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Commento a:
“Fraternity: a moral understanding of market
relationships”
Stefano Zamagni
Il saggio di Bruni e Sudgen è un contributo
importante e originale al vivace dibattito circa il
contenuto morale delle relazioni di mercato. Dal momento
che concordo con gli Autori sulla tesi da essi difesa e
soprattutto condivido l’orientamento di fondo che anima
lo scritto, in quel che segue mi soffermerò su alcuni
punti specifici che meritano un’ulteriore disanima e su
una osservazione critica di portata generale.
La nozione di moralità adottata dagli AA. non mi pare
afferente. “Our concern is with morality as a social
practice; not with questions about what one ought to
approve” (p.1). Ma se la moralità viene ridotta a un
insieme di norme sociali di comportamento, perchè
scomodare tale termine? Che bisogno c’è di impiegare un
termine così denso di significato come quello di
moralità per darne una interpretazione in chiave
riduzionista? Il fatto è che gli autori non intendono
sottoscrivere una tale mossa, dal momento che poche
righe dopo scrivono: “this indifference (degli
scambisti agli interessi reciproci) in not a matter for
moral criticism” (p.1). Come si comprende,
un’affermazione del genere ha senso solo se alla nozione
di moralità viene associata la dimensione del “dover
essere”. (“What one ought to approve or not approve”).
Tanto è vero che a p.8 si legge: “For Smith, the
emergence and growth of commercial society is a form of
moral progress”. Chiaramente, in tanto si può
parlare di progresso morale in quanto si ammette che il
giudizio morale contiene una qualche prescrittività.
Infatti, cosa ci sarebbe mai di così rilevante
nell’azione morale se fosse moralmente accettabile
perseguire qualsiasi desiderio o preferenza, per quanto
deprecabile?
Passo ad un secondo punto. Nel tentativo di porre bene
in luce la differenza tra Smith e Genovesi circa il
rispettivo modo di concepire il mercato, mi pare che
Bruni e Sudgen facciano dire a Smith cose che questi non
avrebbe verosimilmente sottoscritto. Un solo esempio. A
p.9, leggiamo: “The market-social opposition is
deeply embedded in Smith’s account of the moral content
of market relationships. In Genovesi’s account,
in contrast, there is no such opposition”. Se – come
a me pare – in Smith il mercato è una delle
precondizioni della socialità, come può esserci allora
opposizione tra mercato e socialità? Due enti sono in
opposizione quando non è possibile muovere o passare
dall’uno all’altro. Ciò che si può sostenere è che per
Smith tra mercato e socialità vi è una diversità di
grado. Inoltre, allo scopo di differenziare lo scambio
di mercato dalla mutua assistenza, gli autori scrivono
(p.10) che mentre nello scambio non c’è intenzionalità
dell’una parte di arrecare vantaggio o aiuto all’altra,
questa intenzionalità sarebbe presente nella mutua
assistenza. Ciò non basta. Occorre aggiungere una
seconda qualificazione per differenziare la relazione
dello scambio di equivalenti della relazione di
reciprocità: nella prima, la determinazione dei termini
dello scambio vien prima del trasferimento della
proprietà (o del possesso) dell’oggetto di scambio. E’
proprio questa qualificazione a permetterci di capire
che mentre lo scambio è fondato sul principio di
equivalenza, la reciprocità si basa sul principio di
proporzionalità.
Di una terza questione desidero brevemente dire. Mi pare
che il paragrafo 2 (“Caring relationships and the
market”) confonda non poco il lettore. Infatti,
mentre il primo paragrafo si occupa di relazioni di
mercato tra agenti economici che si incontrano su un
piano di parità, nel secondo paragrafo si fa entrare in
scena l’impresa, cioè un ente governato secondo il
principio di gerarchia. Lo schema di ragionamento
diventa così tripolare: il soggetto che offre servizi di
cura non si interfaccia direttamente con il soggetto che
domanda tali servizi, perché l’offerente offre i suoi
servizi all’impresa la quale li vende poi al richiedente
degli stessi. Può così accadere che il lavoratore mosso
da motivazioni intrinseche rifiuti di comportarsi in
modo socialmente qualificato nei confronti del portatore
di bisogni non perché incoerente con il suo sistema
motivazionale, ma perché non accetta di arrecare
vantaggio all’impresa la quale si comporta secondo il
principio “getting more by paying less”. Pertanto
l’esempio prodotto dagli autori a p.18 è fuorviante,
perché mai accade che i tipi B (p.18) si incontrano con
i tipi A. Accade invece che i tipi B sono parte di una
qualche organizzazione, così che il mutuo vantaggio si
realizza tra i tipi A e l’organizzazione. Ora, se
quest’ultima fosse, poniamo, una cooperativa sociale si
può senz’altro pensare di estendere il mutuo vantaggio a
tutti i soci della cooperazione. Ma se l’organizzazione
in questione fosse un’impresa capitalistica, cioè
un’impresa a fine di lucro, tale estenzione in nessun
modo potrebbe essere giustificata – a meno di introdurre
ipotesi ad hoc sull’alienazione dei lavoratori
dipendenti dell’impresa. Inoltre, l’argomento svolto a
p.3 a proposito del ruolo svolto dalla motivazione
intrinseca dei lavoratori di cura nel determinare esiti
di efficienza non mi pare corretto. Infatti, è vero che
il lavoratore con vocazione può accettare salari più
bassi rispetto al lavoratore senza vocazione – ciò che
rappresenta un vantaggio per l’impresa. Ma questo si
verifica solamente se l’impresa si adopera per aumentare
la remunerazione non monetaria (cioè intrinseca) del
lavoratore e questa operazione potrebbe più che
annullare il precedente vantaggio in termini di costo
dell’impresa. Chiudo con un’osservazione di carattere
generale. Qual è la rilevanza dell’argomento sviluppato
nel saggio per la realtà odierna? Il titolo del saggio
parla di “comprensione morale di relazioni di mercato”.
Ma quale tipo di mercato?
Come sappiamo, vi sono i mercati darwiniani, dove è di
casa la competizione posizionale e dove “chi vince
prende tutto e chi perde lascia tutto” (l’effetto
superstar di cui parla Shermin Rose) e vi sono i mercati
civili in cui vige la competizione cooperativa e dove le
distanze tra gli agenti tendono ad accorciarsi. Il
mercato cui pensava Genovesi era quello civile; quello
che Smith aveva in mente era invece quello capitalistico.
Questa è la differenza di fondo tra i due illustri
esponenti dell’illuminismo napoletano e scozzese.
Secondo. “What is the nature of the relationships
between trading partners in a market? “ (p.1) –
scrivono gli autori all’inizio del saggio. Ora, mentre
ai tempi di Genovesi i trading partners erano
basicamente soggetti individuali o quasi (artigiani,
contadini, famiglie), oggi i trading partners che
entrano in rapporti di scambio sul mercato sono
prevalentemente imprese di tipo capitalistico, oppure
individui singoli (lavoratori) che negoziano con tali
imprese. Ne deriva che la risposta alla domanda se la
relazione tra trading patners – così come percepita da
costoro – possiede o meno un contenuto morale dipende
dalla circostanza che a incontrarsi sul mercato siano
due persone, oppure due organizzazioni non profit,
oppure due imprese capitalistiche. E’ sorprendente che
in tutto il saggio qui in discussione il termine
capitalismo e l’aggettivo capitalistico non ricorrano
una sola volta.
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