Il blocco dello sviluppo nell'Asia Orientale Luigi Troiani Per la ricerca dei fattori che accelerano o decelerano lo sviluppo in paesi o regioni ad arretratezza economica e sociale, sono disponibili molteplici indicatori. In genere, sulla scia della lezione di Schumpeter1, si guarda allinfluenza esercitata dalla tecnica e dalla tecnologia, nelle fasi di decollo, consolidamento e decelerazione dello sviluppo: la capacità di invenzione, di acquisizione dellinnovazione di processo o di prodotto, la diffusione del progresso tecnico diventano, in questanalisi, ragioni indiscusse del successo o insuccesso di un dato sistema economico. Il movimento demografico è un altro elemento su cui cade lattenzione degli analisti. Oltre il classico paradosso malthusiano, molti autori2 utilizzano categorie come gli indici di natalità/mortalità, i numeri delle migrazioni/immigrazioni, e altre vicende tipicamente demografiche, per illustrare situazioni di sottosviluppo e di sviluppo. Quantità e qualità dellistruzione dei gruppi dirigenti trovano anchesse considerazione. Così le catastrofi naturali e le guerre, i rivolgimenti sociali e le invasioni straniere. Rara avis, qualche autore invoca una riflessione sul grado di consapevolezza civica e di impegno sociale dei gruppi dirigenti, sul loro rispetto per le leggi e le regole del gioco, sulla capacità/incapacità di funzionare come collante di solidarietà socio-culturale: così, muovendo da radici culturali e metodologie diverse, Giorgio Fuà in un aureo libretto dedicato al ritardo di sviluppo in Europa, e Fukuyama nel già classico Trust3. Il limite di queste teorie interpretative sta nellapproccio an-umano4 con cui utilizzano le leggi delleconomia, e la bassa rilevanza che annettono allapporto delle scienze sociali e politiche nella comprensione dei fatti economici. I loro autori sottovalutano, salvo poche eccezioni5, il fatto che, essendo quella economica attività eminentemente umana, le fasi di decollo economico e/o di declino o arresto dello sviluppo non possono non essere funzione soprattutto della strutturazione che una determinata società viene ad assumere in una certa epoca storica, delle relazioni di causa ed effetto che si instaurano tra organizzazione del sociale, sistemi di valore, assetti politici, e le accelerazioni/decelerazioni dello sviluppo. In tale contesto, con riferimento allattuale blocco dello sviluppo economico nellAsia orientale, in particolare in quella di sud est, si avanzano qui interpretazioni che, rispetto allabbondante letteratura disponibile sulla crisi asiatica, spostano la riflessione piuttosto sugli aspetti sociali e socio-politici ad essa collegati. Si osserva che:
Nellestate 99 la situazione, sotto il profilo finanziario ed economico, si presenta come segue: Thailandia, Corea, Indonesia, Malesia, si preparano ad uscire dalla recessione, con le situazioni migliore e peggiore rispettivamente in Corea e Indonesia. Singapore, Taiwan, Hong Kong, grazie a una base finanziaria più strutturata e riserve cospicue, resistono meglio, ma i loro mercati di esportazione ed altre opportunità di crescita tendono a restringersi. Il Giappone, che negli ultimi sette anni è cresciuto del 5,5%, ovvero ad una media inferiore all1% annuo, mostra qualche segno di ripresa. La Cina è in bilico, tra la conferma della crescita, anche se a tassi inferiori agli ultimi anni, e il precipizio dello scoppio della contraddizione tra autoritarismo politico e liberalizzazione progressiva delleconomia. Il peso del debito estero7 si è, nel frattempo, stabilizzato a livelli tra i più alti al mondo: 150 miliardi di dollari per la Cina (terzo posto assoluto dopo Brasile e Messico), poco meno per Corea e Indonesia, intorno ai 100 miliardi per la Thailandia, 50 per Malesia e Filippine. La metà dei primi dodici posti della classifica dei massimi debitori mondiali, è presa da paesi delloriente asiatico. Di confortante, in questambito, cè che, a parte lIndonesia (valore 30%), il rapporto del servizio del debito8 è su livelli piuttosto contenuti.
Sotto il profilo socio-politico, le società a più bassa disciplina e/o coesione sociale (Thailandia, Corea del sud) o con più evidenti ragioni di malessere sociale (Indonesia), hanno documentato prima del "contagio" regionale, meccanismi di rigetto dello stress da sviluppo intenso ed esogeno. Ma ovunque i gruppi dirigenti hanno mancato di curare il malessere dei corpi sociali con misure socio-politiche di accompagnamento, in direzione di maggiore democrazia, giustizia salariale, equità sociale tra ceti ed etnie. Si vedrà come, pur essendosi espressa nella regione, durante le tre decadi di sviluppo, la tendenza alluscita da povertà e indigenze estreme, si siano al tempo stesso confermati i livelli di ingiustizia e iniquità nella distribuzione della ricchezza. Non è stata sufficiente, per resistere al grande colpo del ritiro dei finanziamenti internazionali del 97, la disponibilità di capitali che laccumulazione di risparmio interno metteva a disposizione. La svalutazione repentina di decenni di risparmi, al contrario, è stato ulteriore elemento di accentuazione del rigetto. Questo si è così trasferito anche sul piano dei rapporti politici interni, come mostrano le insorgenze politiche9 in Indonesia e altri paesi dellAsean10, Corea, Cina. Nel 97, anno in cui esplode la crisi nelloriente asiatico, in sette dei nove paesi Asean si attua un cambio di leadership e in Cambogia, allepoca prossima allingresso nel gruppo come decimo stato, si realizza un sanguinoso colpo di stato. Il 98 esprime in Indonesia, paese il più esteso e popolato della regione, la fine del regime di Suharto, ultimo tra i fondatori dellAsean ancora al potere, e la sua sostituzione con Habibie. In Malesia, il primo ministro Mahatir Mohamad adotta misure giudiziarie contro gli oppositori, a cominciare dal suo vice Anwar. Altra situazione