Il
messaggio sociale di Don Antonio Palladino
Antonio Mottola
Don Antonio Palladino è un
autentico sacerdote di Gesù Cristo, nato a Cerignola, in
provincia di Foggia, l’11 novembre 1881 e morto il 15 maggio
1926. In poco più di 44 anni di vita terrena, ha compiuto
una lunga carriera perché in lui l’amore di Dio si è
sprigionato in una ricca e molteplice attività socio-pastorale.
Cerignola tra l’800-900 è un
grande centro nel basso Tavoliere della Puglia che vive
drammaticamente le vicende politiche fra il partito Liberale,
guidato dalla classe dei padroni Massoni da una parte e il
partito socialista che spingeva il proletariato alla lotta di
classe dall’altra parte. In questo contesto socio-politico
s’inserisce anche l’attività del sindacalismo rivoluzionario di
Giuseppe Di Vittorio[1].
Palladino ha a sua disposizione
l’unica enciclica sociale, la “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII
e, con tutte le sue forze, unite all’ardore di apostolo zelante,
istituisce nella parrocchia di San Domenico, a Cerignola, più di
trenta Associazioni socio-religiose, a partire dal 1909, anno
in cui ne diventa il primo parroco. Nei primi anni della sua
missione sacerdotale si dedica, come un novello Don Bosco, nella
pastorale giovanile del “Ricreatorio festivo Don Bosco”, del
Circolo Giovanile Maschile San Luigi, dell’Associazione delle
Figlie di Maria e del Circolo Cattolico Femminile Santa Giovanna
d’Arco. Nell’aprile del 1918, alla presenza di Don Luigi Sturzo
e dei Cattolici della Capitanata, nella Chiesa di San Domenico
di Foggia, tiene un memorabile discorso, denominato: “Ai
Cattolici della Capitanata”. Negli anni 1919-1920 è impegnato
nella fondazione del Partito Popolare, insieme al Professore
Tommaso Pensa che diventa il presidente provinciale del neo
partito. A Cerignola nasce il giornale popolare “La Vedetta” che
diventa l’organo di stampa ufficiale del Partito Popolare
Provinciale, e di cui Palladino sarà uno dei redattori. Negli
anni 1921 - 1922 a Cerignola scoppia la reazione agraria e
fascista che porta alla dissoluzione del Partito Socialista e
dell’Amministrazione Comunale. La missione di Palladino
s’inserisce nella nuova situazione politica con uno spirito di
grande abbandono nelle mani della divina Provvidenza. Il 20
giugno 1921 la figura di Palladino emerge in un rapporto
ufficiale dell’Ispettore della Pubblica Sicurezza[2].
Un male incurabile lo porta in poco tempo alla morte, e conclude
la sua vicenda terrena il 15 maggio 1926.
Non si comprende appieno la vita e la missione sacerdotale
di Don Antonio se non si conosce la sua epoca storica. Tre temi
offrono un saggio della dimensione del messaggio sociale di Don
Antonio, non sufficientemente compreso dagli uomini del suo
tempo e ancora poco apprezzato dagli uomini del nostro tempo. I
tre temi sono: L’impegno culturale e il dialogo con i non
credenti; L’impegno per l’Unione Popolare e per il Partito
Popolare; L’etica economica: I Laboratori femminili e la Cassa
Rurale San Domenico.
1.
L’impegno culturale e il dialogo con i non credenti
L’amore appassionato per Gesù Cristo, adorato soprattutto
nell’Eucaristia, è la sorgente per decifrare il trasporto e
l’impegno di Don Antonio per gli uomini del suo tempo, sia
credenti sia non credenti.
