|
Scarica
l'articolo in PDF
|
Lo sviluppo rurale nell’economia
globale: un ruolo per i partner sociali e le Ngo
Luigi Troiani |
Il concetto di
glocalizzazione
(il meglio di ciò che è globale si somma al meglio di ciò che è
locale), appare, nei tempi della globalizzazione, uno strumento
intellettuale ed operativo utile alle comunità rurali, in
particolare dei paesi in sviluppo (pvs). L’ipotesi glocal
offre opportunità che tendono ad annullare o ridurre fortemente i
rischi derivanti dalla globalizzazione, innalzando al tempo stesso
livello e qualità delle opportunità godibili. I presupposti del
localismo stimolano a miscelare, nella struttura del comportamento
scelto ai fini di una certa soluzione, l’esperienza e le opportunità
offerte dal contesto globale con quelle delle proprie origini locali.
Si pensi a un piccolo produttore agricolo di un paese del mondo (elemento
locale), che reperisca nel sistema globale di Internet, una via per
commercializzare il suo prodotto da importatori europei, o
statunitensi.
L’ e-trade, nell’esempio,
costituisce l’opportunità globale positiva ed efficace, il prodotto
il fattore locale. La capacità, la tecnica di marketing sarà fondata
sul “locale”, mentre lo strumento tecnologico permarrà globale.
Quando andiamo a connettere sviluppo globale e sviluppo rurale,
dobbiamo concordare su cosa si intenda come “rurale”. Aiuta la
definizione coniata dall’Ocse, basata sulla percentuale di
popolazione che vive in comuni rurali in una data regione: si parla
di 150 abitanti per km². Si badi che nel contesto europeo, le zone
rurali rappresentano il 92% del territorio Ue, con il 19% della
popolazione che vive in zone prevalentemente rurali e il 37% in zone
significativamente rurali. Il riferimento va quindi anche a regioni
ad alto tasso d’avanzamento socio economico, con valori nettamente
superiori alla percezione che comunemente ne hanno le opinioni
pubbliche.
Nell’enunciato del concetto di sviluppo rurale, si guarda a tre aree
principali: l’economia della produzione agroalimentare, l’ambiente e
l’economia rurale, la popolazione nelle zone rurali. Qui il
riferimento quasi esclusivo va allo sviluppo delle popolazioni che
vivono in ambito rurale: si è interessati allo sviluppo umano che
esse documentano o tendono a documentare. Altrimenti detto, pur
tenendo presenti le modalità dello sviluppo in termini materiali
dell’economia agricola, dei progressi o degli arresti che la filiera
agroalimentare riesce a mettere a segno, si dà attenzione non tanto
all’andamento della produzione e degli scambi, quanto a come le
risorse umane coinvolte, le famiglie, i villaggi, si trovano a
reagire, migliorando o peggiorando il loro livello di sviluppo umano.
Si terranno ovviamente presenti le esigenze del miglioramento della
competitività del settore agricolo e forestale, così come quelle
dell’ambiente e dello spazio rurale, ma ciò che maggiormente
interesserà sarà la qualità della vita nelle zone rurali e la
diversificazione dell’economia rurale. C’è un dato che obbliga a
procedere in questo modo: il 50% delle persone che soffrono di
malnutrizione cronica sono contadini.
E’ qui che s’inseriscono le considerazioni sui partner sociali. Si
tratterà di capire come gli imprenditori agricoli a vario titolo, i
prestatori d’opera, gli intermediari del mercato, utilizzino i
propri ruoli e le prerogative economiche e sociali di cui dispongono,
per migliorare la qualità della risposta agli stimoli della
globalizzazione dell’economia.
Agricoltura e società all’inizio del XXI secolo
Angus Maddison, nel fondamentale studio sulle fasi dello sviluppo
capitalistico[1] ha distinto, sotto il profilo storico sei epoche
economiche: pre-agraria (nomadismo, caccia, pesca), agraria (stabilizzazione,
stanzialità), imperialismo antico e ritorno alla società agraria,
agraria avanzata, capitalismo mercantile, capitalismo. Il braccio di
tempo esaminato riguarda circa trenta secoli, e incorpora la storia
dello sviluppo umano. Attraverso le sei epoche, la società rurale è
passata dal costituire l’esclusivo modo di esprimersi dell’essere
umano (salvo la differenza tra vita stanziale e quindi
autenticamente agricola, o nomade e quindi dedita piuttosto alla
caccia) a rappresentare il modo arretrato, in termini sociali ed
economici, con cui si rappresenta la vita associata e produttiva.
