Il profitto Paul Hop
Il denaro costituisce una tecnica, un mezzo inventato dalluomo per facilitare il dominio sulla natura e simpone oggi come condizione sine qua non alleconomia. Indispensabile al funzionamento delleconomia, il denaro può contribuire alla promozione delluomo come al suo degrado. Il suo potere è così grande, che è fatto oggetto dei più vigorosi interrogativi etici. Per conseguenza, ha suscitato nella tradizione cristiana le reticenze e i sospetti più consistenti. Si conosce laffermazione magistrale dAristotele: "Il denaro non genera il denaro". San Tommaso lo riprende testualmente e nelleconomia statica del Medioevo linteresse fu considerato come in sé condannabile. Infatti, nel contesto di uneconomia di sussistenza, sia agricola sia artigianale, lusuraio presta allindigente che conosce un periodo difficile e si trasforma quasi sempre in uno sfruttamento. In questa prospettiva, le tradizionali proibizioni canoniche del prestito ad interesse furono un meccanismo etico per proteggere i poveri. Quando il commercio si sviluppò attraverso le fiere, le crociate e soprattutto in seguito alla scoperta dell'America, il prestito diventò più prestito di produzione e non soltanto di consumo. Il ragionamento di Aristotele è ormai smentito dallesperienza, poiché denaro genera chiaramente denaro. Daltro lato, Tommaso stesso trova del tutto normale che le merci scambiate non siano di pari valori. Le cose sono diverse nel commercio: qui il profitto non ha niente a che far con la necessità della vita. Quindi nulla impedisce che il profitto venga ordinato a qualche fine necessario, o anche onesto. E così il commercio viene reso lecito, quando procura un profitto moderato, ricercato tramite il commercio; quando è per il sostentamento della famiglia o per laiuto degli indigenti, o anche per lutilità pubblica o quando il profitto non è un fine, ma una ricompensa per il lavoro (cf. S.Theol., II-II,q.77,a.4). Malgrado questa valutazione tommasiana del profitto, la Chiesa continuò a proibire il principio del prestito a interesse, per molto tempo ancora. A causa di una mancanza di analisi della realtà, si identifica sovente il prestito di produzione con quello di consumo, interpretato sempre in termini di usura. Ancora nella Rerum Novarum, Leone XIII affermò: "unusura divoratrice, condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori" (RN.2).
Arthur F. Utz si ubica nelleconomia dinamica che implica essenzialmente la ricerca della crescita e del guadagno. Il rischio e la perdita del denaro per le decisioni errate sono anche alti. "Considerando che la stabilità del valore del denaro non è garantita, limprenditore prudente cerca infatti di finanziarsi il più possibile da sé. Inoltre egli ha bisogno di un ritorno di profitto per correggere eventuali decisioni errate (riserve segrete)" (Utz, Etica economica, p.302). In questeconomia dinamica in cui la proprietà privata domina come principio ordinatore, il profitto appartiene quindi di sua natura al proprietario dellimpresa. Nel caso di un prestito concesso per investire, il denaro diventa fonte di ricchezza. Il potere del denaro è così grande che non può essere abbandonato a se stesso. Occorre una regolazione etica, per cui linteresse deve essere moderato come un farmacista fa quando utilizza un veleno: una moderata quantità può guarire, ma quando si va oltre una certa misura risulterà mortale. Naturalmente limprenditore ha la preoccupazione per il futuro della sua impresa e cerca il profitto per poter raggiungere questo fine. A. Utz nota: "In che misura il fisco possa tassare i profitti, è una questione spinosa. La tassa sul profitto può facilmente paralizzare lattività dellimpresa, soprattutto oggi che lo Stato, contraddicendo lo spirito delleconomia di mercato, accolla allimpresa tutti i possibili compiti sociali, anziché, come leconomia di mercato esige propriamente per funzionare bene, lasciare per quanto possibile ai singoli la previdenza individuale, cosicché ognuno paghi da sé ciò che desidera avere per sé nel futuro. Ciò presuppone comunque che lo Stato prenda sul serio la propria responsabilità per la stabilità del valore del denaro" (Etica economica, p. 306).
Ma che cosa possono fare degli Stati dispersi di fronte alla globalizzazione del mercato? Letica economica dovrebbe sottolineare la necessità di superare la sovranità degli Stati per sviluppare delle strutture politiche sovranazionali, capaci di controllare i flussi monetari e finanziari. E proprio per questa sfida che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo propone una governance globale per stabilire un nucleo comune di valori, criteri, standard e attitudini, un senso di responsabilità e di obbligo largamente condivisi non soltanto da parte dei singoli individui, ma anche da parte di governi, imprese e organizzazioni di società civile (cf. UNDP, Rapporto sullo sviluppo umano 10: la globalizzazione, 1999).
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