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Ricordando
l’innovativo rapporto
Beveridge
Rocco Pezzimenti
Per i tipi dell’Agrilavoro edizioni
e a cura di Luigi Troiani, sono apparsi gli atti del
Convegno tenutosi presso la Pontificia Università
San Tommaso in occasione del sessantesimo
anniversario del Rapporto Beveridge.
È stato giustamente detto che, con il cosiddetto
Rapporto Beveridge, si realizza finalmente una
compatibilità tra stato democratico e libero mercato.
Si attua cioè un modello che si colloca tra
liberalismo e social-democrazia, un misto di
socialismo cristiano e neo-liberismo. Resta comunque
il fatto che da allora diventa effettiva e
irrinunciabile l’aspirazione del lavoratore alla
sicurezza sociale. Questa diventa anzi una priorità
morale delle società democratiche assieme alla lotta
alla povertà e all’emarginazione[1].
Non si deve certo pensare che Beveridge, al
di là da queste impostazioni di fondo, sulle quali
si è comunque costruito molto del nostro modello di
sviluppo, non abbia percepito molti dei futuri
problemi del nostro modello di welfare. Basti
pensare alle pensioni per le quali si era “previsto
il trattamento pubblico, senza però rinunciare a un
discorso sulle assicurazioni private”. Certamente
però, più che al futuro, si guardava al presente
nella speranza di creare una nuova forma di
cittadinanza, cosiddetta sociale, che si sarebbe
dovuta aggiungere a quella prevista dallo stato di
diritto[2].
Non si dimentichi poi che, nell’ottica del Piano
c’era la necessità di risolvere il problema dei ceti
medi, che risentirono fortemente della crisi bellica,
e la conseguente questione della sicurezza pubblica
che non poteva essere affrontata solo in termini
repressivi.
Si commetterebbe però un grosso errore nel ritenere
che Beveridge avesse come unica preoccupazione il
ceto medio. La sua fu una grande mobilitazione
nazionale per la democrazia. A questo progetto
furono invitati tutti: imprese, sindacati, classi
ricche e povere[3].
Si potrebbe dire che l’intento effettivo, in una
prospettiva, mi si passi il termine, intercalassista,
fosse quello di rivitalizzare i corpi intermedi per
mettere di fronte alle loro responsabilità
istituzioni politiche e capitale.
Beveridge è un liberale con un’appassionata fede
nella libertà personale, ma anche con la profonda
convinzione che, il mutare dei tempi, non permette a
molti ideali liberali di realizzarsi attraverso il
semplice esplicarsi del mercato o, come sosteneva
allora Keynes, grazie a strategie fiscali e
monetarie. Insomma la politica è chiamata a
prendersi le sue responsabilità[4].
A queste conclusioni Beveridge arriva anche perché è
un umanista classico e, come egli stesso ci dice, la
sua formazione ha affinato la sua sensibilità.
Beveridge era nato in India nel 1879. Figlio di un
giudice, aveva studiato greco e latino ad Oxford. La
sua futura impostazione politica e sociale era stata
permeata da Platone e Aristotele e da Cicerone e
Seneca. Da questi autori deriva probabilmente quel
bisogno di giustizia e eguaglianza che si faceva
sempre più pressante durante il secondo conflitto
mondiale. Il suo Rapporto, che finirà per
prendere il suo nome, è redatto pensando alle
condizioni di gran parte della popolazione inglese,
ma non solo. Sempre a ridosso della guerra,
Beveridge pensa anche ad un embrionale movimento per
un’Europa federale alla quale allargare i vantaggi
del suo piano. Fu probabilmente per questo che, al
posto della vecchia terminologia national
insurance, preferì la nuova social insurance.
Con questa si disegnava la speranza, raccolta poi
ben oltre i confini nazionali, di una piena
occupazione, di un servizio sanitario nazionale e
universale, nonché un progetto globale di previdenza
sociale e sussidi per la prole[5].
Il tutto per dare ai poveri piena indipendenza non
solo economica ma anche civica.
Per rendere possibile un piano così ardito
era necessario un piano di contributi e sussidi che
non solo dovevano essere fissi, ma anche universali
a prescindere dai singoli redditi. Solo così il
welfare sarebbe diventato l’emblema di una
cittadinanza condivisa e non il marchio vergognoso
di una minoranza[6].
Cittadinanza perché, quello di godere di
un’assistenza sociale in un momento di bisogno, è
una forma di diritto per chiunque perché ognuno ha,
col suo lavoro e con i suoi contributi versati,
guadagnato e pagato queste garanzie. Molti hanno
parlato a riguardo di influenze provenienti dalle
politiche di piano o pianificazioni del socialismo
reale, ma va detto che, per Beveridge, si trattava
di conciliare una parità di trattamento con le ovvie
diversità umane[7].
