati dagli autori
ai quali si sono rivolti.
Per quanto possa essere evidente, ogni esposizione, oltre che uno stile
letterario diverso all’interno delle linee generali date agli inizi del
lavoro ad ogni autore, mostra diversità di contenuto e di forma che non
è solo esteriore. I curatori non hanno voluto intervenire troppo
forzatamente sul metodo di esposizione, in tal modo è stata mantenuta
una diversità che risulta arricchente per l’insieme del quadro. Ogni
autore per questo esprime una propria valutazione sulla materia esposta
che a sua volta diventa parte del contenuto definitivo dell’esposizione.
In questo modo la lingua inglese usata per tutti i testi diventa solo un
mezzo di comprensione, ma le diversità culturali delle diverse aree
culturali resta in gran parte preservata.
Questo perché è ben chiaro che tutte le figure studiate, prima di essere
domenicani, sacerdoti, cristiani cattolici, sono o sono stati uomini
appartenente ad un’epoca ed ad una cultura particolare. Riteniamo che
questa caratteristica non sia andata persa nell’opera collettiva, la
quale ha inteso presentare sì dei domenicani impegnati nel sociale, ma
non di presentare una galleria di uomini illustri senza alcuna relazione
con la loro realtà storica.
I domenicani francesi nel XX secolo hanno dato un contributo notevole
dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo all’etica sociale,
intesa in senso vasto. Il libro però presenta a questo proposito delle
notevoli mancanze che è giusto confessare apertamente. A causa di
diverse rinunce di collaboratori ci siamo alla fine trovati senza tre
contributi importanti: quelli su M.-D. Chenu, sui Preti Operai
domenicani e su P. Delos.
H.-D. Chenu (1895-1990) fece tutti i suoi studi di filosofia e teologia
all’Angelicum di Roma all’epoca della prima guerra mondiale. Rientrato a
Le Saulchoir iniziò il percorso dottrinale che doveva farne uno dei
teologi più significativi per la Chiesa del Vaticano II. Partito come
medievista, si trovò dopo la seconda guerra mondiale impegnato nel
movimento dei preti operai e nel confronto con il marxismo. Si veda il
suo studio Pour une théologie du travail (Paris, Seuil, 1955). Di
particolare importanza il suo studio La doctrine sociale de l’Eglise
comme idèologie (Paris, Cerf, 1979), interpretata come ideologia
borghese e che divenne un punto di riferimento per tutti quelli che,
all’interno della chiesa stessa, criticavano quell’insieme dottrinale.
Non è possibile dare qui un’esposizione sommaria della sua posizione, o
meglio del suo percorso sia personale che dottrinale. Basti ricordare
che il suo influsso, dovuto anche alla sua personalità estremamente
amichevole, è stato profondo sul mondo colto cattolico a lui
contemporaneo e non è ancora finito. Si legga la sua autobiografia/intervista
Un thèologien en libertè (Paris, Centurion, 1975) scritta da Jacques
Duquesne.
Il pensiero personale dei due curatori di questa raccolta è che Chenu
abbia avuto ragione nel criticare una certa utilizzazione borghese e
socialmente conservatrice che se ne faceva, piuttosto che la dottrina
sociale della chiesa in sé. Infatti nell’immediato secondo dopoguerra
non pochi circoli conservatori utilizzavano la dottrina cattolica in
funzione meramente politica. Non va però dimenticato che negli anni
della guerra fredda non era facile distinguere le idee teoretiche dai
fatti politici e che comunque la posizione di Chenu a livello
propositivo era piuttosto indefinita.
