Orientamento etico del progresso e dello sviluppo Arthur F. Utz
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Letica aristotelica Letica aristotelica poggia sullordine finale dellessere. Ogni essere vivente del mondo è nel suo intimo (metafisicamente) un composto di atto e potenza. Ciò significa che esiste realmente, ma ha la possibilità (potenza) di svilupparsi ulteriormente. Questo vale in modo particolare per luomo. Egli porta con sé doni particolari nella vita, che però devono ancora essere sviluppati. Luomo, conoscendo il finalismo delle sue potenze, riconosce come suo dovere lavorare su se stesso per sviluppare le sue diverse inclinazioni innate. Quindi le singole inclinazioni devono essere esercitate. Il risultato di questo esercizio è la natura esercitata ed educata, una più alta capacità di prestazione. Gli antichi chiamavano questo correttamente virtù. La parola tedesca Tugend (virtù) non la esprime perfettamente. Essa restringe il concetto più alta capacità di prestazione proprio sul piano morale. Aristotele, come daltronde gli antichi, con il termine virtù intendeva semplicemente un perfezionamento di ogni capacità naturale. Solo a partire da ciò distinguevano tra virtù intellettuale e virtù morale. In realtà luomo può appropriarsi di virtù morali anche senza la scienza. Aristotele però pretendeva che ci fosse una precisa virtù intellettuale come premessa di ogni comportamento moralmente buono, e cioè la prudenza. Essa indica nei particolari quale strada luomo deve percorrere per raggiungere la sua perfezione. Nelletica moderna si parla a questo proposito del dovere e del corrispondente diritto delluomo allautorealizzazione. In ciò è anche contenuto il perfezionamento dei mezzi di cui luomo ha bisogno per la sua realizzazione, quindi del mondo esterno, nella misura in cui esso appartiene alla vita delluomo. Non sfiorava il pensiero di Aristotele lidea di separare dal complesso della vita un particolare aspetto della felicità umana, come per esempio il benessere economico, e di assolutizzarlo, operazione che invece la scienza economica moderna compie. Luomo antico pose la filosofia allinizio di ogni studio, in quanto scienza completa dellessere. Egli quindi era immune da ogni tentativo di dividere conoscenza e prassi dal senso dellesistenza. Lautorealizzazione quindi non poteva limitarsi unilateralmente ad un solo campo della vita o delle attività. Il pericolo di una tale segmentazione è particolarmente grande nel campo economico, dato che la crescita economica teoricamente non conosce confini. Il problema però riguarda cosa luomo - hic et nunc - ancora può sopportare senza mettere in pericolo il suo star bene completo e la sua auto-realizzazione. Linfinità della crescita materiale ha i suoi limiti nelluomo stesso.
Letica cristiana Anche letica cristiana, nella sua struttura fondamentale, è ontologicamente fondata. Tommaso DAquino ha inserito completamente lordine finalistico e di senso dellessere nella sistematica delletica cristiana. Il carattere dobbligazione riceve un approfondimento. Solo che ora le inclinazioni naturali non vengono più osservate soltanto per le loro finalità, ma anche come creazione di Dio, cosicché il collegamento con lo scopo ontologico viene compreso contemporaneamente anche come collegamento con la volontà di Dio e il fine o lo scopo sperimenta, attraverso la grazia soprannaturale, un superamento inaspettato, in parte perfino un cambiamento sensibile. In determinate condizioni lo scopo semplicemente naturale deve retrocedere a favore dellobiettivo soprannaturale più alto. Lo scopo allora non è più soltanto lo sviluppo delle disposizioni naturali, soprattutto non è la stoica felicità dei sensi, ma la perfezione che corrisponde a quella del Padre celeste. Come Tommaso DAquino (S.Theol. I-II 63,4) espone, in questo modo cambia anche loggetto. "La quantità di cibo ingerita, per esempio, viene stabilita dalla ragione umana, in una misura tale da non nuocere alla salute del corpo e non ostacolare lattività intellettuale. Allo stesso tempo le leggi divine richiedono che luomo castighi il suo corpo e lo riduca allobbedienza (1 Cor. 9,27) attraverso lastensione da cibo, bibite e altro. Da ciò si deduce che la virtù infusa della temperanza e quella acquisita si distinguono secondo la specie; lo stesso vale per le altre virtù." Questa svolta che la morale cristiana attua nelletica naturale ha di per se stessa anche