problematica si registra in Birmania dove il governo militare non mostra di voler attuare una riforma del sistema in senso democratico: così reprime le attività dellopposizione e del suo leader Aung San Suu Kyi. In Corea viene garantita una certa alternanza nel gruppo di potere. In Cina, dieci anni dopo la strage di Tien An Men, si va al cambio di direzione nel partito, alla riforma costituzionale, alle critiche neppure velate dellala tradizionalista al primo ministro Zhu Rongji della primavera 99. Allambito del rigetto dei meccanismi sinora vigenti appartengono le manifestazioni, anche violente, di intolleranza etnica e religiosa documentate in Indonesia, Filippine e Cina nellinverno 98-99, e il riesplodere di tensioni etniche tra cinesi e malay a Singapore allinizio del 99. La Sindrome di Supply Side Il "miracolo" asiatico nasce negli anni trionfali della reagonomics, una dottrina che ha dimostrato lindimostrabile, che il bene economico (ovvero la merce o il servizio che soddisfano un dato bisogno) precede il bisogno, che il consumo può non tener conto del reddito, che lequilibrio si raggiunge inondando il mercato di merci e prodotti finanziari a prescindere dalla domanda. La tesi cara agli economisti di quella scuola di pensiero è che occorra operare dal lato dellofferta, comprimendo le misure a sostegno della domanda o tendenti a porre la domanda in corrispondenza con i livelli dellofferta. Un suo corollario è lestremizzazione dei principi di libertà del commercio internazionale, con la liberalizzazione indiscriminata di concorrenza, prezzi e tariffe. Lerrore concettuale sta nellaffermare che lofferta possa prescindere dalla domanda11. Lerrore politico sta nellaver trasformato una teoria generata ad uso e consumo di una determinata fase della congiuntura statunitense, in strumento generale di politica economica, per giunta da estendere fuori dai confini americani. La reagonomics poteva (può) funzionare allinterno di uneconomia anomala come quella governata da Washington, basata su un potere contrattuale nei confronti dei partners industriali e commerciali esteri che è unico, indiscutibile e irripetibile; come unico, indiscutibile e irripetibile è lo strapotere della superpotenza statunitense in questo scorcio di fine secolo. La potenza americana e i suoi cittadini, di fatto, vivono a credito del mondo da quasi tre decenni12. Gli Usa stampano dollari per leconomia-mondo, lasciano che interi sistemi-nazione si dollarizzino (lArgentina in America latina e la Russia in Eurasia costituiscono gli esempi più eclatanti), godendo i benefici di una situazione in cui possono indebitarsi allinfinito senza mai essere chiamati a pagare il conto. Alla fine del 97 è stato calcolato che gli Usa disponessero di un consolidato tra deficit commerciale e delle partite correnti superiore ai 200 miliardi di dollari. Il debito estero netto supera oggi i mille miliardi di dollari, e cresce ogni anno del 15, 20%. Passività e impegni passivi verso il mondo girano intorno ai 4 mila miliardi di dollari. La cultura del "vivere a credito" non appartiene solo allo stato: il debito medio per famiglia statunitense equivale al totale della sua disponibilità di reddito. Per questo fallimenti di famiglie e imprese statunitensi si contano nellordine delle diverse centinaia di migliaia per anno; mentre, per inadempienze, restano bloccate carte di credito in una percentuale che supera il 5% delle carte circolanti. È la robusta iniezione di liquidità "dallestero" sul lato della domanda, a fornire contenuti di razionalità alle spericolatezze della supply side economics. Ma tutto ciò costituisce un fenomeno che, pur funzionale alla specificità del mercato statunitense in un dato periodo storico13, non appare esportabile, se non a prezzo di rischi piuttosto elevati. Rischi che tanto più si innalzano, quanto più leccesso di azione sul lato dellofferta riguardi paesi a struttura economica arretrata o a decollo recente. Non è sbagliato ritenere che proprio la reaganomics, in particolare le sue estremizzazioni in fatto di sovraesposizione dellofferta (di capitali e mezzi finanziari esteri), e di abbattimento repentino di ogni protezione al commercio con lestero, siano responsabili non ultime dei collassi finanziari e socio-economici accaduti in America Latina dapprima, quindi nel sud est asiatico14, nella seconda metà degli anni 90. Una crescita economica fondata sullintervento attivo dal lato dellofferta, si fonda essenzialmente su debiti contratti con investitori e finanziatori esteri, e crea, di fatto, una dipendenza strutturale dalle "convenienze" che lestero trova/non trova rispetto allo sviluppo di una data economia. Questo credito è inoltre gestito attraverso valute forti, come il dollaro e in Asia lo yen, tendenti al continuo apprezzamento: dello yen sul dollaro, del dollaro su tutte le altre valute. In questo modo il debito dei pvs non solo aumenta nel tempo per via di interessi e servizi al debito, ma anche per effetto del rischio unilaterale di cambio. Lirrorazione incontrollata delle ruote dello sviluppo da parte di un credito verso il quale i governi locali non hanno capacità né tecnica né politica di confronto, e il cui flusso è regolato in larga parte dalle aspettative al rialzo o al ribasso dei ritorni da parte degli investitori privati15 ha, tra i risultati, disponibilità finanziarie volatili, non direttamente collegate alle necessità della domanda locale. Può aversi eccesso di disponibilità finanziarie o difetto delle stesse: difficilmente si ha un punto dequilibrio congeniale alla sostenibilità dello sviluppo locale. Per giunta, lapertura subitanea e incontrollata al commercio internazionale, là dove prende luogo, espone le imprese interne, ad eccezione delle multinazionali, ad una competizione per la quale non sono ancora mature. Chi, a questo proposito, richiama lo spirito taumaturgico del