Insomma un liberalismo nuovo che incontrava le
giuste esigenze di un socialismo democratico.
Al Rapporto di lavora già dalla metà del 1941
quando viene costituito il Comitato Social
Insurance and Allied Services e qualcuno pensa
già che esso sarà “certamente un atto di politica
interna, ma dalle notevoli ricadute internazionali”.
Questo non può far dimenticare che il Rapporto
scaturiva anche dalla necessità di confrontarsi con
due dati di fatto. Da una parte mirava a contrastare
il nazismo non solo sul piano militare ma anche in
quella che era l’organizzazione della vita civile e
il desiderio di accrescere il benessere personale e
familiare, dall’altra cercava di anticipare e,
quindi, risolvere per tempo le gravi necessità
morali e materiali che si sarebbero manifestate nel
dopo-guerra[8].
Ciò spiega perché se ne stampò anche un’edizione
economica da diffondere tra i soldati al fronte e
una serie di traduzioni clandestine da diffondere
ovunque.
Certamente Beveridge aveva la piena consapevolezza
che per battere quelli che definiva i cinque giganti
(Want il bisogno in particolare quello del
lavoro, Ignorance intesa soprattutto come
carenza di istruzione, Disease malattie
derivanti in modo particolare dalla povertà cronica,
Squalor come desolazione e mancanza di
speranza e Idleness come inerzia e accidia
tipica di chi vive senza speranza) si poteva correre
il rischio di incentivare le situazioni di
dipendenza permanente finendo per aggravare la
questione sociale. Ma, e in questo ebbe il sostegno
di Lord Keynes, il rischio meritava di essere corso
perché altrimenti la stagnazione economica e la
dispersione del capitale umano avrebbero evidenziato
pericoli ben maggiori[9].
Va sottolineato che quando Beveridge parlava di
povertà non intendeva solo quella economica, ma
parlava di qualità della vita. Problema questo di
centrale importanza e ribadito ai nostri giorni da
Ralf Dahrendorf che esplicitamente parla di life
chances. Il che significa che quei servizi
destinati a soddisfare le esigenze fondamentali di
una popolazione debbono essere di qualità[10].
Tutto ciò accresce la stabilità politica e sociale e
dà un contributo notevole alla produttività[11].
Il Rapporto rileva adeguatamente questa convinzione.
Beveridge è del parere “che non bisogna concludere
a priori che la guerra attuale debba portare
come conseguenza la fine del progresso economico
della Gran Bretagna e del resto del mondo”[12].
La guerra va vista come un periodo rivolutionario,
quindi, come “il momento più opportuno per fare
cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi”[13].
Questi potrebbero essere prospettati da errate
visioni stataliste come pure individualiste. Si
tratta di stabilire delle linee di demarcazione ben
precise: “lo Stato non deve soffocare né le
ambizioni, né le occasioni, né la responsabilità;
stabilendo pertanto un minimo di attività nazionale
non deve però paralizzare le iniziative che portano
l’individuo a provvedere più di quel dato minimo,
per se stesso e per la sua famiglia”[14].
Ci si avvia insomma a quell’impostazione di
democrazia sociale che tanta importanza avrà a
partire dall’immediato dopoguerra. Inoltre si pone
l’accento a più riprese quel bisogno di senso di
responsabilità individuale[15]
che è alla base di un’autentica etica sociale. Per
questo si evidenziano quei sussidi speciali a
protezione dei ragazzi, durante il periodo di
tirocinio scolastico fino a 16 anni[16],
tesi a far acquisire piena consapevolezza
dell’importanza che essi hanno in previsione del
futuro sviluppo della nazione.
Tutte queste erano evidenze, ci ricorda ancora
Troiani, sottolineate dalla dottrina sociale della
Chiesa come del resto dai migliori partiti
democristiani europei e dalle più ardite
elaborazioni socialdemocratiche[17].
Partiti che ripresero, nel dopoguerra, quelli che
potremmo definire sentieri interrotti. Basterebbe
pensare al famoso Congresso straordinario di
Bad Godesberg, tenuto tra 13 e il 15 novembre del
1959, che trasformò la Spd. Fu in quell’occasione
che si operò la definitiva trasformazione del
partito in una prospettiva riformista sostenuta da
Karl Schmidt, Willy Brandt, Fritz Erler e Helmut
Schmidt. Venivano definitiva-mente messi da parte
Marx ed Engels, ma, quello che più conta, venne
ridefinita la linea economico-sociale abbandonando
la lotta di classe proponendo “competizione per
quanto possibile – pianificazione fin dove
necessario”. C’era poi chi si richiamava addirittura
all’etica socialdemocratica di Ferdinand Lasalles
considerato un precursore del Spd e anche chi, come
Habermas, da questo socialismo delle origini tentava
di recuperare la prospettiva soprana-zionale da
attuare, almeno, in una prospettiva europea.