Dei preti operai sappiamo ora che è stato un movimento molto complesso,
nel quale generosità umana e cristiana ed ingenuità politica si sono
intrecciate con i calcoli istituzionali e le paure clericali degli
ultimi due secoli. Si consultino in proposito E. Poulat, Naissance des prêtres-ouvriers. (Paris, Casterman, 1960) e F. Leprieur,
Quand Rome
condamne. Dominicains et prêtres-ouvries ( Paris, Plon - Cerf, 1989). In
occasione del cinquantenario della condanna (1954-2004) in Francia si è
sviluppato un interessante dibattito chiarificatore, al quale hanno
partecipato anche diversi Vescovi. Può essere interessante sapere che i
domenicani coinvolti direttamente all’inizio del 1954 erano dodici, ma
rappresentavano, anche all’interno dell’ Ordine in Francia molto di più
che il loro valore numerico.
Thomas Delos (1891-1975) è stato professore di diritto internazionale
all’Istituto Cattolico di Lilla e durante la guerra ha partecipato alla
resistenza diventando amico in Canada di Jacques Maritain. Negli anni
’50 e ‘60 ha insegnato alla Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum a
Roma, esercitando contemporaneamente l’ufficio di consigliere giuridico
dell’Ambasciata francese presso la Santa Sede. E’ stato membro della
commissione generale delle settimane sociali di Francia. Già impegnato
negli anni trenta in diverse attività per riformare la teoria cattolica
della guerra giusta, il suo campo d’attività scientifico è sempre
rimasto il diritto internazionale. Si può vedere Albert Broderick (ed.),
French Institutionalists (Harvard University Press, 1970); Renè Théry,
L’oeuvre du R.P. Joseph-Thomas Delos. Philosophie du Droit e Vie
Internationale in Mélanges de Science Religieuse, Lille, 1975,
pp.123-149 (con la bibliografia completa di Delos) e la tesi dottorale
di Giuseppe Pinto, Teoria dell’istituzione e diritto internazionale in
J-Th. Delos, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1991.
Per quanto riguarda le convergenze e divergenze si possono fare alcune
osservazioni riassuntive.
Abbiamo già accennato che tra i confratelli presentati esistono diverse
tipologie. Balič , Arntz, Utz, Welty, Todolì, Ashley sono certamente dei
professori, dei docenti allo stato puro. Mentre Lévesque, O’Rourke,
Pinto sono dei ricercatori ma al contempo operano nel sociale. In modo
analogo Lebret e Nolan, sono profondamente immersi nella prassi ma sono
anche ottimi scrittori sia delle proprie esperienze che della rilevanza
culturale che esse hanno. Altri come Gafo, Gerard, Pire possono essere
definiti uomini d’azione.
Se volessimo scoprire gli influssi che i diversi attori hanno avuto fra
di loro, si può dire, semplificando, che all’inizio del secolo XX i
confratelli belgi, specialmente la figura di Rutten, con il loro impegno
sul lavoro, sono stati modello per gli altri, in modo particolare per
quelli di lingua francese e spagnola. Subito dopo la seconda guerra
mondiale è gruppo francese di Ėconomie & Humanisme che esercita il
massimo influsso, sia per la sua novità che per il suo stare a metà
strada tra la ricerca empirica e la teorizzazione. Parallelamente il
gruppo tedesco di Walberberg ebbe un influsso indiscusso, soprattutto a
causa della sistematicità teoretica dei suoi membri e per il loro
impegno nel campo dell’economia di mercato sociale.
Tra le figure che vengono esaminate possiamo facilmente trovare temi che
hanno interessato diversi di loro.
Indichiamo come primo tema la pace. Su questo tema, sempre attuale,
troviamo Stratmann che abbinò nella sua lunga vita la teorizzazione,
l’organizzazione e la testimonianza personale. Pire si impegnò piuttosto
nell’aiuto a coloro che soffrono per le conseguenze della guerra. Vi unì
un forte impegno per l’istituzioni di luoghi di formazione di operatori
per la pace. Arntz infine partecipò costantemente ai dibattiti del
secondo dopoguerra in una società come quella olandese che è una delle
più liberali in Europa e nel mondo.
Il principio di sussidiarietà è presente presso molti dei nostri autori.
Van Gestel e Kuničič lo ritengono essenziale all’agire dello Stato e
Ashley e O’Rourke lo associano strettamente a quello del bene comune;
Booth invece lo vede come necessario alla sua idea di economia mista.