conseguenze che riguardano la posizione puramente umana di fronte ai progressi tecnici e alla crescita economica. Anche la sola riflessione puramente razionale sullo scopo del progresso tecnico e della crescita economica ha posto limiti tangibili, e la semplice aspirazione naturale alla felicità si deve mantenere nelle norme che gli sono state donate dalla natura. Ciò significa che progresso e crescita possono essere perseguiti solo allinterno della perfezione umana totale. La divinizzazione della natura attraverso la grazia richiede quindi dalluomo una certa rinuncia, alla quale egli, coinvolto nel peccato originale, non potrebbe mai pensare. Il comandamento della sequela di Cristo rende tutto ciò chiaro. Esso non pretende tuttavia con ciò la rinuncia al progresso e alla crescita materiali, ma esorta ad una ponderazione prudente del desiderio di progresso e crescita, da una parte, e del pericolo incombente, dallaltra parte, di perdere lobiettivo soprannaturale. "Che giova infatti alluomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?" (Marco 8,36). Quale uomo saggio non vorrebbe seguire la via più sicura, anche se la più difficile? Questo pensiero ha dominato letica delluomo antico e medievale. Solo così si spiega la difficile ascesi dei monaci, che serviva universalmente come modello. La teologia morale era indirizzata totalmente alla perfezione individuale. Da ciò si capisce anche la posizione di rifiuto verso il perseguimento dei profitti e di conseguenza anche il rifiuto dellinteresse bancario1. Anche se la dottrina sociale cattolica riconosce totalmente la "giusta ragione" (recta ratio), quindi il diritto naturale, però allo stesso modo lo studioso cattolico di discipline sociali dovrebbe in ogni momento avere come orientamento la dimensione soprannaturale della morale cristiana, in modo che egli nel campo naturale possa porre i giusti accenti. Dovrebbe lasciar perplessi un economista cattolico che - contro linvito di Cristo alla rinuncia a quanto ci offre il mondo - unicamente in nome della crescita economica, spingesse allaumento dellofferta e della domanda e quindi dei consumi. Certamente egli vorrebbe combattere la disoccupazione. Di fronte alla disoccupazione di massa si pone però la domanda se questo tipo di crescita non sia la causa dellattuale società del benessere, con il suo sistema a due classi: chi guadagna bene e chi beneficia dei sussidi di disoccupazione o sociali. Questa disoccupazione può essere eliminata solo se si va alla radice del problema, che si trova in profondità.
Laspirazione al progresso e alla crescita nelleconomia moderna Leconomia nella sua essenza è unattività sociale, perché attraverso essa le prestazioni dei singoli vengono scambiate reciprocamente. Per questo deve essere prodotto un più grande risultato in termini di benessere materiale. Per raggiungere questo scopo deve essere incentivata la spinta di ciascuno a produrre. E questo si raggiunge solo quando si mette in moto la motivazione in qualche modo più sicura e de facto più diffusa per luomo: il reddito materiale che i singoli possono trarre dal proprio lavoro. Nellinteresse del benessere comune, nella misura in cui lo si considera solo dal lato materiale, esiste dunque la possibilità di realizzare un sistema in cui ognuno al confronto dellaltro contribuisce con il maggiore rendimento possibile. E questo sistema si chiama economia di concorrenza. Ciascuno è costretto a superare laltro in base ad una prestazione migliore. La concorrenza finirebbe nel momento in cui non fosse più possibile aumentare la prestazione di entrambi. Ma questo non lo accetta nessuno, perché la crescita economica è considerata infinita. Succede così che chi si trova in concorrenza non si riposa mai. La vertenza sulla regolamentazione dellorario di chiusura dei negozi e del lavoro domenicale lo stanno a dimostrare. Nel sistema di concorrenza ognuno deve puntare a superare la sua precedente prestazione. Per un imprenditore ciò significa che egli deve continuamente aumentare i profitti. Questa corsa inarrestabile verso il profitto non viene condannata dalla visione cristiana in quanto rappresenta un valore in relazione al vero benessere generale, al quale appartiene anche lo stato spirituale della società. Ma che cosa si deve fare con i profitti e cosa deve fare il lavoratore con il suo reddito salariale? Per rispondere a questa domanda è utile la fondazione etica della proprietà privata.