mercato16, è ipocrita se non in mala fede. Lo stesso padre del mercato, Adam Smith, ha insegnato come altri più solidi e stratificati spiriti, gli animal spirits del capitalismo, siano, in assenza di adeguato controllo sociale e giuridico, portati a prevalere. Nel caso dello sviluppo asiatico, il gioco al rialzo dei rendimenti ha creato un forte afflusso di capitali nellarea e crescita di quasi tre decenni del prodotto interno con tassi anche a due cifre. Uneconomia solida e ordinata come quella di Singapore, governata col più classico dei pugni di ferro rivestito di velluto dal suo padre padrone Li Kuan Yu, ha ben navigato tra gli alti e bassi della congiuntura. Ma è stato lunico, invidiato, caso. Thailandia, Malesia, Indonesia, Corea, hanno accettato di spingere il motore dello sviluppo sino a romperlo, giocando alla competizione senza limiti con i vicini che veniva loro sollecitata dallofferta internazionale di capitali. Non si dimentichi che vi sono state difficoltà persino terminologiche per identificare, nel corso degli anni 80 e prima metà degli anni 90, quanto andava accadendo in fatto di sviluppo nel sud-est dellAsia. Si evocarono immagini come quelle delle tigri o dei draghi del Pacifico, si coniarono sigle come Nic (New Industrialized Countries), Nie (New Industrialized Economies), Dae (Dynamic Asian Economies), si ricorse ad immagini derivate dalla scienza dei motori (turbo-economie). Questo per dire come lanomalia di quel processo di sviluppo fosse stata avvertita, anche se il miracolo di una crescita fuori dagli schemi tese a far apprezzare gli indubbi aspetti positivi rispetto a quelli, successivamente verificati, di segno negativo. Quando leconomia ha tirato il fiato, sia perché taluni costi erano lievitati oltre il limite accettabile dal mercato sia perché la concorrenza commerciale internazionale si era nel frattempo attrezzata alla sfida, si è avuto il repentino crollo dei rendimenti, la retrocessione dei finanziamenti esteri, la caduta verticale del valore di titoli e valuta locali. Ha giocato negativamente in tale contesto, e qualcosa di simile lo si è visto anche in Russia durante la crisi finanziaria del 98, il fatto che la compressione del credito estero e interno, nonché lo scoppio delle bolle speculative sui titoli, si siano registrati in assenza di solide istituzioni e regole di mercato. Questassenza, e una cultura capitalistica generalmente arretrata, disabituata alla logica del medio-lungo periodo, non hanno consentito di gestire nel modo dovuto la crisi al fine di ridurne i costi macroeconomici e sistemici. Il case study più appropriato per lesemplificazione della curva delle aspettative crescenti/decrescenti qui richiamata, è nella vicenda altalenante del valore dellinvestimento immobiliare in Asia. Il primo caso di abbattimento di valore si ebbe a Singapore tra la fine degli anni 70 e linizio degli anni 80 con intere torri e mega-alberghi nuovi di zecca svalutati del 20-30% da una settimana allaltra. Qualcosa di peggio sarebbe toccato alla Thailandia: lafflusso massiccio di capitali e il boom del credito fu canalizzato, dagli investitori locali, anche nellindustria delle costruzioni e nella proprietà edilizia, gonfiando la bolla del valore immobiliare locale. Ancora alla metà degli anni 90 ci si poteva indebitare in yen a interessi vicini allo zero e mettere quel denaro nei grattacieli che avanzavano come fungaie tra le baraccopoli di Bangkok, promettendo rendite del 20% annuo. Già un anno dopo, con la contrazione delle esportazioni thailandesi e linizio delle cadute produttiva e salariale, cominciavano a pullulare le disdette di prenotazioni di uffici e i cartelli di "affittasi". Il caso più recente, tuttora in corso, riguarda la contrazione del valore delle grandi urbanizzazioni cinesi, che coinvolge decine di migliaia di edifici costruiti nello scorso quinquennio, sullonda del progresso economico del paese. In ambedue i casi si è registrato un consistente afflusso di capitali da parte delle comunità cinesi estere (segnatamente Hong Kong e Taiwan) e una canalizzazione di tali capitali nel settore immobiliare da parte di società partecipate da cinesi espatriati o discendenti di espatriati. Lo squilibrio tra offerta e domanda di spazi urbani per uffici ha fatto il resto. Nel caso di Pechino, la lunga teoria di torri vuote che fa ala alla superstrada che dallaeroporto conduce allinquinatissimo centro-città, è stata costruita in concomitanza con la candidatura alle Olimpiadi della capitale cinese, con lobiettivo di colpire favorevolmente il Comitato internazionale olimpico, che scelse invece Atene. A Shangai, nel caso si accentuasse la contrazione dello sviluppo cinese e si ufficializzasse il già avvenuto declassamento de facto della moneta nazionale17, si assisterebbe senzaltro a un fenomeno simile di abbattimento selvaggio del valore della proprietà immobiliare sorta come funghi dopo la pioggia, e lungo la superstrada dellaeroporto e nella zona ad alto sviluppo di Pudong. Una delle lezioni che vengono dalle considerazioni sin qui esposte è che il capitalismo turbo, la spinta speculativa, va benissimo per chi opera i prestiti, sempre che imponga a propria tutela le debite garanzie (ed è certamente il caso dei sapienti gnomi della finanza internazionale). Può andare meno bene per chi si indebita, perché quasi sempre la spirale del debito è inarrestabile, specie nel caso dei paesi in via di sviluppo, pvs, nei quali, come si è detto, le aspettative di crescita sono volatili per definizione e le disponibilità patrimoniali su cui fare affidamento relativamente scarse. La maturazione degli interessi comporta la rinegoziazione del debito, quindi nuove dipendenze dallestero e dalla finanza internazionale. Unaltra lezione è che gli effetti negativi dellaccumulo sul lato dellofferta, espressi tra il 97 e il 99 dal modello di sviluppo delloriente