Il giornale quindicinale “L’Ape”
del Circolo Giovanile San Luigi il 19 settembre pubblica un
articolo intitolato “Fede e Scienza” che analizza le posizioni
poco scientifiche di coloro che si proclamano atei e con grande
decisione Palladino qualifica come: “sapientelli, studenti e
maestrucoli dei nostri giorni…eccoli atteggiarsi ad increduli ed
esclamare: la religione è per il popolino, la Chiesa ha fatto il
suo tempo, la scienza ha smentito la fede! Ma sono costoro
all’altezza… di esaminare la religione?…posseggono un metodo
severamente scientifico, che occorre per uno studio critico
della Religione? E, dato che avessero tutte le cognizioni
necessarie per questo esame della religione, è poi vero che la
fede si oppone alla scienza?… Solo la scienza superficiale…può
condurre all’ateismo… Chi s’addentra a scrutare i misteri della
natura, vi scorge tanta armonia, tanta sapienza da essere
costretto ad esclamare col poeta: Ovunque il guardo io giro,
Immenso Dio, ti vedo; ecc. Se così non fosse, non avremmo
avuto un Newton, un Galileo, un Copernico, un
Ampère,
un Pasteur, un Cerreti ecc. e tanti altri scienziati ancora
viventi, i quali han piegata la fronte innanzi alla fede
cattolica, praticandola fervidamente… la fede di Tommaso
d’Aquino e di Dante, la fede di Copernico, di Newton, di Volta e
di tutt’ì più grandi genii, che hanno illustrata la scienza,
merita bene l’assenso della nostra povera mente. Sulle orme del
grande Cerreti, la cui vita fu a noi feconda di tanti
insegnamenti, investigate con sincerità la natura, studiatela
con intelletto di amore: essa vi fornirà sempre nuovi argomenti
per convincervi che “la nostra santa religione è amica della
scienza vera.”[3].
Ancor più interessante è il
dialogo culturale intercorso tra Palladino e il socialista, il
professore Colella di Bari. In una relazione tenuta a Cerignola
il 2 giugno 1911, Colella accusa il Vaticano di essere “il
più grande nemico dell’Italia”, Palladino risponde
con un articolo pubblicato sull’Ape il 29 giugno 1911,
intitolato: “Di alcune cause ritardatrici della unificazione
Nazionale – Il Vaticano e l’Italia”. Offro solo alcuni
elementi del lungo articolo per avere un’idea circa la
responsabilità del ritardo dell’unità d’Italia, da non
attribuire al Vaticano, e quindi ai Papi, ma ai vari Sovrani
Europei: “Ma è vero che il Papato sia stata la causa precipua
ritardatrice della Unificazione nazionale? Non si può mettere in
dubbio che il Papato si sia reso altamente benemerito non solo
delle scienze e delle lettere in Italia lungo il corso dei
secoli, ma che si sia vivamente ancora interessato, perché la
povera Italia avesse avuto un assetto politico tale che ne
avesse avvantaggiate le sorti. Con ciò non voglio dire che non
ci sono stati Papi i quali abbiano procurato più loro interessi
personali e domestici che quelli del popolo; ma di questi
disgraziati Pontefici è ben limitato il numero di fronte ai
Leoni, ai Gregori, agli Alessandri, ai Giulii, Papi che
sacrificarono se stessi nella difesa dei diritti della Chiesa e
del popolo italiano…Senza dei Papi l’Italia di oggi, e non
dubito affatto delle mie asserzioni, non solo non avrebbe avuto
di che gloriarsi di fronte alle nazioni sorelle ma sarebbe stata
ridotta alla miserrima condizione della pur tanto gloriosa
Polonia. Ma non sono solamente questi gli argomenti, dai quali
mi sembra scaturire lampante la falsità della sua asserzione. Mi
segua, egregio Professore, mi segua con un po’ di pazienza nella
noiosa disanima di date, di nomi e di fatti storici…I Pontefici
hanno fatto quanto era loro consentito per unificare l’Italia,
per opera specialmente di S. Pio V (come sopra) ma non hanno mai
potuto attuare la bella idea perché ostacolati dalla politica
interessata dei Sovrani Europei; e perché allora chiamare
il Vaticano causa precipua ritardatrice della
unificazione nazionale? Con profonda stima. Suo Dev. - Parr:
Palladino dott. Antonio[4]”.
2.