Solo in piccola misura le comunità dei paesi sviluppati sono oggi
dedite all’agricoltura. Al tempo stesso i paesi arretrati non
trovano nell’agricoltura modalità sufficienti a garantirne lo
sviluppo verso livelli accettabili e soddisfacenti di sviluppo umano
e produttivo. Ciò nonostante, nei paesi in sviluppo (pvs) in genere
e in enclave dei paesi
industrializzati, si ritrovano strutture economiche e sociali
tuttora basicamente strutturate intorno al primario. Ci si chiede,
di conseguenza, quale posizione possa rivestire il primario nella
scala di priorità di società ed economie che non intendono più
offrirgli i riconoscimenti ricevuti in altre epoche storiche, pur
nella consapevolezza della rilevanza che il primario continua ad
esercitare nel mondo e nell’economia contemporanei. Una delle
risposte offerte, è che il cibo e l’acqua dolce pur non costituendo
fenomeni rilevanti nei sistemi economico-sociali nazionali e nel
sistema dell’economia globale, si costituiscano in realtà come
fattore strategico nelle dinamiche delle relazioni internazionali.
Il che spiegherebbe perché tutti i governi attuino politiche
protezionistiche rispetto ai prodotti dell’agricoltura, e perché il
negoziato di Doha sia fermo proprio sulle questioni agricole.
Peccato che si tratti di politiche esclusivamente difensive, come
tali incapacitate a promuovere gli interessi strutturali delle
popolazioni rurali, che ruotano intorno al miglioramento della
competitività agricola, e all’innalzamento dei livelli di
sostenibilità dello sviluppo agricolo. Ciò accade perché l’economia
globale tende a mettere il mondo rurale a disposizione degli
interessi di soggetti imprenditoriali grandi e potenti. Questi sono
meglio organizzati, politicamente più significativi, con
incomparabili disponibilità finanziarie. La filiera agroalimentare
mondiale è costruita sul travaso di risorse verso i mercati ricchi e
potenti, da parte dei campi e delle piantagioni di zone meno
fortunate. Ma se è così, il protezionismo potrebbe risultare uno
degli strumenti che assicura la sopravvivenza del meccanismo di
ingiustizia, non il modo privilegiato per salvaguardare per i ceti
rurali il godimento di alcune tradizionali garanzie. Se si guarda ai
bisogni rurali nei paesi avanzati e in quelli arretrati, una
questione balza evidente. La remunerazione del lavoro di chi
produce, e la remunerazione di chi compra per rivendere, è in
ambedue le situazioni fortemente squilibrata a favore del compratore:
e però, il valore aggiunto che viene fornito dai paesi avanzati ai
beni agricoli importati dalle zone rurali dei paesi in sviluppo, fa
sì che la proporzione di ricchezza che resta nella ruralità
più arretrata sia immensamente bassa. E’ una situazione di
ingiustizia, oltre che di dispersione di ricchezza.
E’ un vulnus morale, ma anche economico inferto al sistema
internazionale degli scambi. Quando si parla del blocco delle
trattative di Doha, va tenuto conto (e non sempre lo si fa) di
questo dato strutturale, da cui nascono molti degli ostacoli alle
trattative internazionali sul commercio di derrate e prodotti
dell’agricoltura.
Squilibri tra zone rurali e cittadine continuano, peraltro, a
persistere anche in Europa. Le aree rurali dei 27 denunciano un
reddito pro capite che è di circa 1/3 più basso della media, con
scarsa partecipazione femminile al lavoro, servizi e infrastrutture
arretrati, istruzione superiore meno diffusa. Il territorio rurale
europeo si caratterizza per carenza di opportunità professionali,
culturali e lavorative, che penalizza in particolare le giovani
generazioni. Ovviamente queste considerazioni riguardano in modo
particolare le zone rurali dei paesi di recente ingresso nell’Unione.
Benché, con 15 milioni di posti di lavoro (8,3% dell’occupazione
totale) e il 4,4% del Pil, l’Ue sia il primo produttore mondiale di
prodotti alimentari e bevande, denuncia un settore polarizzato e
frammentato in termini di dimensioni. In particolare si rileva come
l’abbandono delle aree rurali, continui a produrre effetti negativi
sul piano ambientale e anche della preservazione delle specie
vegetali. In quest’ambito manca tuttora una politica specifica per i
giovani, in grado di fermare l’emorragia di risorse umane che
costituisce una delle questioni chiave, anche sotto il profilo delle
conseguenze familiari e sociali, della vita rurale europea.
Gli attori dello sviluppo rurale
Nelle economie avanzate come in quelle arretrate, si tarda a
prendere percezione della rilevanza che l’agricoltura rappresenta
per il futuro delle nostre società. E che le questioni legate allo
sviluppo rurale riguardano il futuro dell’umanità, visto che il cibo
e le bevande rimangono a fondamento di qualunque ipotesi non tanto
dello sviluppo, quanto dell’esistenza della specie umana. E quindi
della qualità che lo sviluppo agricolo deve assumere per essere
compatibile con i bisogni umani e ambientali. La constatazione tocca
in modo speciale la questione dello sviluppo nei paesi arretrati, e
dello sviluppo rurale dentro la questione generale dello sviluppo.