asiatico18, non possono essere lasciati alla sola soluzione del mercato. Se, dopo la prima caduta, Thailandia 97, si è dovuto assistere al blocco dello sviluppo in Indonesia, Corea, Malesia, ed ora al rallentamento in Cina, vuol dire che, proprio come nel gioco del domino, le tessere della crescita regionale si collocano in modo virtuoso o meno non in base alla cieca forza del caso (il "mercato" e lofferta sregolata), ma a seconda dei risultati ottenuti attraverso la capacità/incapacità dei giocatori (governi, imprese, etc.). Il Deficit Sociale e Politico La crisi delloriente asiatico, apertasi come sottrazione di risorse obbligazionarie e azionarie alla crescita locale da parte degli investitori esteri, trasformatasi in crack finanziario e valutario regionale, si è velocemente spostata sul terreno della struttura economica (contrazione dei rendimenti, quindi delle attività industriali e dei servizi), per tracimare, come si è visto, nel campo della politica. Licenziamenti e crollo dei salari reali nelle città con retrocessione dei ceti medi-alti, recesso verso la povertà e insalubrità di vita nelle profonde e miserande periferie urbane, fame miseria e riaccensione di malattie endemiche nelle campagne, costituiscono gli aspetti più evidenti dei risultati dei tre anni iniziati con la catastrofe finanziaria di Bangkok e la svalutazione del baht del 2 luglio 97. Si noti che il blocco dello sviluppo non ha toccato lintera Asia. La stessa Cina risulta, nella primavera del 99, abbastanza fuori dallavvitamento intervenuto nelle economie del sud-est, anche se la spirale critica continua a minacciarla e alcuni segnali19 lasciano intendere che, senza riforme che diano soddisfazione ai bisogni dei ceti medi urbani e contadini, la stessa Cina si troverà presto ad affrontare enormi problemi recessivi. Ci si chiede se sui processi qui richiamati abbia avuto qualche influenza il quadro socio-politico in cui lo sviluppo asiatico si è mosso. Detto in altro modo, se la profonda crisi in corso avrebbe potuto essere evitata, o meglio gestita, da sistemi di organizzazione sociale e politica diversi da quelli che hanno predominato nelloriente asiatico nei tre decenni dello sviluppo economico della regione. Ci si chiede ancora se il circolo virtuoso dello sviluppo possa riavviarsi, a prescindere dalle eventuali necessarie modifiche sul piano politico e socio-culturale. Per dare una risposta, occorre partire da quelli che appaiono essere gli elementi dominanti del cosiddetto modello di sviluppo asiatico, sotto il profilo dellorganizzazione socio-culturale e politica. Si ribadisce, peraltro, la necessità di non enfatizzare la rilevanza degli elementi comuni alle società sotto esame, dovendosi tenere in debito conto le differenziazioni nazionali, etniche e religiose della complessa realtà asiatica, in particolare di quella della regione di sud-est. Si è molto detto e scritto, negli anni della crescita economica nel Pacifico, dei fattori virtuosi che ne erano alla base. Si è altresì evidenziato, negli stessi anni, come quei fattori potessero, se portati alle estreme conseguenze, zavorrare le ali della crescita economico-sociale, rischiando, nel medio periodo, di far stallare la sviluppo e precipitare lintero sistema20. Linvestimento nel talento umano è stata una delle prerogative più evidenti della vicenda. Gli stati della regione hanno puntato somme consistenti sul bene sapere, nellistruzione e nella formazione. Ma questa politica ha riguardato quasi esclusivamente leducazione primaria e secondaria, secondo una valutazione dei bisogni di competenze che ha privilegiato gli aspetti tecnico/ingegneristici dellistruzione, e che, in omaggio alla visione confuciana dellorganizzazione sociale, ha confidato ai vertici della comunità politica e religiosa il sapere globale e filosofico. Quando una certa maturità sopraggiunta nella curva dello sviluppo ha creato la necessità di mansioni dirigenziali e superiori, capaci di visione e creatività, si è scoperto che queste mancavano. A Singapore si è speso negli anni 90 per i cicli primario e secondario il 78% del bilancio globale dellistruzione, e in Indonesia l88%; contro il 60% del Messico, il 50% dellArgentina, il 25% del Venezuela, paesi la cui maturità di sviluppo è comparabile con quella delloriente asiatico e che evidentemente hanno fatto scelte diverse in materia di formazione dei gruppi dirigenti. Lapprezzamento e luso del fattore tempo hanno rappresentato un aspetto essenziale per la curva dello sviluppo e la sua interruzione. È stata celebrata la capacità dei ceti dirigenti delloriente asiatico di programmare le scelte di impresa e le priorità dei budget pubblici su un percorso di medio-lungo periodo. È stato rilevato come, a differenza di quanto ad esempio accadeva negli Stati Uniti e in altri santuari del capitalismo, in Oriente Giappone incluso, gli azionisti (e lelettorato...) mostrassero capacità di attendere il ritorno degli investimenti e dei risparmi, senza cupidigia di dividendi e interessi. Nella cultura di quegli anni, linvestimento in infrastrutture pubbliche e in realizzazioni produttive private ha fatto premio sul dividendo, e il risparmio sul consumo. La frugalità e la capacità di sacrificio, la coesione sociale, il rispetto per lautorità, ovvero i valori tradizionali dellispirazione confuciana hanno fornito il substrato necessario a questo tipo di impegno collettivo. Tralasciando limpegno pubblico in infrastrutture, solo gli investimenti privati hanno rappresentato nella regione, tra la metà degli anni 80 e la metà degli anni90, intorno a 1/5 del prodotto interno lordo, pil, quando negli altri pvs ci si attestava intorno alla metà di detto valore. Essendo però allorigine dello sviluppo dinamico, non tanto laccumulazione interna quanto i capitali esteri speculativi a breve, attirati da un management conservatore, un basso debito