L’impegno per l’Unione Popolare e per il Partito Popolare
L’amore per la
verità spinge Don Antonio anche ad entrare in merito ai problemi
politici delicati del suo tempo, come quelli del proletariato
Socialista, con la grande voglia di comunicare a tutti la
salvezza di Gesù Cristo: “Ma, viva Dio! è proprio necessario
di andarsi ad arruolare fra le file del socialismo, e di
disertare la Chiesa…di darsi in balia di mestatori e
mestieranti, che cercano di far della povera gente sgabello alle
loro ascensioni politiche e alle loro private speculazioni…per
credersi assorto a dignità di cittadino, affermare il proprio
pensiero e reclamare i proprii diritti?…Qual è dunque la ragione
per cui le plebi corrono sfrenatamente fra le braccia del
socialismo?…La Chiesa predica agli operai l’armonia delle
classi, e non la lotta d’una contro l’altra, a detrimento di
tutte; essa non arma la mano del proletario contro il
proprietario; ma li affratella, sicchè possano entrambi
cooperare al loro reciproco miglioramento: è vero, è vero la
Chiesa non insegna utopie: che la proprietà è un furto, e che un
giorno i proletarii se la dovranno dividere tra loro…la Chiesa
non dice che bisogna arrivare alla ristorazione sociale per via
della ribellione e del sangue…essa non inganna le masse col
miraggio d’un avvenire illusorio…E non v’accorgete, o poveri
illusi, dove vi menano i vostri sedicenti amici e
pedagoghi?…essi fan tutt’altro che i vostri interessi? Nulla
finora v’hanno insegnato tanti scioperi, tanti disordini, tanti
tentativi riusciti a vuoto, tante rivoluzioni affogate nel
vostro sangue innocente?…Operai, contadini, disingannatevi una
buona volta, correte a serrarvi fra le file d’una santa
democrazia, che ha un programma giusto ed attuabile, a cui tende
per via di pace e non di lotta fraterna…Proletari di tutto il
mondo: unitevi in Cristo, primo fra tutti gli operai e fondatore
del vero socialismo”[5].
L’intervento di Palladino al
Convegno dei Cattolici di Capitanata, svoltosi a Foggia, nella
Chiesa di San Domenico, nei giorni 9 e 10 aprile 1918, fra le
tante cose, contiene due forti richiami indirizzati alla donna e
al sacerdote, anticipatori del Concilio Vaticano II. Ecco i
contenuti: “…in queste opere di assistenza (Leghe dei
contadini cattolici, Associazioni di proprietari, Probivirato,
Cassa dei piccoli prestiti, il Segretariato del popolo)
abbiano posto la Donna ed il Sacerdote. La Donna, creata da Dio
per essere l’Angelo della famiglia, svolga la sua pietosa
attività in questi ufficii nei quali spesse volte la ruvidezza
dell’uomo non è adatta a lenire dolori ed a fasciare piaghe
morali. Ed il Sacerdote si persuada…che la nostra azione non
deve restringersi all’ambito delle nostre Chiese, ma dalla
Chiesa deve spandersi…su tutte le miserie
umane…Usciamo di Sagrestia, o fratelli miei amatissimi,
spargiamoci nel popolo con la parola di Gesù sul labbro, con la
sua carità nel cuore: l’opera che svolgeremo nel popolo
accrescerà prestigio al nostro ministero, credito alle nostre
prediche e le coscienze ravvivate da questa fiamma di eterna
carità si rinnovelleranno, ci verranno appresso con ardore verso
la conquista del bene infinito”[6].
In questo discorso Don Antonio fa emergere la
trascuratezza dei cattolici verso la questione sociale e la
disattenzione verso l’enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII
che tracciava i fondamentali principi sociali e le linee guida
per un nuovo futuro sociale. Palladino sottolinea che il partito
Socialista, grazie alle Leghe contadine e alle Cooperative ha
unito i lavoratori, li ha organizzati fino ad esasperarli,
spronandoli a numerosi scioperi, a volte funestati anche da
eccidi. Per questo Don Antonio sostiene che bisogna opporvi le
Leghe cattoliche che liberano i lavoratori dalla nuova
schiavitù, il socialismo. Pertanto egli ritiene che non è
sufficiente la singola educazione del contadino nel
confessionale o nella scuola serale per preparare il trionfo
dell’ideale sociale di Cristo. Egli attribuisce la deficienza di
Leghe cattoliche nella società alla mancanza di carità fraterna.
Palladino non si preoccupa solo di orientare i contadini nelle
Leghe cattoliche, ma sprona anche i proprietari all’istituzione
di Associazioni, regolate da principi sociali cristiani.
3.
L’etica economica: I Laboratori femminili e la Cassa
Rurale San Domenico
La questione sociale del Sud
Italia, e in particolare della Capitanata, richiedeva la
soluzione del problema economico. Ritengo importante richiamare
brevemente gli elementi della visione etica dell’Economia
Civile, posta oggi all’attenzione dagli economisti Luigino
Bruni e Stefano Zamagni[7]
e che ritroviamo negli scritti e nelle opere sociali di Don
Antonio. L’Economia civile si basa su tre principi tra loro
sinergici: L’efficienza, l’equità nella redistribuzione dei beni
e la reciprocità delle relazioni umane. L’efficienza è buona
perché non tollera lo spreco di risorse. Un sistema economico
efficiente contempla anche la redistribuzione della ricchezza
fra tutti, offrendo a tutti la possibilità di partecipare al
sistema delle attività economiche. Il terzo principio
dell’Economia civile è la reciprocità che dà grande importanza
alle relazioni umane. Il fine ultimo della reciprocità è
realizzare una struttura fraterna dove si coniugano i verbi “ricevere
e dare”.
