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L’impatto socio-economico dell’HIV/AIDS su
agricoltura, sicurezza alimentare e povertà rurale
Monica Romano
Sono circa 38,6 milioni le persone affette dall’HIV/AIDS,
di cui il 95% vive nei Paesi in via di sviluppo (PVS). La regione
più severamente colpita è l’Africa Sub-Sahariana, che registra
quasi 25 milioni di contagi e continua a rimanere l’epicentro
dell’epidemia. Tuttavia, nella regione Asia-Pacifico – dove le
persone affette sono più di 8,3 milioni, il più alto numero dopo
l’Africa Sub-Sahariana – il virus si sta diffondendo in alcune parti
più velocemente che nel resto del mondo. Anche se nel continente
asiatico i tassi di prevalenza non sono così alti come in Africa, a
causa dell’elevata pressione demografica basse percentuali spesso
“nascondono”un alto numero di contagi in termini assoluti1.
Come un’ampia letteratura evidenzia, l’HIV/AIDS non è
soltanto un problema sanitario ma ha profonde implicazioni sociali,
economiche e istituzionali. Diversamente dalla malaria e dalla
tubercolosi, l’HIV/AIDS è una malattia a lungo termine e colpisce
prevalentemente la fascia più produttiva della popolazione compresa
tra i 15 e i 50 anni,
creando sul sistema uno shock a tutti i livelli (individuale,
familiare, della comunità, e – laddove il tasso di prevalenza sia
elevato – nazionale) e innescando una spirale distruttiva che
produce effetti che perdurano anche dopo la morte del soggetto che
ha contratto il virus2.
Soprattutto nei Paesi con più alta prevalenza, l’HIV/AIDS sta
avendo ripercussioni negative sul settore agricolo (incidendo in
particolare su produzione e produttività), sulla sicurezza
alimentare, sulle economie e i sistemi sociali rurali,
compromettendo i progressi finora raggiunti nel campo dello sviluppo.
Sebbene la correlazione tra povertà e HIV/ AIDS sia ancora una
questione dibattuta3,
l’HIV/AIDS è stata definita una “malattia della povertà”: l’evidenza
mostra che i poveri sono più vulnerabili alle malattie e meno capaci
di affrontarle per diverse ragioni, quali mancanza di informazione,
limitatezza di risorse disponibili, scarso accesso ai servizi
sociali di base. Le profonde disparità di genere che in molte parti
del mondo tuttora permangono determinano un impatto sproporzionato
dell’HIV/AIDS sulle donne, in particolare quelle che vivono nelle
zone rurali4.
1.
La dimensione rurale dell’HIV/AIDS
Inizialmente un problema prevalentemente
urbano, l’HIV/AIDS ha iniziato a diffondersi rapidamente nelle aree
rurali, dove vivono la maggioranza della
popolazione dei PVS e più del 70% dei poveri del mondo.
Sebbene le statistiche riguardanti la diffusione
dell’epidemia non distinguano tra aree urbane e rurali, i dati
demografici fanno pensare che la maggior parte dei malati di
HIV/AIDS viva nelle campagne, dove il limitato accesso ai servizi essenziali – come l’assistenza sanitaria,
l’istruzione, l’acqua potabile - rende le comunità più vulnerabili e
meno “attrezzate” ad affrontare gli effetti dell’epidemia. Un altro
fattore determinante nella diffusione del virus nelle campagne è la
migrazione verso le
aree urbane, dove i lavoratori migranti – a causa di pesanti
discriminazioni, prolungati periodi di lontananza dalla famiglia e
spesso di una maggiore disponibilità di denaro - sono più portati ad
adottare comportamenti ad alto rischio che li espongono maggiormente
al contagio5.
Una volta contratto il virus, la maggior parte dei migranti torna
nelle campagne, esponendo al rischio di contagio le comunità
locali, cui spetta l’onere di sostenere tutti i costi relativi alla
malattia6.
Altrettanto evidenti sono le implicazioni
dell’HIV/AIDS per l’agricoltura, da cui dipende la maggior parte
delle popolazioni rurali dei PVS. Colpendo la fascia più produttiva
della popolazione l’HIV/AIDS ha ripercussioni negative sulla
produzione agricola, in maniera tanto più grave ed estesa quanto più
alti sono i tassi d’infezione.
2.
Impatto dell’HIV/AIDS sui nuclei familiari
rurali e strategie adottate
L’HIV/AIDS può spingere le famiglie
rurali nella povertà o impoverire ulteriormente quelle che sono già
povere7.