pubblico, promesse di crescita veloce; essendo lo stesso credito interno soprattutto a breve, labuso di fiducia nel ritorno a medio-lungo termine non è stato certo estraneo al disastro finanziario del biennio 97-9821. Pagare debiti a breve, con profitti di medio-lungo periodo è evidentemente cosa impossibile22. Hanno resistito le Dae meglio strutturate sul piano finanziario e con più equilibrio tra credito e ritorni, che avevano potuto provvedere allaccumulo di profitti e ingressi da esportazioni e dividendi, Singapore e Taiwan, che guarda caso sono anche le economie dove la storia dello sviluppo delloriente asiatico è cominciata, e dove il tempo trascorso ha concesso il recupero degli investimenti. Il familismo e i legami clanici appartengono alla categoria dei fattori senza i quali non trova spiegazione quanto accaduto e accade nelloriente asiatico, in particolare in quello a cultura cinese e confuciana. Si tratta del vero collante di massimizzazione di ogni altro elemento, in positivo e in negativo. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la capacità di fare massa dei clan, che hanno messo a disposizione dei singoli progetti imprenditoriali e di quello più generale dellintera società, le singole risorse e la risorsa della solidarietà di gruppo. Muovendo dalla famiglia larga, ed espandendosi, se del caso, sino a comprendere i membri del villaggio e delle diverse comunità su cui si fonda la piramide sociale, il legame di solidarietà è garanzia di afflusso di capitali e lavoro, e spiega la stabilità e il conservatorismo delle società delloriente asiatico, come anche il buon livello di risparmio interno e linnalzarsi progressivo del benessere. Trasportato a livello macro-sociale, il familismo e lo spirito di clan asiatico, animato dai precetti confuciani sul lavoro e il rispetto dellautorità, diviene sostegno al modello asiatico di organizzazione dellimpresa e del potere politico. Vi appartengono la vocazione naturale alla disciplina e al rispetto dele regole, lidentificazione tra destino individuale e collettivo, riverenza per le gerarchie e i ruoli, disponibilità allaggregazione e a fare gruppo. Così limpresa non è un fatto che riguardi solo limprenditore che ne ha la direzione, sempre disponibile a collegarla con consorzi, grandi gruppi, politiche pubbliche, etc. Da qui le grosse realtà finanziarie, industriali e terziarie di Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong, Thailandia. Da qui la remissione verso il potere politico, e la sostanziale inamovibilità di questo. Lo spirito clanico spiega anche il particolare legame cooperativo dei lavoratori con le loro aziende (quasi assente il classico conflitto capitalistico tra prestatori e datori di lavoro), così come la concentrazione tutta asiatica sullinnovazione di processo piuttosto che su quella di prodotto23, e la decisa dedizione al cliente che leconomia orientale tende ad esprimere. Un autore24 ha riassunto questinsieme di fattori nel neologismo orgware, contenitore di ogni prerogativa alla base dello sviluppo asiatico. Lorganizzazione e il software, avrebbero consentito lesaltazione delle virtù manageriali, armonizzando costi aziendali e finanziari, tecnologie, componenti umane, asincronie finanziarie. La qualità dellorgware lasciava intendere che il modello asiatico fosse in grado di vincere la competizione con Usa ed Europa, grazie alla maggiore efficienza che il subordinare il destino aziendale e personale a quello nazionale e collettivo, il privilegiare la capacità di organizzazione e distribuzione su quella di creare prodotti e tecnologie, laffidare la conduzione dellazienda-nazione ad élite consolidate, venivano a garantire. Lorgware avrebbe di fatto conferito alloriente quel dinamismo che Usa ed Europa stavano smarrendo, e che gli altri continenti poveri non erano stati in grado di esprimere. Sembra, al contrario, che la storia della seconda metà degli anni 90 abbia evidenziato come il limite maggiore dello sviluppo delloriente asiatico si sia venuto progressivamente a collocare proprio a livello del cosiddetto orgware. Le inefficienze e le inadempienze del comportamento giapponese durante il grande terremoto del 95, come le continue crisi al vertice di quel paese e del suo partito dominante, avevano già messo a nudo, e proprio nel paese esemplare in materia di sviluppo dinamico asiatico, i limiti di unorganizzazione sociale rigida, burocratizzata, condizionata da potentati economici troppo spesso ai limiti della legalità. I colpi della crisi nel sud-est e in Cina hanno evidenziato come leccesso di rigidità e sclerosi della piramide del potere economico e politico, visto soprattutto come effetto dellautoritarismo politico e culturale di derivazione confuciana, non potesse produrre la flessibilità e lapertura innovativa necessarie a rispondere colpo su colpo ai fattori di crisi. Lester Thurow aveva avvertito in tempo25 tutti i nuovi arrivati nellarena della competizione economica internazionale che lepoca in cui cera spazio per la vittoria di tutti (win win) era terminata e che era ormai giunto il tempo della competizione per la sopravvivenza (Head to Head). Chi non è stato in grado di fare i conti con gli eccessi del monolitismo sociale, ha dovuto sperimentare in casa propria i costi della previsione di Thurow. Da notare che lautoritarismo di derivazione confuciana incolla insieme politica ed economia, non facendo, di fatto, distinzione tra società civile, impresa, gestione del potere politico. Lesempio tipico di questo modo di pensare sta nella funzione economico-politico-sociale di strutture imprenditoriali come le chaebol coreane, le keyretsu nipponiche (rinate sulle ceneri delle zaibatsu danteguerra), le holding statali o comunque pubbliche cinesi, ai cui comportamenti si imputano, tra laltro, rilevanti responsabilità nellattuale crisi. La loro tenace tendenza a compenetrare