Anche oltre oceano questo discorso ha trovato
originali intuizioni tanto che finirono per essere
apprezzate al di là degli schieramenti. Alludo alla
“terza via” di Bill Clinton che intese sostituire
l’antico e dispendioso AFDC (Aid to Families with
Dependent Children) con un nuovo sistema di
sostegni e di incentivi il cosiddetto TANF (Temporary
Assistance for Needy Families)[18].
Questo piano tendeva a superare la visione di
welfare prima maniera perché voleva non solo
assicurare un lavoro, ma una occupazione tale da
garantire l’uscita dallo stato di dipendenza.
Argomenti questi ripresi da Tony Blair[19].
In conclusione vale la pena di ricordare che le
pagine di questa pubblicazione sono dedicate ad un
sindacalista, scomparso improvvisamente, che ha
speso la sua vita per ideali sociali che non è
retorico definire alti e di cui oggi si avverte
tanto il bisogno.
NOTE:
[1] Cfr.
A.
Gorini, Presentazione a Dopo Beveridge.
Riflessioni sul Welfare, con ristampa
anastatica de Il Piano Beveridge, a cura
di L. Troiani, Agrilavoro Edizioni srl, Roma,
2005, pp. X-XII.
[2]
L. Troiani, Beveridge e il welfare: un dono del
Novecento, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul
Welfare, cit., pp. XXXI e XXXIX. Cfr.
sull’argomento A. B. Atkinson, Beveridge, the
National Minimum, and its Future in a European
Context, Welfare State Programme Discussion
Paper WSP/85, LSE, 1993; T. Cutler, K. Williams,
J. Williams, Keynes Beveridge and Beyond,
Routledge, Kegan Paul, 1986; J. Harris, William
Beveridge. A Biography, Clarendon Press, Oxford,
1997; J. Hills, J. Ditch, H. Glennerster (eds),
Beveridge and Social Security: An International
Retrospective, Clarendon Press, Oxford, 1994; K.
Williams, J. Williams, A Beveridge Reader, Allen
and Unwin, London, 1987.
[3]
Cfr. A. Gorini, Sessant’anni da Beveridg, in
Opinioni, anno XIV- numero 1, 2004, p. 13.
[4] Cfr. J.
Harris, Beveridge, la sua storia, in Dopo
Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., pp.
L-LI.
[5]
Cfr. J. Harris, Beveridge: la storia, in
Opinioni, anno XIV- numero 1, 2004, pp. 19-20.
[6]
Cfr. ibidem, p. 21.
[7] Cfr. J.
Harris, Beveridge, la sua storia, in Dopo
Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., p. LX.
[8]
Cfr. L. Troiani, Il rapporto Beveridge nel
contesto europeo e internazionale, in Dopo
Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., pp.
LXXII-LXXIV.
[9]
Cfr. ibidem, pp. LXXVIII-LXXIX. Per quelli che
Beveridge definiva i cinque giganti da abbattere
nel cammino della ricostruzione cfr. Il Piano
Beveridge. Compendio ufficiale della relazione
di Sir William Beveridge al governo britannico,
Presso la Stamperia Reale, Londra, 1943, p. 11.
[10]
Cfr. J. Shepherd, Beveridge e le attuali
politiche sociali britanniche, in Dopo Beveridge.
Riflessioni sul Welfare, cit., p. CXXI.
[11]
Cfr. G. Acquaviva. Una nuova concezione della
responsabilità sociale, in Dopo Beveridge.
Riflessioni sul Welfare, cit., p. CXLVIII.
[12]
Il Piano Beveridge. Compendio ufficiale della
relazione di Sir William Beveridge al governo
britannico, cit., p. 107.
[13]
Ibidem, p. 11.
[14]
Ibidem, pp. 11-12.
[15]
Cfr. ibidem, pp. 111-112.
[16]
Cfr. ibidem, p. 63.
[17]
Cfr. L. Troiani, Il rapporto Beveridge nel
contesto europeo e internazionale, in Dopo
Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., p.
XCVI.
[18]
Cfr. R. Haskins, Work over Welfare: The Inside
Story of the Welfare Reform Law, Brookings
Institution Press, 2006. Le posizioni dei
democratici hanno trovato anche nell’opposizione
suggerimenti nella convinzione, comune ad
entrambi gli schieramenti, che l’aumento del
benessere avrebbe determinato una crescita della
sicurezza e della libertà. Cfr. Aa. Vv.,
Transforming Welfare.
The Revival of American Charity,
Acton Institute, Grand Rapids, Michigan, 1997.
[19] Cfr. J.
Shepherd, Beveridge e le attuali politiche
sociali britanniche, in Dopo Beveridge.
Riflessioni sul Welfare, cit. Al riguardo cfr.
anche una serie di articoli apparsi sul numero
36 di Reset aprile 1997.
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