Si considerino alcuni dati. Agricoltura significa 11% delle terre
emerse del pianeta Terra. Con riferimento al terreno arabile
disponibile, il rapporto ettari/persona, nel periodo 1961-1963 è
risultato pari a 0,32. Era 0,21 nel periodo 1997-1999, ed è previsto
a 0,16 nel 2030. Questo significa che si va riducendo la superficie
agricola disponibile: il che richiede o nuovi terreni agricoli, o
ulteriore intensità nello sfruttamento/rendimento per ettaro.
Guardando i dati forniti dalla Fao, ci si confronta con situazioni
paradossali. Su base mondiale il 70% dell’acqua dolce[2] disponibile è
impiegata per usi agricoli. Sale all’89% in Africa, Medio Oriente e
Asia meridionale, realizzando un ingiustificabile spreco di risorse,
in regioni dove la mancanza d’acqua comporta anche un pesante
bilancio in vite umane. Gli eccessi irrigui danneggiano il 26% dei
terreni nei pvs con processi d’imputridimento o di salinizzazione.
Il dato cresce a causa dell’aumento delle piogge monsoniche e
dell’inaridimento di corsi d’acqua e grandi laghi, dovuto al
pompaggio idrico per fini agricoli, in particolare per la
coltivazione di piante come il cotone. Si tenga conto che sono già
250 milioni le persone toccate dai processi di desertificazione, e
che un miliardo d’esseri umani è a rischio di coinvolgimenti nella
desertificazione.
Sprechi paradossali che si ritrovano anche più evidenti nel settore
carni e affini. Negli Stati
Uniti sono 157 milioni le tonnellate di cereali, legumi e ortaggi
utilizzate annualmente per allevare e macellare 28 milioni di
tonnellate di proteine animali. Sempre negli Usa, i 2/3 del grano
esportato va in alimentazione animale. In Giappone si è registrato
nell’ultimo trentennio il 360% d’aumento nel consumo di carne. L’80%
dei bambini sofferenti di fame vive in paesi che impiegano buona
parte dei propri cereali per produrre carne da esportare nei paesi
ricchi. Si noti che per produrre un chilo di carne servono 100mila
litri d’acqua; per un chilo di soia bastano 2mila litri. 800 milioni
di persone potrebbero essere alimentate con il grano che ogni anno
viene destinato, nei soli Stati Uniti, per alimentare animali da
macello.
C’è poi il dato più allarmante, Secondo la Fao, gli allevamenti di
bestiame generano più gas-serra del sistema globale dei trasporti.
Le grandi mandrie e gli allevamenti intensivi costituiscono il 18%
delle emissioni globali di anidride carbonica e il 65% delle
emissioni di protossido d’azoto (prodotto dal letame) che sono 300
volte più pericolose di quelle dell’anidride carbonica. Il settore
agricolo costituisce inoltre una delle principali fonti di
impoverimento del suolo e in genera comporta un peggioramento della
qualità dell’acqua attraverso residui, pesticidi, concimi.
Ce n’è abbastanza per capire che la nostra epoca testimonia,
rispetto al sistema agrario, squilibri vecchi e nuovi. Da un lato le
scelte di politica macroeconomica, dall’altro l’uso o il malo uso
che si fa delle forme avanzate di progresso tecnico (si pensi agli
effetti di certa meccanizzazione, di certi antiparassitari, di certa
irrigazione artificiale arricchita, di certi invasi d’acqua a fini
irrigui con dighe invasive ed espulsione di nuclei contadini dal
territorio abitativo interessato). E poi la prepotenza di certi
regimi di accesso ed uso della terra, derivati da forme errate di
organizzazione sociale e/o politica.
Sono elementi che congiurano a rendere complesso l’affrancamento del
mondo rurale dai suoi bisogni storici. L’epoca dell’economia
cosiddetta globale, per certi versi, non solo non ha migliorato, ma
anzi peggiorato la situazione di zone agricole tradizionali.
I regimi esistenti di proprietà fondiaria possono così essere
riassunti:
• Terre comunitarie e terre collettive:
o società rurali a struttura tribale o patriarcale (es.: Africa sub-sahariana);
o terre collettivizzate nelle economie di piano e di caserma;
o altre forme di proprietà non individuale (proprietà statali, di
enti pubblici o religiosi, cooperative, usi civici, etc.) previste
dai sistemi d’economia di mercato;
• Terre di proprietà privata individuale:
o Piccola proprietà (parcellizzazione fondiaria), anche con
conduzione familiare e diretta;
o Latifondo e grande impresa (concentrazioni) organizzata come
impresa capitalistica con salariati, o affittata o appoderata (mezzadri)
in Europa; haciendas in America Latina; latifondo estensivo con
braccianti sottopagati che danno rendita al proprietario.