impresa con impresa, sindacato con sindacato, consiglio di amministrazione con consiglio di amministrazione ha commisto banche a industrie, distribuzione a produzione, diritti e doveri dei proprietari con quelli dei lavoratori dipendenti, e ha legato, mani e piedi, leconomia alla politica, e la finanza ad ambedue. Il grande conglomerato di solidarietà sociale, economica e politica che ne è derivato, ha consentito alloriente asiatico di avanzare come una falange militare sui mercati mondiali, ma, come da sempre capita agli eserciti troppo monolitici, quando è stato attaccato dagli irregolari (i raiders della finanza mondiale) ha subito un cedimento strutturale che è ora difficile recuperare. La difficoltà essenziale sta nel fatto che apparentemente non può che mettersi mano alla revisione dellintero impianto del modello asiatico di sviluppo, smembrare ciò che è stato sinora coeso, responsabilizzare i livelli bassi distinguendo responsabilità e competenze, funzioni e apporti, allontanando il bene pubblico dagli interessi privati; selezionando una classe dirigente più liberale in politica, meno dipendente dalla finanza internazionale in economia, più attenta alla diversità di funzioni e ruoli nel sociale e nellorganizzazione delle imprese, più moderata nella smania di crescita e di guadagno. È come se loriente avesse perso una guerra culturale, prima ancora che politica, e dovesse arrendersi allevidenza che lo sviluppo capitalistico di tipo liberale può essere realizzato solo attraverso regole di organizzazione sociale e politica di tipo capitalistico liberale, innervando con istituzioni di mercato la società civile ed economica, lasciando crescere i sindacati dei lavoratori, dialettizzando i ruoli delle associazioni imprenditoriali rispetto a quelli dei partiti politici, dando autonomia al potere giudiziario anche e soprattutto in materia di diritto fallimentare e di conglomerati. Lo smembramento delle posizioni dominanti non potrebbe che far bene alla competizione, e consentire un meno asfittico sviluppo della miriade di piccole e medie imprese che potrebbero costituire la spina dorsale su cui far fiorire la nuova economia asiatica. Nell Filippine e in Thailandia, dove lesperienza confuciana non pesa, qualcosa del genere comincia ad accadere. E non casualmente queste due società sono le meno contagiate da forme sistemiche di autoritarismo socio-politico, pur non mancando nella loro storia episodi anche lunghi di dispotismo asiatico. Tutto ciò riguarda, certo, anche gli assetti della politica e le scelte strategiche della politica economica. Per questo è probabile che gli attuali ceti di potere non rinuncino, magari attraverso qualche abbellimento di facciata, a mantenere il vecchio modello di sviluppo. Il problema si pone in modo drammatico per la Cina, sia per le dimensioni di quel paese, sia per la lunga sedimentazione dei valori prima confuciani poi socialisti nel corpo della società, della sua organizzazione economica, della sua cultura politica. Il Regionalismo Inespresso Uno dei paradossi dellevoluzione delloriente asiatico è che, pur raggruppando economie sostanzialmente aperte e omogenee, si compone di paesi a forte introversione politica e culturale. Il nazionalismo come malessere socio-politico risulta autentico protagonista della via asiatica allo sviluppo. Neppure lintreccio trentennale di commercio e investimenti del Pacifico è stato capace di rimuovere le barriere esistenti tra paesi della regione. Una situazione che, tra laltro, ha impedito allAsean di evolvere in autentica organizzazione regionale, e al Giappone di giocare il ruolo di leader regionale. Sono molte le ragioni che spiegano questi fatti, dalla varietà delle culture religiose ed etniche che sedimentano nelle nazioni dellarea, alle differenze fra i regimi politici che hanno caratterizzato levoluzione dei singoli paesi. Non si dimentichi, ad esempio, che tuttora sono al potere regimi comunisti, come in Cina e Vietnam, e militari, come in Cambogia e Birmania. Restano inoltre i rancori del passato recente, su livelli incomprensibili agli europei che, grazie ai processi innescati dallesistenza della Comunità europea, hanno superato i ricordi delle atrocità della seconda guerra mondiale. Tra Cina e Giappone, ad esempio, con piaghe che il nazionalismo giapponese non intende suturare in modo adeguato. Nel 1937 il Giappone aveva dichiarato guerra alla Cina, e occupato, il 13 dicembre, Nanchino. Gli orrori dellazione nipponica in quella città sono riassunti in atrocità come il massacro di più di trecentomila civili disarmati nelle prime sei settimane doccupazione, cataste di corpi alti anche più di 1 metro, più di 20.000 violenze a donne, più di 1/3 delle strade ed edifici distrutti, una stima di distruzioni di circa 29 miliardi di dollari attuali. Massacri simili furono anche compiuti dalle truppe nipponiche a Shangai. Solo allinizio di questanno Tokyo ha offerto, ma in modo timido e contrastato, le proprie scuse a Pechino, mentre la storiografia ufficiale nipponica continua a negare laccaduto. Il Giappone è anche bersaglio della condanna delle piccole nazioni del Pacifico, dato che è tuttora viva la memoria dei misfatti compiuti dai soldati dellimpero del sol levante nei primi mesi di guerra, con lacme del reclutamento violento, da parte dellesercito, di decine di migliaia di comfort-women durante loccupazione di Guam, dellisola di Wake, di Hong Kong, Malaya, Singapore, Indonesia, Birmania, Filippine. Tokyo si è ben guardata, sinora, da offrire compensazioni e riparazioni. Cè poi il risentimento di una separazione mal digerita tra Singapore e Malesia, con continue accuse di Kuala Lumpur per le preferenze che sarebbero accordate alla comunità cinese rispetto agli autoctoni di etnia malay. Indonesia e Filippine sono alla prese con movimenti indipendentisti e talvolta i due paesi sono portati