In uno studio condotto nel Nord della Thailandia, le famiglie più
povere si sono rivelate più vulnerabili all’impatto economico
dell’HIV/AIDS sull’agricoltura e meno capaci di fronteggiarlo8.
Le strategie adottate dalle famiglie colpite, inoltre, si rivelano
meno efficaci per le famiglie più povere9.
2.1
Perdita di forza-lavoro agricola e calo della
produttività
Colpendo principalmente le fasce
produttive della popolazione, l’HIV/AIDS causa un calo di
manodopera, che può compromettere la produzione agricola e la
sicurezza alimentare delle famiglie rurali. Durante la prima fase
del contagio, il lavoratore subisce un calo a livello fisico e
dell’umore, che si traduce anche in un declino della produttività.
Nella seconda fase caratterizzata dall’evoluzione dell’infezione da
HIV verso l’AIDS capacità lavorativa e produttività sono
definitivamente compromesse. Il deficit di forza lavoro spinge
generalmente i nuclei familiari affetti a riorganizzare il lavoro
agricolo e domestico, con un conseguente sensibile aumento del
carico di lavoro dei membri sani della famiglia, in particolare
delle donne10. In casi di
particolare gravità, i nuclei familiari affetti si trasferiscono dai
parenti anziani, che si occupano dei figli ammalati, dei nipoti
ancora piccoli, spesso anche del lavoro nei campi e del sostegno
economico della famiglia.
Nella riorganizzazione delle attività, i nuclei familiari affetti
tendono a trascurare o addirittura abbandonare le attività agricole
per far fronte a nuove necessità che richiedono grande dispendio di
tempo: cura dei malati; partecipazione ai funerali; assistenza e
adozione degli orfani; impiego salariato per far fronte alle spese
mediche e all’acquisto di cibo che non viene più prodotto a
sufficienza11.
In contesti culturali nei quali l’osservanza del lutto può durare
per periodi prolungati e le attività agricole non possono essere
svolte, un alto tasso di mortalità ha ripercussioni negati sulla
disponibilità della manodopera12.
Uno
studio svolto nel Nord della Thailandia ha rivelato che la scarsa
disponibilità di manodopera a seguito dell’impatto dell’HIV/AIDS,
soprattutto durante i picchi stagionali, ha costretto gli anziani a
svolgere le attività agricole o a cercare un lavoro salariato; come conseguenza, a causa
dell’eccessivo carico di lavoro, il consumo di droghe tra gli
anziani è risultato in aumento13.
2.2 Declino del capitale finanziario e delle
risorse produttive
Il calo di manodopera comporta anche un
calo di reddito proveniente dalle attività extra agricole14:
i nuclei familiari dipendenti dalle rimesse, ad esempio,
sperimentano perdita o riduzione delle entrate, nel caso il
lavoratore migrante muoia o si ammali.
Le spese relative all’HIV/ AIDS e il declino della produzione
agricola spingono le famiglie colpite a liquidare progressivamente
tutti i risparmi, a richiedere prestiti al settore informale o agli
usurai (quindi a esorbitanti tassi d’interesse), a vendere le
risorse necessarie all’attività agricola (terra, bestiame,
attrezzature) o anche oggetti di valore (gioielli, beni di famiglia)15.
Le famiglie più ricche colpite dall’HIV/AIDS impiegano manodopera
per attività in precedenza svolte da membri del nucleo familiare o
acquistano input per migli-orare la produzione alimentare e/o
pesticidi per contrastare le malattie in aumento dovute alla minore
cura dei campi o alla ridotta manodopera qualificata. Altre
strategie per far fronte alle spese crescenti comprendono il ritiro
dei bambini – soprattutto le femmine – dalla scuola; la migrazione
in cerca di lavoro salariato nelle città soprattutto da parte dei
componenti maschi della famiglia; il ricorso alla prostituzione16.
I nuclei familiari con a capo le donne sono generalmente i più
poveri e – a causa delle disparità di genere – sono particolarmente svantaggiati,
in quanto generalmente le donne che vivono nelle aree rurali non
hanno accesso al credito, alla terra, agli input agricoli,
all’istruzione, ai servizi di divulgazione agricola, alla
tecnologia. L’impatto dell’HIV /AIDS, quindi, è più devastante su
questi nuclei familiari. Le donne rimaste vedove spesso perdono il
diritto alle proprietà della famiglia (casa, terra, bestiame,
macchinari agricoli) a causa della tradizionale pratica
dell’espropriazione dei beni da parte dei parenti del defunto
marito, che in alcuni casi portano via anche i figli. Uno sondaggio
condotto in Namibia ha rivelato che su un campione di 32 nuclei
familiari con a capo donne – a seguito della morte dei mariti a
causa dell’HIV/AIDS - il 44% ha perso il bestiame, il 28% gli
animali di piccolo taglio e il 41% i macchinari agricoli17.