Palladino già nel 1909,
nell’articolo: “Proletari: Unitevi in Cristo”,
diceva: “Non fu prima la Chiesa a predicare la
fratellanza universale, a difendere i poveri e gli oppressi; non
istituì essa, incoraggiò e protesse le corporazioni di arti e
mestieri, tanto fiorenti nel medioevo e poi disperse
dall’imperante liberalismo? Ed anche oggi non riunisce la Chiesa
sotto il bel vessillo di Cristo le classi operaie, e le anima
alla riscossa, alla rivendicazione dei propri dritti? Fu il
Grande Leone XIII, il Pontefice degli operai, che il 15 maggio
1891, colla celebre enciclica “Rerum Novarum” e poi coll’altra
“Graves de Communi” presentò un giusto e non illusorio programma
di rivendicazione sociale… sicchè nulla oggi manca, che sia
necessario al miglioramento della classe operaia”[8].
Vediamo ora più da vicino
l’impegno di Don Antonio nel campo dell’etica economica:
Nell’intervento “Ai Cattolici
di Capitanata” Don Antonio dice che mentre si combatte nei
campi di battaglia: “non sembri inopportuno un richiamo allo
studio del problema economico-sociale, perché coefficiente
validissimo a godere i frutti dell’agognata vittoria è appunto
la soluzione cristiana della questione sociale”; più avanti
afferma che i cattolici hanno abbandonato a sé stesso il
contadino, senza alcuna protezione: “Perché non abbiamo mai
voluto efficacemente logorare il nostro cervello nello studio
della questione sociale, né esaminare la ragionevolezza delle
domande dei contadini per un miglioramento economico e civile.
Abbiamo commesso il gran torto di aver lasciato solo il
contadino nella lotta per un pane migliore contro padroni troppo
dimentichi del loro dovere, troppo accecati dallo splendore
degli scrigni dorati…vi sono dei ricchi che si credono assoluti
padroni dei loro beni, e disprezzano il povero…Dimenticano…che
ogni uomo ha diritto di trarre il suo sostentamento dalla
terra…di questa ingiustizia forse anche noi cattolici siamo
responsabili, per aver troppo fomentato l’orgoglio dei ricchi
dai quali ci ripromettevamo sussidi per le cose nostre, e per
avere quasi sfuggito il contadino dal quale nessuna protezione
potevamo mai augurarci”[9].
A questo punto Don Antonio delinea una magistrale lezione di
etica economica; egli, infatti, all’egoistico liberalismo e al
principio marxista della lotta di classe, contrappone la
necessità dell’armonica collaborazione tra i due coefficienti
umani importanti per ottenere la produzione: il lavoratore e il
padrone, e ne sottolinea con forza la pari dignità: “…Coi
metodi tracciati dall’egoistico Liberalismo o dall’utopistico
Marx troppo si acuì il dissidio latente fra padroni e
lavoratori, troppo si fomentò la lotta di classe, non
riflettendo che fra capitale e lavoro occorre regni il massimo
accordo essendo essi i due necessari coefficienti umani per la
produzione. I proprietarii si persuadano che essi hanno bisogno
assoluto della mano d’opera, ma non d’una qualsiasi mano, ma di
una mano intelligente, che sappia e voglia contribuire
efficacemente alla produzione…Quando la carità cristiana
regolerà i rapporti intercedenti fra padroni e lavoratori, non
si lamenteranno più le ingiustizie nei salari, l’abuso della
donna-madre, lo sfruttamento dell’adolescente: ingiustizie,
abusi, sfruttamenti creanti alla Società generazioni senza cuore
e senza vita”[10].
Dunque la carità fraterna tra i datori di lavoro e i
lavoratori é la regola d’oro dell’etica economica di Don Antonio
Palladino;
I Laboratori femminili:
In piena prima guerra mondiale, il 4 agosto 1916, Don Palladino,
con l’avvio della Casa dell’Immacolata, dà una risposta
operativa alle giovinette provenienti dalle classi sociali più
povere di Cerignola che imparavano un mestiere e
contestualmente venivano formate alla virtù e alla religione,
con l’ausilio di sedici insegnanti. La Casa era strutturata in 4
reparti: 1°- Confezioni di abiti da donna; 2°- Confezioni di
biancheria da uomo e da donna; 3°- Ricamo in bianco, in seta, in
oro e argento; 4°- Confezioni di fiori[11].