La segmentazione sociale che corrisponde a detti regimi giuridici
esprime due estremi:
• Organizzazione della produzione di tipo feudale (sud e sud est
asiatico)
• Latifondismo (America Latina), che motiva, tra l’altro, azioni di
forte contestazione sociale come in Brasile l’azione dei Sem terra.
Certo che elementi come la qualità del suolo, l’affluenza e la
regolazione dei flussi delle acque per irrigazione, il clima e in
particolare l’esposizione al sole e il tasso d’umidificazione
dell’ambiente finiscono per influenzare l’efficienza delle
produzioni e il rendimento dei terreni. Ma su tutto, inevitabilmente,
prevale la forza del fattore umano. Casi di scuola fanno giustizia
di qualunque dubbio in proposito. Si guardi a quanto sia sviluppata
l’agricoltura in Israele e quanto risulti arretrata in genere nei
paesi arabi confinanti. Si guardi a cosa ha fatto la cattiva
politica e il pessimo management nelle terre del Sahel, il cui nome
ha identificato una delle fasce terrestri più floride d’Africa prima
di divenire segno di desertificazione e carestia. E che dire dei
disastri ambientali causati dall’homo “sovieticus” nelle terre
intorno al mar d’Aral e nelle zolle nere d’Ucraina?
Anche lo scambio ineguale
tra “metropoli” e “campagna” dipende dal fattore umano. E così il
peggioramento delle ragioni di scambio. In questo l’economia globale
ci ha messo del suo, accrescendo le occasioni in cui i pvs cedono a
prezzo basso i propri beni in quanto materia prima, semilavorati, o
derrate agricole, per dover poi acquistare beni prodotti in paesi
sviluppati, a condizioni costose, visto il valore aggiunto che quei
paesi sono in grado di attribuire ai loro prodotti. Senza
trasferimenti di know how, di produttività, di tecniche manageriali,
la forbice tra industrializzati e non tenderà a crescere
ulteriormente. Non ci sono scorciatoie per muovere l’agricoltura dei
paesi arretrati fuori dal circolo del sottosviluppo. Si tratta di
creare le condizioni per un’agricoltura che non sia più di
sussistenza, che non risponda ad esigenze neocolonialistiche. Si
potrà obiettare che laddove, in detti paesi, l’agricoltura ha
cercato la sua strada verso una maggiore redditività e valore
aggiunto, si è trovata troppo spesso a finire preda di
multinazionali, lasciando all’estero il godimento della più parte
dei prodotti migliorati.
E’ la storia delle agricolture di piantagione: ottimi esempi si
ritrovano nel sud America, nel sud est asiatico, intorno al golfo di
Guinea, nel meridione orientale brasiliano. Le compagnie
multinazionali se impiantate in loco per la produzione diretta di
beni come cotone, frutta, zucchero da canna, caffè tè e cacao,
commercializzano e mantengono a sé ogni valore aggiunto. Se si
servono di produttori locali, raccogliendo le derrate a fini di
commercializzazione, allocano per i produttori locali una parte non
certo cospicua del valore aggiunto. Risulta evidente che i
produttori singoli di piccole medie dimensioni trovano un potere
contrattuale multinazionale prossimo al ricatto. Non così quanto
l’interlocutore diventa associato e gode di una sponda di
solidarietà internazionali: qui il potere contrattuale tende ad
essere, nelle due parti, potenzialmente pari. Si prospetta peraltro,
in quest’ambito, il rischio che vicende strettamente aziendali o
settoriali, possano assumere spazio politico, per il legame
strategico tra prodotti agricoli e politica nazionale. Si guardi al
caucciù nel sud est asiatico specie per Indonesia e Malesia, al
cacao nei paesi africani del golfo di Guinea e in Brasile; alla
palma da olio in Malesia; al caffè in Brasile, Costa d’Avorio e
Colombia. Di nuovo l’elemento umano, appropriatamente organizzato,
può modificare situazioni che sembrano strutturali. Perché anche per
queste nazioni e per questi sistemi rurali, esiste l’alternativa di
un’agricoltura capitalistica, quel tanto speculativa da investire
grandi somme su grandi spazi, per mano d’opera contenuta. Nei climi
temperati, in questa direzione sono andati le grandi pianure
statunitensi, l’Australia occidentale, gli altipiani del Venezuela,
la steppa sudafricana, la pampa argentina.