La finalità etica della proprietà privata La proprietà privata, che si ottiene attraverso lo sforzo individuale per guadagnare e rende possibile leconomia di concorrenza, non è - come spiega Tommaso DAquino2 - giustificata perché procura al possessore un più grande vantaggio materiale, ma perché, attraverso unattenta amministrazione dei beni, è più utile al bene comune. Questo, già in conformità al pensiero razionale, è il vero senso del sistema della proprietà privata; ma in questo modo allo stesso tempo si realizzano anche le esortazioni evangeliche. Attraverso leconomia di concorrenza fondata sulla proprietà privata, la bassa tendenza ai guadagni radicata nel peccato originale, viene nobilitata e trasformata nellassunzione della responsabilità personale per unamministrazione efficiente, al servizio del bene comune. I sostenitori delleconomia di mercato però non pensano assolutamente a questa ipoteca morale. Si parla solo di diritto individuale di amministrare la proprietà a propria discrezione. Questo potrebbe essere vero secondo la pura considerazione giuridica cioè in relazione al rapporto delluomo con luomo. Nessun privato ha il diritto di rubare o di imbrogliare un proprietario di beni. Questo però non funziona più in rapporto alla morale, che è implicata nella deduzione del diritto alla proprietà privata dal bene comune. Dal punto di vista del bene comune, la privatizzazione dei beni ha il solo scopo di garantirne unamministrazione più efficiente. Lo scopo (ad esso) superiore di indirizzare luso dei beni materiali allutilità comune conserva ancora la priorità. Anche se il proprietario può avere il diritto di usare la sua proprietà secondo coscienza, sottostà comunque allimperativo finale dellutilità comune. Fintanto che lo Stato non emana una particolare norma giuridica che tiene conto del bene comune, il proprietario è giuridicamente libero nel disporre dei suoi beni. Moralmente però egli rimane sottomesso allimperativo del bene comune. Questo i padri della Chiesa lhanno espresso giungendo a dire che il proprietario non è in effetti tale, ma soltanto amministratore, e cioè amministratore in nome di Dio. Per questo Basilio ha usato lespressione che colui che si definisce proprietario è un ladro3. Luso della proprietà privata, sia quella nata attraverso il lavoro che quella nata attraverso la prestazione dellimprenditore, sottostà quindi, come detto, allimperativo del bene comune generale. E al bene comune appartengono molte cose, prima di tutto laccesso al lavoro per tutti quelli che lo vogliono e allassunzione della responsabilità dellazienda. Inoltre tutti dovrebbero essere in grado di far fronte con il proprio reddito non solo ai costi di sussistenza, ma anche, secondo il sistema della proprietà privata, alla pensione e allassicurazione sanitaria, per non cadere nella tentazione di addossare queste previdenze alla comunità, o di pesare sullazienda sotto forma di costi salariali. Dai redditi da lavoro e dai guadagni di impresa dovrebbero anche essere trattenuti versamenti allo Stato per le spese di uso comune che esso sostiene. Tutto il sistema della proprietà dovrebbe stimolare il senso di responsabilità in vista di un più efficiente sfruttamento dei beni materiali, evitando ogni spreco, in favore di tutti i membri della società e anche cosa di cui tener particolare conto di quelli dei Paesi in via di sviluppo. Oggi constatiamo il contrario. Le aziende investono il loro guadagno nellazienda per risparmiare forze lavoro e abbandonano i disoccupati alle istituzioni sociali, che possono esercitare il loro compito solo con laiuto delle finanze dello Stato. Lo strumento dei costi aggiuntivi del salario è un segno chiaro del fatto che lattuale sistema sociale di mercato cammina su una strada sbagliata, lasciando