Come già evidenziato, le spese per le cure mediche
costituiscono un onere economico non indifferente per le famiglie
colpite dall’HIV/AIDS. Nella provincia thailandese di Chiang Mai, le
famiglie affette hanno riportato di aver speso in media 1000 dollari
Usa durante l’ultimo anno di vita del congiunto in fase terminale
(pari a una volta e mezzo il reddito medio annuale delle famiglie
stesse)19;
il 41% ha dichiarato di aver venduto la propria terra alla morte di
un congiunto19.
Sempre in Thailandia, un terzo dei nuclei familiari colpiti
dall’HIV/AIDS ha riportato in media un calo del reddito familiare
pari al 48%20.
Uno studio svolto tra le comunità di pastori in Uganda ha rivelato
che l’88% dei nuclei familiari affetti dall’HIV/AIDS ha venduto il
bestiame per far fronte alle spese mediche o per i funerali; di
esse, un quinto ha riportato un conseguente calo nella vendita del
latte21.
Uno studio realizzato in alcuni villaggi nel Nord della Thailandia
ha evidenziato come l’HIV/AIDS abbia drasticamente cambiato il
siste-ma economico e sociale che si era stabilizzato nei decenni
precedenti: i piccoli agricoltori affittuari sono diventati più
dipendenti dalle entrate provenienti dal lavoro salariato svolto
dai bambini nelle aree urbane, mentre gli abitanti delle città
tendono ora a tornare nei loro villaggi dopo aver contratto l’HIV22.
2.3 Perdita di agro biodiversità e di conoscenze
agricole
Gli agricoltori possiedono un immenso patrimonio di conoscenze
agricole tradizionali, generate col tempo e trasmesse oralmente e
sul campo dai genitori ai figli, che spesso sono una delle risorse
di maggior valore per le comunità rurali.
L’HIV/AIDS minaccia di interrompere questa
catena attraverso la quale le conoscenze locali vengono trasmesse -
generalmente da padre a figlio e da madre a figlia: i
bambini i cui genitori si sono ammalati sono spesso troppo piccoli
per imparare le tecniche agricole, pertanto, quando restano orfani,
non sono in grado da soli di mantenere la produzione agricola e la
sicurezza alimentare23.
Per di più, poiché nella maggior parte
delle comunità rurali, tra moglie e marito non si realizza uno
scambio di informazioni in quanto ruoli e compiti sono marcatamente
distinti in base al genere, quando uno dei due muore, l’altro spesso
non è in grado di portare avanti i compiti svolti dal coniuge24
e trasmettere ai figli le sue conoscenze agricole.
Uno studio del 1997 ha mostrato che solo
un decimo degli orfani che sono a capo del nucleo familiare possiede
un’adeguata conoscenza delle tecniche agricole25.
Nel distretto Chókwè in Mozambico, gli agricoltori appartenenti alla
fascia d’età più giovane (18-44 anni) hanno saputo identificare un
minor numero di varietà di semi tradizionali rispetto agli
agricoltori che avevano più di 45 anni26.
Lo studio ha anche rivelato che, a causa dell’impatto dell’HIV/AIDS,
nell’arco di dieci anni la percentuale di agricoltori che coltiva
più di sei diversi tipi di colture è scesa dal 90% al 73%27
e che sono gli agricoltori più giovani a coltivare una minore
varietà di colture, probabilmente a causa di una perdita di
conoscenze sulle colture tradizionali28.
3.
Impatto sulla produzione agricola
A causa della scarsità di manodopera (qualificata), del calo
nella produzione e della ridotta disponibilità di denaro per
acquistare input e fertilizzanti, la produzione agricola risulta
compromessa. Uno studio condotto in Thailandia ha mostrato che un
terzo delle famiglie rurali colpite dall’HIV/AIDS ha visto dimezzare
la propria produzione agricola. Questo calo è anche dovuto alle
diverse strategie adottate in base ai contesti e alle situazioni dai
nuclei familiari colpiti. Generalmente, queste strategie tendono a
trascurare i benefici a lungo-termine – in quanto gli agricoltori
malati si aspettano di morire presto – per favorire una serie di
interventi che procurano un ritorno immediato, nel breve-termine29.