Quando la teoria non è “pratica”
Si è spesso letto che l’economia rurale e lo sviluppo agricolo
costituiscono la prima fase dell’accumulazione capitalistica,
necessaria a finanziare il take off
delle società in vista del landing
nell’economia industriale e nella felicità dei falansteri
urbano-industriali. La marginalità agraria, in questa teoria, è
pressoché totale. L’agricoltura è gradita perché riesce a togliersi
dalla circolazione il prima possibile, e che ciò avvenga costituisce
garanzia di successo. Questa teoria è stata orribile per le comunità
rurali: essa non ha contemplato nessuna ipotesi di sviluppo rurale
autocentrato e autofinalizzato.
Se questa teoria rispondesse al vero, il ragionamento che qui si sta
proponendo, ovvero quello di comunità e società agricole centrate
sul miglioramento della propria performance,
sulla consapevolezza delle proprie potenzialità e possibilità di
perdurare dentro i fenomeni di sviluppo, non avrebbe evidentemente
modo di tramutarsi in realtà. La teoria, che rende la comunità
agricola ancella dello sviluppo industriale, ha come conseguenza di
indirizzare investimenti e sostegno alle infrastrutture di servizio
alla produzione e al commercio, senza progetti per lo sviluppo di
comunità rurali destinate comunque ad assottigliarsi se non a
scomparire.
La tesi del take off fu
anche chiamata “della modernizzazione”. Vi fece seguito quella della
“rivoluzione verde”. Aumento
della produttività e dei volumi costituì il verbo degli ani Settanta:
mercato, capitale e investimento il fattore trinitario da soddisfare.
Fu l’invasione delle campagne da parte di pesticidi e fertilizzanti,
nuovi materiali, sementi a più alto rendimento, pompe di irrigazione
e meccanizzazione ovunque e sempre. Sappiamo tutti come andò quella
vicenda: per un po’ funzionò, poi il terreno si disse esausto, e i
rendimenti si fermarono su livelli che solo più massicce dosi di
chimica avrebbero potuto nuovamente muovere in alto. Inoltre, nuove
consapevolezze scientifiche e ideologiche iniziarono a scoraggiare
una rivoluzione che tutto sembrò fuorché “verde”, e che proprio i
vari green e Grünen
del mondo avanzato avrebbero presto voluto sconfiggere. Il costo
dell’operazione risultò eccessivo a molti contadini e abitanti delle
aree rurali: le sementi, ad esempio, che un tempo erano gratuite e
si riproducevano naturalmente, venivano ora rese bene di scambio e
diventavano piuttosto costose.
Il guadagno dell’operazione risultò benefico per le multinazionali.
Le multinazionali che operano nel primario hanno creato, con la
rivoluzione verde, una catena del valore che dà piena soddisfazione
ai presupposti degli investimenti tecnologici e commerciali
effettuati. Soffre semmai l’agricoltura piccola e media, e con essa
il suolo che risente dello sfruttamento intensivo. Soffre anche la
diversità ambientale e delle specie, mentre gli standard industriali
prendono il posto di troppe colture tradizionali. Molte specie
tradizionali soffrono malattie impreviste, la biodiversità è messa a
rischio.
E’ proprio l’esperienza della “rivoluzione verde” a dettare alcune
considerazioni:
• può darsi aumento della produzione materiale, in assenza di
miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali e
quindi dello “sviluppo rurale”;
• interventi esogeni non sempre hanno la capacità di mobilitare in
modo appropriato le risorse locali e endogene, ponendosi
obiettivamente come ostacolo allo sviluppo rurale;
• l’accesso delle comunità rurali e delle persone che ne fanno parte,
insieme all’ampliamento delle disponibilità in termini di libertà
individuali e di risorse riguardanti il capitale sociale e civico,
s’impongono come elemento indispensabile per la valutazione positiva
delle esperienze di sviluppo rurale.
Si tratta di seri limiti di un modello di sviluppo rurale, che ha
dettato legge per decenni. Si tratta di limiti che la
globalizzazione può accentuare, specie quando non è in grado di
promuovere quelle formule di glocalismo alle quali si è fatto cenno
in apertura.
Lo sviluppo rurale ai tempi dell’economia globale
Per una buona vicenda di sviluppo rurale, soddisfacente sotto il
profilo dei bisogni delle popolazioni che vivono nella realtà rurale,
occorre garantire il soddisfacimento di alcuni requisiti:
• le misure invasive ed esogene vanno limitate al minimo;
• le risorse locali vanno valorizzate il più possibile, e preferite
quelle rinnovabili a quelle one shot;
• l’intersettorialità va premiata in modo adeguato perché promuove
la comunità, e i momenti di rappresentanza e di partenariato sociale
al suo interno;
• la famiglia, insieme al capitale umano, deve essere valorizzata in
modo appropriato, anche attraverso la promozione dell’istruzione e
della formazione, utilizzo di tecnologie amiche, misure sociali di
supporto;
• gli attori sociali dello sviluppo locale devono essere valorizzati
anche attraverso il coinvolgimento diretto nelle azioni che i
partner sociali sono in grado di avviare e condurre, così da
garantirne il protagonismo nelle vicende del dialogo e della
solidarietà sociale;
• vanno attivati percorsi adatti per lo sviluppo rurale, che possano
esplicarsi in armonia con lo sviluppo in generale delle società
nelle quali detto sviluppo va a collocarsi, al fine di disporre di
meccanismi sinergici tra le diverse attività rurali, tra quelle
agricole e non. Si pensi alla rilevanza dell’artigianato,
dell’industria di packaging,
conserviera, etc.;
• vanno disposte azioni politiche che inseriscano lo sviluppo rurale
nel solco di riforme sociali quali la fruibilità di sanità,
sicurezza sociale, istruzione, pensioni;
• va garantita una qualità della vita rurale, tale da scoraggiare i
fenomeni macro di esodo di giovani dalle campagne.