aperta la questione se per colpa propria o sotto la spinta delle associazioni di rappresentanza. Tutto questo è stato causato dallinterpretazione materialistica ed individualistica del benessere. Sia di fronte a domande ecologiche che a valori sociali, culturali e morali, e altri, lindustria spinge sempre allespansione e alla crescita economica. Questa politica economica materialistica viene rafforzata dalla minaccia: "Altrimenti ci minaccia una ancor maggiore disoccupazione". Raramente o mai vengono calcolati i costi sociali che nascono dalla decadenza culturale e morale. Nelle statistiche americane dei disoccupati non vengono calcolati i molti che si trovano in carcere. Anche le cifre che si riferiscono ai disoccupati da lungo tempo che non hanno più una possibilità di occupazione non vengono considerate: essi vivono dellaiuto delle istituzioni sociali, che evidentemente non hanno niente a che fare con leconomia. Dellindescrivibile situazione dolorosa delle molte persone che vorrebbero lavorare nessuno si può prendere cura. Lunica preoccupazione, come si constata, è di portare avanti lespansione, nella illusoria speranza, che laumento dei profitti crei nuovi posti di lavoro.
Dovè lerrore di ragionamento? Lerrore fondamentale è di tipo gnoseologico. La scienza economica in sé è una scienza della ragione teoretica. Diventa pratica solo quando è chiamata in causa la responsabilità. E questo succede nella determinazione dellobiettivo delle regole della concorrenza. In effetti queste hanno già uno scopo intrinsecamente determinato, lefficienza economica, ma essa deve indirizzarsi alla totalità del benessere della società. In se stessa non ha ancora questo fine; deve essere affrontato dal politico. Solo così diventa oggetto della ragione pratica. Prima di tutto quindi il politico deve definire il bene comune allinterno del quale prende il suo posto leconomia. Questo è un compito proprio del raziocinio pratico. Leconomista comunque risponderà che egli considera suo unico compito quello di produrre una grande quantità di beni, capace di attirare i cittadini allacquisto. Tutto il resto è compito di quellambito che si chiama società. Se questa risposta fosse valida, allora la politica economica non sarebbe compito del raziocinio pratico, ma una prestazione puramente tecnica, un calcolo intelligente. Ciò significherebbe che la politica economica non è una parte della politica sociale. Ma proprio questo è fondamentalmente sbagliato. Leconomista resta responsabile delle conseguenze della separazione delleconomia dallambito della società. Il benessere della società è sostanzialmente unico e al suo interno leconomia copre solo una parte. Nelle scienze sociali oggi - in buona parte sotto linflusso del neokantismo - nellambito del pensiero pratico si è affermato il formalismo. La politica viene definita come lotta per linflusso sul potere statale, e in questo modo il bene comune è stato escluso anche da questo campo ed è stata eliminata la responsabilità morale, che è lelemento essenziale di una scienza pratica. Nella giurisprudenza ci si impegna solo nella costruzione logica delle norme sociali (Kelsen) obbligatoriamente applicabili, così che, dal punto di vista giuridico, è irrilevante se si tratta di un sistema legale sovietico o liberale. In questo modo oggi ogni scienza sociale può evitare di dare una definizione di bene comune, a meno che si decida seconda la volontà della maggioranza, anche se a certe condizioni si prevede che la maggioranza si possa esprimere a favore di un sistema di violenza. Non si può più parlare dellintegrazione in un concetto universalmente umanistico della ragione pratica. La nostra vita sociale è dominata da regole formali dellazione umana. Il filosofo della vita è condannato al silenzio.