Di solito, i nuclei familiari colpiti dall’HIV/ AIDS tendono
a:
§ Ridurre la terra coltivata
§
Ritadare le pratiche agricole, anche
quelle che è necessario svolgere strettamente nei tempi stabiliti
§
Sostituire colture più
intensive con colture meno intensive e che maturano più
rapidamente, ma che hanno però un minore valore nutritivo e di
mercato § Passare alla produzione animale
§ Ridurre la varietà delle
colture §
Allevare solo piccoli animali (come maiali, polli, capre).
Uno studio condotto nel 2000 sull’impatto dell’HIV/AIDS sui sistemi
locali di irrigazione nel distretto di Sanpatong (Thailandia) ha
rivelato una preferenza per la soia e la cipolla (meno intensive)
rispetto alle colture precedentemente dominanti di riso e chilli30
(più intensive); una riduzione nell’area di coltivazione del riso,
che è scesa dai 2062 rai (1237,2 ettari) nel 1990 ai 1460 rai (876,6 ettari) nel 2000, attribuibile per circa il 50%
all’HIV/AIDS31.
Gli adattamenti dei nuclei familiari rurali allo shock e alle nuove
condizioni e limitazioni causate dall’HIV/ AIDS hanno a loro volta
le seguenti conseguenze:
§
Declino della fertilità del
suolo §
Aumento di insetti nocivi,
piante infestanti e malattie delle piante
§
Declino del rendimento delle
colture §
Declino della varietà genetica
delle colture
§
Perdita di
agrobiodiversità
4.
Effetti sulla sicurezza alimentare
Il calo della produzione agricola, la
ridotta capacità di guadagnare reddito, le ingenti spese
direttamente o indirettamente connesse con l’impatto dell’HIV/AIDS
hanno serie ripercussioni sulla sicurezza alimentare. In Africa
orientale e meridionale, i nuclei familiari affetti consumano meno
pasti al giorno e cibi meno nutrienti32;
uno studio condotto nel Nord della Thailandia ha rivelato che gli
anziani delle famiglie più severamente colpite rinunciano al cibo
per sfamare i bambini.
5.
Un impatto oltre i nuclei familiari
Soprattutto laddove i tassi di prevalenza siano più
elevati, l’impatto dell’HIV/AIDS va oltre i nuclei familiari e ha
anche importanti ripercussioni sull’intera comunità rurale e
perfino a livello della produzione agricola e dell’economia
nazionale.
5.1 Impatto sulle comunità rurali
Effetti aggregati - come la scarsa
disponibilità di manodopera qualificata - o una combinazione di
essi, tale da alterare la composizione e la struttura demografica
delle comunità stesse (invecchiamento della popolazione, aumento
della mortalità e della morbilità, modificazioni nella composizione
dei nuclei familiari, migrazione dei giovani) - hanno ripercussioni
sul prezzo del lavoro, della terra e del credito33,
nonché sui sistemi agricoli comunitari, le infrastrutture e il loro
mantenimento. Sempre nel distretto thailandese di Sanpatong, in
con-seguenza del 50% dei decessi occorsi tra i fruitori dell’acqua
appartenenti a un’associazione rurale, il mantenimento
precedentemente portato avanti dagli stessi membri della comunità
deve ora essere svolto con l’ausilio di bulldozer e, a causa delle
spese ingenti da sostenere, viene effettuato solo una volta all’anno
(e non più due volte, come in passato)34.
A livello demografico, nelle comunità più severamente affette
dall’HIV/ AIDS si verifica un incremento del numero dei nuclei
familiari mono parentali – tra i quali i più vulnerabili sono quelli
con a capo le vedove, i bambini e gli anziani - e di quelli che
adottano gli orfani. Quando aumenta il numero degli orfani e della
percentuale di adozioni, generalmente diminuisce il tasso
d’iscrizione scolastica e aumentano quelli dell’abbandono scolastico
e del lavoro minorile35.
Gli orfani, infatti, non hanno più tempo per frequentare le lezioni
in quanto devono gestire il lavoro domestico e agricolo, né hanno
le risorse finanziarie necessarie a pagare la retta scolastica. Gli
orfani che vengono adottati, inoltre, sono spesso trattati in
maniera iniqua rispetto agli altri bambini della famiglia e hanno
maggiori probabilità di essere ritirati dalla scuola per fornire
lavoro agricolo e/o reddito alla famiglia adottiva, diventando così
maggiormente esposti al rischio di contagio.
Lo stigma
che circonda le famiglie affette dall’HIV/AIDS – e in particolare le
donne che hanno perso il marito e che sono spesso ritenute
responsabili della trasmissione del virus - può condurre a
modificare o perfino rompere i legami con la comunità, le
associazioni per la gestione comune del lavoro e della cura dei
bambini e le organizzazioni rurali informali. Mortalità e morbilità
hanno anche conseguenze negative sui servizi di divulgazione
agricola e sui programmi e progetti di sviluppo, a causa
dell’assenteismo del personale, dei dipendenti pubblici e/o dei
beneficiari direttamente o indirettamente affetti dall’HIV/AIDS36.