Il tema del lavoro ha attirato l’attenzione soprattutto di Rutten
all’inizio del secolo. Oggi i problemi si pongono in modo diverso, ma la
relazione tra il capitale e la forza lavoro (anche se molto
specializzata) si pone continuamente. Anzi, il problema della
delocalizzazione delle fabbriche e della emigrazione dei luoghi di
produzione al seguito del capitale è quanto mai attuale. Le riflessioni
teoretiche sul lavoro di Todolì e di Krąpiec sono quindi preziose, in
quanto oggi la società sta ripensando il concetto stesso di lavoro, sia
di quello subordinato che autonomo. Anche per Kuničič il lavoro ha un
alto valore personale e sociale.
Il tema dell’economia umanizzata è un altro che trova molte convergenze.
Iniziando dai domenicani inglesi tra le due guerre mondiali, per
arrivare evidentemente ad Ėconomie & Humanisme. Ma anche i membri del
gruppo di Walberberg hanno riflettuto seriamente sugli aspetti economici
della vita sociale, in modo particolare Utz.
Infine non possiamo trascurare un tema della seconda metà del secolo
altamente rilevante sia dal punto di vista teologico che sociale, quello
del peccato strutturale. Evidentemente i sudafricani Connor e Nolan sono
in prima linea su questo tema, ma anche Pinto e i brasiliani si rifanno
a questa nozione continuamente.
Si diceva al numero 1 che l’Ordine all’inizio del terzo millennio si
trova ad essere ridotto di numero e quindi di efficacia sociale. Questo
però non deve far pensare che le prospettive per il futuro siano del
tutto negative. Infatti attualmente la globalizzazione ci ha portato
nuove possibilità di collaborazione sia per l’aumentata comunicazione in
genere che per la possibilità di costituire reti di lavoro, dove la
interdisciplinarietà è una delle caratteristiche.
Il patrimonio che la tradizione domenicana ha accumulato in sette secoli
può essere messo a disposizione anche da un numero minore di testimoni,
purché essi siano disponibili ad collaborare con forze affini, sia
all’interno che all’esterno dell’Ordine e della Chiesa. Del loro
patrimonio ci sembrano molto attuali, oggi, sia il pensiero della
destinazione universale dei beni, dei diritti naturali, del bene comune,
che quello della verità in genere. Infatti un grave pericolo del nostro
mondo oggi è, oltre il fondamentalismo, anche il relativismo
intellettuale, che in definitiva ritiene che tutto sia negoziabile e
contrattabile, e anzi che senza questo non si possa avere pace sociale e
quindi progresso. L’Ordine domenicano ha avuto in passato punte di
fondamentalismo, di integrismo ma questo non significa che non abbiamo
appreso nulla. La moderna critica della conoscenza ci ha insegnato ad
essere accurati nelle argomentazioni, dall’accresciuta conoscenza
storica abbiamo appreso a non dare giudizi di fatto di tipo ideologico,
l’antropologia culturale ci ha mostrate le infinite possibilità che
l’humanum ha di realizzarsi nel tempo e nello spazio. Ma le
caratteristiche fondamentali della nostra eredità di pensiero sociale
non per questo spariscono. Il costante riferimento alla verità, al fatto
che essa, pur se difficilmente, sia raggiungibile, è una chiara opzione
per realismo filosofico che sul piano sociale si trasforma in
possibilità di orientamento.
E’ proprio questo il punto: i valori tradizionali del pensiero sociale
domenicano, che in gran parte si ricoprono con la Dottrina Sociale della
Chiesa, offrono alla multiculturalità un contributo di orientamento, pur
nel rispetto delle persone e delle procedure moderne per giungere alla
verità nei campi specifici della ricerca e dell’azione. Pensiamo quindi
che la presentazione del passato prossimo sia una buona base per
rilanciare il servizio che il nostro Ordine può fare alla Chiesa e alla
sua presenza nel mondo del sociale.
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