Il ricorso alletica cristiana Nella visione cristiana il proprietario è tenuto ad una severa moderazione nel consumo. Egli quindi si pone di fronte alla crescita dei consumi col massimo scetticismo. Leconomista invece stimola la domanda, perché altrimenti la produzione non avrebbe senso. Ebbene la domanda non deve essere identificata con il desiderio di consumo. Anche il monaco più austero che si dedica alla scienza ha bisogno di mezzi di produzione, almeno di una ricca biblioteca. Questo oggi, nellepoca dellinformatica, vale ancora più di prima. Francesco dAssisi comunque proibì ai suoi fratelli anche di possedere opere scientifiche, perché lui voleva far nascere soltanto un movimento di povertà, per il quale non prevedeva neanche unorganizzazione. Solo attraverso Bonaventura è stata aperta la via al possesso (non alla proprietà4) di immobili e mezzi di produzione da parte della Comunità. In modo diverso Domenico ha reso la scienza un dovere per il suo Ordine, cosicché la proprietà (collettiva) dei mezzi di produzione era ovvia. Naturalmente è stata conservata una stretta povertà riguardante i beni di consumo in senso stretto, e ciò riguardava anche i mezzi di trasporto. Così Alberto Magno, quando è diventato Superiore generale dellOrdine e ha guidato un Capitolo Generale, ha confiscato i cavalli, sui i quali erano arrivati alcuni Priori Provinciali. Anche se, come abbiamo appena detto, il monachesimo aveva un certo influsso sulla valutazione comune dei beni materiali, non è stato riconosciuto come norma per gli altri cristiani. Nei libri di morale però è stata prescritta moderazione e modestia nei consumi, non per ultimo allo scopo di mettere a disposizione dei poveri ciò di cui non si aveva bisogno. Da qui lammonimento continuamente ripetuto: il superfluo appartiene ai poveri. "La legge degli uomini non può rompere con lordine naturale o con la legge divina. Secondo lordine naturale voluto dalla Provvidenza divina, le cose inferiori sono state fatte per servire alle necessità umane. Perciò la distribuzione e la presa di possesso delle cose - unopera del diritto umano - non impediscono di impegnare queste stesse cose per lenire le necessità umane. Quindi ciò che alcuni possiedono in sovrappiù, a causa della legge naturale è dovuto ai poveri per il loro sostentamento"5. Al contrario il rappresentante delleconomia di mercato conta sullavidità dei suoi concittadini. Questa deve addirittura essere stimolata, affinché lofferta trovi il suo sbocco. E vero che la pubblicità dovrebbe provare in prima linea lutilità finora sconosciuta di un prodotto, però si fa conto, soprattutto per i beni di consumo, dellinsaziabilità dei consumatori. Questo serve nel mercato attuale anche, così si dice, a creare posti di lavoro. Questa però non è la politica occupazionale che letica cristiana consiglia attraverso lesortazione alla moderazione e alla vita semplice in favore del fratello. La prima legge della politica economica recita: lavoro per tutti, non in quanto diritto individuale al lavoro, ma come diritto ad una politica di piena occupazione. In sé anche leconomista aderisce al dovere della piena occupazione però la sua concezione è pensata fin dallinizio a livello mondiale nel senso di una economia di mercato estesa a livello internazionale. Egli può facilmente sorpassare i confini nazionali per il fatto che, a causa di una interpretazione del benessere puramente materiale, può del tutto dimenticare il mondo etico e culturale dei lavoratori. Si giustifica con la proposta della globalizzazione del processo economico. Letico e soprattutto il cristiano questo non lo può accettare. Luomo ha bisogno di una patria come ambiente del suo matrimonio e della sua famiglia. E questo è garantito solo allinterno di una nazione. La posizione riguardo alla dimensione del benessere materiale è infatti diversa in ogni nazione. Il lavoratore