Così orientati strategicamente, strumenti come l’assistenza tecnica,
il credito agricolo, strutture comuni di magazzinaggio, sementi e
fertilizzanti, riacquistano la capacità di saper sviluppare la
produttività sia delle terra che dell’uomo, allontanando lo spettro
della povertà non solo materiale ma anche morale.
Sono, l’insieme di questi fattori, garanzia che lo slogan dello
sviluppo rurale sostenibile,
diventi una realtà effettiva, tale da valorizzare le
specificità culturali che
appartengono storicamente alla vicenda dello sviluppo rurale.
In qualche modo il concetto di sviluppo rurale sostenibile
costituisce l’attuale punto d’arrivo della riflessione, tale da
risolvere molti dei problemi presentati da altre soluzioni esaminate.
Per essere tale, il modello di sviluppo proposto ad una società
rurale, deve contenere i seguenti punti:
• flessibilità e adattabilità al contesto locale nel quale viene a
porsi;
• capacità di essere economicamente remunerativo e autosostenibile;
• rispetto dell’ambiente e delle sue prerogative;
• equità nella distribuzione dei benefici e dei profitti tra
partner, soci, stakeholder,
e tra generazioni attuali e future.
Secondo una posizione del 1989 del Consiglio Fao, l’agricoltura
sostenibile per lo sviluppo rurale (Sard) è “gestione e
conservazione delle risorse naturali, orientamento del cambiamento
tecnologico e istituzionale nella direzione del raggiungimento, nel
tempo, della piena soddisfazione dei bisogni umani, per le
generazioni attuali e quelle future”.
Si può aggiungere che Sard significa anche conservazione di suolo,
acque, risorse genetiche delle piante e degli animali, ed è attento
alle implicazioni sociali del suo modello, tanto che mette in cima
ai suoi risultati auspicabili, nei livelli rispettivamente locale,
regionale, globale:
• la sicurezza alimentare,
• l’occupazione rurale e produzione di reddito (contro povertà),
• la conservazione delle risorse naturali e protezione dell’ambiente.
Si può obiettare, anche con buoni argomenti, che questo modello,
rinunciando alla quantità di prodotti garantiti, almeno nel breve,
dai sistemi intensivi dell’agricoltura verde, rischia di far
diminuire le scorte alimentari e danneggiare nel medio periodo la
sopravvivenza di popolazioni tuttora tormentate dal problema della
fame e della sete. Si osservi a questo proposito, quanto segue.
Nonostante il cibo attualmente disponibile, risulti sufficiente ai
bisogni mondiali, esso non è distribuito in modo conforme ai bisogni,
quindi continua la fame e la sete in diverse zone dal pianeta. Il
fatto che in certe zone si produca e si commerci cibo, non ha
significato l’arricchimento e l’avanzamento di quelle zone rurali.
Con tali fatti a bilancio, occorre prestare la dovuta attenzione ad
alcune indicazioni apparentemente incontestabili, sui danni che
tecniche non auto-limitanti possono arrecare alla filiera
agroalimentare, ad esempio riguardo alle produzioni animali, o
all’uso di infestanti, al degrado del terreno, con territori in
sofferenza per inquinamento, salinizzazione, perdita o riduzione di
fertilità. Si pensi, per richiamare un dato a tutti noto, che
le proiezioni indicano un aumento del 50% della domanda mondiale di
cibo entro il 2050. Bene. Le
perdite generate dagli infestanti si stimano tra il 25 e il 50%,
guardando in particolare agli infestanti che danneggiano la salute
degli animali e del bestiame, e indirettamente quella umana. Si deve
anche richiamare come le sementi geneticamente modificate stiano
avendo un impatto non propriamente positivo sui piccoli agricoltori
del sud del mondo, soprattutto in Africa, benché la diffusione di
Ogm passi spesso attraverso più o meno mascherate politiche di aiuto
allo sviluppo, che sembrano considerare la società rurale come una
vasta zona di passività da manipolare. Un’altra questione a cui
rivolgere l’attenzione, in quest’ambito, è quella energetica Al fine
di preservare la qualità del prodotto agricolo, occorre accrescere
le dosi di energia pulita e rinnovabile utilizzate nella filiera
agroalimentare.