Più ardua ed eroica fu l’istituzione della Chiesa e dell’Opera
del Buon Consiglio nel 1921, che doveva accogliere l’infanzia
abbandonata e le giovinette appartenenti a famiglie povere. Il
Don Bosco di Cerignola istituisce così un laboratorio femminile,
un asilo scuola ed un segretariato per il popolo, rispondenti a
bisogni sociali impellenti. Nell’ottobre 1923, terminati i
lavori del pian terreno dell’Opera, Don Antonio ospita le prime
tre orfanelle, utilizza una stanza come cappella ed adibisce un
locale come segretariato, dove egli comunicava alla gente le
notizie riguardanti i cari militari dispersi in guerra,
confortava le famiglie dei caduti e vi svolgeva le pratiche
delle pensioni di guerra[12].
Significativo è lo Statuto dell’Opera Pia del Buon Consiglio che
nel primo articolo allo scopo religioso, vi affianca lo scopo
sociale impellente a quell’epoca: “…alla redenzione
religioso-sociale dell’infanzia femminile abbandonata: quale
scopo secondario alla redenzione religioso-sociale della
gioventù operaia femminile e della contrada denominata
Cittadella in Cerignola”; nel secondo articolo si dice che
la pia Opera offriva alle derelitte un asilo presso la Chiesa
del Buon Consiglio, per custodirne il candore e dove con
l’apprendimento di un’arte, venivano educate ai principi
cristiani, al culto del bene e del lavoro[13].
L’obiettivo fondamentale di Palladino era la creazione di una
comunità cristiana fatta di relazioni familiari, in netta
opposizione all’avidità insaziabile dei padroni liberali
massoni, alle lotte del proletariato socialista e al
sindacalismo rivoluzionario di Giuseppe Di Vittorio.
La Cassa Rurale San Domenico:
Il 27 novembre 1921 Don Antonio istituisce la Cassa Rurale
San Domenico per aiutare gli operai, i lavoratori e i braccianti
agricoli della parrocchia, o degli appartenenti alle sue
associazioni, che si trovavano in difficoltà economiche, senza
più cadere nelle grinfie degli avari usurai. Tale Cassa ebbe
l’approvazione del Tribunale di Lucera il 10 febbraio 1922. E’
interessante conoscere l’animus della Cassa Rurale che raccoglie
depositi fiduciari e concede prestiti. Questi sono erogati solo
ai soci al fine di esercitare e migliorare le aziende,
soprattutto quelle agricole, sono ordinariamente concessi in
forma cambiaria e con un interesse proporzionatamente mite.
L’articolo 30 dello statuto stabilisce che le restituzioni delle
somme date in prestito possono essere devolute in rate, in
relazione con l’uso del prestito. Di rilievo è l’articolo 34
perché manifesta l’interesse e l’impegno di Don Antonio per lo
sviluppo dell’agricoltura nella sua terra, che recita: “La
Cassa Rurale…potrà occuparsi di acquisti collettivi di prodotti
utili all’agricoltura…acquisto di macchine agricole, e di
quanto fosse utile all’agricoltura”[14].
In conclusione ribadisco quanto
dice la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il
lavoro della C.E.I.: “La necessità di un ordine
morale nell’economia e in tutta la vita dell’uomo è un
insegnamento costante della dottrina sociale della Chiesa.
L’assenza di criteri morali, come attesta l’esperienza, è invece
causa di molti mali economici e sociali”[15].
Nello stesso documento quando si tratta dei
“Principi, diritti e doveri”, tra i diversi principi
si afferma: “I principi della giustizia e della
solidarietà conducono necessariamente all’opzione preferenziale
per i poveri… Questa non è una scelta pauperistica, che comporta
la rinuncia a conseguire il benessere economico. Esige,
piuttosto, un preciso ridimensionamento dei fini e dei
mezzi in rapporto al vero fine dell’attività economica, che è
l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini, nessuno escluso, a
cominciare dagli “ultimi”. L’amore preferenziale per i poveri ha
una valenza non solo personale,
ma anche sociale e politica; non è un semplice
appello etico, bensì una fondamentale esigenza di
giustizia”[16]. E’ quanto ha
realizzato Don Antonio per gli uomini e in particolare per i
poveri del suo tempo.