Secondo la FAO, in Uganda, il 20-50% delle ore lavorative del
personale di divulgazione agricola è stato speso per la
partecipazione ai funerali e la cura dei parenti ammalati37.
Uno studio recente ha rivelato che i tassi di contagio del personale
dei ministeri dell’agricoltura di alcuni Paesi africani sono molto
vicini alle percentuali nazionali (36% per il Botswana, 25% per lo
Swaziland, il 23% per il Lesotho e 20% per lo Zambia)38.
5.2 Effetti macro-economici
Studi condotti
in Africa Sub-Sahariana rivelano effetti dell’HIV/AIDS sui livelli
di produzione agricola nazionale e regionale, sui costi di
produzione, sui tempi di lavoro39.
Secondo stime della FAO, dal 1985 l’AIDS ha ucciso circa 7 milioni
di lavoratori agricoli e potrebbe ucciderne altri 16 milioni entro
il 2020 nei 25 Paesi africani più colpiti, che, nei prossimi anni,
potrebbero perdere fino al 26% della manodopera agricola, con un
calo drammatico del PIL, di cui l’agricoltura rappresenta ancora una
gran parte40.
Nella regione Asia-Pacifico, il basso tasso di prevalenza totale
dell’HIV/AIDS ha avuto finora conseguenze trascurabili sulla
crescita economica, sulla produzione agricola e sui sistemi rurali41.
Secondo le previsioni peggiori, in Thailandia - Paese che sta già
sperimentando un aumento consistente del tasso di mortalità tra la
popolazione in età produttiva - l’HIV/AIDS potrebbe causare entro il
2015 un calo demografico di circa 9,95 milioni di persone
appartenenti alla fascia produttiva e una diminuzione del PIL pro
capite del 15%42.
A Papua Nuova Guinea, entro il 2020, i redditi provenienti dal
settore agricolo potrebbero diminuire fino all’8%, con un
conseguente calo della produzione del 24%43.
6.
Vulnerabilità all’impatto dell’HIV/AIDS
Alla luce delle
considerazioni finora espresse, è evidente che i sistemi rurali
fortemente dipendenti dall’agricoltura, sono anche più vulnerabili
all’HIV/AIDS. I fattori che determinano tale vulnerabilità
sono:
§
Siccità (alternativamente alluvioni e piogge tropicali), che può condurre al calo nella produzione alimentare
§
Una limitata varietà delle colture
§
Povertà dei suoli
§
Serrati picchi lavorativi nel ciclo dell’attività agricola
§
Pratiche ad alta intensità di lavoro
§
Mancanza di una tradizione di mutua assistenza e scambio di lavoro tra i nuclei familiari
§
Scarsa sostituibilità tra le esistenti colture ad alta intensità di lavoro e quelle a bassa intensità di lavoro
§
Scarsità di surplus alimentare
§
Opportunità limitate di reddito al di fuori dell’attività agricola
§
Specializzazione in base al genere
§
Assenza di tutele e
legalizzazione della proprietà della terra
44.
4
J. Du
Guerny, D. Topouzis, Sustainable Agricultural/Rural Development and
Vulnerability to the AIDS Epidemic, FAO, UNAIDS,
December 1999, p. 85
8
UNDESA, The Impact of AIDS, New York, 2004, p. 65-66
13
M. Osbeck, Going beyond HIV/AIDS - A Study of HIV/AIDS Affected Farm
Households in Northern Rural Thailand, MA Thesis, 2002, p.
25
14
T. Barnett, G. Rugalema, “HIV/AIDS.
A Critical Health
and Development Issue”, The Unfinished Agenda: Perspectives
on Overcoming Hunger, Poverty and Environmental Degradation,
edited by P. Pinstrup-Andersen and R. Pandya-Lorch,
International Food Policy Research Institute, Washington
D.C., 2001, p. 46
25
Ayieko M.A. 1997.
“From single
parents to child-headed households: the case of children
orphaned in Kisumu and Siaya districts.” HIV and
Development Programme Study Paper No. 7. New York, UNDP
(http://www.undp.org/hiv/publications/study/english/sp7e.htm)
29
Citato in G.A. Cornia, editor, AIDS, Public Policy and
Child Well-Being, UNICEF’s Innocenti Research Centre,
2000
33
FAO HIV/AIDS Programme, Measuring the Impact of HIV/AIDS,
p. 8
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