Non si sottovaluti, peraltro, la valenza che, in termini politici,
quindi in termini di influenza sulla stabilità del sistema
internazionale, viene ad avere la conduzione e lo sviluppo corretto
del mondo agricolo e della sua cultura rurale. La sicurezza
alimentare è da tempo riconosciuta
come uno dei fattori di base della sicurezza del sistema dei
rapporti tra i popoli e tra gli stati. Vi è tuttora
sottoalimentazione in Africa, mentre si affaccia nei paesi
economicamente avanzati, lo spettro, altrettanto letale della
sovralimentazione, in assenza di corretta integrazione tra valori
nutritivi e gusto. Statisticamente 800 milioni di persone vivono con
meno di 2200 calorie quotidiane (soglia di benessere fisiologico).
Se la questione riguarda circa un miliardo di persone che non godono
di condizioni per il cibo sufficiente, 10 milioni tra di loro
muoiono letteralmente per fame ogni anno. Dietro la fame non ci sono
solo ragioni climatiche, e legate ai cicli produttivi. Le più
significative sono ragioni politiche, culturali, economiche in senso
lato. Ora l’accesso di tutti ad una quantità di cibo
sufficiente ad una vita sana e riproduttiva,
è la condizione minima che la cultura rurale deve pretendere. E
perché questo sia ottenuto, serve evidentemente un potere
d’acquisto che lo consenta.
Nonostante taluni miglioramenti, nonostante la Fao pubblicizzi un
progressivo miglioramento della situazione, si prevede che ancora
alla fine del terzo decennio di questo secolo gli individui
denutriti assommeranno a quasi mezzo miliardo.
Sembra di poter ragionevolmente attribuire la responsabilità per il
perdurare della insicurezza alimentare, all’uomo, in particolare a
come gli stati e le imprese conducono la politica e l’economia.
Si prenda, ad esempio, la questione dell’accesso al credito
per le piccole imprese agricole, e il rapporto che questa situazione
riveste nel passaggio delle derrate agricole dalla produzione locale
alla distribuzione multinazionale.
Nell’ultimo decennio dello scorso secolo la grande distribuzione
organizzata ha generato un enorme controllo sui mercati mondiali dei
prodotti alimentari. Nel 2004, a livello mondiale, le prime 30
catene di vendita di prodotti di largo consumo per fatturato,
avevano raggiunto il 33,5% del mercato totale, contro il 29 di
appena 5 anni prima. Così si sono alterate le condizioni prima
esistenti per l’accesso dei produttori alla distribuzione. Pochi
gruppi finanziari tendono a integrare orizzontalmente e
verticalmente il mercato mondiale delle derrate e dei prodotti.
Bisogna inserirsi in questo gioco in modo attivo, per non restare
fuori dal controllo delle filiere agroalimentare dei nostri tempi.
Il commercio equo e solidale
si propone come una risposta, ma è parziale e di peso relativamente
ristretto. Il commercio agroalimentare, gestito dai lavoratori
emigrati che diventano imprenditori è un’altra soluzione adottata.
Di più possono certamente due strumenti finanziari come il
microcredito e l’utilizzo delle
rimesse dall’estero. Le rimesse di valuta dall’estero, in termini di
movimenti finanziari verso i paesi in via di sviluppo (Pvs) da
economie avanzate e da Pvs (questi ultimi generano tra il 30 e il
45% delle rimesse, si pensi ai casi di Malaysia e Sud Africa
rispettivamente verso Asia e Africa povere), hanno raggiunto una
cifra pari al totale degli investimenti diretti esteri (Ide) nei Pvs.
Nel 2005, secondo la Banca mondiale, gli immigrati dai paesi poveri
hanno spedito a casa, attraverso i canali di trasferimento
istituzionali come banche servizi postali e money transfer,
più di 167 miliardi di dollari, superando di due volte l’importo
atteso dalle politiche d’aiuto. Lo stesso rapporto informa che una
stima di quanto si muove nei canali informali di trasferimento,
consiglia di far lievitare la somma delle rimesse di un ulteriore 50
per cento. Stando alle cifre ufficiali, si tratta di ammontare
significativi per le economie locali, che possono fornire un buon
volano sia per lo sviluppo interno che per le collaborazioni
imprenditoriali e commerciali con l’estero. L’India, primo paese in
quanto a rimesse estere calcolate in dollari, riceve quest’anno
quasi 22 miliardi, pari al 3,1% del Pil. Le Filippine mettono in
cassa quasi 15 miliardi, per un valore percentuale sul Pil del
13,5%. La Giordania, con un importo che non arriva ai 3 miliardi, ha
dalle rimesse più di 1/5 del suo Pil; meglio fa solo Haiti che
riceve dai suoi emigrati quasi ¼ del Pil. Le rimesse in Giamaica,
poco più di un miliardo, significano il 17,4% del Pil, e più vicino
a noi in Serbia 5 miliardi di rimesse rappresentano il 17,2% del Pil.