a dubitare della lealtà delle nazioni vicine. Vi sono innegabili tensioni tra le pretese democratiche della maggioranza dei paesi dellarea e i comportamenti che risultano loro inaccettabili da parte di regimi locali, partner nel Pacifico in azioni di comune interesse. Inutile nascondersi che sullo sfondo, ad impedire lavvio di seri meccanismi di integrazione regionale sta anche il rifiuto delle piccole e medie nazioni del Pacifico di attribuire un ruolo di leadership formale a paesi come il Giappone e la Cina, e, specularmente, il ruolo che, lontana e inconsistente sotto il profilo politico lUnione europea, viene di fatto consentito agli Stati Uniti26, paese del Pacifico ma non certo "asiatico". Lincrociarsi di veti e conflittualità sotterranee non consente di valorizzare in modo appropriato un fattore di enorme potenziale di sviluppo: la solidarietà tra nazioni della regione. Se tale solidarietà avesse potuto crescere nel corso degli anni 80, almeno in ambito Asean27, certamente le economie delloriente asiatico colpite dalla crisi nel corso della seconda metà degli anni 90 avrebbero avuto a disposizione degli strumenti di solidarietà finanziaria e politica che avrebbero consentito un minimo di resistenza alla crisi. Di più: come mostra quanto sta accadendo nei paesi delleuro, si sarebbero create le condizioni per un controllo della spesa pubblica e dei deficit di bilancia corrente, tale da impedire gli eccessi che hanno portato al disastro Thailandia, e altri paesi della regione asiatica. Il regionalismo, che ha fatto la forza dellEuropa dal secondo dopoguerra ad oggi, non ha purtroppo incontrato in Asia le condizioni per prosperare, restando bloccato dalle rivendicazioni nazionalistiche dei paesi dellarea. Sotto osservazione è, in questambito, levoluzione dellAsean28. Si è già fatto cenno al fatto che lorganizzazione del sud-est asiatico, costruita sul principio della non interferenza negli affari interni e della convinta distinzione dei ruoli nazionali, non ha saputo dare risposta alle crisi politiche, sociali e recentemente economiche-finanziarie, che hanno toccato i paesi membri. Come ha scritto Economist nel febbraio 98, scegliere sempre la carota sul bastone, ha evitato scontri violenti a carattere intra-regionale e ha scansato problemi con i vicini ingombranti. Non ha consentito, però, lindispensabile coordinamento politico ed economico davanti alle recenti crisi, e la vigilanza multilaterale sulle misure e le politiche nazionali. In questa direzione, peraltro, sta andando qualche segnale che arriva dalle riunioni Asean della fine del 98. La riunione dei ministri del commercio e delleconomia, Manila ottobre 98, ha deciso di istituire lArea di investimento Asean (Aia) per rendere facili gli investimenti diretti. Entro il 2010 i progetti di investimenti diretti tra paesi membri saranno trattati come quelli degli investimenti interni. Dal 2020 la parità sarà estesa anche agli altri investimenti. I ministri hanno dichiarato di voler stringere i tempi dellAfta, Asean Free Trade Area, strumento per la liberalizzazione di commercio e investimenti: cancellate le misure punitive non tariffarie, azzerate "per quanti più prodotti possibile" le tariffe doganali attraverso una tariffa preferenziale comune. A Manila si è deciso uno strumento di partenariato industriale tra imprese e si è fatta circolare lidea di coordinare nei fatti il lavoro delle banche centrali. Un sistema di sorveglianza regionale, appoggiato sul segretariato di Giakarta e assistito dalla Banca di sviluppo asiatico, consentirà inoltre ai paesi Asean di informarsi sulla rispettiva evoluzione economica, così da fornire "macro stabilità", alla regione e vigilare su chi sta conducendo politiche rischiose. Si è ancora lontani dallo "schema" fissato dallApec a Manila nel novembre 97, che puntava al varo di una specie di Fondo monetario asiatico, ma se le decisioni Asean andranno in porto, si sarà indubbiamente aperto un varco nel muro del nazionalismo autoritario sinora espresso dalla cultura statale asiatica. Una Crisi di Sistema Le crisi in corso nelloriente asiatico non hanno esclusivo carattere economico e finanziario, e trovano origine anche in squilibri socio-politici strutturali, come:
Ecco perché si è portati ad escludere che si sia in presenza di una crisi ciclica di crescita, e che si sia al contrario davanti ad una crisi di struttura di parte di un modello di sviluppo. Non traggano in inganno quegli aspetti di indubbia natura ciclica (ad esempio le esportazioni, in probabile ritorno da cambio nel corso del 99; il possibile rilancio dei pil coreano, thailandese, malese nel 99), che sono uno degli aspetti della crisi, ma non il suo punto centrale. È qui la ragione del fatto che la crisi del 97, essenzialmente finanziaria, sia sfociata in rivolgimenti sociali e politici. E qui si trova la ragione del perché le nuove leadership non possano limitarsi soltanto ad incidere sulle questioni finanziarie, e neppure solo sulle economiche, sottese allattuale crisi. Due esemplificazioni su tutte. In Malesia, il più grande propagandista dei "valori asiatici", da intendersi come opposti ai valori "occidentali"29, il primo ministro Mahatir, sta facendo i conti con unopposizione, quella che si raccoglie intorno al suo vice Anwar, che mette in discussione la stessa finalizzazione dello sviluppo, ad esempio sotto il profilo della sostenibilità in rapporto alle risorse ambientali30 e culturali del paese, ma anche in rapporto al bisogno di integrazione con la comunità regionale e internazionale degli stati31. In Indonesia la successione di Habibie a Suharto, propugnatore ad oltranza dellesclusività dei poteri statali dentro e fuori del paese, sta portando novità sia nel campo dei diritti civili e politici che dellattribuzione allAsean di maggiori poteri. In Birmania il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi contrappone alla giunta militare un modello di organizzazione sociale alternativo, mentre manda a dire a chi ritiene necessario che lo sviluppo dei pvs passi attraverso la conduzione autoritaria della società e della politica che, se si ritiene la crescita economica lunica questione essenziale, si cerca "un rimedio buono per il disastro", dato che "il vero sviluppo degli esseri umani comporta molto più della sola crescita economica"32. In fatto di maggiore equità, occorre ribadire che lo sviluppo nelloriente asiatico ha avuto, tra i suoi indubbi effetti, quello di aver ridotto le sacche di povertà e accresciuto oltre ogni più rosea speranza il benessere materiale della popolazione33. Dalla metà degli anni 70 alla metà degli anni 90, il numero delle persone sotto la linea internazionale della povertà, 1 dollaro americano al giorno, si è ridotta della metà, da 720 a 350 milioni. Nessunaltra regione in sviluppo ha subito una spinta così decisa al di qua del baratro della miseria, il che ha consentito alloriente asiatico di denunciare come povera, appena prima dello scatenarsi della crisi del 1997, solo il 20% della popolazione, contro il 60% degli anni 70. Laspettativa di vita alla nascita era, in Asia orientale, di 59,4 anni nel 1970, e di 68,8 anni nel 1995; la mortalità infantile rispettivamente di 76 e 34 ogni mille nascite. Ma la curva delle diseguaglianze sociali è restata sostanzialmente immutata, sia in termini assoluti che relativi. Lindice aggregato di diseguaglianza (Gini) mostra come lAsia orientale sia più egualitaria dellAmerica latina e dellAfrica sub-sahariana, ma meno egualitaria dellAsia meridionale, dei paesi Ocse, dei paesi già socialisti dellEuropa centro-orientale, e che la sua situazione relativa sia migliorata, nel corso del decennio 80-90 in modo non apprezzabile34. Le diseguaglianze sono in particolare cresciute in Cina, Hong Kong, Thailandia, Filippine. Solo Singapore e, in parte, Malesia documentano una piccola discesa di disuguaglianza. La crisi ha frantumato il benessere dei ceti medi e respinto verso la miseria chi stava strutturando la propria esistenza al di qua della linea della povertà. Stanno crescendo criminalità, furti, insicurezza urbana, droga, prostituzione. Si diffonde il fenomeno dellabbandono delle scuole. In questo quadro, sono evidenti tutti i limiti dello sviluppo abbandonato a se stesso. Cessata la richiesta di braccia e lavoro generata dalla supply side economics, difettano strumenti per la stabilità macroeconomica e la crescita, e per politiche di aggiustamento favorevoli ad unequa distribuzione della ricchezza. E la stessa Banca mondiale ad affermare che, invece, occorre attrezzarsi proprio per condurre in porto queste due politiche35, operando, con loccasione, in favore dello stabilimento attivo di un quadro istituzionale di diritti del lavoro e della definitiva cancellazione delle sacche di sfruttamento economico delle povertà e del lavoro marginale, incluso quello infantile. Affermazioni che riecheggiano il dibattito che, in sede di Comitato economico e sociale europeo e di Organizzazione internazionale del lavoro, da anni riguarda il cosiddetto "dumping sociale" delle esportazioni dallAsia orientale. Per quanto riguarda la democrazia, sono gli stessi governi della regione a mostrare di attribuire alla questione molta più rilevanza che in passato. A causa dellaffaire Anwar36, i presidenti di Indonesia e Malesia hanno annullato, nellottobre 98, il previsto scambio di visite. Sempre in relazione al caso Anwar, il più influente consigliere politico del presidente indonesiano Habibie, ha rilasciato una dichiarazione pubblica del seguente tenore: "lAsean è in pericolo di spaccarsi tra i paesi che guardano alla democrazia e ai diritti umani come valori universali la cui promozione diventa una comune responsabilità, e coloro che ancora propongono i valori asiatici, ovvero governi forti che impongano politiche economiche efficienti e contrastino linfluenza socio-culturale, oltre che economica, dellOccidente". Il concetto è stato ribadito, nel corso di una riunione a Manila dei ministri economici Asean, dal presidente delle Filippine Joseph Estrada che, creando un collegamento politico tra crisi finanziaria e via asiatica allo sviluppo, ha rifiutato il "nazionalismo asiatico" di Mahatir, e detto che "una veloce svolta Asean non può essere realizzata senza gli impegni concertati col G7". Si incrociano, quindi, esigenze di institutional building interno e di institutional building internazionale. Le società delloriente asiatico devono superare le concrezioni di clientelismo, familismo, corruzione, visibili nei loro attuali assetti politici e pubblici37, e al contempo aprirsi alla collaborazione/integrazione regionale e internazionale, rinunciando alle introversioni di élite e regimi politici che intendono arricchirsi attraverso forme di semi-liberalismo economico e commerciale, mantenendo ben chiuso nelle loro mani il potere politico e socio-culturale sulle collettività dorigine. È un processo che richiede tempo, perché complesso e di non facile attuazione. Anche perché un processo del genere verrebbe inevitabilmente a porre la questione del decentramento funzionale e territoriale dei poteri, del ruolo delle comunità etniche, delle autonomie religiose, etc. rischiando di innescare instabilità che andrebbero a lesionare le aperture verso la democratizzazione di sistema. Se giustamente si è detto che allorigine del blocco dello sviluppo in Asia orientale vi è stato limprovviso sfiduciamento della finanza internazionale rispetto alle prospettive di sviluppo della regione, il crollo di queste è derivato anche dal fallimento di un modello di sviluppo basato sul deficit strutturale di democrazia. Il blocco della crescita nelloriente asiatico è anche figlio del blocco nello sviluppo sociale e democratico delle sue nazioni. |