NOTE:
[1] Giuseppe Di Vittorio, coevo di Don
Antonio Palladino, nasce a Cerignola il 13 agosto 1892 in
una famiglia composta di braccianti agricoli. Nel 1904
partecipa ad una manifestazione di lavoratori agricoli,
durante la quale vengono uccisi quattro lavoratori, di cui
uno era il suo amico Antonio Morra. Nel 1910 diventa il
segretario del Circolo Giovanile Socialista che prende
l’indirizzo di sindacalismo rivoluzionario, legandosi alla
Federazione della gioventù socialista di Parma. In due anni
l’attività del sindacalismo di Di Vittorio da Cerignola si
diffuse a Minervino Murge, a Bari, a Bisceglie, a Putignano
e in tanti centri minori, persino nella Basilicata. E’
ritenuto il responsabile numero uno delle violenze che sono
scatenate durante i numerosi scioperi e pertanto è
costretto a rifugiarsi a Lugano, in Svizzera. E’ favorevole
all’inter-ventismo nella guerra. Nell’agosto del 1919
ritorna a Cerignola e nel 1921 viene eletto deputato, mentre
è in carcere a Lucera. Viene allontanato dalla sua città dai
fascisti di Cerignola e va prima a Bari e poi si trasferisce
a Roma. Nel 1924 incontra Antonio Gramsci e Palmiro
Togliatti e gradualmente aderirà al partito Comunista. Morì
il 3 novembre 1957 a Lecco, dopo aver speso la vita per il
Sindacato dei Lavoratori. A Cerignola, ma non solo, anche in
Basilicata, nelle case dei braccianti era facile trovare le
immagini di Cristo e della Madonna a fianco di Di Vittorio
perché alta era la considerazione che il popolo dei braccianti nutriva per il loro liberatore
sindacalista.
[2] Cfr. Relazione d’Inchiesta, in Don
Antonio Palladino – Commemorazioni, ricerche e documenti nel
centenario della nascita, a cura di Don Sabino Cianci e
Carlo Forcella, GrafSud Leone, Foggia 1983, pp. 25-31.
[3] Cfr. “L’Ape”, Anno I, n. 9, in P.P.I.
– Periodici diversi: Biblioteca Comunale di Cerignola, 19
settembre 1909.
[4] Cfr. “L’Ape” - Anno III - n. 12, in op.
cit., 29 giugno 1911.
[5] Cfr. “L’Ape”, Anno I – n. 1, in op.
cit., 16 maggio 1909.
[6] Cfr. L’intervento di Don Antonio
Palladino, in Don Antonio Palladino – Commemorazioni,
ricerche e documenti nel centenario della nascita, op. cit.,
p. 23.
[7] Cfr. L. Bruni – S. Zamagni, Economia
civile – Efficienza, equità, felicità pubblica, Società
editrice il Mulino, Bologna 2004.
[8] Cfr. Proletari: Unitevi in Cristo, in
“L’Ape”, Anno I, n. 1, in op. cit., 16 maggio 1909.
[9] Cfr. L’intervento di Don Antonio
Palladino, in Don Antonio Palladino – Commemorazione,
ricerche e documenti nel centenario della nascita, op. cit,
pp. 21-22.
[11] Cfr. Don Pinuzzo (Giuseppe DE
SIMONE), Un prete tra i rossi, Vico Equense – Napoli,
Edizioni Corale, 1949, p. 62; G. Cittadini, Il Padre. Vita
di Mons. Antonio Palladino, Napoli, Edizioni Dehoniane,
1982, p. 297. Questi due autori ci offrono la storia
biografica di Don Antonio Palladino e costituiscono un punto
di partenza sicuro per ulteriori approfondimenti e sviluppi.
[12] Cfr. Don Pinuzzo op. cit., pp.
111-112.
[13] Cfr. Copia dello Statuto dell’Opera
Pia del Buon Consiglio, articolo 1°e 2°: Archivio Antonio
Palladino, presso l’Istituto Vasciaveo – Cerignola.
[14] Cfr. Copia dello Statuto Sociale
della Cassa Rurale S. Domenico, 27 novembre 1921: Archivio
Antonio Palladino, presso l’Istituto Vasciaveo di Cerignola.
[15] Commissione Episcopale per i Problemi
Sociali e il Lavoro – C.E.I., Democrazia economica sviluppo
e bene comune, Ed. Paoline , Milano 1995, 2° edizione, n.
10, p. 12.
[16] Ibidem, n. 17, p.17.
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