Un cenno al cosiddetto Digital Divide:
l’agricoltura avanzata utilizza gli strumenti della
Information Society sia nella fase
di produzione che in quella di commercializzazione. Come può la
ruralità dei pvs competere soffrendo quest’ulteriore handicap nella
corsa allo sviluppo? Qui davvero l’azione dei partner sociali e
delle associazioni benefiche può risultare molto efficace:
l’obiettivo è quello di fornire le comunità agricole di quegli
strumenti informatici e comunicativi che possono in positivo
influenzarne la curva della crescita.
E ancora, altra fonte di sviluppo ritardato se non di sottosviluppo:
la situazione femminile. E’
la metà della popolazione che spesso è messa da parte da chi ha già
poche risorse. Operare per promuovere il ruolo della donna, e della
donna imprenditrice agricola è anch’esso elemento di sviluppo rurale
in un contesto globalizzato.
Alcune indicazioni di azione
Le organizzazioni che operano nella ruralità, specie se di
ispirazione cattolica, vivono della cultura del fare. Questa cultura
suggerisce che, se si vuole salvaguardare la persona, la ricchezza
che esprime come singolo o associandosi ad altre persone creando la
famiglia e l’insieme delle famiglie, occorre rifiutare la
tesi del villaggio globale unico e
necessario, contribuendo ad edificare l’insieme armonico di
villaggi diversi, ciascuno con
proprie dinamiche e culture, in grado di operare e dialogare
all’interno dei singoli fenomeni globali.
Uno di questi villaggi è la Cina. La sua società rurale pari ad
almeno 800 milioni di esseri umani, è sofferente, sfruttata da
quella parte della Cina che si sta sviluppando ai tassi mostruosi e
agli altissimi costi umani e ambientali che conosciamo. Il destino
della Cina, quindi dell’Asia, quindi della nostra economia vista la
rilevanza che ormai rappresenta per tutti, si deciderà sulla partita
dello sviluppo rurale, tant’è che gli stessi dirigenti del partito e
dello stato stanno ora iniziando a corteggiare la grande campagna
cinese, cercando di rimediare ai costi elevatissimi che sono loro
stati imposti. Con tutta la prudenza e la sapienza del caso, si
possono assumere iniziative verso la sterminata campagna cinese,
tanto più che si tratta di un paese in cima alle preoccupazioni
della Santa Sede.
Un’altro di questi villaggi è il mondo arabo, in particolare quello
che si affaccia sul Mediterraneo. Aprire un dialogo serrato con il
mondo rurale di quei paesi, potrebbe avere un impatto non
indifferente anche nella corrente discussione tra modelli culturali
e religiosi dominanti, con effetto sicuramente benefico rispetto
all’opportunità di contrastare certe tendenze estreme che si
manifestano in quelle società, potendo condurre a interessanti
sviluppi di collaborazioni culturali e operative.
Un altro villaggio è quello della sofferenza, delle malattie. Quanti
dei mali endemici, dei nuovi mali dei nostri tempi, hanno a che
vedere con il mondo rurale! L’ultimo dell’elenco è l’aviaria, ma
ricordiamo mucca pazza, le epidemie da effetto serra, le pandemie da
riscaldamento climatico, gli sconvolgimenti nelle colture agricole e
nei territori rurali dovuti ai cambiamenti climatici. Possono essere
influenzate, in alleanza con l’azione dell’Organizzazione mondiale
della salute Oms, le scelte dei governi, partendo dalla
constatazione tutta religiosa e morale che quando si viola
l’equilibrio della natura e il suo ordine preordinato, le
conseguenze possono divenire catastrofiche.
E’ evidente che, per sanare i ritardi culturali e socio-economici
dell’insieme di questi “villaggi”, occorrono misure che premino il
capitale umano, che proteggano e incrementino la disponibilità delle
risorse naturali. Servono anche politiche che tengano conto del
bisogno di infrastrutture di servizio, all’interno di un equilibrio
tra esigenze globali, regionali, locali degli ecosistemi.
NOTE:
[1]A.
Maddison, Phases of Capitalist Development, Oxford Un. Press,
1982.
[2]
Acqua dolce è bene scarso, rappresentando solo il 2,5% del totale di
acqua presente in natura. Lo scioglimento dei ghiacciai e delle
masse ghiacciate polari peggiora ulteriormente la questione delle
disponibilità idriche.
Scarica
l'articolo in PDF
|