non si lascia globalizzare come il capitale. Il Cristianesimo è certamente orientato anche alluniversale e al globale, ma lazione cristiana parte sempre dalla patria (Heimat), dove risiede la famiglia. La richiesta di una piena occupazione ispirata allo spirito cristiano si rivolge quindi prima di tutto allo Stato nazionale. Questa politica non significa un restringimento degli orizzonti. La vita semplice, a cui invita letica cristiana, deve prima di tutto essere al servizio di quelli che non hanno ancora raggiunto lo stesso standard di vita. In altre parole, dobbiamo cercare allinterno della nostra economia nazionale quella piena occupazione sociale e culturale che è stata prevista e, in questo contesto, dobbiamo parimenti fare attenzione ad una amministrazione il più efficiente possibile, per evitare ogni spreco e con lintenzione di poter investire in altre economie nazionali rimaste ancora indietro. Siamo quindi obbligati, nella misura in cui è possibile, a realizzare concretamente il principio di concorrenza nella nostra economia nazionale, il quale contiene anche la responsabilità dei singoli di far fronte alle proprie necessità e di non pesare sulle istituzioni sociali. La politica economica ispirata alletica e soprattutto quella cristiana non è contro, come si vede, né la proprietà privata né la concorrenza, ma ha un carattere totalmente diverso, più umanitario, della concezione di crescita corrente, per la quale lunico scopo è il puro benessere materiale. Naturalmente anche questa politica economica umanitaria deve inserirsi nella concorrenza internazionale. Anche la politica salariale deve quindi mantenersi nei limiti. Nel suo insieme però questo sistema è più economico perché abbatte tanti costi sociali dellattuale sistema di mercato. Soprattutto cadono gli alti costi aggiuntivi di lavoro; non per ultimi i costi procurati dalla criminalità, che una società socialmente pacificata non avrà bisogno di sostenere.
Il compito dello Stato Un maggiore impegno dello Stato è comunque inevitabile. Evidentemente lo Stato, nella misura in cui è possibile, deve usare politiche adatte al mercato. Quando queste non sono più efficaci, resta però come alternativa soltanto, o la capitolazione davanti al concetto materialistico di una crescita senza fine, con la conseguenza di grande disoccupazione e rafforzamento della società a due classi, oppure laccettazione delle condizioni macroeconomiche del mercato finanziario e del lavoro, che la direzione politica deve continuamente definire in modo nuovo. Il calcolo economico generale migliora se manteniamo modestamente la massimizzazione nei limiti della politica di piena occupazione. Non è compito delletica definire le singole misure della politica economica. Ma è suo compito indicare lordine dei valori. Al primo posto, ancora prima della proprietà privata, è la definizione concreta di bene comune, la sua dimensione materiale e spirituale. E quindi importante stabilire che tutti hanno il diritto di partecipare al processo economico, sia come prestatore di lavoro, sia come imprenditore. Quindi si pone la domanda, quale sia il modo più sicuro per motivare il desiderio di produzione senza mettere in pericolo lo sviluppo spirituale della società, il suo capitale umano. Si tratta quindi di capire in quale misura si può considerare regola la concorrenza nello scambio economico. In questo modo è esclusa fin da principio leconomia di mercato teorica, pensata al tavolino come unica valida, non influenzata dal sistema di regole statali. Ciò che viene richiesto non sono regole applicabili meccanicamente, ma saggezza che viene da un ethos morale contenuto nelle anologhe applicazioni del principio: "Così tanta proprietà privata e libera autodeterminazione quanta è possibile e così tanti interventi statali quanti necessari".
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